3 Marzo 2026 - 10.37

Riforma Giustizia – Il sorteggio non è un gratta e vinci: è igiene istituzionale

Accursio

In Italia la parola “sorteggio” provoca sempre la stessa reazione: sorrisetto ironico e alzata di sopracciglio. 

Sembra la versione istituzionale del gratta e vinci. 

Come se affidarsi al caso fosse sinonimo di dilettantismo.

Curioso, Perché le democrazie più intelligenti hanno fatto esattamente questo quando hanno capito che il potere tende a riprodurre ed a perpetuare se stesso.

Il punto non è il caso. Il punto è il potere organizzato.

Quando un sistema elettivo si chiude, quando i gruppi si strutturano, quando il consenso si forma prima ancora del voto, l’elezione non è più garanzia di pluralismo. 

È una procedura di ratifica. È la formalizzazione di equilibri già decisi altrove.

Chi oggi difende l’elezione pura negli organi di autogoverno della Magistratura finge di non vedere questo passaggio: le correnti non sono semplici sensibilità culturali. 

Sono strutture organizzate, con reti, candidature, scambi. 

Non è un mistero. È cronaca certificata dalle dichiarazioni di Luca Palamara, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura, e più giovane presidente dell’ANM che ha lanciato forti attacchi al “sistema” correntizio all’interno della magistratura italiana, sostenendo che le correnti continuino a influenzare le nomine e le carriere.

E qui entra in scena il sorteggio.

Non come sostituto del merito. Non come pesca miracolosa nel mare dell’improvvisazione, ma come elemento di rottura delle previsioni.

L’obiezione più seria al sorteggio non è il populismo. 

È la competenza.
Si obietta: l’estrazione a sorte potrebbe premiare il meno preparato, mentre una selezione valutativa consentirebbe di individuare il migliore.

Argomento rispettabile. 

Ma presuppone due condizioni che oggi non sono affatto garantite:  primo, che il sistema elettivo selezioni davvero i più competenti;  secondo, che la competizione interna sia libera da logiche di appartenenza.

L’esperienza dimostra che, nei corpi organizzati, l’elezione tende a premiare non sempre il migliore in assoluto, ma il più sostenuto, il più integrato in una rete, il più funzionale ad un equilibrio.

Il sorteggio, se applicato dopo una rigorosa verifica dei requisiti, cambia l’incentivo.
Se la scelta finale non dipende più dalla forza della corrente ma dalla probabilità, le correnti stesse hanno interesse a presentare candidati solidi, credibili, inattaccabili. 

Perché la reputazione del gruppo diventa l’unica garanzia indiretta in un meccanismo che non può essere controllato fino in fondo.

In altre parole:  quando l’esito non è programmabile, conviene alzare la qualità media dei nomi in campo.

Il paradosso è questo: l’estrazione a sorte, lungi dal favorire la mediocrità, può costringere i gruppi organizzati a selezionare davvero i migliori tra i propri iscritti. 

Non il più fedele, ma il più autorevole. 

Perché sarà il caso, e non la disciplina interna, a decidere.

Così il sorteggio non sostituisce il merito; lo rende necessario.

La storia è meno provinciale delle nostre paure.

Ad Atene, circa seicento magistrature su settecento venivano assegnate per estrazione.   Non perché fossero ingenui. Perché avevano capito che il voto favorisce chi ha più relazioni, più influenza, più mezzi. 

Per Aristotele l’elezione era “oligarchica”, il sorteggio “democratico”. E non parlava in un talk show.

Venezia, nel 1268, costruì un meccanismo elettorale quasi barocco: alternanza di voto e sorte in una sequenza di passaggi che rendeva impossibile pianificare accordi preventivi. Non era folklore medievale. Era ingegneria istituzionale. Risultato: cinque secoli di stabilità mentre il resto d’Europa si scannava per successioni dinastiche.

Firenze fece qualcosa di simile: prima la selezione dei nomi, poi le “tratte” pubbliche dalle borse. Sorteggio su elenchi qualificati. Non caos. Metodo.

Perfino nel nostro ordinamento il principio esiste già. 

Le Corti d’assise funzionano con giudici popolari estratti a sorte. 

Nelle giurie statunitensi la colpevolezza o l’innocenza di un cittadino dipendono da “suoi pari” scelti casualmente. Nessuno parla di lotteria quando la libertà personale è in gioco.

Allora perché l’idea diventa scandalosa quando si tocca l’autogoverno della Magistratura?

Viene il sospetto che il problema non sia il caso, ma quello di perdere il controllo.

Il sorteggio introduce un fattore che le organizzazioni temono più di ogni altra cosa: l’imprevedibilità. 

Spezza le cordate. 

Rende più difficile la costruzione di maggioranze blindate. 

Costringe a confrontarsi con variabili non controllabili.

È un elemento di igiene, non di anarchia.

Naturalmente va progettato. Può intervenire dopo una verifica dei requisiti. Può essere parziale. Può alternarsi al voto. Non è un salto nel vuoto, è una tecnica. E come ogni tecnica può essere ben costruita o mal costruita.

Ma liquidarlo  tout court come populismo è un riflesso difensivo.

La democrazia non è solo il rito del voto. 

È anche l’arte di impedire che il voto diventi la maschera stabile di un’oligarchia organizzata. Quando l’elezione in un corpo chiuso produce sempre gli stessi equilibri, il problema non è il sorteggio. È la cristallizzazione del potere.

Il caso, incardinato dentro regole rigorose, non umilia le istituzioni. Le obbliga a respirare.

E in un sistema che ha mostrato crepe evidenti, un po’ di aria fresca non è un azzardo.

È manutenzione ordinaria della Repubblica.

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