6 Febbraio 2026 - 11.58

Le vacanze di una volta: lente, sgangherate e indimenticabili

Di Alessandro Cammarano

C’erano una volta le vacanze. Non “le ferie”, non “il ponte”, non “il weekend lungo”, ma proprio le vacanze, con l’articolo determinativo e il tono solenne delle cose che capitano una sola volta all’anno, come l’eclissi o la maturità. Accadevano ad agosto, rigorosamente ad agosto, quando le città si svuotavano fino a sembrare scenografie abbandonate, con le serrande abbassate, i gatti padroni dei marciapiedi e l’edicola eroica che resisteva come un avamposto di civiltà. Era un esodo biblico ma senza GPS, senza app, senza tutor, senza notifiche: si partiva e basta, armati di pazienza, panini con la frittata e una carta Michelin che, una volta aperta, non sarebbe mai più tornata nella sua forma originaria, esattamente come la dignità dopo dodici ore in coda sotto il sole.

Oggi la ministra Santanché sogna di sovvertire il calendario scolastico per “ottimizzare” le vacanze, parola che tradotta significa renderle tutte uguali, tutte concentrate, tutte vendibili in pacchetto, possibilmente con braccialetto fluorescente al polso e buffet incluso. Ma le vacanze di una volta non si ottimizzavano: si subivano con gioia. Erano scomode, lente, sudate, spesso anche brutte, e proprio per questo memorabili. Altro che destagionalizzazione: la stagione era una, ed era sacra. Agosto. Punto.

Si sceglievano pensioncine dal nome rassicurante – “Aurora”, “Bellavista”, “Eden” – che di eden avevano giusto il basilico sul davanzale. Pensioni a conduzione familiare, dove la famiglia era davvero una famiglia: la nonna al forno, la figlia in sala, il marito al bar e il figlio adolescente condannato alla reception come a un Purgatorio stagionale. Il dolce della domenica era un evento liturgico: una teglia di crostata da cui la signora Maria, con gesto equanime e vagamente sovietico, attingeva con parsimonia, creando una fraternità gastronomica che oggi verrebbe bloccata da tre protocolli sanitari e un’incursione dei NAS.

Le stanze avevano l’odore inconfondibile del legno stantio e di lisoformio, i letti scricchiolavano come vecchi marinai e il ventilatore sul soffitto girava lentamente, più per dare speranza che per dare aria. Ma nessuno si lamentava davvero. O meglio, ci si lamentava continuamente, che è diverso: il lamento era parte integrante dell’esperienza, come il canto delle cicale o il traffico sulla statale Adriatica.

E poi c’erano le code in autostrada, monumenti nazionali mai dichiarati patrimonio UNESCO.

Ore immobili, finestre abbassate, bambini che litigavano sul sedile posteriore, madri che distribuivano succhi di frutta tiepidi come se fossero razioni di sopravvivenza, padri che consultavano la cartina con l’aria grave di un generale durante una campagna militare. “Secondo me abbiamo sbagliato uscita” era la frase che inaugurava il panico. Nessuno aveva idea di dove fosse realmente, ma tutti erano convinti che mancasse “poco”, concetto elastico che poteva significare venti minuti o due ore e mezza.

Le vacanze di una volta erano anche le colonie estive, quelle fabbriche di ricordi indelebili dove bambini di tutta Italia venivano parcheggiati in file ordinate, con cappellino uguale per tutti e crema solare distribuita come vernice industriale. Sveglia all’alba, inno mattutino, mare a turni, montagna a scaglioni, educatori con fischietto e pazienza monastica.

Si tornava a casa abbronzati a chiazze, con una nostalgia precoce e una cartolina obbligatoria scritta in stampatello: “Caro papà, cara mamma, sto bene. Qui si mangia tanto. Torno presto”.

C’era entusiasmo, sì, un entusiasmo ingenuo, quasi commovente. Si aspettava la partenza per mesi. Si contavano i giorni sul calendario con la biro rossa. La valigia veniva preparata e rifatta tre volte, sempre con dentro cose inutili e sempre senza quella indispensabile. Ma si partiva con l’idea che stesse per accadere qualcosa di importante, anche se non si sapeva bene cosa. Forse solo il diritto sacrosanto a non fare nulla, a stare seduti su una sedia di plastica a guardare il mare come se fosse una televisione in alta definizione ante litteram.

Oggi invece le vacanze sono diventate un format. Stesso villaggio, stesso programma di animazione, stesso aperitivo al tramonto fotografato da milioni di smartphone identici. Tutto efficiente, tutto prenotabile, tutto “esperienziale” ma stranamente privo di esperienza vera. E ora ci si mette anche la politica del turismo, che sogna calendari scolastici flessibili per facilitare flussi, incassi, occupazioni alberghiere, possibilmente negli stabilimenti griffati del potere balneare. Una vacanza modulare, seriale, in franchising: entri, consumi, esci, lasci la recensione.

Le vacanze di una volta erano un’altra cosa. Erano lente, imperfette, spesso un po’ miserelle, ma avevano un cuore. Erano il tempo sospeso in cui si facevano amicizie destinate a durare una settimana e a sembrare eterne, si flirtava con la ragazza dell’ombrellone accanto senza mai trovare il coraggio di chiederle il cognome, si mangiava troppo e si dormiva male, ma si tornava a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa di vero.

Forse idealizziamo, certo. Forse eravamo solo più giovani e quindi tutto sembrava più grande: il mare più blu, le estati più calde, le attese più emozionanti. Ma una cosa è certa: quelle vacanze non erano un prodotto da scaffale. Erano un rito collettivo, sgangherato e magnifico, che iniziava con una coda in autostrada e finiva con la malinconia dell’ultimo giorno, quando si salutava la pensioncina, il barista, il vicino d’ombrellone, promettendo di tornare l’anno dopo, sapendo benissimo che non sarebbe successo.

Ecco, forse è questo che dà fastidio oggi: che le vacanze, per essere davvero tali, devono essere un po’ inutili, un po’ fuori controllo, un po’ irripetibili. Tutto il contrario delle vacanze “ottimizzate”, calendarizzate, brandizzate.

Quelle non sono vacanze: sono turni di consumo al mare. Le altre, quelle di una volta, erano vita in costume da bagno. E scusate se è poco.

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