Trump, il rumore e il vuoto. Quando il potere perde il filo

Umberto Baldo
Ieri Tviweb vi ha riferito in un editoriale (https://www.tviweb.it/fico-leader-filo-trumpiano-shock-dopo-lincontro-con-trump-il-suo-stato-psicologico-e-pericoloso/) delle preoccupazioni del premier slovacco Robert Fico sullo stato di salute mentale di Donald Trump.
Ritorno sul tema osservando che c’è un momento preciso in cui una democrazia dovrebbe iniziare a sudare freddo: quando anche gli amici, i sostenitori, quelli che stanno “dalla stessa parte”, smettono di parlare di strategie e iniziano a parlare di equilibrio mentale.
È quello che, se le ricostruzioni di Politico.eu (testata conosciuta per il suo giornalismo “non partigiano” e tecnico) sono anche solo in parte vere, sarebbe accaduto dopo l’incontro tra Donald Trump e Robert Fico a Mar-a-Lago.
Fico non è un oppositore di Trump, tutt’altro.
È uno dei leader europei che più spesso ne ha lodato la linea, lo stile, perfino le sparate.
Non uno che si scandalizza facilmente.
Eppure, stando a quanto riferito da cinque diplomatici europei, sarebbe uscito dall’incontro “scioccato”, arrivando a definire lo stato psicologico dell’ex presidente americano “pericoloso”.
Parole pesanti. Talmente pesanti da essere state subito smentite, ritrattate, capovolte.
Tutti mentono, nessuno ha sentito nulla, nessuno ha visto nulla.
Un classico.
Il copione lo conosciamo: prima l’allarme, poi la smentita, infine la minimizzazione.
È sempre così quando il problema non è quello che è stato detto, ma il fatto che sia stato pensato.
A rendere la faccenda più interessante, e più inquietante, è che a raccontare lo stesso Trump, da un’angolazione completamente diversa, arriva anche Dario Sparanero, interprete simultaneo e docente universitario.
Uno che, letteralmente, presta la voce al presidente degli Stati Uniti.
E che descrive un oratore erratico, incapace di mantenere un filo logico, incline alla contraddizione continua, con un linguaggio povero, vago, ripetitivo.
Un uomo che parla molto, ma non costruisce nulla.
Ora, sia chiaro: non serve essere psichiatri per capire che qui non siamo davanti a un semplice problema di stile comunicativo.
Quando un interprete ti dice che “la traduzione risulta spesso migliore dell’originale”, non è una battuta cattiva.
È una diagnosi funzionale.
Sta dicendo che il discorso, così com’è, non regge da solo.
Ed è qui che il discorso si allarga, inevitabilmente, alla storia.
Perché Trump non è il primo leader di cui si dice: “È instabile, ma funziona”.
Né il primo di cui si pensa: “Sì, è strano, però decide”.
La storia è piena di governanti liquidati come eccentrici finché non hanno smesso di essere solo eccentrici.
Caligola iniziò con qualche eccesso, finì nominando console il cavallo.
Nerone suonava la lira mentre Roma bruciava, ma per anni fu considerato semplicemente bizzarro.
Hitler venne deriso come un fanatico urlante, un personaggio grottesco, inadatto al potere. Poi il potere se lo prese tutto.
Il problema non è la follia in sé, ammesso che questa parola abbia ancora un senso.
Il problema è quando l’assenza di coerenza diventa metodo, quando l’imprevedibilità viene scambiata per forza, quando il caos viene venduto come leadership.
A quel punto non siamo più nel campo della psicologia, ma in quello della politica pura. E pericolosa.
Trump, da questo punto di vista, è un prodotto perfetto del nostro tempo.
Un leader che parla come se fosse sempre in campagna elettorale, anche quando governa. Che non costruisce visioni, ma accumula frasi.
Che non persuade, ma sfinisce.
Che non guida, ma occupa lo spazio sonoro.
Il fatto che a dirlo non siano solo i suoi avversari, ma un Primo Ministro europeo a lui vicino e un professionista che lavora sulle parole, dovrebbe farci riflettere.
Perché quando chi ti sta accanto inizia a preoccuparsi non di quello che vuoi fare, ma di come parli, di come ragioni, di come salti da un’idea all’altra, il problema non è più ideologico.
È strutturale.
La democrazia, per funzionare, ha bisogno di conflitto, non di confusione.
Di leadership, non di rumore.
E soprattutto ha bisogno di governanti che, almeno, sappiano dove stanno andando, anche se non siamo d’accordo sulla direzione.
Quando invece il leader perde il filo, il rischio è che lo perda anche il Paese.
E la storia, su questo, non è mai stata tenera.
Umberto Baldo
















