12 Marzo 2026 - 8.55

Dal pozzo medievale alla desalinizzazione: la guerra della sete

Abbiamo appreso che qualche giorno fa Teheran in risposta ad un raid aereo (non rivendicato da nessuno) su un dissalatore sulla propria isola di Qeshm ne ha attaccato uno in Bahrain.

Una notizia apparentemente secondaria di un danno collaterale, ma che invece è potenzialmente esplosiva.

Gli esseri umani cambiano armi, divise, retorica patriottica. 

Però le idee di base restano sempre quelle. 

Se vuoi piegare una città non serve sempre distruggerla. Basta tagliarle l’acqua. Semplice, brutale, e tristemente efficace.

Nel Medioevo era quasi routine. Gli eserciti che assediavano una città o un castello non avevano fretta. Non bombardavano, non facevano blitz chirurgici, non twittavano comunicati militari. Chiudevano le vie di accesso, occupavano le sorgenti, deviavano i canali. 

Poi aspettavano. La fame arrivava lentamente, ma la sete arrivava prima. 

E quando arrivava la sete, le porte delle città si aprivano quasi sempre da sole.

Secoli dopo, con tutta la nostra tecnologia, i satelliti, i droni e l’intelligenza artificiale, la logica è rimasta identica. 

Solo che al posto dei pozzi medievali oggi ci sono le infrastrutture dell’acqua. 

Ed alcune di queste sono terribilmente fragili.

Nel Golfo Persico, ma anche in Israele, l’acqua è da sempre una questione di sopravvivenza geopolitica. 

La misura che gli idrologi usano per descrivere la situazione si chiama stress idrico: il rapporto tra quanta acqua un paese utilizza e quanta la natura riesce a rinnovare. 

Se il valore è al 100 per cento significa che si usa tutta l’acqua disponibile. 

Se lo si supera, vuol dire che si consuma più acqua di quella che la natura restituisce.

Il resto bisogna inventarselo.

I numeri della regione sono quasi surreali.  L’Egitto ha uno stress idrico del 6.420 per cento, il Bahrain del 3.878 per cento, gli Emirati Arabi Uniti del 1.708 per cento, l’Arabia Saudita dell’883 per cento.

Sono cifre che spiegano una verità semplice: senza tecnologia questi Paesi non potrebbero sostenere le città, l’agricoltura e l’industria che hanno costruito negli ultimi cinquant’anni grazie al petrolio.

La soluzione trovata è la desalinizzazione. 

L’acqua del mare viene aspirata, filtrata, spinta attraverso membrane e trasformata in acqua potabile. 

Funziona. Ma è una soluzione industriale, non naturale. 

E come tutte le grandi macchine industriali è potente quanto vulnerabile.

Oggi nella Penisola Arabica esistono quasi 450 impianti di desalinizzazione. 

Otto dei dieci più grandi del pianeta sono lì. 

Da soli producono più del 30 per cento dell’acqua desalinizzata del mondo.

Questo significa che una delle regioni più ricche del pianeta vive solo grazie a gigantesche “fabbriche d’acqua” piazzate lungo la costa.

Fabbriche enormi. Costose. Visibili. E soprattutto difficili da difendere.

Il simbolo di questa fragilità è l’impianto di Jubail, sulla costa saudita. 

Produce circa 1,6 milioni di metri cubi d’acqua al giorno ed alimenta Riad attraverso un sistema di condotte lungo 500 chilometri. 

Più del novanta per cento dell’acqua potabile della capitale saudita arriva da lì.

In un cablogramma diplomatico americano del 2008, poi rivelato da WikiLeaks, la questione veniva descritta con una franchezza quasi brutale: se Jubail venisse distrutto, Riad dovrebbe essere evacuata entro una settimana.

Non esattamente il genere di dettaglio che tranquillizza chi governa una monarchia petrolifera.

Negli anni successivi i sauditi hanno investito molto per rafforzare queste infrastrutture. Difese aeree, protezioni fisiche, sistemi anti-drone, riserve idriche d’emergenza. 

Il Qatar, ad esempio, ha costruito quindici giganteschi serbatoi strategici dopo che il suo Primo Ministro aveva avvertito che un attacco potrebbe lasciare la regione senz’acqua.

Il problema è che difendere queste strutture è molto più difficile che colpirle.

Gli impianti sono sulla costa. I tubi che aspirano l’acqua marina sono facili da individuare. 

Un drone relativamente economico può provocare danni che richiedono mesi per essere riparati. 

In termini militari sono un bersaglio perfetto: grandi, indispensabili e difficili da sostituire.

C’è anche un’altra vulnerabilità, più subdola. 

L’acqua che entra negli impianti arriva dal mare. 

Se il mare viene contaminato, tutta la catena si ferma.

La storia offre già un precedente inquietante. 

Nel gennaio del 1991, durante la guerra del Golfo, le truppe irachene di Saddam Hussein aprirono le valvole di un oleodotto kuwaitiano riversando milioni di barili di greggio nel mare. L’obiettivo era duplice: ostacolare uno sbarco anfibio delle forze alleate e danneggiare gli impianti di desalinizzazione sauditi.

L’operazione riuscì solo in parte, ma il Kuwait perse gran parte della propria capacità di produzione d’acqua, e per anni fu costretto a importarla dall’estero.

La domanda, allora, è inevitabile: se questa infrastruttura è così vulnerabile, perché l’Iran non l’ha ancora colpita?

La risposta non ha molto a che vedere con il diritto internazionale, che in guerra viene citato spesso ma rispettato molto meno.

La ragione principale è la deterrenza reciproca.

Anche l’Iran ha un sistema idrico fragile. Il Paese dipende da una rete di dighe e invasi nell’entroterra per l’acqua potabile, l’irrigazione, e una parte significativa della produzione elettrica. 

Ma negli ultimi anni la situazione è peggiorata drasticamente: sei anni di siccità hanno ridotto le riserve dei principali bacini a circa un quinto della loro capacità.

Colpire queste infrastrutture significherebbe provocare una crisi umanitaria devastante.

In altre parole, la logica è quella ben nota della distruzione mutua assicurata. 

Solo che al posto delle testate nucleari ci sono le dighe e gli impianti di desalinizzazione.

Un equilibrio del terrore idrico.

C’è poi una seconda ragione, più sottile. 

Alcuni analisti ritengono che Teheran stia volutamente evitando questi obiettivi per inviare un messaggio implicito ai vicini del Golfo: “possiamo fare molto peggio, per cui convincete Washington a fermarsi prima che la situazione degeneri”.

È una forma di pressione indiretta, già vista in altri momenti di tensione nella regione.

Tutto questo spiega una cosa che spesso sfugge quando si parla di Medio Oriente. L’attenzione mondiale è quasi sempre concentrata sul petrolio. I pozzi, gli oleodotti, le petroliere.

Ma nel XXI secolo il vero nervo scoperto della regione potrebbe essere un altro.

Non l’oro nero; l’acqua.

Perché la mano che tiene in vita le città del Golfo non stringe solo un rubinetto di petrolio.

Stringe soprattutto un rubinetto d’acqua.

Potrebbe interessarti anche:

Dal pozzo medievale alla desalinizzazione: la guerra della sete | TViWeb Dal pozzo medievale alla desalinizzazione: la guerra della sete | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy