26 Gennaio 2026 - 9.33

Contro il manuale Cencelli: sorteggiare la Consob

Umberto Baldo

Non è sfuggito a nessuno che sia in corso un braccio di ferro fra Lega e Forza Italia sulla successione alla presidenza della Consob. Un conflitto tutto politico, come se si trattasse di una poltrona qualsiasi e non della guida dell’Autorità che vigila sulla trasparenza e sul corretto funzionamento dei mercati finanziari. 

La Consob non è un Ministero, né una partecipata pubblica. 

Approva i prospetti informativi, sanziona gli abusi di mercato, tutela i risparmiatori. 

È – almeno sulla carta – un’Authority indipendente, guidata da un collegio composto da un Presidente e quattro Commissari, nominati con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio. Il mandato dura sette anni, non rinnovabili.

Un dettaglio non secondario: ogni dubbio sulla reale indipendenza di questa Autorità non produce solo imbarazzo istituzionale, ma si traduce in un danno reputazionale concreto. 

In finanza, la credibilità è tutto. 

E quando vacilla, il prezzo lo pagano i risparmiatori e le imprese, sotto forma di maggiore rischio e minore fiducia.

L’attuale presidente, Paolo Savona, è in scadenza l’8 marzo 2026. 

La sua presidenza è stata attraversata da dossier delicati, fra i quali la decisione – collegiale – di sospendere per 30 giorni l’Ops di UniCredit su Banco BPM. Una scelta che ha acceso polemiche politiche, ed ha riaperto con largo anticipo il dibattito sulla successione.

Non si tratta di processare uomini o decisioni specifiche. 

Il punto non è Savona, ma il sistema. 

È la constatazione che qualunque scelta, in un clima così avvelenato, finisce per essere letta in chiave politica, anche quando nasce da valutazioni tecniche.

Non è andata meglio sul fronte della scalata di Mps a Mediobanca, dove il giudizio secondo cui “non c’è stata alcuna azione di concerto”, espresso dalla Commissione, è stato messo in discussione dalle indagini – per ora solo indagini – della Procura di Milano. 

Episodi che, a torto o a ragione, hanno finito per intaccare l’immagine di terzietà dell’Autorità, e di conseguenza la  regola non scritta che per anni ha retto; quella di una guida percepita come indipendente dalla contesa politica. 

Una condizione, ripeto, essenziale per mantenere credibilità verso emittenti, intermediari e risparmio. 

Più facile a dirsi che a farsi, visto che la proposta di nomina dei membri della Commissione parte comunque da Palazzo Chigi.

Nel frattempo, però, anche il contesto è cambiato. 

Il mercato finanziario italiano si è progressivamente ristretto: molte aziende hanno lasciato la Borsa, Tod’s per fare un solo esempio; altre sono ormai scambiate soprattutto su piazze estere, come Stellantis. 

A dominare Piazza Affari sono rimaste le grandi partecipate di Stato – Eni, Enel, Terna – e le Banche. 

Tutti soggetti fortemente esposti alle decisioni della politica.

In altri Paesi europei, le Authority di vigilanza sono percepite come strutture tecniche prima ancora che politiche. 

In Italia, invece, ogni nomina diventa un capitolo della trattativa della maggioranza di turno. 

In questo scenario, non stupisce che anche la Consob appaia sempre più politicizzata.

E non è certo un bello spettacolo la guerra fra Lega e Forza Italia sul nome del sottosegretario al Mef Federico Freni, proposto  come Presidente dal partito di Salvini, e rigettato da Tajani. 

Un conflitto che nulla ha a che vedere con i Mercati, e molto con i rapporti di forza interni al Centrodestra.

Forse è arrivato il momento di ammettere che il sistema delle nomine alle Authority non funziona più.

E che servirebbe un cambio di regole radicale, condiviso da destra e sinistra. Perché, ad esempio, non prevedere che ogni Partito possa indicare una candidatura, creando una rosa di nomi, e da lì procedere ad un’estrazione a sorte?

Una procedura del genere scoraggerebbe candidature apertamente politiche, e costringerebbe a puntare su profili di competenza, esperienza e credibilità. 

Non sarebbe l’unica strada possibile: si potrebbe immaginare anche un  Comitato di selezione realmente indipendente, con audizioni pubbliche e motivazioni scritte delle scelte. 

Ma qualunque soluzione richiederebbe una cosa che oggi sembra mancare: la disponibilità della politica a fare un passo indietro.

Immagino già le proteste dei Partiti, che vanno in fibrillazione ogni volta che c’è una “carega” da assegnare. 

Non dimenticatelo mai: il vero potere della Politica è quello di distribuire soldi, e di gratificare gli amici con posti di rilievo ben remunerati. 

Ma la domanda resta.

Se con la riforma della giustizia – prossima al Referendum – si propone l’estrazione a sorte per una parte dei componenti del CSM, con l’obiettivo dichiarato di spezzare il sistema delle correnti e rafforzare l’indipendenza, perché lo stesso principio dovrebbe essere inaccettabile per la Consob?

Sarebbe un segnale forte ai mercati ed ai risparmiatori. 

Vorrebbe dire riconoscere che alcune istituzioni non possono essere governate con il manuale Cencelli in mano. 

E se è la sorte ad assegnare la poltrona, forse chi la occupa si sentirà meno legato agli interessi, più o meno trasparenti, del Partito di provenienza.

Anche alla luce delle recenti polemiche sul Collegio dell’Autorità Garante della Privacy, finito nel mirino della Magistratura per presunte spese pazze, l’estrazione a sorte dei collegi potrebbe diventare un metodo ordinario per le nomine delle Authority di garanzia.

La politica griderebbe allo scandalo? 

Ce ne faremo una ragione. 

Perché ogni volta che una Authority viene trattata come una poltrona da spartire, l’Italia diventa un po’ più rischiosa.
I mercati non votano, non protestano e non fanno polemiche: semplicemente prendono nota.
E alla fine presentano il conto.

Umberto Baldo

PS. So bene che questa proposta non troverà mai spazio fra i partiti, neppure a titolo di discussione. La politica difenderà questo sistema fino all’ultimo, perché è uno dei pochi luoghi in cui il potere si esercita senza dover rendere conto agli elettori.
Ma finché le Authority saranno governate con il manuale Cencelli, nessuno potrà davvero parlare di indipendenza.
Solo di occupazione.

E faccio anche una facile previsione: la diatriba Lega–Forza Italia sulla nomina di Freni verrà risolta ricorrendo alla parolina magica “compensazione”. In parole semplici: “io do una cosa a te e tu dai una cosa a me”. Peccato che si stia parlando di Autorità che dovrebbero essere al di sopra di ogni parte politica. E finché saranno trattate come merce di scambio, i mercati faranno lo stesso con il Paese: lo valuteranno meno.

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