5 Marzo 2026 - 8.14

Unire i puntini: la strategia dell’Iran che allarga la guerra

Umberto Baldo

Si potrebbe liquidare l’allargamento del conflitto da parte dell’Iran con due vecchi e usati proverbi: “Molti nemici molto onore” oppure “Muoia Sansone con tutti i Filistei”.

E’ rassicurante pensarlo. Significa credere che a Teheran regni l’istinto, non la strategia.

Peccato che, unendo i puntini sulla mappa del Medio Oriente, venga fuori un disegno.

Dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele, la risposta iraniana non si è limitata a colpire Israele o le basi americane. 

Missili e droni hanno preso di mira Emirati, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, persino l’Oman, con cui i rapporti erano sempre stati collaborativi.

Non solo installazioni militari, ma hotel, aeroporti, porti, centri commerciali. 

I detriti di un drone  hanno colpito perfino il simbolico Burj al-Arab.

Errore? Casualità?  Assolutamente no.

L’Iran sa benissimo che Israele intercetta la quasi totalità dei vettori diretti sul proprio territorio. 

Sa che molte basi statunitensi sono state alleggerite, o rafforzate nelle difese. 

Sa che un missile abbattuto nel deserto non fa notizia; ma un’esplosione vicino ad un aeroporto internazionale, sì.

Il primo obiettivo quindi non è militare; è politico. 

Trasformare una guerra “contro l’Iran” in una guerra che coinvolge l’intero sistema regionale. Se Dubai diventa vulnerabile, se il traffico aereo del Golfo si blocca, se le assicurazioni marittime aumentano i premi nello stretto di Hormuz, la guerra non è più un dossier mediorientale. Diventa un problema globale.

L’Iran non gioca per vincere la guerra domani, ma per esaurire la pazienza politica dell’Occidente.  Perché sa che mentre le autocrazie possono permettersi conflitti lunghi, le democrazie (USA in primis, con le scadenze elettorali) hanno un’opinione pubblica sensibile al costo della vita ed ai prezzi del carburante. 

Teheran punta a creare un “caos cronico” che spinga gli elettori occidentali a chiedere il disimpegno americano, lasciando le monarchie del Golfo scoperte.

In altre parole sta cercando di moltiplicare i costi.

C’è poi la dimensione interna al mondo islamico. 

L’Iran non è un Paese arabo. 

È persiano, sciita, storicamente diffidente verso le monarchie sunnite del Golfo. Attaccandole, manda un messaggio duplice: punisce Governi giudicati troppo vicini a Washington, e si propone allo stesso tempo come polo della resistenza anti-occidentale anche per i sunniti non allineati con i propri Re od Emiri. 

Una competizione per la leadership simbolica, non solo militare.

Nel frattempo mantiene una linea ufficiale ambigua. Secondo esponenti come Ali Larijani, l’Iran colpirebbe “territorio americano”, cioè le basi militari. 

Ma i detriti non leggono i comunicati stampa. 

C’è poi il livello geopolitico più ampio. 

Teheran non si muove nel vuoto. 

I rapporti consolidati con Vladimir Putin e la cooperazione crescente con la Cina forniscono un contesto. 

Nessuno immagina truppe russe o cinesi sbarcare nel Golfo. 

Ma forniture militari, sostegno finanziario, pressione energetica? Quello sì. 

Ogni destabilizzazione che alza il prezzo del petrolio, o mette in difficoltà l’Occidente, certo non dispiace a Mosca.  Ma nel contempo un calo di esportazioni dal Golfo mette in allarme la Cina.

E i missili? Fin dove arrivano davvero?

L’arsenale iraniano copre senza difficoltà tutto il Golfo Persico, Israele e parte dell’Europa sud-orientale, con vettori a medio raggio fino a circa duemila chilometri. 

A questo si aggiunge una flotta di droni a lungo raggio, più lenti ma saturanti. 

Non è propaganda. È geografia applicata alla tecnologia.

La minaccia sullo stretto di Hormuz è il vero nervo scoperto. 

Non serve chiuderlo del tutto. Basta renderlo insicuro per mettere in apnea una fetta rilevante dell’economia mondiale.

Quello che abbiamo visto nel Mar Rosso con gli Houthi è il “trailer” della strategia iraniana. 

Se un gruppo di miliziani con droni economici ha messo in crisi il commercio mondiale, l’Iran sta dicendo: “Immaginate cosa possiamo fare noi direttamente a Hormuz”. 

È suicidio strategico? Non proprio.

È deterrenza asimmetrica, che cerca di annullare la superiorità navale classica. 

Se non posso vincere frontalmente contro Stati Uniti e Israele, posso rendere la loro vittoria talmente costosa e destabilizzante da obbligarli a ricalcolare “vantaggi e danni”. 

Allargare il conflitto significa dire: se colpite il cuore del regime, io colpisco le arterie del sistema globale.

Naturalmente c’è un rischio enorme per Teheran. 

Le monarchie del Golfo potrebbero compattarsi definitivamente sotto l’ombrello americano ed accelerare una normalizzazione con Israele. 

In quel caso, la mossa iraniana si trasformerebbe in un boomerang, aggravando l’isolamento di Teheran.

Ma liquidare tutto come fanatismo sarebbe un errore.
Unire i puntini sulla mappa mostra una strategia: destabilizzare, internazionalizzare, alzare la posta. 

Non per gloria, ma per sopravvivenza.

La strategia aggressiva verso l’esterno esterno serve ad un regime sotto attacco anche a compattare un fronte interno fragile (proteste, crisi economica). Esportare la minaccia serve a giustificare il pugno di ferro in patria. 

Gli Ayatollah sperano che la guerra esterna possa essere il collante di una legittimità interna che vacilla. 

Se “uniamo i puntini”, vediamo che la politica estera è l’ultima linea di difesa del sistema teocratico.

E noi europei? 

Qualcosa si muove.   Francia, Germania e Regno Unito si sono dichiarate pronte a difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati nel Golfo,  adottando, se necessario “azioni difensive” contro l’Iran.

Ma nel complesso, pur esprimendo la massima preoccupazione, continuiamo ad osservare come se fosse un incendio lontano, dimenticando che le rotte energetiche, i mercati finanziari e la sicurezza interna passano anche da lì.

La mappa non è un rompicapo. 

È un messaggio scritto con la traiettoria dei droni. 

Sta a noi decidere se leggerlo come analisti o subirlo come spettatori, ricordando che nel mondo globale, quando il Golfo smette di respirare, l’Europa va in apnea.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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