TEATRO – La 'Prima lettera' non sarà censurata
La “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi”, in scena al Teatro Olimpico di Vicenza il 18 e 19 settembre, non verrà modificata, dopo le accese polemiche, per le scene ritenute scandalose di sangue e masturbazione. Anzi sarà a disposizione la versione berlinese (in video) per farne una comparazione che dimostri la totale integrità dello spettacolo secondo l’originale.
Stamane al Teatro Olimpico è stato presentato il programma del 68° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza “I Fiori dell’Olimpo” alla presenza del Vicesindaco e Assessore alla Crescita del Comune di Vicenza Jacopo Bulgarini d’Elci, del Presidente della Fondazione Teatro Comunale di Vicenza Flavio Albanese, in collegamento telefonico con la Direttrice Artistica Emma Dante, impegnata a Palermo e alla presenza di Paolo Colla, Amministratore Unico Gruppo AIM. La rassegna teatrale, che si svolgerà dal 18 settembre al 30 ottobre prossimi.
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L’intervento di Jacopo Bulgarini d’Elci (vicesindaco di Vicenza): “Libertà di scegliere, libertà di osare”
Nell’affidare lo scorso anno la direzione biennale dello storico Ciclo di Spettacoli Classici nel Teatro palladiano alla palermitana Emma Dante, oltre a riconoscere la grandezza di un personaggio invero unico nel quadro del teatro italiano, c’era la precisa scelta di voler intraprendere strade nuove, oscure, meravigliose. Inevitabilmente “pericolose”.
Eccessivo, surreale, fisico, contemporaneo, arcaico, catartico, sacrale, intenso, sperimentale. Questo nuovo Ciclo – a volerlo racchiudere in un elenco di aggettivi – si spinge ancora oltre, guidato potentemente dal fascino dell’ignoto, dell’altrove, lungo sentieri poco battuti o a volte francamente scomodi, per cogliere i fragili fiori dell’arte, là dove il confine fra luce e ombre si fa in qualche modo più inquieto, preferendo alla conquista di vette eteree la sostanza dei corpi, delle radici e della terra. Il tema di quest’anno è dunque la fioritura, manifestazione plastica della natura nel suo farsi, la rigenerazione del teatro nel teatro: fioriture necessarie a una società che voglia eleggere la creatività a orizzonte poetico (nell’etimo) in cui ripensarsi e ridefinirsi, in cui costruire futuro.
E se la materia è classica, stile e linguaggio puntano a rompere convenzioni inaridite e a scuotere coscienze intorpidite – come sempre accade quando si voglia attualizzare il classico, che significa consentirgli di parlarci, di dirci le proprie verità atroci, in una lingua viva e non per soli studiosi.
Non a caso ad aprire il 68° Ciclo di Spettacoli Classici sarà Angelica Liddell, forse la voce più importante del teatro di ricerca contemporaneo europeo, che mette in scena una riflessione sulla fede, sulla ricerca del divino, sul sacro come – e cito le sue parole – un «modo per restituire all’essere umano la coscienza dello spirito, strapparlo al totalitarismo materialista» .
La scelta di rappresentare all’Olimpico la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi della Liddell ha scatenato un caso e una tempesta di commenti e critiche sui media e sui social, con accuse di oscenità e blasfemia, irrompendo anche nell’ambito politico con toni da crociata, in un clima da controriforma culturale. Una sorta di censura preventiva che considero, questa sì, scandalosa per due ordini di ragioni: per l’attacco ai fondamentali principi di libertà degli artisti e del pubblico – con la pretesa anacronistica e pericolosissima di impedire lo spettacolo – e per l’incredibile superficialità con cui si è scritto e detto di questo lavoro, montando una gigantesca mistificazione sul significato della ricerca dell’autrice catalana.
Prima con Nekrosius, allora assessore Francesca Lazzari, e ancora di più con la direzione artistica di Emma Dante, cui dobbiamo libertà e rispetto, a Vicenza abbiamo aperto l’Olimpico alle voci più interessanti e stimolanti del panorama italiano ed europeo e iniziato a promuovere spettacoli pensati esplicitamente per il palcoscenico palladiano: per restituire protagonismo al primo e più bel teatro della modernità della cultura occidentale, per troppo tempo ostaggio di una mediocrità rassicurante ma limitante.
