Tra Orbán e Reykjavik: l’Europa che si divide e quella che attrae

Umberto Baldo
Prendiamola larga, ma non troppo. Il vecchio mantra “L’America innova, la Cina copia, l’Europa regola” non è più una battuta da convegno noioso a Bruxelles. È la fotografia di un continente che rischia di trasformare la propria vocazione normativa in una forma raffinata di auto-sabotaggio.
L’Europa investe meno, decide con la velocità di una processione sotto il sole d’agosto, e quando finalmente partorisce una strategia, spesso si dimentica di attuarla.
Da anni produciamo rapporti, libri bianchi, libri verdi, libri color pastello.
Intanto Stati Uniti e Cina corrono; noi discutiamo se il font del regolamento sia inclusivo.
Il problema non è filosofico, è strutturale.
Il meccanismo decisionale dell’Unione, fondato sull’equilibrio tra Commissione, Parlamento e Stati membri, nasce per garantire tutti.
Il risultato, troppe volte, è che non decide nessuno.
Ed oggi diversi Governi cominciano a dire sottovoce quello che molti pensano da tempo: così non si va avanti.
Alla buon’ora! Io, che conto come il due di spade quando vale e bastoni, sono anni che sostengo che un’Europa dove Stati come Cipro o Malta (senza nulla togliere loro eh!) hanno lo stesso peso di Germania, Francia, Italia o Spagna, non ha futuro.
Se poi aggiungiamo che ce ne sono altri, specificamente l’Ungheria o la Repubblica Slovacca, che dopo il periodo sovietico hanno usufruito di ingenti sovvenzioni comunitarie (soldi nostri eh, pagati con le nostre tasse) e pur continuando ad incassare si permettono di fare la quinta colonna di Putin, il quadro è desolante.
Dipendesse da me caccerei Orbàn e Fico a calci il culo, ma capisco che non sarebbe molto “diplomatico”.
Diciamolo in altri termini senza ipocrisie.
Un’Unione in cui Stati come Cipro o Malta hanno, nei fatti, lo stesso potere di blocco di Germania, Francia, Italia o Spagna, funziona finché si tratta di disciplinare le etichette del vino.
Quando si parla di difesa, politica estera, energia, il meccanismo si inceppa.
Non è una questione di dignità nazionale, ma di peso politico ed economico.
E poi, ripeto perché la cosa mi fa veramente girare i c……., c’è il caso di Paesi come l’Ungheria o la Repubblica Slovacca, che hanno beneficiato per anni di ingenti fondi europei e oggi, tra un bonifico e l’altro, strizzano l’occhio a Mosca.
La diplomazia impone toni misurati. La pazienza dei contribuenti un po’ meno.
In questo contesto torna d’attualità uno strumento previsto dai Trattati ma usato con il contagocce: la cooperazione rafforzata.
Che prevede che almeno nove Stati possono andare avanti insieme su un progetto comune, senza restare ostaggi del veto di chi non vuole.
Gli altri possono unirsi dopo. Non è una scomunica, è una scelta di responsabilità.
Certo, significa accettare l’idea di un’Europa a due velocità.
Per qualcuno è una bestemmia, per altri è semplice realismo.
La coesione totale è stata il cuore politico dell’Unione per decenni.
Oggi, però, la vera domanda è un’altra: possiamo permetterci l’immobilismo in nome di un’unità che esiste solo nei comunicati stampa?
Nel frattempo, mentre in Italia sopravvive ancora qualche nostalgico dell’Italietta sovrana e fuori dall’euro, il mondo reale va nella direzione opposta.
Il Regno Unito, dopo la sbornia della Brexit, sta lentamente ricucendo i rapporti con Bruxelles. Non tornerà domani, ma il mito della “solitudine gloriosa” si è scontrato con la contabilità.
Ancora più interessante è il caso dell’Islanda.
Reykjavík sta valutando di anticipare un referendum per riaprire i negoziati di adesione all’Unione, congelati nel 2013.
Il nuovo contesto geopolitico pesa. I dazi americani, le pressioni sull’Artico, perfino le sortite di Donald Trump sulla Groenlandia, hanno ricordato agli islandesi che stare isolati “in mezzo all’Atlantico” non è una strategia di sicurezza.
Entrare nell’Unione significa entrare in una comunità politica, non solo in un mercato.
E poi c’è la Svezia.
Nel 2022 ha archiviato due secoli di neutralità ed è entrata nella NATO.
Un tabù caduto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ora si riapre un altro capitolo: l’euro.
Nel 2003 gli svedesi dissero no alla moneta unica.
La corona era vista come scudo, strumento di flessibilità, simbolo di sovranità economica. Durante la crisi finanziaria del 2008 e quella dell’eurozona, quella scelta sembrò prudente.
Oggi il quadro è cambiato. Oltre il 60 per cento del commercio svedese è con l’Unione Europea. Quello con gli Stati Uniti poco più del 6 per cento.
Il ciclo economico è sempre più allineato all’eurozona.
La discussione di conseguenza non riguarda più solo tassi ed inflazione, ma peso politico, sicurezza, appartenenza al nucleo dell’Europa.
Certo i sondaggi dicono che la maggioranza degli svedesi resta ancora contraria all’euro.
Ma il distacco si è ridotto, e soprattutto il tema è uscito dall’Accademia ed è tornato nel dibattito politico vero.
Un nuovo referendum non è fantascienza. E l’esito, questa volta, non sarebbe scontato.
Il paradosso è evidente.
Mentre i precari equilibri globali spingono molti Paesi verso l’Unione come forza centripeta di stabilità, in Italia qualcuno flirta ancora con il sovranismo da talk show, con il trumpismo da salotto, con sovranismi impresentabili, con nostalgie che non reggono un bilancio trimestrale.
L’Italia è Paese fondatore. Se nascerà davvero un’Europa più integrata, anche a due velocità, dovrà essere nel gruppo di testa.
Restare nel cerchio esterno, per inseguire illusioni identitarie, sarebbe non solo un errore politico ma un suicidio strategico.
La storia non aspetta chi è indeciso. E non manda promemoria.
Umberto Baldo
















