Atene, il sorteggio e le bubole della campagna referendaria

Adesso che siamo ad una manciata di ore dall’apertura delle urne, prima di essere travolti dai numeri, dal giubilo dei vincitori, e dalle facce livorose degli sconfitti, sento di dover esprimere in giudizio su questa scontro elettorale.
Che la campagna referendaria sarebbe stata “spericolata” ve lo avevo anticipato in tempi non sospetti.
Che qualcuno si sarebbe mosso un “pelino”, passatemi l’eufemismo, fuori dal merito della riforma, anche.
Ma che si arrivasse ai livelli cui abbiamo assistito era difficile anche solo da ipotizzare.
Tra catastrofismi dell’ultima ora e citazioni inventate, siamo arrivati a quella che a mio avviso è la madre di tutte le “bubole”: la crociata contro l’estrazione a sorte.
A voler essere onesto questo è il solo tema che mi ha attizzato veramente, perché a mio avviso si pone al di fuori da ogni logica.
Ve ne avevo già parlato ampiamente lo scorso tre marzo (https://www.tviweb.it/riforma-giustizia-il-sorteggio-non-e-un-gratta-e-vinci-e-igiene-istituzionale/), ma sento l’urgenza di ritornarci su in vista delle urne perché a mio avviso rappresenta la prova che “in questa fase vale tutto, e qualsiasi cazzata va bene pur di raccattare qualche voto in più”.
Mentre il Medio Oriente brucia ed una guerra più ampia non è affatto un’ipotesi remota, i nostri Demostene domestici sembrano concentrati soprattutto sul futuro assetto della Magistratura italica.
Ma tant’è: questo è il livello del personale politico che passa il convento. E, va ricordato, siamo noi che lo eleggiamo.
Ma tornando al tema di questo editoriale, sentire certi Soloni della politica definire il sorteggio come un metodo “anti-democratico” o, peggio, paragonarlo ad un gioco d’azzardo da bar, fa capire quanto siamo messi male.
Se la democrazia fosse un esame di storia, molti dei nostri attuali protagonisti verrebbero rispediti a settembre senza passare dal via.
Magari anche quelli che qualche anno fa hanno stravinto le elezioni teorizzando il principio “uno vale uno”, e che adesso si stracciano le vesti contro l’estrazione a sorte. Cosa c’è di più conforme all’ “uno vale uno” di un sorteggio?
Per chi ha la memoria corta (o non l’ha mai avuta), l’estrazione a sorte non è un’invenzione di qualche sognatore sotto l’effetto di sostanze psicotrope.
È il DNA della Democrazia.
Nell’antica Atene, se dicevi “elezione”, la gente si toccava il portafogli: era il metodo degli aristocratici, di chi aveva i soldi per comprarsi i voti ed il prestigio per incantare le folle.
Il vero democratico pretendeva il Kleroterion, quella meravigliosa macchina di pietra che distribuiva le cariche in base alla sorte.
Perché? Semplice: perché se non sai chi sarà il giudice domani mattina, stasera non puoi corromperlo.
Igiene istituzionale allo stato puro.
Persino la Serenissima di Venezia, che di politica se ne intendeva più di noi, usava il sorteggio per spezzare le gambe alle fazioni ed ai potentati familiari.
Non era un gioco: era chirurgia per asportare il cancro del clientelismo.
È affascinante vedere come i sostenitori del “No”, ed anche certi distratti del “Sì”, si trovino d’accordo su una cosa: l’orrore per il caso.
Sostengono che il sorteggio minerebbe la “professionalità”.
Certo, perché invece il sistema attuale — fatto di correnti, scambi di favori e carriere costruite all’ombra del potente di turno — trasuda “meritocrazia” da tutti i pori, vero?
Come scriveva Montesquieu, il sorteggio ha un pregio immenso: “non umilia nessuno”.
Non crea vincitori tronfi e vinti livorosi.
Lascia ad ogni cittadino la speranza di servire.
Mogens Hansen, lo storico che più di chiunque altro ha studiato la democrazia ateniese, ha spiegato che la rotazione delle cariche ed il sorteggio erano il vero antidoto alla formazione di oligarchie permanenti.
Eppure oggi ci dicono che è una “cazzata”.
Forse la vera cazzata è continuare a credere che il metodo che ci ha portato fin qui sia l’unico possibile.
Stanotte scatterà il silenzio elettorale. Approfittatene per rileggere un po’ di storia, prima di farvi spaventare da chi agita lo spauracchio del sorteggio solo perché ha il terrore di perdere il controllo del “giochino”.
Atene ci guarda, e probabilmente se la ride.
Ma domani non siamo nell’agorà ateniese: siamo in una democrazia costituzionale che ci chiede una cosa molto semplice: partecipare.
Nei referendum abrogativi l’astensione può essere una strategia: si resta a casa per far mancare il quorum.
Qui no. Qui siamo davanti ad un referendum confermativo.
Restare sul divano non blocca nulla. Significa solo lasciare che altri decidano al posto nostro.
E se c’è una cosa che la storia della democrazia — da Atene alla Serenissima — ci insegna, è che quando i cittadini si tirano indietro, qualcuno si fa sempre avanti al loro posto.
Non sempre per il meglio.
Accursio
PS: Va ribadito che l’estrazione a sorte dei membri dei CSM verrà fatta pescando tra TUTTI i magistrati, giudicanti e requirenti, che avranno i requisiti, da stabilire con una legge ordinaria successiva. Vi sembra anti democratico?
Ultima osservazione. Fra gli intellettuali, giuristi, politici che hanno annunciato che voteranno “Si” ci sono, per citarne alcuni: Augusto Barbera, Anna Maria Bucciarelli, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Carlo Cottarelli, Bobo Craxi, Alessio D’Amato, Roberto Giachetti, Elisabetta Gualmini, Pietro Ichino, Enzo Marano, Claudio Martelli, Enrico Morando, Tommaso Nannicini, Mario Oliverio, Arturo Parisi, Claudio Petruccioli, Pina Picierno, Giuliano Pisapia, Gianni Pittella, Umberto Ranieri, Andrea Romano, Michele Salvati, Claudio Signorile, Giorgio Tonini, Enzo Bianco, Stefano Esposito, Elena Bonetti, Nicola Latorre, Marco Minniti, Chicco Testa, Ettore Rosato, Cesare Salvi, Ivan Scalfarotto.
Tutti picchiatori fascisti? Tutti nostalgici del ventennio?
Non scherziamo!
Sono intellettuali di tradizione e fede progressista, che hanno deciso di votare secondo coscienza, senza seguire le parole d’ordine di chi ha voluto trasformare un momento di democrazia diretta in un tentativo di spallata al Governo.