Comunque la si pensi, uno spettacolo va visto per essere giudicato, sempre.
Al fondo di tutto questo, oltre a quella culturale e artistica, c’è infatti una forma più globale di libertà, davvero irrinunciabile, che è messa in pericolo dai feroci censori che chiedono la cancellazione preventiva di un’opera d’arte: la libertà del pubblico, di ciascuno di noi, di decidere con la propria testa cosa andare a vedere a teatro, o al cinema, o che libri leggere. La libertà di scegliere.
L’INTERVENTO DI FLAVIO ALBANESE (direttore Fondazione Teatro Comunale Vicenza). “Una natura perturbante”
Il 68° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico si svolgerà all’insegna dell’archetipo primordiale del fiore, espressione plastica e magnifica della natura che si rigenera.
“I fiori dell’Olimpo” sono descritti da Emma Dante con parole poco romantiche e sentimentali, come un’infiorescenza aliena e pervasiva, per lo più sconosciuta agli occhi umani. Una specie infestante, in grado di riprodursi ovunque a determinate condizioni e quindi, a maggior ragione, nel bioma scenico del Teatro Olimpico, metafora terrena del Monte degli dèi. Saremmo perciò fuori strada se volessimo leggere nel programma di questo nuovo Ciclo un invito alla serena contemplazione del bello nella natura. I fiori dell’Olimpo non manifestano alcuna traccia di una dimensione pacificata, né ci conducono agli idilli ben curati dei giardini domestici o dei parchi all’italiana, in cui la disposizione delle specie e dei colori viene organizzata in funzione dell’estetica scenografica.
Al contrario, si parla di fiori atipici, diversi, strani, rari. Si parla anche di radici, di semi, di propaggini che si spostano e si riproducono, di una natura errabonda e rizomatica che turba e al tempo stesso affascina, una frontiera mobile che supera le barriere locali e colonizza ecosistemi refrattari. La bellezza di questi fiori non sta nella forma o nella disposizione dei petali, ma è funzione della loro efficacia, della capacità di riprodursi e di rigenerarsi nelle condizioni più inospitali. Di che razza di fiori stiamo parlando? Personalmente, sono propenso a collegare la suggestione di queste strane infiorescenze aliene a quel genere di natura minore, poco spettacolare e pittorescamente insignificante, che risponde al nome di “Terzo Paesaggio”. Con questa formula i paesaggisti indicano gli spazi residui e incolti, che rappresentano rifugi per la diversità. Allegoricamente, questi “spazi indecisi” sono quelli dove le amministrazioni o gli uomini non hanno intenzione di intervenire e di abitare, che diventano “terrains vagues” dove non è più evidente un ordine, ma solo evoluzione naturale, endemismo, frammentazione degli insiemi primari, comunicazioni e salti di ecosistemi. Luoghi in cui le piante spontanee crescono libere in giardini di fortuna, strappati centimetro dopo centimetro alla desolazione e alla rovina. Ovviamente, un paesaggio di questo tipo, così diverso e selvaggio, è semplicemente impresentabile per i bei prati delle villette a schiera o per le armoniose architetture naturali
dei parchi romantici. Si tratta infatti di modeste pianticelle, di semi portati dal vento chissà da dove, commoventi nella loro tenace volontà di occupare luoghi in cui nessuno vuole più stare.
La dinamica del terzo paesaggio ci conduce così a riflettere sui rapporti del tempo con la società e la cultura, in modo più sensibile e radicale che mai (dove la parola “radice” trova davvero la sua ragion d’essere).
Accettare questo tipo di giardino, questa natura umile ma essenziale, semplice e caparbia, segna un gesto politico di enorme importanza per l’idea di molteplicità, di rispetto e di diversità, ponendosi fuori dalle regole della convenzione e dentro all’idea di un’esperienza più viva, più profonda, più anomala e più spigolosa del nostro spazio esistenziale. Un’idea che si riverbera a scala maggiore in quell’enorme giardino planetario che è la biosfera, intesa come quel posto che (dovrebbe) accogliere e rispettare ogni specie, ogni genere, ogni forma di vita, e con esse l’intera umanità.
