Milano, una pistola e le domande scomode. Voi cosa avreste fatto?

Umberto Baldo
C’è un riflesso quasi automatico che scatta ogni volta che un intervento delle forze dell’ordine finisce in tragedia.
Un riflesso comprensibile, ma non sempre razionale.
Le cronache americane di questi giorni, con cittadini inermi “giustiziati” dagli agenti dell’ICE, metodi che evocano fantasmi neri del Novecento, o le immagini delle ragazze iraniane colpite deliberatamente agli occhi o al seno dai Pasdaran, hanno riacceso una sensibilità che porta molti a cercare corrivi parallelismi ovunque. Anche dove forse bisognerebbe fermarsi un attimo prima.
E’ successo anche dopo quanto accaduto ieri a Milano.
Per chi non avesse seguito la notizia, riassumo i fatti, per come sono stati finora ricostruiti, e fermo restando che la dinamica è ancora tutta da accertare.
Un agente di polizia, insieme ai colleghi della pattuglia del commissariato Mecenate, si trovava in via Giuseppe Impastato per eseguire un arresto per droga.
Durante l’operazione, la vittima, un 29enne già noto alle forze dell’ordine, e con bei precedenti pregressi, avrebbe puntato contro l’agente una pistola risultata poi a salve, una scacciacani.
Ne sarebbe seguita una reazione dell’operatore che, ritenendosi minacciato, ha sparato con la propria arma.
I poliziotti erano in quattro. Il giovane è morto dopo l’arrivo dei soccorsi.
L’agente è stato ascoltato in serata dai Pm ed è stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario, un atto dovuto che però pesa come un macigno nel dibattito pubblico.
Non intendo impelagarmi nell’ennesima polemica politica sulla legittima difesa o sulla proporzionalità dell’intervento.
Chi mi conosce sa che ho idee molto nette sul tema: se qualcuno entra in casa mia senza un valido motivo, per usare un eufemismo, io mi sento legittimato a difendermi con ogni mezzo. So che questa posizione fa storcere il naso a molti, ma continuo a pensare che chi viola la sacralità di un’abitazione debba mettere in conto conseguenze anche estreme.
Il punto, però, cambia quando parliamo delle Forze dell’ordine.
Al netto delle frange ideologiche che odiano la polizia per principio e non perdono occasione per attaccarla verbalmente o fisicamente, credo che nessuna persona onesta possa sostenere che i nostri agenti siano inclini alla violenza.
Al contrario, quando ne ho avuto bisogno, ho sempre trovato uomini e donne in divisa pronti ad aiutare, spesso con una pazienza che rasenta l’eroismo.
Eppure basta che un intervento degeneri, che una situazione venga percepita come minaccia e che un agente reagisca, perché il clima cambi di colpo.
Partono i processi sommari, si alzano i “cori” dei garantisti, si distribuiscono patenti di colpevolezza con una disinvoltura che fa impressione.
Fa un certo effetto, inutile negarlo, leggere di un’indagine per omicidio volontario in un contesto come questo.
Non perché la Magistratura non debba fare il suo lavoro, ci mancherebbe, ma perché una simile qualificazione giuridica solleva domande che meritano almeno di essere poste con onestà intellettuale.
Cosa dovrebbe fare un poliziotto che si vede puntare contro una pistola?
Chiedere cortesemente se l’arma è vera o una scacciacani?
Pretendere una certificazione, magari con calma, in un momento concitato in cui temi seriamente per la tua incolumità?
E davvero, di fronte a una delinquenza sempre più aggressiva, sempre più incline a usare la violenza anche contro i tutori dell’ordine, pensiamo di poter chiedere agli agenti di intervenire con il guanto di velluto, blandendo chi li minaccia, evitando di “fargli la bua”?
Da giurista di formazione so bene che la legge va rispettata e che anche i Magistrati sono vincolati a regole, procedure e qualificazioni tecniche.
Non è questo il punto, né sarebbe serio metterlo in discussione.
Ma il diritto è una costruzione umana, fatta dagli uomini per governare la realtà degli uomini.
E allora, di fronte a fatti come quelli di Milano, prima di pontificare, prima di distribuire colpe e assoluzioni, forse tutti, nessuno escluso, dovremmo farci una domanda semplice e scomoda: io come avrei reagito, se mi fossi trovato in quella situazione?
È possibile che la risposta non piaccia ai cultori della perfezione teorica.
Perché spesso la realtà quotidiana, quella vera, quella che si consuma in pochi secondi per strada, non assomiglia per niente a ciò che è scritto nei manuali.
E nessun tomo di diritto, per quanto autorevole, potrà mai restituire fino in fondo il peso di una decisione presa con la paura addosso e una pistola puntata contro.
Umberto Baldo
















