8 Gennaio 2026 - 9.49

La guerra non finisce quando tacciono le armi

Umberto Baldo

Ogni guerra, prima o poi, finisce. Ma non è mai lì che si chiude la partita. 

È lì che comincia il vero regolamento dei conti. 

E chi governa uno Stato lo sa benissimo, soprattutto se quello Stato ha trasformato la propria economia, il proprio bilancio, ed una parte della propria società, in una macchina bellica.

La fine di ogni guerra porta con sé almeno due problemi enormi: uno economico ed uno sociale. 

Non sono dettagli, non sono postille. Sono macigni.

Il problema economico nasce dal fatto che uno Stato belligerante, per forza di cose, riconverte la propria economia in economia di guerra. 

Produzione industriale, spesa pubblica, ricerca tecnologica, mercato del lavoro: tutto viene piegato ad un solo obiettivo, vincere o almeno resistere. 

Questo spostamento di risorse verso la macchina militare non è un dettaglio contabile: significa che oggi in Russia per ogni due rubli di tasse raccolte dallo Stato, uno viene speso per armi, risorse belliche e spese dirette per il conflitto.

Così le armi diventano beni “produttivi”, e la distruzione diventa un investimento.

Ma il punto è sempre lo stesso: un’economia di guerra funziona solo finché c’è la guerra. 

Quando il conflitto finisce, riconvertire è un inferno. 

Le fabbriche non tornano automaticamente a produrre beni civili, la spesa pubblica resta drogata, il debito pesa come piombo, l’inflazione morde. 

La storia lo dimostra senza pietà, con paralleli inquietanti ed affinità sorprendenti.

La Germania del 1918 ne è l’esempio classico: milioni di reduci, industrie riconvertite male e tardi, disoccupazione, inflazione, frustrazione collettiva. 

Da quel pantano nacquero i mostri del Novecento.
E l’URSS post-Afghanistan non andò meglio: una guerra lunga, costosa, apparentemente “periferica”, contribuì a logorare un sistema economico già stanco, accelerando il collasso degli anni Ottanta.

Il secondo problema è sociale, ed è ancora più esplosivo. 

Mandare al fronte decine o centinaia di migliaia di giovani significa creare una generazione di reduci. 

Ragazzi che tornano cambiati, spesso spezzati, difficili da reinserire nel mondo produttivo e nella vita civile. 

Il cosiddetto “reducismo” non è una parola da manuale scolastico: è una forza politica, sociale, talvolta violenta. 

Gli Stati che non lo capiscono in tempo lo pagano caro.

Non è un destino che riguarda solo gli sconfitti o i regimi autoritari.
Dopo il Vietnam lo hanno sperimentato anche gli Stati Uniti, la più grande potenza economica e militare del pianeta.
Milioni di giovani rientrarono da una guerra lontana, impopolare, spesso incomprensibile, trovando al loro ritorno indifferenza, diffidenza, talvolta ostilità.
Il cinema americano lo ha raccontato meglio di molti saggi di sociologia. Nato il 4 lugliomostra la frattura insanabile tra il mito patriottico e la realtà dei reduci; Il Cacciatoreracconta il silenzio, il trauma, l’impossibilità di tornare davvero a casa.
Non sono stati film contro l’America: sono stati film contro l’illusione che una guerra finisca quando finiscono i combattimenti.

Tutto questo valeva ieri come vale oggi. 

E vale, soprattutto, per la Russia di Vladimir Putin.

Negli ultimi anni la Russia ha costruito una economia di guerra vera e propria. 

I numeri parlano chiaro, e non sono propaganda occidentale: la spesa militare russa ha raggiunto livelli storicamente altissimi, arrivando a rappresentare oltre il 6–7% del PIL, ed una quota enorme del bilancio pubblico. 

In termini reali, una parte gigantesca delle risorse statali viene drenata verso armamenti, logistica militare, stipendi delle forze armate, produzione bellica.

Questo significa una cosa semplice e brutale: la Russia oggi cresce – se cresce – perché produce guerra, non benessere. 

Le industrie civili arrancano, la spesa sociale viene compressa, i fondi accumulati negli anni precedenti vengono consumati per sostenere lo sforzo militare. 

Le riserve finanziarie non sono infinite, e nemmeno la pazienza della società lo è.

Chi pensa che tutto questo non pesi sulle decisioni del Cremlino commette un errore grossolano. 

Putin sa perfettamente che chiudere la guerra non significa tornare alla normalità, ma affrontare una fase potenzialmente destabilizzante: riconversione industriale difficile, bilanci pubblici sotto stress, decine di migliaia di reduci da reinserire, aspettative sociali da gestire, tensioni interne da contenere.

Tutto questo spiega almeno in parte una dinamica che spesso sfugge nei titoli dei giornali: non esiste una leva facile o immediata per invertire la rotta.

Ecco perché a mio avviso l’idea di una Russia “ansiosa di chiudere la partita” è una lettura superficiale. 

Non si tratta di cinismo o di gusto per la guerra in sé. Si tratta di calcolo politico. 

Una guerra lunga è costosa, ma un dopoguerra mal gestito può essere letale per un regime.

La storia insegna che molti sistemi politici non crollano durante la guerra, ma dopo, quando la propaganda non basta più, quando i conti non tornano, quando le fabbriche devono produrre altro che cannoni, e quando i reduci chiedono risposte concrete, non slogan patriottici.

Putin questo lo sa. E lo sanno anche quelli che, in Occidente, fingono di non capirlo per semplificare il racconto. 

La guerra in Ucraina non è solo una questione di territori o di equilibri geopolitici: è una trappola economica e sociale che, una volta imboccata, rende l’uscita sempre più rischiosa.

Le armi prima o poi tacciono. 

Ma i bilanci, i conti pubblici e le fratture sociali continuano a parlare. 

E spesso lo fanno più forte dei cannoni.

Vietnam o Ucraina, democrazia od autocrazia: i reduci, i conti e le tensioni sociali parlano sempre la stessa lingua, quella del dopoguerra, che nessuno vuole davvero affrontare.

Umberto Baldo

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