6 Febbraio 2026 - 9.37

Il genocidio curdo diluito nel tempo

Umberto Baldo

In questa fase storica in cui si usa spesso, e spesso a sproposito, il termine “genocidio”, c’è un genocidio che non fa notizia perché non esplode.

Non ha una data unica, non ha un “prima” ed un “dopo”, non ha nemmeno un colpevole solo. 

È un genocidio che si consuma lentamente, nel tempo, a strati successivi. 

Proprio per questo è più facile da negare, da relativizzare, da ignorare.

Imi riferisco a quello del popolo curdo.

Ve ne già parlato altre volte, ma tenere un faro sempre acceso sul Kurdistan lo sento come un dovere morale. 

I curdi sono circa 35 milioni di persone, il quarto gruppo etnico del Medio Oriente. 

Una lingua, una cultura, una storia millenaria; e la condanna di non avere uno Stato.

Non per un accidente della storia, ma per una precisa convergenza di paure e interessi.

La vera sfortuna dei curdi è geografica e politica insieme. 

Abitano divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. 

Quattro Stati che su tutto litigano, ma su una cosa sono sempre stati perfettamente allineati: un Kurdistan indipendente non deve nascere.
Da qui discende il resto; repressione, assimilazione forzata, deportazioni, bombardamenti, cancellazione culturale. 

Cambiano i metodi, non l’obiettivo.

In Iraq, sotto Saddam Hussein, il genocidio ha assunto una forma quasi “classica”: l’operazione Anfal, Halabja, le armi chimiche. 

Qui il termine genocidio non è un’opinione, è un fatto storico.
Altrove la distruzione è stata più lenta, più elegante, più presentabile. 

In Turchia, per decenni, i curdi non esistevano nemmeno: erano “turchi delle montagne”. Vietata la lingua, negata l’identità, militarizzato il territorio. 

Un genocidio culturale accompagnato, quando serviva, da quello militare.

Oggi, in questa specie di staffetta repressiva, è il turno della Siria.

Già dagli anni Sessanta e settanta del secolo scorso, infatti, il Governo baathista aveva portato avanti una strategia sistematica di “arabizzazione forzata” dei territori del nord, trasformando di fatto la demografia di alcune zone attraverso la deportazione di famiglie curde, la confisca delle loro proprietà, e la creazione di insediamenti arabi, al fine di creare la cosiddetta “cintura araba” al confine con la Turchia.

Il tutto accompagnato  dalla negazione della cittadinanza siriana e  dal divieto dell’uso della lingua nelle scuole, nei documenti ufficiali, e persino nella denominazione di villaggi e luoghi.
Ora il Paese è passato dalle mani di Bashar al-Assad a quelle di un nuovo Governo guidato da un ex jihadista, Ahmed al-Sharaa, già noto come al-Jolani. 

Un passato di efferato terrorista ripulito in fretta, una patente di rispettabilità concessa per stanchezza geopolitica. 

E uno schema già visto: smantellare, una dopo l’altra, le forme di autonomia conquistate dai curdi siriani del Rojava, a prezzo di sacrifici enormi.

Di questo si parla poco. E quel poco, per chi governa a Damasco, è già troppo.

L’Occidente guarda altrove.
Gli Stati Uniti valutano persino il ritiro del contingente rimasto sul terreno in Siria. 

Un segnale chiarissimo: “grazie per il servizio, ora arrangiatevi!” 

Ancora una volta.

Ed è qui che l’ipocrisia diventa quasi insultante. 

Perché questi curdi non sono solo una minoranza perseguitata. 

Sono stati, e sono, alleati naturali dell’Occidente e di Israele. 

Hanno combattuto in prima linea contro lo Stato Islamico quando molti facevano calcoli, distinguo, rinvii. 

Hanno difeso valori che l’Occidente ama proclamare e pratica sempre meno.

Il Rojava non è solo una regione curda. È un modello politico.
Un Islam illuminato, laico, compatibile con la libertà di coscienza, con l’uguaglianza civile, con la modernità democratica. 

Non a parole, ma nei fatti.
Nei loro eserciti combattono battaglioni di donne. 

Non come mascotte, non come simbolo folcloristico, ma come comandanti, soldati, decisori. 

Una parità uomo-donna reale, istituzionalizzata, che costituisce forse l’elemento più rivoluzionario dell’intero esperimento sociale curdo.

Una rivoluzione femminista riuscita, filmata e documentata, che smentisce nei fatti la tesi pigra e omicida del “conflitto tra civiltà”.

Ed è proprio questo che fa paura.
Una donna armata, che  combatte e comanda, in Medio Oriente è un atto politico eversivo, per i regimi autoritari, per gli islamismi. 

E, in fondo, anche per un certo Occidente cinico, che preferisce alleati docili ad esempi scomodi.

Perché dimostra che non esiste alcuna incompatibilità naturale tra Islam e democrazia.  

Perché dimostra che un Islam illuminato, laico, compatibile con la libertà di coscienza e l’uguaglianza civile non solo è possibile, ma funziona. 

Perché dimostra che la modernità politica non è un’esclusiva occidentale.

E tutto ciò per i regimi autoritari ed autocratici  è un esempio troppo pericoloso per essere tollerato. 

La storia dei curdi, a ben vedere, è semplice.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Sèvres del 1920 prevedeva la nascita di uno Stato curdo. 

Tre anni dopo, con il Trattato di Losanna, quella promessa sparì. 

Da allora, un secolo di rivolte represse, accordi traditi, ed illusioni coltivate e spezzate. 

Non a caso i curdi ripetono da sempre: “Non abbiamo amici, se non le montagne”.

Oggi come ieri, il punto fermo è uno solo: Turchia, Iran, Iraq e Siria non vogliono un Kurdistan indipendente e sovrano. 

Tutto il resto è teatro diplomatico. 

Da questa paura nasce la persecuzione sistematica, che assume di volta in volta la forma della guerra, della pulizia etnica, della cancellazione culturale.

Il genocidio curdo continua così.
Non con un’esplosione, ma con una lenta erosione. 

Un genocidio diluito nel tempo, più lungo, e quindi più facile da ignorare.

Vedrete: anche stavolta nessuno muoverà davvero un dito.
L’Europa continuerà a non potere, non sapere, non volere. 

Una gilda di mercanti che scambia la prudenza per irrilevanza.

Sull’altro piatto della bilancia restano loro, i curdi.
Alleati quando servono, sacrificabili quando disturbano chiedendo qualche diritto. 
E, come sempre, …….con le montagne come unici amici.

Umberto Baldo

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