Dal confronto al silenzio: il caso Parenzo. Padova, la paura di un dibattito

Ci sono città che si riempiono la bocca di parole come dialogo, pluralismo, confronto.
Poi basta un libro, un titolo, e l’aria si fa improvvisamente irrespirabile.
Chi non conosce David Parenzo?
La mattina su L’Aria che tira, il pomeriggio, con Giuseppe Cruciani, a Radio 24 con “La Zanzara”.
Uno dei volti di punta dell’universo Urbano Cairo.
Domani avrebbe dovuto presentare il suo libro, Lo scandalo Israele, alla Scuola della Carità di Padova.
La sua città. Iscrizione via mail, lista chiusa al raggiungimento della capienza.
Cento posti, portati a centodieci per accontentare qualche richiesta in più. Tutto regolare. Tutto civile.
Poi, puntuali, le pressioni, le minacce.
Messaggi alle sale, inviti a cancellare l’evento, accuse pesanti: “nega il genocidio”.
Parenzo ha risposto con una posizione chiara: non nega la guerra, contesta l’uso del termine genocidio.
Sostiene che le parole hanno un peso, una storia giuridica precisa, e che applicarle in modo improprio non aiuta la verità.
Una tesi che, sul piano lessicale, non è isolata.
La stessa Liliana Segre ha invitato alla cautela sull’uso inflazionato di quel termine. E la scrittrice Antonia Arslan ricorda spesso che la parola genocidio, coniata da Raphael Lemkin nel 1944 e formalizzata dall’Onu nel 1948, indica un preciso progetto di eliminazione sistematica di un popolo da parte di uno Stato: Shoah, armeni, Ruanda, Cambogia.
Non ogni guerra, per quanto terribile, rientra automaticamente in quella definizione.
Parenzo sostiene che l’obiettivo dichiarato di Israele non sia la distruzione del popolo palestinese ma l’annientamento di Hamas.
Io credo che se esistesse un premio Nobel per la comunicazione spetterebbe di diritto ad Hamas, perché con una propaganda sapiente, unilaterale e faziosa è riuscita a far riaffiorare nelle società occidentali , e purtroppo anche nei nostri giovani, il morbo dell’antisemitismo, forse mai dal tutto sopito.
Certo Hamas è stata facilitata dalle scelte dei Governi di Benjamin Natanyahu che, abbandonando il socialismo sionista dei Ben Gurion, di Golda Meir, di Ytzhak Rabin, hanno indirizzato la politica dello stato ebraico verso una deriva di destra estrema, contraria ad ogni compromesso.
Si può condividere o meno questa lettura di Parenzo. Ma impedirgli di esprimerla è un’altra cosa.
C’è poi un paradosso che fa sorridere amaramente.
Parenzo non nasce in una sezione di destra.
La sua formazione è nei Ds, a Padova.
A vent’anni viene mandato a Belgrado, nel 1996, a parlare con gli oppositori di Milosevic.
Lavora con Enzo Amendola e Federica Mogherini, futuri protagonisti delle istituzioni europee.
Sostiene la mozione riformista di Enrico Morando al congresso che elesse Piero Fassino segretario dei Ds nel 2001.
Poi lascia la militanza, ma continua a definirsi riformista.
Non esattamente un nostalgico del manganello.
E la sua carriera giornalistica inizia guarda caso con Sandro Curzi a Liberazione, il giornale di Rifondazione Comunista di cui era direttore.
Curzi, la voce della sinistra, non era certo famoso per reclutare fascisti sotto copertura.
Eppure oggi Parenzo, dai Pro-Pal e dal mondo Antagonista padovano, viene trattato come un complice di genocidio per una disputa semantica.
Qui il problema non è Parenzo. È Padova.
Una città universitaria che ha fatto del confronto la sua cifra identitaria, e che ora si scopre fragile di fronte alla pressione di chi ritiene che alcune parole, in primis “Israele” non possano essere pronunciate.
La stessa Padova che ha concesso, tra polemiche, la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese.
Quando si comincia a dover spostare la presentazione di un libro in un luogo segreto per evitare contestazioni, o peggio, qualcosa si incrina nella società.
Tutte le dittature o i regimi teocratici iniziano, talvolta concretamente, talvolta simbolicamente, con i roghi dei libri.
Nel 1933, nella Germania nazista di Adolf Hitler, gli studenti bruciarono opere considerate “non tedesche”. Freud, Marx, Mann. Non fu l’inizio del regime. Fu la sua celebrazione pubblica. Il segnale che il pluralismo era finito.
Nel 1497, la Firenze di Girolamo Savonarola vide il falò delle vanità. Non solo oggetti, ma idee. Se la verità è una sola, il resto va eliminato.
Nella Cina di Qin Shi Huang, si distrussero i testi confuciani per controllare la memoria.
La Inquisizione spagnola mise all’indice gli eretici.
I Khmer Rossi di Pol Pot andarono oltre: eliminarono oltre ai libri anche chi leggeva.
Il rogo non è quasi mai il primo atto. Prima c’è il sospetto. Poi la delegittimazione. Poi l’idea che certe parole siano pericolose.
Il fuoco arriva quando il potere, o una parte della società che si sente potere morale, decide che il pensiero è un nemico.
Non tutte le autocrazie iniziano con un falò in piazza.
Spesso cominciano con pressioni, con richieste di annullamento, con l’isolamento culturale. Il fuoco è solo la versione spettacolare di un processo più silenzioso: la riduzione del pluralismo.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione su Gaza.
lI punto è se in una città italiana del 2026 si possa discutere, civilmente, anche di questo.
I libri non rovesciano i regimi.
Però impediscono ai regimi, e ai piccoli censori locali, di sentirsi moralmente superiori od eterni.
Ed è forse per questo che fanno ancora così paura.
Umberto Baldo
















