Telecronaca in quota: inaugurazione bellissima, ma quella figuraccia tremenda…

Di Alessandro Cammarano
Se si volesse spiegare a uno straniero cos’è diventata la Rai negli ultimi anni, basterebbe mostrargli la telecronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Non un trattato di politica, non un dossier parlamentare: quattro ore di diretta sarebbero sufficienti a raccontare la trasformazione del servizio pubblico in una dependance dell’amicizia politica.
Al microfono c’era Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, uomo indicato come molto vicino a Fratelli d’Italia, nominato in un giro di poltrone apertamente descritto come frutto di accordi tra partiti della maggioranza. Un direttore “in quota”, come si dice con quella grazia eufemistica che in Italia sostituisce la parola più semplice e onesta: raccomandato.
E quando il criterio di selezione non è la competenza ma la fedeltà, il risultato prima o poi arriva. In questo caso, in mondovisione.
Il disastro comincia in quattro parole
L’incipit della telecronaca entrerà nei manuali di storia della televisione, se mai qualcuno avrà il coraggio di scriverli.
«Buonasera dallo stadio Olimpico.»
Peccato che la cerimonia si svolgesse a San Siro.
Lo stadio Olimpico, come sanno anche i turisti giapponesi con la guida piegata in tasca, sta a Roma.
Non un lapsus, non un nome difficile, non un dettaglio tecnico: il luogo della cerimonia. Sbagliato subito, in apertura, davanti a milioni di spettatori. Una specie di record mondiale della gaffe, categoria “prime quattro parole”.
Era il segnale. Da lì in poi, la telecronaca si è trasformata in un esercizio di confusione sistematica, una specie di gioco televisivo intitolato “Indovina chi sta passando”.
Durante la sfilata e i momenti ufficiali, Petrecca ha dato prova di una percezione della realtà tutta personale.
L’attrice Matilda De Angelis è stata annunciata come Mariah Carey, trasformando una performer italiana in una popstar americana come se nulla fosse.
La presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry, è diventata la figlia del presidente della Repubblica, in una scena che sembrava uscita da una commedia degli equivoci.
Intanto atleti e protagonisti della cerimonia passavano sul palco senza essere riconosciuti o identificati con incertezza, come se la scaletta fosse un oggetto misterioso e la preparazione un optional.
Non si trattava di qualche esitazione o di un nome difficile: era un’impressione costante di improvvisazione, come se la diretta fosse stata affrontata con lo stesso spirito con cui si commenta la sagra della porchetta al paese.
Quando i nomi sfuggivano, restavano i luoghi comuni. E lì la telecronaca ha trovato un porto sicuro, anche se con vista anni Cinquanta.
I brasiliani sono diventati il popolo con la musica nel sangue.
Gli spagnoli, naturalmente, “calienti”. Gli africani evocati con immagini di riti voodoo. Gli arabi ridotti a una nota sugli abiti “a cui ci hanno abituato”.
Una sequenza di stereotipi così scolastici e antiquati da sembrare la parodia di un vecchio cinegiornale coloniale. Solo che non era una parodia, e non era un cinegiornale.
Era il servizio pubblico, quello per il quale paghiamo il canone, nel 2026.
Numeri che non tornano e battute che non dovrebbero partire. La logica è stata la grande assente dalla telecronaca.
Una delegazione è stata descritta come composta da quattro atleti, sette dei quali nello sci di fondo. Un piccolo miracolo matematico che avrebbe meritato una medaglia nella disciplina dell’aritmetica creativa.
Poi la sequenza dedicata a Verdi, Rossini e Puccini ha offerto uno dei momenti più imbarazzanti della serata: la battuta secondo cui, se Puccini si fosse chiamato Bianchini, avremmo avuto i tre colori della bandiera.
Silenzio in studio, gelo a casa, probabilmente anche in regia.
In certi momenti, il silenzio non è solo d’oro: è patriottico.
Il direttore sfiduciato che si assegna la diretta
Il punto, però, non è la singola serata storta. È la storia che la precede.
Petrecca non è un telecronista qualunque: è il direttore di RaiSport. E la sua gestione era già finita nel mirino della redazione. Il piano editoriale era stato bocciato a larga maggioranza. Poco dopo era arrivato lo stato di agitazione, con una sfiducia esplicita, motivata da un clima interno pesante e da una linea editoriale ritenuta inconsistente.
Tre sfiducie in pochi mesi. In qualsiasi azienda normale sarebbe un segnale di allarme. In Rai, invece, non ha impedito al direttore di autoassegnarsi la telecronaca dell’evento più importante dell’anno.
Una scelta che, col senno di poi, sembra quasi un gesto di coerenza: se il sistema funziona per appartenenze, perché non approfittarne fino in fondo?
Le nomine in quota e la nuova Rai dell’amicizia
Come si diceva sopra, le nomine dei direttori, nel frattempo, erano state raccontate come il risultato di un accordo politico tra i partiti della maggioranza. Una spartizione trasparente, quasi didascalica: a ciascuno la sua testata, a ciascun partito il suo uomo.
In quel quadro, Petrecca era stato indicato come figura vicina alla presidente del Consiglio, un direttore chiaramente riconducibile all’area politica di Fratelli d’Italia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una Rai sempre più percepita come terreno di fedeltà, dove il pluralismo è diventato un ricordo nostalgico e la competenza un dettaglio accessorio.
Nemmeno la Democrazia Cristiana dei primi anni della televisione, quando le poltrone si spartivano con il righello tra le correnti, era riuscita a produrre un effetto così plateale. Allora almeno si cercava di salvare le apparenze. Oggi si rivendica la spartizione con orgoglio e si mandano in onda i risultati senza neppure un minimo di pudore.
Alla fine, la cerimonia olimpica ha funzionato: immagini spettacolari, regia precisa, macchina organizzativa all’altezza.
Il problema era la voce che raccontava tutto questo.
Una voce che sbagliava i luoghi, i nomi, i numeri, le persone; che riempiva i vuoti con stereotipi; che sembrava non sapere dove fosse e chi avesse davanti.
Una metafora perfetta: l’Italia che prova a mostrarsi moderna, efficiente e internazionale, commentata da un sistema televisivo che continua a funzionare per amicizie, fedeltà e appartenenze.
Il pluralismo non esiste più.
La competenza è un dettaglio.
L’ignoranza amichettista, invece, è diventata un criterio di selezione.
E così, mentre il mondo guardava la cerimonia olimpica, la Rai offriva la sua vera specialità: non lo sport, non la cultura, non l’informazione.
Ma il salto triplo nella poltrona giusta.
















