21 Luglio 2015 - 16.32

EDITORIALE – Profughi: tutti i guasti della triste vicenda di Quinto

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di Marco Osti

Il piccolo paese di Quinto in provincia di Treviso è diventato l’epicentro di come il problema dell’immigrazione diventi esplosivo quando impatta sulle persone comuni, è gestito con miopia e dilettantismo ed è sfruttato in modo becero e strumentale.
Un bel giorno il prefetto di Treviso, senza preavvisare nessuno, “per non creare tensioni”, destina 101 profughi africani, sbarcati nei mesi precedenti sulle coste italiane e destinati a questo angolo di Veneto, dopo evidentemente essere stato accertato che avevano diritto di fermarsi sul territorio italiano, a vivere in appartamenti liberi di una palazzina in cui però risiedono già 10 famiglie di italiani.
E scoppia il putiferio.
I residenti escono dalle loro case e si installano nei giardini di fronte alla palazzina, dichiarando che rivogliono la loro casa, quando nessuno in realtà gliel’ha mai tolta.
Il problema però esiste ed è concreto, perché chiunque convinto di abitare in un condominio con determinate caratteristiche e con certi coinquilini rimarrebbe spiazzato di fronte all’arrivo di cento persone sconosciute, di un’altra nazione e cultura, e soprattutto per imposizione delle istituzioni.
Naturalmente se poi quel centinaio di donne e uomini sono persone di colore immigrate in Italia il rischio, anzi la certezza, che tutto possa sfociare in una questione razziale è pressoché inevitabile e naturalmente accade.
Così si sono sentiti genitori di ragazze adolescenti dire di non essere razzisti, ma dichiararsi preoccupati di avere nel condominio tanti giovani che nulla hanno da fare tutto il giorno. In sostanza il pensiero non detto, ma chiaro, è che i nuovi arrivati si trasformino in stupratori seriali nella noia di lunghe giornate senza impegni.
Sarebbe curioso sapere come avrebbero reagito gli stessi papà e mamme se ad arrivare sul pianerottolo di casa fossero stati cento studenti della Bocconi di Milano o rampolli delle migliori famiglie d’Italia, che dopo qualche ora di studio si fossero trovati a girare nel palazzo e nel quartiere con macchina di lusso e Rolex al polso.
Forse, ma è solo un’ipotesi, non ci sarebbe tutta questa acredine e questa preoccupazione per le virtù delle figlie.
In ogni caso, a parte questa considerazione marginale, più pertinente e seria era la preoccupazione di chi sta ancora pagando un mutuo per un appartamento di una palazzina che rischia inevitabilmente, per mere ragioni di mercato, di svalutarsi.
Il prefetto di tutto ciò evidentemente non si è preoccupato quando ha deciso di mandare i 101 profughi a Quinto e può essere legittimo, seppure miope, perché di mestiere non fa l’immobiliarista, ma da esperto di gestione dell’ordine pubblico, quale si suppone sia, tensioni e scontri poteva e soprattutto doveva immaginarli.
Tutto quindi era prevedibile, come anche l’arrivo a sostegno dei cittadini di chi non vedeva l’ora di poter sfruttare una situazione come questa per spargere un po’ di odio verso gli immigrati, per mettere in atto qualche azione dimostrativa insensata o vergognosa, come quella di andare negli appartamenti destinati ai nuovi arrivati e rubare mobili e televisori, considerandoli addirittura “bottino di guerra” o, peggio, quella di bloccare l’arrivo dei viveri a loro destinati.
Una bella e sana dimostrazione di stupidità, razzismo, intolleranza e violenza da parte di gruppi organizzati, secondo logiche nazionaliste, anti immigrati e comunque anti sistema, che da tempo accomunano esponenti fascisti, come quelli di Forza Nuova (e Casa Pound a Roma) e leghisti, tra i quali purtroppo si è visto anche chi gestisce le istituzioni e dovrebbe ricordarsi di farlo in un sistema democratico.
