Auschwitz è ovunque

Umberto Baldo
E’ da molti anni che scrivo che il Giorno della Memoria, così com’è diventato, rischia di non servire più a nulla.
Funziona come una messa laica: si sa già cosa dire, chi condannare, quando alzarsi in piedi e quando abbassare gli occhi.
I nazisti erano mostri. Giusto. Applausi. Sipario.
Ma i mostri veri non portano sempre divise o svastiche.
Auschwitz non è stato un incidente storico né una follia improvvisa.
È stato un metodo, una tecnologia del potere: dove l’odio ideologico, razziale ed antisemita ha trovato uno Stato, una burocrazia ed un consenso popolare sufficienti per trasformarsi in volontà di sterminio.
Il risultato di questa “ideologia criminale” è stata l’affermazione che alcune vite non valgono nulla, o valgono meno di altre.
Se Auschwitz fosse solo un luogo, oggi sarebbe solo un museo.
Ma Auschwitz è una possibilità permanente, e per questo è ovunque.
È a Teheran, dove la teocrazia criminale al potere ha massacrato migliaia di cittadini; donne, uomini, ragazzi.
Non “terroristi”, non “nemici”: persone colpevoli solo di avere la libertà nel cuore, che per quanto riguarda le ragazze significa anche il solo volere sentire il vento fra i capelli.
È in Sudan, dove intere popolazioni vengono sterminate, villaggio dopo villaggio, mentre il mondo finge di guardare altrove.
È in Russia, dove la guerra di conquista e repressione si fa contro civili inermi, prigionieri e giornalisti.
E’ in Cina dove si cerca di annientare uiguri, tibetani e mongoli.
E’ in Siria dove i Curdi sono stati più volte usati dagli Usa in funzione anti-Isis e adesso per l’ennesima volta abbandonati nella morsa Siria-Turchia-Israele.
È persino nelle democrazie che credevamo consolidate.
Vedere agenti dell’ISE in azione per le strade delle città americane richiama le immagini delle retate delle SS o della Gestapo: sorveglianza di massa, identificazione di sospetti, minoranze trattate come nemici interni.
Cambiano, luoghi, strumenti, uniformi, parole d’ordine: il meccanismo è sempre lo stesso.
Ovunque si colpisca una minoranza non per quello che fa, ma per quello che è.
Ovunque si trovi una scusa — “non è il momento”, “bisogna capire il contesto”, “è complicato” — per negare diritti fondamentali.
Il “contesto” è sempre stato l’alibi dei carnefici.
Ai più giovani, giustamente, il nazismo dice poco: lontano, polveroso, scolastico.
Ma Auschwitz non parla di svastiche: in realtà parla di noi.
Di quanto siamo disposti a tollerare che lo Stato od un Autocrate decida chi è dentro e chi è fuori dall’Umanità.
Il nuovo antisemitismo cresce anche per questo.
Quando la memoria diventa identitaria invece che universale; quando Auschwitz è una bandiera anziché un avvertimento, smette di unire e comincia a dividere.
E la divisione è terreno fertile per l’odio.
Ricordare Auschwitz non significa ripetere “mai più” come mantra stanco.
Significa riconoscere il “già di nuovo”.
Il Giorno della Memoria dovrebbe indurci ad una domanda semplice ed insopportabile: dove stiamo guardando dall’altra parte, oggi?
E soprattutto: chi stiamo lasciando solo, in questo preciso momento della storia?
Perché Auschwitz non torna mai uguale.
Cambia lingua, cambia bandiera, cambia giustificazione.
Ma quando una società accetta che esistano vite sacrificabili, il nome è sempre lo stesso.
Umberto Baldo
















