I trumpiani nostrani: tifosi dell’apocalisse con cravatta rossa (e poco cervello)

Di Alessandro Cammarano
Settantadue minuti di monologo al World Economic Forum di Davos: non un discorso, ma un assedio verbale. Un flusso ininterrotto di bugie a pieno regime, qualche mezza verità gettata lì come foglia di fico, una pioggia di minacce distribuite con la generosità di un boss che “segna i nomi sul taccuino”, e sopra tutto un narcisismo così ipertrofico da sembrare ormai una categoria clinica autonoma. Trump si è presentato al consesso dei potenti del mondo come si entra in un saloon: petto in fuori, pistola retorica sul tavolo, sguardo da sceriffo autoproclamato. Non ha parlato di cooperazione, ma di vendette; non di futuro, ma di sé stesso; non di politica, ma di dominio.
Ed è da qui che bisogna partire per capire il fenomeno. Perché quel discorso non è stato un incidente, ma un manifesto. La sintesi perfetta di un personaggio che ormai non è più solo un politico, ma un genere letterario: un ibrido tra noir mafioso e tragicommedia senile. Un Tycoon arancione oscillante tra il boss di quartiere e il presentatore di televendite cognitive, tra la minaccia sussurrata e l’autocompiacimento urlato, tra il razzismo da bar di periferia e la confusione mentale da flipper impazzito.
Eccoli, dunque, finalmente riuniti nello stesso acquario ideologico: Donald Trump e i trumpiani nostrani. Da una parte il capo che parla come un capoclan, gesticola come un venditore di pentole miracolose e governa – o pretende di governare – con la stessa logica con cui si gestisce una bisca clandestina: fedeltà cieca, nemici da schiacciare, conti da regolare. Dall’altra i boccaloni certificati DOCG che si abbeverano alle sue follie come fossero acqua benedetta, salvo poi lamentarsi che “il mondo è diventato marcio”. Marcio sì, ma con il loro entusiasmo.
Dall’America continuano ad arrivare cronache sempre più inquietanti: tribunali trasformati in palcoscenici politici, giudici trattati come arbitri corrotti, piazze cariche di odio, aggressioni che smettono di essere eccezioni per diventare tragica regola. Una democrazia che cammina sulle stampelle, mentre qualcuno prova a strappargliele per sport. E cosa fanno i trumpiani italiani? Applaudono. Fanno il tifo. Esultano per ogni degenerazione come se fosse una puntata particolarmente riuscita della serie. Per loro, l’incendio non è una tragedia: è intrattenimento.
Il trumpiano nostrano è una creatura sociologicamente affascinante. Dice di odiare l’imperialismo americano ma ama l’americano più imperiale che ci sia. Si dichiara patriota ma sogna un uomo forte straniero che insulta chiunque non gli somigli. Odia le élite ma venera un miliardario. Difende il “popolo” ma disprezza la gente reale, quella che studia, lavora, ragiona. È contro il sistema purché il sistema abbia un capo con la cravatta rossa e la pelle color albicocca troppo matura.
Li riconosci dal lessico: “deep state”, “agenda”, “traditori”, “risveglio”. Parlano come se vivessero dentro una serie complottista a basso budget, con musiche drammatiche in sottofondo e colpi di scena ogni tre post. La verità, per loro, è una mozzarella lasciata al sole: se fila va bene, se puzza ancora meglio, perché “l’odore forte sveglia le coscienze”. Quando dagli USA arrivano notizie di violenze politiche, scontri armati, processi, non si interrogano: esultano. Le sirene diventano fanfare, le sentenze trailer, i feriti effetti speciali.
Trump, intanto, continua il suo personale combattimento contro il flusso di coscienza. Confondere nomi, ruoli, paesi è diventata una specialità della casa. Ripete frasi come un disco rigato, si perde nei suoi stessi slogan, parla come un pilota che scambia la torre di controllo per un influencer. E loro sotto, fedeli, gridano: “Avanti comandante!”. Difendono ogni scivolone come se fosse una mossa di scacchi tridimensionali. Se dice una cosa sensata, è un genio. Se dice una sciocchezza, è colpa del complotto. Se dice una cosa palesemente delirante, è un piano segreto. L’infallibilità per procura, servizio premium incluso.
Nel frattempo, i trumpiani locali trasformano la brutalità verbale in virtù civica. L’insulto diventa “schiettezza”. Il razzismo diventa “dire quello che pensano tutti”. La menzogna diventa “narrazione alternativa”. È l’osteria digitale elevata a sistema politico: vince chi urla di più, perde chi prova a ragionare.
C’è anche un lato sentimentale, va detto. Molti trumpiani nostrani sono delusi cronici: dal lavoro, dalla politica, dalla vita. Cercano scorciatoie emotive. Vogliono vendette rapide, non soluzioni lente. Vogliono capi, non istituzioni. Vogliono bugie confortevoli, non verità faticose. Trump, in questo senso, è perfetto: non chiede studio, chiede fede. Non propone riforme, propone nemici. Non costruisce, promette demolizioni.
E così assistiamo al grande paradosso: un leader che flirta apertamente con il razzismo e mostra segni sempre più evidenti di logoramento mentale viene idolatrato come salvatore, mentre una folla di epigoni mediterranei lo difende dai tavolini dei bar, dai divani sformati, dagli smartphone con la cover rotta. Un esercito di leoni da tastiera guidato da un generale che spesso fatica a ricordare la mappa.
Si credono rivoluzionari, ma sono solo fan. Non vogliono cambiare il sistema: vogliono cambiare padrone. Sognano la frusta “giusta”, quella che colpisce gli altri. Quando il capo promette di “ripulire”, loro sentono profumo di detersivo morale, senza capire che spesso è candeggina istituzionale: brucia tutto, anche i tessuti sani.
Intanto la democrazia viene trattata come un condominio litigioso: urla, accuse, porte sbattute. Solo che al posto del parcheggio c’è la Costituzione. E al posto dell’amministratore c’è un uomo che governa come se fosse in un reality show permanente.
Trump continuerà a oscillare tra il boss decadente e il nonno confuso con megafono incorporato. I trumpiani nostrani continueranno a bere da quella fonte torbida, convinti che sia acqua di montagna. E noi, nel mezzo, dovremo ricordare una cosa noiosa, quindi radicale: che il potere non è intrattenimento, che la rabbia non è un programma politico, che la stupidità urlata non diventa intelligenza solo perché ha molti like.
E soprattutto che tra gangsterismo e demenza, tra fanatismo e servilismo, esiste ancora una parola fuori moda, quasi sovversiva: dignità. Non fa trend. Ma tiene in piedi le case. Anche quando scricchiolano.
