Mi piace pensare allora che “I fiori dell’Olimpo” non appartengano agli esemplari da vetrina, belli ma vuoti come le rose del piccolo principe, ma semi e gemme di qualche pianta errabonda come la ginestra leopardiana, capace di crescere, fiorire e profumare con ostinazione anche in quei luoghi dove nessun giardino è ancora stato immaginato.
L’INTERVENTO DI EMMA DANTE (Direttore Artistico 68° Ciclo di Spettacoli Classici): “I FIORI DELL’OLIMPO”
Sulla vetta del monte Olimpo, circondata dalle nubi, vivevano gli Dei. Era impossibile raggiungere la vetta del monte senza il permesso degli dei stessi. Secondo i Greci, sopra queste nuvole, c’erano porticati e splendidi giardini… profumi di fiori di tutte le specie, pace, armonia regnavano in equilibrio perfetto. Nessun vento osava penetrare nel sacro recinto e tutto era circondato da un cielo sempre azzurro, luminoso e sereno.
Questa vetta invalicabile indicava un futuro grandioso. Nonostante Olympos significhi ‘impedimento’, ‘ostacolo’, ‘barriera’, l’Olympos era il territorio immenso dove Zeus e le divinità olimpiche governavano il mondo.
Continuo a pensare che il teatro Olimpico, come la vetta del monte Olimpo, sia una meta difficile da raggiungere per noi comuni mortali, ma certamente è il terreno più fertile dove coltivare fiori di tutte le specie e di tutti i colori. Fiori sconosciuti. Alieni. Fiori diversi e strani, che scuotono per la differenza dalle altre forme della natura. Bisogna averne cura per farli crescere, accettando la loro natura amorfa e il fascino dell’ignoto. Cure che ci incoraggiano verso luoghi sempre nuovi da esplorare, descrivere, riprodurre, analizzare. Immagino una radice che ramifica sotto le fondamenta di un teatro antico come l’Olimpico. Una radice che lentamente genera gemme. Non la faremo arrivare subito alla fioritura, faremo in modo che il processo si interrompa prima, nell’attimo che separa lo spettatore dallo spettacolo. Affinché il 68° Ciclo di Spettacoli Classici sveli a noi mortali il giardino dell’Olimpo, è necessario che ognuno scenda dalla vetta con il seme di un fiore strano da interrare e coltivare a casa. Un fiore che contempli la possibilità di superamento di ogni barriera.
I fiori strani dell’Olimpo saranno il risultato degli spettacoli che ho invitato quest’anno per la nuova edizione. Spettacoli di artisti capaci di sfuggire a sé stessi, di staccarsi dal proprio io e ricercare l’altrove. Artisti scomodi, irrequieti, che partendo dalla radice generano rami attorcigliati in un groviglio odoroso. Rami nuovi. Di una pianta rara che non si è mai vista. Il tema di quest’anno è dunque la fioritura del teatro nel teatro, in un luogo difficile da raggiungere e impedito dalle nuvole, che contiene dentro di sé il seme.
La catalana Angelica Liddell, drammaturga, regista, attrice, una delle figure più trasgressive del teatro contemporaneo, acclamata e adulata dagli spettatori e dai critici, inaugurerà il 68° Ciclo di Spettacoli Classici con: Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, Cantata BWV 4, Christ lag, in Todesbanden. Oh, Charles! Eccessiva, affascinante, indecente, appassionata, Angelica Lidell usa il teatro per ribellarsi, gridando il suo disgusto della saggezza e raccontando il dolore dell’esistenza. Il suo linguaggio è violento, fisico, il corpo è oggetto del sacrificio. Alla maniera di Artaud, per lei non esiste distanza tra lavoro e vita. come lei stessa dice: «La sfida è sopravvivere a me stessa. L’inconfessabile, la vergogna, ci lega sulla scena».
