31 Marzo 2026 - 11.16

Le domeniche vicentine di una volta

Di Alessandro Cammarano

Le domeniche di una volta a Vicenza avevano una forma precisa, quasi rituale. Non era scritto da nessuna parte, eppure tutti lo sapevano: si usciva di casa vestiti bene, si andava a messa e poi si scendeva verso il centro. Il resto della giornata, in fondo, era già deciso.

La città si metteva lentamente in moto tra le pietre antiche del centro storico. Dalle chiese – il Duomo, Santa Corona, San Lorenzo, i Servi – uscivano famiglie intere: padri con il cappotto buono, madri con la borsetta stretta al braccio, bambini che avevano già capito quale sarebbe stata la ricompensa per la pazienza dimostrata durante la funzione. La ricompensa aveva un nome molto semplice: le pastine.

Era il primo rito della domenica.

Bastava fare pochi passi verso piazza dei Signori, sotto la grande ombra della Basilica palladiana, perché l’aria cambiasse. Il profumo di caffè tostato si mescolava a quello del burro e della crema pasticcera. Le vetrine delle pasticcerie brillavano come piccoli altari laici: file di bignè, diplomatici, cannoncini, tartellette alla frutta disposte con una precisione quasi teatrale.

Tra i luoghi più frequentati c’era la Pasticceria Venezia, nata nei primi anni del Novecento e da allora presenza stabile nel cuore della città. Generazioni di vicentini hanno imparato a riconoscerne la vetrina e l’odore inconfondibile che usciva dalla porta ogni domenica mattina. Ancora oggi è uno dei simboli della tradizione dolciaria cittadina, sopravvissuta a guerre, cambiamenti sociali e trasformazioni urbane.

A pochi passi, in piazzetta Palladio, stava – e fortunatamente sta tuttora – la Pasticceria Sorarù, una di quelle istituzioni cittadine che sembrano appartenere da sempre al paesaggio urbano. Il locale, attivo da generazioni, è rimasto per decenni uno dei punti d’incontro della borghesia vicentina: il posto dove fermarsi per un caffè dopo la messa e scambiare qualche parola sul tempo, sul lavoro o, più spesso, sul Lanerossi.

La domenica mattina quei locali erano pieni ma mai rumorosi. Si entrava con una certa compostezza, quasi con rispetto. Il padre ordinava il caffè, la madre sceglieva due o tre pastine dal vassoio, i bambini osservavano il piattino arrivare come se contenesse qualcosa di prezioso. Bastava poco: un bignè alla crema, una diplomatica, un cannoncino. Era festa.

Il centro, però, non viveva solo di pasticcerie. C’erano anche botteghe che oggi sopravvivono soprattutto nella memoria cittadina, ma che per decenni hanno segnato la geografia affettiva della città, osservando rigorosamente il turno di chiusura festiva: le Sorelle Beltramello, Morbin, Nardini-Impiumi, Geremia; quanti ricordi…

Tornando ai dispensatori di dolcezza in contrà Santa Barbara si trovava la pasticceria Rudatis, un nome che molti vicentini ricordano ancora con affetto. Il locale era noto soprattutto per una specialità semplice ma irresistibile: la treccia, una brioche intrecciata ricca di burro e zucchero che per anni è stata una presenza quasi obbligata sulle tavole domenicali. Chi usciva dal centro con il pacchetto di Rudatis legato con lo spago sapeva di portare a casa qualcosa che faceva parte delle piccole certezze della città.

Sempre nel tessuto antico del centro storico c’era anche La Meneghina, una delle più antiche offellerie cittadine – oggi convertita in champagneria –, la cui origine risale addirittura al Settecento. Per oltre due secoli è stata un punto di riferimento per i dolci della tradizione vicentina e per le colazioni lente della domenica mattina.

Dopo il rito delle pastine, la domenica vicentina entrava nel suo secondo atto, forse il più caratteristico: le “vasche”.

Il palcoscenico era corso Palladio. Oggi diremmo che era una passeggiata, ma il termine locale dice molto di più: fare le vasche significava camminare avanti e indietro lungo la via principale senza un vero scopo, se non quello di esserci.

La città intera sembrava muoversi dentro quel corridoio di portici. Si partiva dalla piazza, si arrivava verso piazza Castello, e poi si tornava indietro. Un flusso continuo e lento, quasi come una marea.

Le famiglie procedevano con calma, guardando le vetrine. I ragazzi invece si muovevano in piccoli gruppi, seguendo traiettorie invisibili e strategiche. Le vasche erano anche un gigantesco sistema di comunicazione sentimentale: uno sguardo incrociato, un saluto improvvisato, un cambio di direzione studiato con attenzione.

Lungo il percorso c’erano le soste obbligate. Il Caffè Commercio, il Bar Borsa sotto la Basilica, il Garibaldi e altri bar del centro erano luoghi dove la città si fermava a discutere di politica, di calcio o semplicemente della vita quotidiana.

Il rumore delle scarpe sul pavimento dei portici, il tintinnio delle tazzine, il profumo che usciva dalle pasticcerie: tutto contribuiva a creare quell’atmosfera che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.

Verso il tardo pomeriggio la folla cominciava lentamente a diradarsi. I bambini venivano trascinati via con la promessa di una merenda a casa; gli adulti rientravano con il pacchetto di dolci sotto braccio. Le luci delle vetrine si spegnevano una dopo l’altra.

Eppure restava qualcosa nell’aria.

Forse l’odore di crema e caffè che continuava a galleggiare tra le pietre del centro storico. O forse la sensazione – difficile da spiegare oggi – che per qualche ora la città intera si fosse ritrovata nello stesso posto.

Camminando lentamente avanti e indietro lungo una strada.

Proprio come in un vecchio film di memoria collettiva, dove la trama non è fatta di grandi eventi ma di piccoli riti: una pastina alla crema, un caffè al banco, una passeggiata sotto i portici.

E la certezza che, la domenica, Vicenza fosse tutta lì.

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