4 Marzo 2026 - 10.46

Cortina, la pista e lo scaricabarile olimpico

Umberto Baldo

Il 28 agosto 2023, su questa testata, pubblicavo una lettera aperta all’allora Presidente Luca Zaia dal titolo “Olimpiadi invernali 2026. Pista di bob.  Ne vale la pena Presidente Zaia?”, ( https://www.tviweb.it/olimpiadi-invernali-2026-pista-di-bob-ne-vale-la-pena-presidente-zaia/).

La domanda era semplice, quasi brutale: ha senso impegnare 118 milioni di euro per un impianto destinato a tre discipline – bob, skeleton e slittino – che in Italia contano una cinquantina di tesserati in tutto?

Naturalmente non nutrivo illusioni. 

La mia era una voce nel deserto, e la decisione era già stata presa. 

Alla base, più che un’analisi costi-benefici, mi sembrava ci fosse un moto d’orgoglio: Cortina deve avere la sua pista. 

Perché, qualcuno scandiva allora: “Cortina c’è, anche con la pista di bob”.

Il 13 gennaio scorso sono tornato sull’argomento con un altro intervento: “La cattedrale nel bosco”. (https://www.tviweb.it/olimpiadi-cortina-la-cattedrale-nel-bosco/).

Lì scrivevo che la pista “non farà la storia”, nonostante qualche dichiarazione enfatica lasciasse intendere il contrario.

Perché, a guardarla senza retorica, la pista da bob di Cortina non è solo un impianto sportivo. 

È un monumento ideologico. 

Serviva a dimostrare che l’Italia ce la fa da sola. 

Anche quando forse sarebbe più intelligente non farcela affatto. 

Come fecero gli americani nel 1960, a Squaw Valley 1960 Winter Olympics: niente pista da bob, niente gare, niente medaglie. Una scelta di sobrietà che da noi suona quasi sovversiva.

Finite le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 Winter Olympics – e archiviate con risultati straordinari per le nostre atlete e i nostri atleti – si è aperta la fase successiva. 

Quella che in Italia è quasi automatica.

Le opere pubbliche, da noi, seguono un ciclo fisiologico: progetto, comitati del No, inaugurazione con fascia tricolore, polemiche, avvocati. 

Una specie di rito repubblicano parallelo.

La pista da bob poteva essere l’eccezione? Sarebbe stato sorprendente.

Nei giorni scorsi si è appreso dalla stampa bellunese che i campionati italiani di bob, skeleton e slittino – previsti dal 10 al 12 marzo allo Sliding Centre “Eugenio Monti” di Cortina, a poche settimane dalla chiusura dei Giochi – non si faranno.

Una doccia fredda per Federazioni e atleti, che contavano di sfruttare l’onda olimpica e tornare subito a gareggiare sul nuovo tracciato.

Il motivo? Troppe “incognite e problematiche”.
Alla base, secondo quanto riportato dai giornali, ci sarebbe un verbale di sopralluogo di 45 pagine, datato 25 febbraio, che attesterebbe danni per oltre un milione di euro al termine delle competizioni olimpiche.

Non dettagli marginali. 

Si parla di impianto trovato in condizioni definite di “quasi abbandono” pochi giorni dopo la fine delle gare. 

Locali aperti, control room accessibile nonostante la presenza di strumentazioni di grande valore, manometri rotti, protezioni danneggiate, tubazioni piegate, viti mancanti, quadri elettrici schiacciati, cavi tagliati, reti rovinate, cartongessi lesionati.

Non un guasto isolato, ma una costellazione di criticità diffuse.

Accertati i danni, tali da impedire lo svolgimento dei campionati italiani, si entra nella fase più tipica del copione: chi risponde di cosa?

Fino a pochi mesi prima dei Giochi, il cantiere era gestito da Simico, la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026. 

A ridosso dell’evento, l’impianto è stato consegnato al Comune di Cortina, dichiarato ultimato e funzionante nelle sue parti essenziali. 

Il Comune ha poi affidato la gestione temporanea alla Fondazione Milano Cortina 2026 per il periodo olimpico, con l’impegno di riconsegna a fine marzo.

Nel frattempo, secondo quanto riferito da esponenti dell’opposizione consiliare di Cortina,  di fronte alle riferite “criticità”, il Comune avrebbe già incaricato uno studio legale per la gestione dei rapporti con Simico e con la Fondazione, in vista di un possibile contenzioso.

Scherzando un po’ si potrebbe dire che sono iniziate le gare della disciplina che vede l’Italia sempre vincente nel mondo; lo scaricabarile.

La pista di bob doveva celebrare l’efficienza italiana. 

Rischia di diventare l’ennesimo fascicolo.

Immagino che  la Fondazione provvederà alla sistemazione dei danni prima della riconsegna, ed è auspicabile che si chiariranno responsabilità e competenze.

Resta però un doppio interrogativo.

Il primo: com’è possibile che un’infrastruttura appena utilizzata per un evento mondiale presenti danni per oltre un milione di euro nel giro di poche settimane?

Il secondo è lo stesso che ponevo due anni fa: valeva davvero la pena spendere 118 milioni di euro per una cattedrale nel bosco?

Domande semplici. 

Ma in Italia, come spesso accade, le risposte rischiano di essere molto più complicate.

Umberto Baldo

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