Il Cavallo di Troia è un algoritmo: come le dittature abitano le nostre democrazie

Umberto Baldo
Com’era prevedibile, data la rilevanza del problema, il mio editoriale di ieri sulla sentenza con cui una giuria popolare Americana ha condannato Meta e Google per aver creato “dipendenza” ad una giovane con i loro social (https://www.tviweb.it/condanna-a-meta-e-google-il-verdetto-che-svela-il-lato-oscuro-dei-social-e-delle-famiglie/), alcuni di voi mi hanno scritto ampliando il ragionamento, puntando su un terreno ancora più scivoloso; quello del nesso fra social media, fake news e politica.
C’è una consolazione rassicurante nel puntare il dito contro la Silicon Valley: trovare un colpevole unico, ricco e possibilmente americano.
Prendendocela con gli “algoritmi cattivi” e le Multinazionali senza volto, ci sentiamo immediatamente assolti.
Ma questa non è che la superficie del fenomeno.
La verità è che i social non sono più solo piattaforme di intrattenimento o bacheche pubblicitarie; sono diventati il teatro di una guerra ibrida dove chi ha capito prima la natura del terreno sta già muovendo da tempo le proprie pedine.
Le democrazie occidentali sono intrinsecamente vulnerabili perché fondate sull’apertura e sul pluralismo.
Il pluralismo, che dovrebbe essere un punto di forza, diventa una crepa dove infilare qualsiasi cosa.
Non serve sfondare la porta: basta entrare dalla finestra, magari con un post sponsorizzato.
E così, mentre noi discutevamo di privacy, cookie e profilazione, altri hanno iniziato a usare quegli stessi strumenti con una logica completamente diversa.
Non commerciale, ma politica ed anche militare.
Non per vendere scarpe, ma per orientare opinioni.
Non è fantascienza, né complottismo da bar. È tattica.
La Russia ha adottato una strategia disruptive: interferenze, campagne coordinate, fabbriche di troll. In pratica punta al caos. Non vuole convincerti di una tesi, vuole che tu non creda più a nulla. Attraverso fabbriche di troll e campagne coordinate, l’obiettivo è polarizzare, dividere, esasperare i toni affinché il sistema perda ogni briciolo di credibilità residua.
La Cina muove passi più raffinati. La sua è un’operazione di soft power infiltrante.
Costruisce narrazioni di lungo periodo, scava nel dibattito pubblico per orientare impercettibilmente il consenso e presentarsi come l’unica alternativa solida.
Non urla; sussurra in modo che le sue idee diventino, col tempo, le nostre.
Il vero salto di qualità non è più la bugia plateale, che ormai quasi tutti sanno riconoscere.
La tecnica moderna è più subdola: si prende una notizia vera, la si decontestualizza e la si amplifica fino a deformarla.
Si accostano fatti scollegati per suggerire nessi inesistenti, alimentando paure ancestrali. Non si costruisce una realtà alternativa; si sporca quella esistente fino a renderla opaca.
E quando la realtà diventa discutibile su tutto, il cittadino smette di fidarsi.
O, peggio, finisce per credere a tutto ciò che conferma i suoi pregiudizi.
In questo scenario, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale rappresenta la nuova, inquietante frontiera per gli “Stati canaglia”.
Se prima servivano migliaia di persone per gestire una “fabbrica di troll”, oggi bastano pochi algoritmi per generare contenuti sintetici indistinguibili dal vero. Deepfake e Deep-audio: video e audio che mettono in bocca ai leader politici frasi mai dette, capaci di scatenare crisi diplomatiche o rivolte in pochi minuti. Micro-targeting automatizzato: l’IA può analizzare i profili di milioni di cittadini e generare messaggi personalizzati che fanno leva sulle debolezze psicologiche di ogni singolo individuo, su scala industriale.
Bot empatici: agenti artificiali che simulano conversazioni umane, capaci di infiltrarsi nei gruppi WhatsApp o nei forum locali per spostare l’opinione pubblica dal basso, senza che nessuno si accorga dell’intrusione esterna.
Le democrazie reagiscono con la grazia di un elefante in una cristalleria: gli Usa multano le piattaforme, l’Europa insegue i fenomeni con regolamenti che nascono già obsoleti.
E qui arriva il passaggio più sgradevole, quello che nessuno ama affrontare.
Il cittadino non è solo vittima.
L’operazione di propaganda funziona solo se trova complicità.
Se condividiamo contenuti senza leggere o approfondire, se reagiamo di pancia, se cerchiamo conferme invece che verità, facciamo noi il lavoro sporco per conto dei regimi.
Non serve nemmeno una grande regia, a quel punto.
Basta dare una spinta iniziale. Il resto lo fa la dinamica sociale: indignazione, paura, appartenenza.
Le dittature e gli Stati autoritari investono risorse, studiano, pianificano.
Ma la parte più capillare e decisiva del lavoro la facciamo noi, gratis. E persino con entusiasmo.
E allora, forse, la domanda giusta non è solo cosa devono fare le piattaforme o cosa devono fare gli Stati.
La domanda, più scomoda, è un’altra: quanto siamo disposti a riconoscere la nostra fragilità?
La libertà di informazione è un valore immenso; ma senza disciplina intellettuale e senso critico rischia di diventare un’autostrada per chi quella libertà la combatte, e sa benissimo come usarla contro di noi.
Le dittature non devono più chiudere i giornali: possono limitarsi a partecipare al nostro dibattito.
E spesso, bisogna ammetterlo, lo fanno con una maestria che dovrebbe terrorizzarci.
Umberto Baldo