La rabbia di cittadini normali che mentre si preparano ad andare a cena vedono arrivare sotto le loro finestre un pullman carico di nuovi coinquilini è comprensibile e va ascoltata, cercando di trovare soluzioni pertinenti e logiche, ma chi riveste un ruolo pubblico e istituzionale non può e non deve usare quella situazione per alimentare inquietudine e insicurezza e incanalarle verso la violenza e l’odio.
Deve anzi prendere atto della situazione di tensione, ascoltare le ragioni delle persone che protestano e cercare di trovare le migliori e più percorribili soluzioni per soddisfare al meglio le esigenze di tutti, senza preconcetti.
Purtroppo però la tentazione di strumentalizzare questi fatti è troppo forte e ci è cascato anche il presidente del Veneto Luca Zaia, che rispetto alla distribuzione dei migranti in Italia ha tra l’altro affermato che si starebbe africanizzando il Veneto.
Una dichiarazione priva di senso rispetto al fatto specifico e in generale, che non tiene peraltro conto del passato da migranti dei veneti, rispetto al quale Michele Serra su La Repubblica ha ricordato a Zaia come in passato vi fu una venetizzazione dell’Argentina e del Venezuela, con relative storie di fame e povertà, ma anche di successi e lavoro.
Del resto la grandissima parte degli immigrati africani che vivono in Veneto, come in tutta Italia, contribuiscono con il loro lavoro in modo determinante alla produttività di aziende e imprese.
L’obiezione leghista in tal senso è che molti di loro sono immigrati regolari, ma è facile pensare che quando arrivarono in Italia certamente non lo erano e hanno dovuto conquistarsi la possibilità di restare, come vorrebbe fare la stragrande maggioranza di chi rischia la vita su barconi fatiscenti per arrivare in Italia e deve passare nel limbo di incertezza che riguarda chi arriva e non sa se ha i requisiti per poter rimanere.
Se i 101 di Quinto sono profughi quel diritto a restare peraltro l’hanno già ottenuto una volta accertato il loro status, per il quale l’Italia ha l’obbligo di accoglierli dettato dai trattati internazionali e dalla sua Costituzione.
Nel dilettantismo che circonda questa vicenda c’è quindi anche quello dell’informazione, che, incapace di usare sinonimi, mischia immigrati e profughi, chi è di passaggio e chi ha un regolare permesso di soggiorno, come fossero la stessa cosa e certo in questa vicenda resta la posizione distante, arrogante e vigliacca dei paesi europei non affacciati sul Mediterraneo che continuano a relegare la questione a un problema italiano.
Piace di più certamente lo Zaia che sveste i panni da arringatore di folle e cerca una soluzione al problema di concerto con il prefetto, come quella che è stata trovata mandando i 101 africani in una caserma non più utilizzata e in grado di accoglierli.
Questo dimostra che aveva torto il prefetto quando ha sottovalutato il problema per il quale c’era una soluzione più adatta e ha torto Zaia quando sostiene che il Veneto non può accogliere più nessuno, secondo un refrain ripetuto anche in altre parti d’Italia, soprattutto al Nord, da parte di chi tuona contro l’accoglienza e nello stesso tempo contesta gli Stati europei che non vogliono sul loro territorio immigrati arrivati in Italia, con una politica che quindi anche loro adotterebbero se facessero i politici in quei Paesi.
In questo susseguirsi di paradossi, incertezze e cattiverie la questione di Quinto sembra risolta, ma il danno pare essere fatto, perché già un quartiere di Roma il giorno dopo ha visto ribollire la stessa rabbia. Con l’aggravante che la giusta revisione della decisione del prefetto di Treviso, per altro già silurato, ora farà pensare a chiunque di poter scendere in piazza, bruciare qualche materasso e urlare qualche slogan contro gli invasori stranieri per poter vedere risolta una situazione che nella maggior parte dei casi non avrà le stesse giuste ragioni degli abitanti della palazzina di Quinto.
E in questo mare di populismo rischia di annegare la nostra civiltà, la nostra cultura inclusiva, la nostra apertura al mondo.

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