23 Marzo 2026 - 11.53

Bersaglio Europa.  Ora l’Iran può colpirci dal cielo

Umberto Baldo

È finito il tempo dei salotti, delle analisi geopolitiche edulcorate e dei sorrisi di circostanza nelle cancellerie. 

Per decenni, l’Europa ha giocato a fare la sentinella del mondo con il sedere degli altri, convinta che la guerra fosse un videogame da guardare in TV, o una faccenda confinata a deserti polverosi e lontani. 

Ci siamo cullati nell’idea che il pericolo avesse un confine geografico invalicabile. 

Beh, svegliamoci, quel confine è stato polverizzato.

Nella notte tra il 21 e il 22 marzo, la realtà ha preso a schiaffi la diplomazia occidentale. 

Due missili partiti dall’Iran hanno centrato l’atollo di Diego Garcia. 

Sottolineiamolo per chi dorme: Diego Garcia è una base britannica, un pilastro della proiezione di potenza anglo-americana nell’Oceano Indiano. 

Non è una tendopoli nel deserto; è l’atollo-fortezza da cui sono partite le campagne aeree contro il Vietnam, l’ Iraq e l’Afghanistan.

Per anni, i cosiddetti “esperti” ci hanno propinato la favoletta di un Iran tecnologicamente limitato, capace di arrivare a 2.000 chilometri, forse poco più. 

Balle. 

Se colpisci con buona precisione a 3.810 chilometri, significa che hai armi che raddoppiano le stime ufficiali fornite finora. 

Significa che Roma, Milano, Parigi e persino Londra sono ufficialmente nel raggio d’azione.

E qui arriviamo alla nota più dolente, quella che i nostri politici amano ignorare: l’Italia non è un Paese neutrale che guarda la tempesta da lontano. 

Siamo la prima linea, il deposito munizioni e la rampa di lancio degli Stati Uniti e della Nato nel Mediterraneo.

E qui arriviamo alla nota più dolente, quella che i nostri politici amano ignorare durante i talk show del sabato sera: mentre ci raccontano che “va tutto bene”, il territorio italiano ospita basi che in caso di escalation del conflitto potrebbero essere i primi obiettivi sulla lista di Teheran. 

Aviano, Sigonella, Camp Darby e il MUOS di Niscemi non sono solo nomi su una mappa; sono il cuore pulsante del sistema difensivo americano messo in piedi all’epoca della guerra fredda.  

Se l’Iran ha dimostrato di poter colpire un puntino sperduto nell’Oceano Indiano, pensate davvero che si farebbe scrupoli a puntare i propri vettori su basi situate a ridosso delle nostre città?

Ma il vero scandalo è tecnico. 

Ci hanno venduto il sistema SAMP/T come lo scudo invalicabile, il fiore all’occhiello della difesa aerea europea. 

La verità è molto più sinistra: questi sistemi sono stati progettati per intercettare minacce della scorsa generazione.

Hanno costi proibitivi, e servono poco contro droni da pochi dollari (poco più che giocattoli, ma micidiali) e soprattutto contro quelli a frammentazione.

Di fronte ai nuovi vettori iraniani, che viaggiano a velocità ipersoniche e seguono traiettorie imprevedibili, i nostri “scudi” rischiano di fare la figura delle reti da pesca contro i proiettili. 

La fisica non mente: se un missile rientra nell’atmosfera a velocità superiori a Mach 5, il tempo di reazione dei nostri radar si riduce a pochi, inutili secondi. 

Siamo nudi, ma continuiamo a sfilare con l’armatura di cartone.

La verità è brutale: ospitiamo infrastrutture critiche per una guerra che possiamo continuare a dire che “non e la nostra”, sventolando la nostra “Costituzione più bella del mondo”, ma di cui pagheremmo il conto più salato. Assieme agli altri Paesi europei siamo ostaggi di una strategia che ci ha trasformati in un bersaglio primario senza nemmeno chiederci il permesso.

L’ombrello si è rotto. Chi continua a raccontarvi che siamo al sicuro vi sta mentendo per proteggere la propria poltrona. 

Come pure mente chi propone il “pacifismo” come soluzione del problema, a meno che la strategia sia quella, rispettabile s’intende, del “porgi l’altra guancia”. 

Quando di recente un drone raggiunse Cipro, i soliti rassicuratori di professione minimizzarono: È un caso isolato”, “Cipro è periferia.

Oggi quella narrazione è cenere. L’Iran ha dimostrato di avere i muscoli per scavalcare ogni sistema di difesa e arrivare dove vuole.

Mentre l’Iran squarciava il velo della nostra sicurezza centrando Diego Garcia, i titoli di testa dei nostri media si occupavano di gossip politico e Referendum sulla Magistratura.

Per me c’è una ragione precisa per questo silenzio: ammettere che l’Iran può colpire a 4.000 km significa ammettere che la nostra intera strategia di difesa degli ultimi trent’anni è carta straccia. 

Preferiscono che i cittadini restino al buio, convinti che la guerra sia ancora un affare da “esperti” in giacca e cravatta, finché un giorno il boato non arriverà direttamente sotto casa nostra. 

L’omertà di certi media non è prudenza, è tradimento consapevole.

In altre parole, mentre noi ci accapigliamo su percentuali di PIL e regolamenti condominiali europei, c’è chi ha passato gli ultimi vent’anni a costruire vettori capaci di pioverci in testa mentre beviamo il caffè in piazza. 

La difesa aerea europea è un colino e la nostra deterrenza è un concetto astratto buono per i convegni.

Non è più tempo di “preoccupazione”. 

È il tempo della consapevolezza brutale. La minaccia non è più “là fuori”; la minaccia è sopra le nostre teste. 

Se non ci dotiamo di una deterrenza adeguata, il rischio vero è di non essere più spettatori. 

E’ quello di diventare  il poligono di tiro.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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