Quando bastava accendere la TV per essere felici: il pomeriggio perduto dei cartoni animati

Quando la TV era un altare e il pomeriggio una promessa: cartoni animati, antenne storte e un’infanzia in technicolor
C’era un tempo in cui la televisione non era uno schermo personale ma un oggetto totemico, piazzato in salotto come un altare domestico, con le manopole che facevano “clac” e l’immagine che arrivava dopo qualche secondo di esitazione, tremolante, a volte ancora in bianco e nero; il pomeriggio aveva un ritmo preciso e quasi liturgico, si correva a casa buttando lo zaino in un angolo, si accendeva il televisore e si aspettava che iniziasse la messa laica dei cartoni animati, un rito collettivo e sincronizzato che milioni di bambini vivevano senza saperlo come una fondazione identitaria.
Prima vennero gli americani, i Looney Tunes, Bugs Bunny con la sua ironia sorniona e irrimediabilmente adulta, Gatto Silvestro condannato a una sconfitta perpetua dal canarino più stronzo della storia dell’animazione, Willy il Coyote, martire universale della fisica applicata e metafora esistenziale ante litteram; era una comicità feroce e poetica insieme, uno slapstick di precisione chirurgica in cui si imparavano la gravità, il fallimento e la resilienza prima ancora delle tabelline, il tutto accompagnato da una musica colta e sfacciata che citava Rossini e Wagner senza chiedere permesso.
Poi arrivò il Giappone, e non fu un semplice cambio di palinsesto ma una vera frattura culturale; quando Goldrake comparve sugli schermi italiani alla fine degli anni Settanta, entrò come un corpo estraneo carico di malinconia, guerra, perdita e senso del sacrificio, portando con sé un’idea nuova di eroe, fragile, tormentato, segnato dal passato, e trasformando il pomeriggio televisivo in una sorta di tragedia classica in salsa fantascientifica.
Dopo Goldrake arrivarono Jeeg, Mazinga, Daitarn 3, Zambot, Gundam, una teoria di robot giganteschi che combattevano battaglie cosmiche ma soprattutto battaglie interiori, tra amici che morivano, pianeti distrutti e responsabilità troppo grandi per spalle così giovani; parallelamente si apriva un altro fronte, apparentemente più gentile ma emotivamente devastante, quello di Heidi con la sua nostalgia alpina, di Candy Candy che piangeva con la regolarità di un metronomo melodrammatico, di Lady Oscar e Georgie, feuilleton sentimentali travestiti da cartoni per bambini, capaci di impartire lezioni di educazione emotiva e sessuale più efficaci di qualsiasi discorso pedagogico.
In mezzo a tutto questo cambiava anche la tecnologia, e il passaggio dal bianco e nero al colore fu una rivoluzione percettiva di cui oggi si fatica a cogliere la portata; improvvisamente il rosso delle tute spaziali, il blu dei cieli giapponesi e il verde delle montagne di Heidi sembravano più reali del mondo fuori dalla finestra, come se la televisione avesse deciso di prendersi una rivincita sulla realtà.
Ma il vero miracolo sociologico di quegli anni si consumò sulle frequenze laterali, nelle pieghe anarchiche dell’etere, con l’esplosione delle televisioni locali dei primi anni Ottanta; Tele Alto Veneto, Canale 68, TeleRoma sperimentale, Telenord, Telenorba agli albori, una costellazione di emittenti regionali nate con antenne sbilenche sui tetti e una fiducia incrollabile nell’improvvisazione, capaci di costruire palinsesti che oggi definiremmo folli ma che allora erano semplicemente il frutto di una televisione fatta a mano.
Su quei canali succedeva letteralmente di tutto, e il passaggio da un contenuto all’altro avveniva senza alcuna mediazione logica; si poteva assistere a una cartomante che parlava in dialetto strettissimo promettendo ritorni d’amore “entro tre lune”, subito seguita da un venditore di termocoperte miracolose o da un’asta di tappeti persiani dall’autenticità dubbia, e senza neppure una sigla di separazione partire un cartone animato di provenienza misteriosa, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Era in quel momento che facevano la loro comparsa le gemme della bruttezza animata, una fauna visiva che comprendeva Il piccolo guerriero coreano dai movimenti rigidi come soldatini di piombo, Gigi la trottola in versioni apocrife animate a scatti, La banda dei ranocchi con personaggi che sembravano disegnati su un tovagliolo di carta, certi Pinocchio giapponesi low budget in cui il burattino aveva lo sguardo perennemente traumatizzato, i cechi Pat e Mat con il loro minimalismo surreale, Topo Gigio dell’Est dall’espressione spaesata, e una teoria interminabile di produzioni jugoslave, spagnole e franco-belghe di terza fascia che sembravano finite in Italia per un errore di spedizione culturale.
Erano cartoni brutti, senza attenuanti, bidimensionali, poveri nei colori, ripetitivi nelle animazioni e spesso accompagnati da colonne sonore improbabili; eppure, esercitavano un fascino magnetico, quasi antropologico, perché apparivano esotici, alieni, provenienti da mondi ideologici ed estetici che non capivamo ma che ci ipnotizzavano, inserendosi perfettamente nel rito pomeridiano della televisione selvaggia, non ancora addomesticata da target, algoritmi e strategie di branding.
Quelle televisioni locali erano una sorta di Netflix anarchico ante litteram, prive di linea editoriale, di pubblico di riferimento e di qualsiasi forma di coerenza, ma proprio per questo capaci di sorprendere continuamente; non si sapeva mai cosa sarebbe arrivato dopo, e quell’incertezza faceva parte del piacere, come un’avventura quotidiana a basso rischio e ad alto tasso di immaginazione.
Il giorno dopo, a scuola, si commentava tutto in modo indistinto, l’ultima puntata di Goldrake, l’ennesima tragedia sentimentale di Candy, ma anche “quel cartone stranissimo visto ieri su Canale 68”, perché la visione era collettiva, simultanea, e perdere una puntata significava perdere un pezzo di mondo, senza possibilità di recupero, senza repliche, senza archivi digitali.
Rivedere oggi quei cartoni produce un cortocircuito emotivo potente, perché alla nostalgia si affianca la scoperta delle cuciture, dei fondali riciclati, dei doppiaggi teatrali, delle animazioni ripetute; ed è proprio in quelle imperfezioni che si annida il loro fascino più profondo, quello di prodotti umani, non ottimizzati, non guidati da algoritmi ma da mani, errori e tentativi.
Forse è per questo che continuano a parlarci, perché raccontano un’epoca in cui la televisione non era un supermercato infinito di contenuti ma un focolare collettivo, un luogo di incontro simbolico, in cui nello spazio di mezz’ora si poteva passare da una cartomante veneta a Goldrake, da un venditore di pentole a Heidi, senza che nessuno trovasse la cosa strana; e basta oggi una sigla che parte, un jingle elettronico anni Ottanta, un’immagine sgranata, per ritrovarsi di nuovo lì, seduti sul tappeto del salotto, con la merenda in mano, il pomeriggio ancora lungo davanti e quella sensazione, ormai rarissima, che per mezz’ora il mondo fosse semplice, abitabile, perfino gentile.
