Il coreografo greco Dimitris Papaioannou debutterà al teatro Olimpico con Primal Matter in cui assisteremo al tentativo di separare e unire due corpi per rivelare il senso racchiuso nel mistero dell’esistenza. In scena un uomo nudo e un uomo coperto, uno accanto all’altro in un dialogo primordiale, mitologico. Il corpo umano come campo di battaglia dove due uomini della stessa taglia e dello stesso sesso non hanno vergogna di essere, il nudo del pre-cristiano accanto all’uomo contemporaneo. La libertà dell’arte e del teatro di Dimitris Papaioannou sta nel rappresentare il corpo umano nella sua essenza, più esso è esposto, di più si comprendono i relativi significati nascosti.
Alessandro Baricco, oltre ad essere uno dei maggiori esponenti della narrativa italiana, è anche artista eclettico: impegnato nel teatro, nella musica, nel cinema, nella televisione non ha certo bisogno di presentazioni. Baricco crea per il teatro Olimpico un racconto in 28 frammenti: Palamede. L’eroe cancellato. Palamede è figura stranissima, uno degli eroi achei sotto le mura di Troia, considerato un genio, inventore della scrittura, degli scacchi e di un sacco di altre cose, che fu condannato a morte perché denunciato da Odisseo di aver venduto i piani di guerra achei ai troiani.
Con Odissea – movimento n. 1, liberamente tratto dal poema di Omero, presenterò uno studio sull’Odissea con gli allievi attori della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo. L’Odissea è il viaggio che ogni essere umano fa nel corso della vita. Il motore di tutto è il movimento verso la propria origine passando dall’esperienza dell’incontro con figure umane e sovrumane, ninfe e mostri, pretendenti e mendicanti. Le avventure di Odisseo, il campione della menzogna e della generosità, ci permettono di entrare in contatto con il mito. Attraverso l’esperienza dolorosa del ritorno a Itaca, ci affiancheremo alle figure di Penelope e Telemaco, rilevando, nell’attesa di Odisseo, i loro lati più fragili e teneri. Una madre e un figlio che aspettano con dedizione e pazienza il ritorno del mito.
Eumenidi di Eschilo per la regia di Vincenzo Pirrotta segna un altro appuntamento importante per il 68° Ciclo di Spettacoli Classici. Nella traduzione di Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Pirrotta traspone la tragedia in Cunto tradizionale siciliano e utilizzando la sua particolare arte, quella del cunto, l’attore, regista e autore propone una singolare lettura delle Eumenidi da Eschilo. Con un cunto incalzante, in continuo movimento, con una fisicità prorompente, Vincenzo Pirrotta, senza tregua, a torso nudo e con la spada in mano, narra della drammatica fuga di Oreste che dopo avere assassinato la madre Clitennestra, è inseguito dalle feroci Erinni. Pirrotta riesce a rendere attuale la tragedia, parlando di giustizia, e dei drammi che spesso ci passano davanti e noi ignoriamo.
Per finire Euridice e Orfeo di Valeria Parrella con la regia di Davide Iodice ci metterà di fronte all’interrogativo più grande: è possibile sconfiggere la morte? Orfeo, che tutte amano, si innamora di Euridice ma Euridice muore, «per una sciocchezza, un inciampo» scrive la Parrella. Orfeo che non ha mai provato dolore e non ha mai avuto paura della perdita, si convince di poter sconfiggere la morte per riavere tra le braccia sua moglie. Ovviamente si sbaglia: Euridice non torna, non può tornare. E l’unico finale possibile è la morte. Orfeo ed Euridice è una storia di arrendevolezza alla vita, di accettazione della morte. Scrive Valeria Parrella: «Riprendere in mano il mito oggi, rileggerlo, provarsi nella sua riscrittura, significa cercare, tra gli universali che esso comprende e trasmette, quello che ci è più vicino. Che istintivamente continua, duemila anni dopo il poema di Ovidio, a muoverci: cuore e passi».
EMMA DANTE

















