Il grande circo della nutrizione social: tutti sanno tutto e quel che ieri ti uccideva oggi ti salva…

Di Alessandro Cammarano
Dove ogni giorno si scopre che quello che mangiavi ieri ti uccideva, e quello che mangi oggi ti salverà. Forse…
Benvenuti nel mercato più affollato e più pericoloso del web: quello dei consigli alimentari su TikTok e Instagram. Tra un balletto e una ricetta “detox”, si combatte ogni giorno una guerra santa fatta di carboidrati demonizzati, grassi riabilitati, zuccheri assolti e poi di nuovo condannati — il tutto affidato a persone il cui titolo di studio più verificabile è spesso la luce del ring light.
Il quadro, a guardarlo con attenzione, sarebbe di una comicità quasi perfetta. Se non fosse che di mezzo ci va la salute di milioni di persone.
Partiamo dai numeri, che fanno sempre meno rumore dei reel ma hanno il vantaggio di essere reali.
Un’analisi di oltre 67.000 video con contenuti di dieta e nutrizione su TikTok, condotta da ricercatori universitari con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e confrontata con le linee guida di salute pubblica ufficiali, ha prodotto un risultato difficile da digerire: solo il 2,1% dei contenuti analizzati era accurato. Il restante 97,9% era impreciso, parzialmente sbagliato, o classificato come incerto per mancanza di evidenze scientifiche.
Novantasette virgola nove percento. Quasi la totalità. Detto altrimenti: se aprite TikTok cercando un consiglio alimentare, avete statisticamente circa la stessa probabilità di trovarne uno corretto che di vincere al gratta e vinci. Ma almeno il gratta e vinci non pretende di avere un dottorato.
Nel frattempo, l’87% dei giovani utenti della piattaforma dichiara di usarla come fonte di informazione su salute e nutrizione — preferendola a medici, familiari, o qualsiasi professionista in carne e ossa. E il 57% di questi ammette di aver adottato nella vita reale almeno una delle tendenze alimentari viste online.
Ma chi sono questi “esperti”?
La legge è chiara, anche se evidentemente nessuno la legge. Solo il medico specializzato in scienza dell’alimentazione, il biologo nutrizionista iscritto al relativo Ordine professionale e il dietista con laurea abilitante sono autorizzati a prescrivere diete personalizzate. Chiunque altro — coach del benessere, consulente alimentare, guru del metabolismo — lo fa abusivamente. Elaborare diete senza titolo è un reato penale: fino a due anni di reclusione e multe fino a 50.000 euro.
Questo, com’è ovvio, non ha scoraggiato nessuno.
Un’operazione della Guardia di Finanza ha portato alla luce 41 falsi nutrizionisti, 5 studi sequestrati e decine di titoli accademici fasulli, rilasciati da pseudo-università online che sfornano lauree — dalla filosofia all’alimentazione — con un unico tutor per tutti i corsi, a 2.000 euro a diploma. Pergamene da appendere al muro. E poi da inquadrare nei video.
«Un profilo curato, tanti follower, un fisico scolpito: bastano questi elementi per costruire credibilità», ha spiegato uno degli inquirenti. «Ma dietro quei post, spesso, non c’è alcuna competenza scientifica». Una verità scomoda che l’algoritmo, naturalmente, non è attrezzato a rilevare.
Il caso più elegante, però, non riguarda i ciarlatani senza titolo. Riguarda i professionisti regolarmente abilitati. Perché il problema, a quanto emerge, non è sempre l’ignoranza. A volte è la busta paga.
Un’inchiesta giornalistica internazionale ha documentato come l’industria alimentare e delle bevande paghi decine di dietologi e nutrizionisti con grandi seguiti su TikTok e Instagram per promuovere messaggi favorevoli ai propri prodotti — spesso in contrasto con decenni di ricerca scientifica consolidata. Il meccanismo è semplice: un gruppo di lobbying del settore bevande ha ingaggiato una dozzina tra dietologi, medici e fitness influencer per contrastare le valutazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su un diffusissimo dolcificante artificiale, liquidando le avvertenze dell’OMS come “clickbait” basato su “scienza di bassa qualità”. Il tutto accompagnato da un hashtag di campagna e da un #ad sepolto nella didascalia.
