4 Febbraio 2026 - 11.36

Verso una nuova guerra civile americana?

Non sono il solo a pensarlo, ma il fatto che non lo si dica abbastanza forte non lo rende meno vero: per la prima volta dalla Guerra di Secessione gli Stati Uniti sembrano affacciarsi sul rischio concreto di una nuova guerra civile. 

Non con le giacche blu e grigie, non con i cannoni, almeno non ancora. 

Ma con qualcosa di altrettanto corrosivo: la demolizione progressiva e sistematica delle regole che tengono insieme una democrazia.

I segnali ci sono tutti; anzi, i prodromi, per usare un termine più clinico. 

E il quadro che ne esce non è quello di una febbre passeggera, ma di una malattia che si è cronicizzata.

La democrazia americana si sta avvitando su se stessa, sospinta da una miscela esplosiva fatta di tre elementi principali. 

Nessuno nuovo in senso assoluto, ma mai così perfettamente combinati.

Il primo è la trasformazione del Partito repubblicano in un partito apertamente populista. 

Un processo iniziato mezzo secolo fa, lentamente, quasi sottotraccia, e concluso nel 2016, quando Donald Trump vinse le primarie e poi la presidenza apparendo, almeno all’inizio, come un corpo estraneo alla storia del GOP. 

Oggi sappiamo che non era un incidente, ma il punto di arrivo. 

Il trumpismo non ha occupato il Partito repubblicano: ne è diventato l’identità.

Il secondo elemento è una rilettura sempre più aggressiva della Costituzione, cominciata negli anni di Reagan e portata avanti con ostinazione. 

L’obiettivo è chiaro: riportare sotto il controllo diretto del Presidente una serie di organismi che il Congresso aveva creato proprio per sottrarli all’arbitrio dell’esecutivo. Agenzie federali, autorità indipendenti, perfino la Federal Reserve, cioè l’istituzione che governa la moneta. Tutto deve rispondere a una sola catena di comando; tutto deve piegarsi alla Casa Bianca.

Il terzo elemento, forse il più decisivo, è una Corte Suprema a solida maggioranza conservatrice. 

Una Corte che, soprattutto da quando John Roberts ne è diventato Presidente, ha smesso di essere un arbitro per trasformarsi in un giocatore. 

Roberts è stato a lungo raccontato come un uomo di equilibrio, un moderato. 

Nei fatti si è rivelato un esecutore disciplinato della strategia della destra repubblicana.

Con lui e con altri cinque giudici è venuta meno la funzione originaria della Corte: difendere la Costituzione. 

Al suo posto si è affermata, con poche eccezioni, una nuova missione non dichiarata ma evidente: difendere l’Esecutivo dalla Costituzione.

Detta senza giri di parole, la Corte Suprema, che per oltre due secoli è stata l’ultimo baluardo contro derive autoritarie e demagogiche, sta tradendo il proprio mandato.

Gli esempi non mancano, anzi sono fin troppo evidenti. 

La Corte ha lasciato completamente impunita la grande menzogna trumpiana sui presunti brogli elettorali del 2020. Una menzogna mai dimostrata, smentita in oltre sessanta cause legali in tutti gli Stati Uniti, ma diventata il pilastro ideologico del trumpismo: l’uomo del destino fermato solo dall’imbroglio.

Come se non bastasse, la Corte ha fatto finta di non vedere l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, il tentativo più grave di sovvertire un risultato elettorale nella storia americana moderna. 

Un’azione che non fu un’esplosione spontanea di rabbia, ma il culmine di due mesi di manovre per annullare la vittoria di Joe Biden.

Poi è arrivata la ciliegina: la sentenza del primo luglio 2024, con cui la Corte ha di fatto esteso l’immunità presidenziale fino a renderla quasi assoluta. Un salvacondotto pensato su misura per Trump, per metterlo al riparo da conseguenze penali e politiche. Compresa, indirettamente, la strada per il perdono dei protagonisti dell’assalto al Congresso, che, è bene ricordarlo, non fu affatto incruento.

Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti del Potomac. 

Dal 2016 in poi Trump e il suo entourage hanno avuto tutto il tempo di riflettere, imparare dagli errori e preparare il passo successivo. 

Non più solo la conquista delle istituzioni, ma l’attacco sistematico a quattro pilastri della società civile che per quasi un secolo hanno rappresentato un potente contrappeso al potere politico: il grande business, con l’eccezione parziale e opportunistica dei mercati finanziari, i grandi media, le Università, soprattutto quelle d’élite, i grandi studi legali. 

Settori da delegittimare, umiliare, disinnescare. Non perché siano “di sinistra”, ma perché sono autonomi.

Perché allora parlare apertamente del rischio che gli Stati Uniti siano sul punto di smarrire quella che abbiamo sempre chiamato, forse con troppa leggerezza, la loro gloriosa democrazia?

Per un motivo molto semplice. 

Donald Trump sa che alle elezioni di midterm di novembre perderà con ogni probabilità la Camera dei Rappresentanti; forse anche il Senato. 

Lo dicono i sondaggi, ma lo confermano i fatti: la recente elezione suppletiva in un collegio del Texas, storicamente conservatore, che Trump aveva vinto nel 2024 con oltre trenta punti di vantaggio, è stata conquistata senza affanni da un candidato democratico.

Trump sa anche un’altra cosa: perdere la Camera significherebbe la riapertura  nel 2027 delle inchieste sul suo operato e su quello dei suoi collaboratori. 

Significherebbe, con tutta probabilità, affrontare un terzo impeachment. Un primato ignobile, ma soprattutto una minaccia personale.

E allora cosa pensa di fare “Ciuffo biondo”? Quello che sa fare meglio un imbroglione. Truccare le regole.

Ha già invitato apertamente i repubblicani a “nazionalizzare” il voto in una quindicina di aree strategiche. 

Tradotto: togliere agli Stati la gestione dei seggi, dell’accesso al voto, del conteggio delle schede e della certificazione dei risultati, per concentrare tutto nelle mani dell’Esecutivo federale e della sua cerchia di fedelissimi accoliti.

Non lo sta facendo di nascosto. Non è un complotto sussurrato nei corridoi.

Lo ha spiegato senza imbarazzo in un podcast, quello del suo ex vice direttore dell’FBI Dan Bongino.

Nel 250º anniversario dell’Indipendenza americana, Trump vuole cancellare il principio cardine del sistema elettorale statunitense: la gestione locale e statale del voto, prevista esplicitamente dall’articolo I, sezione 4, della Costituzione. 

Al suo posto, un controllo centralizzato affidato a un partito solo. 

Il suo. In “almeno quindici posti”, guarda caso gli Stati in bilico.

Il tutto accompagnato da nuove regole per rendere il voto più difficile a chi non sia chiaramente allineato con il Partito repubblicano. 

Il risultato è facile da immaginare: vittorie del GOP ovunque, sempre e comunque.

Di fronte a queste contorsioni della democrazia americana, l’Europa farebbe bene non solo a riflettere, ma secondo me anche  a prepararsi. 

Perché ove mai le manovre trumpiane dovessero andare in porto, e negli Stati Uniti si instaurasse un nuovo regime, le differenze tra l’America di Trump, la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping diventerebbero sempre più sfumate.

Ed a quel punto una domanda diventerebbe inevitabile, e scomodissima: gli Stati Uniti trasformati in una democrazia solo di nome potrebberi ancora essere il principale alleato dell’Europa?

In conclusione, il clima di mobilitazione permanente contro Trump, sommato alla sua retorica sempre più aggressiva e divisiva, sta rendendo plausibile ciò che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza. 

Il solo fatto che si parli con crescente insistenza di una possibile guerra civile, anche attenuata, dice tutto sulla profondità della crisi politica e sociale americana.

Trump non ne è la causa. Ne è il sintomo più rumoroso. E purtroppo anche il più pericoloso.

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