Lo stesso schema è stato usato dall’industria dello zucchero, che ha finanziato video in cui si incoraggiavano i genitori a far mangiare ai propri figli tanti dolci quanto volessero — presentati, ovviamente, come consigli professionali imparziali.
L’autorità americana per la tutela dei consumatori ha poi dovuto intervenire, inviando lettere di diffida a oltre una dozzina di influencer con milioni di follower complessivi, rilevando che le sponsorizzazioni non venivano dichiarate in modo sufficientemente visibile. Molti post sono stati cancellati nel giro di giorni.
Il motivo per cui tutto questo funziona è preciso: chi segue questi profili sviluppa un rapporto di fiducia quasi personale con il creator, perché lo vede ogni giorno, lo conosce nei tic e nelle espressioni, lo sente amico. Più di quanto non si senta amico dell’OMS. Ed è esattamente su questo che l’industria alimentare ha imparato a investire.
Al di là della corruzione esplicita, c’è poi il problema strutturale: i guru della nutrizione social si contraddicono gli uni con gli altri con una sistematicità che, in qualsiasi altro campo, sarebbe considerata scandalo.
I carboidrati fanno male? Dipende da chi segui. I grassi saturi uccidono o salvano? Entrambe le cose, a seconda del giorno. Il digiuno intermittente è la rivoluzione del metabolismo o è pericoloso? Sì. Gli oli di semi sono veleno industriale o fonte preziosa di grassi polinsaturi? Le prove scientifiche dicono la seconda — ma sui social vince la prima, perché “ti stanno avvelenando con l’olio di girasole” è più virale di qualsiasi metanalisi.
E poi c’è la dieta carnivora, la dieta chetogenica, il “raw food”, il “clean eating”, ognuna con il proprio esercito di evangelisti convinti e profeti del collasso totale di chi non la segue. Ogni tendenza nasce, esplode, muore e viene sostituita dalla successiva nel giro di settimane — con gli stessi creator che la settimana prima predicavano l’opposto, senza mai un’autocritica, senza mai un aggiornamento, senza mai una fonte che sia una.
Sarebbe tutto molto divertente se non producesse effetti concreti. La disinformazione alimentare ritarda diagnosi, alimenta disturbi del comportamento alimentare, sostituisce terapie con protocolli inventati. Chi si trova in una condizione di fragilità — un disturbo alimentare, una malattia metabolica, un rapporto difficile con il cibo — e si imbatte nel mental coach o nel life coach che promette di risolvere tutto senza medici né psicologi, è esposto a rischi seri. Non ipotetici. Documentati.
Il sistema, del resto, si autoalimenta con una logica feroce: più un video è visto, più sembra credibile. Più sembra credibile, più viene visto. L’algoritmo non distingue tra verità e finzione. Distingue tra ciò che fa cliccare e ciò che non lo fa. E un video che ti dice “i carboidrati ti stanno lentamente uccidendo” è infinitamente più cliccabile di uno che ti spiega le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità.
Le persone, ha documentato la ricerca universitaria citata in apertura, usano il numero di follower e la viralità di un video come indicatori di affidabilità. Non sono buoni indicatori. Non lo sono mai stati. Ma nell’ecosistema dei social, è l’unica bussola disponibile — e l’industria lo sa benissimo.
Chi vuole informazioni nutrizionali attendibili può rivolgersi al proprio medico, a un biologo nutrizionista iscritto all’Ordine, o alle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Nessuno di questi ha un profilo TikTok con una canzone pop in sottofondo. Ma almeno non vi stanno vendendo niente.










