Elezioni ungheresi. Il referendum su Orbán che riguarda tutti noi

Domenica prossima i cittadini ungheresi saranno chiamati alle urne per le elezioni politiche.
In un contesto normale, l’avvenimento dovrebbe avere un peso specifico modesto: parliamo di un Paese che, pur erede di una storia millenaria e gloriosa, conta meno di dieci milioni di abitanti — poco più del 2% dell’intera popolazione dell’Unione Europea.
Eppure, gli occhi del mondo sono puntati su Budapest.
Perché questa non è una tornata elettorale come le altre.
Per molti ungheresi, e per la totalità delle Cancellerie occidentali, questo voto è un referendum senza appello sul “modello Orbán”.
Sotto la guida di Viktor Orbán e del suo partito Fidesz, l’Ungheria ha progressivamente imboccato una strada che ha fatto discutere, e non poco, in Europa.
Anno dopo anno il controllo sui media si è rafforzato, quello sulle aziende pubbliche pure, tra accuse sempre più insistenti di clientelismo.
L’indipendenza della Magistratura è stata messa sotto pressione, ed il Paese è scivolato nelle classifiche internazionali sulla trasparenza e sulla qualità democratica.
Ma la questione, per noi europei, è ancora più seria.
In questi sedici anni di governo, Orbán ha trasformato l’Ungheria in qualcosa di molto simile ad un punto di pressione interno all’Unione.
Non un semplice Stato membro con opinioni divergenti, ma uno strumento consapevole utilizzato dalle grandi potenze per indebolire una costruzione europea già di per sé fragile.
In altre parole, leader come Putin, Trump e Xi Jinping hanno individuato nell’uomo forte ungherese il perfetto “cavallo di Troia”.
Orbán, oggi 62enne, si è ritagliato il ruolo di leader UE più vicino al Cremlino, trasformandosi in un ostacolo costante e metodico agli sforzi di Bruxelles per costruire un fronte unito contro le mire espansionistiche russe.
Dalle battaglie ideologiche sui diritti LGBTQ+ alla gestione dei flussi migratori, ogni mossa di Budapest sembra mirata a minare la coesione interna dell’Unione.
“L’Unione Europea si sgretolerà da sola”, ha profetizzato Orbán all’inizio dell’anno, confermando la sua scommessa sulla fine dell’ordine multilaterale liberale.
La strategia di Orbán si muove su binari ben precisi che scavalcano i confini continentali:
L’asse con Mosca: negli ultimi mesi, sfruttando cinicamente il diritto di veto, è riuscito a bloccare prestiti vitali per Kiev, mentre sul piano interno accusa il suo principale competitor, Péter Magyar, (in testa nei sondaggi) di essere un pericoloso “bellicista” pronto a trascinare l’Ungheria in guerra.
La sponda del Sol Levante: la stessa logica anti-europea viene applicata nei rapporti con Pechino. L’Ungheria si è offerta come testa di ponte per gli investimenti cinesi in Europa, garantendo incentivi e facilitazioni che creano una concorrenza sleale all’interno del mercato unico.
Il “Vento dell’Ovest” (versione MAGA): forse l’alleato più determinante in questo momento è la destra americana.
Il legame con Donald Trump è talmente stretto che il suo vice, J.D. Vance, si è recato in questi giorni personalmente in missione in Ungheria per ribadire un appoggio che non è solo politico, ma ideologico.
Orbán non è però un battitore solitario.
È il punto di riferimento di una rete di forze populiste e sovraniste all’interno dell’Unione.
Senza il suo peso politico, figure come Andrej Babiš in Repubblica Ceca o Robert Fico in Slovacchia sarebbero decisamente più isolate nei consessi europei.
Resta però una domanda inevitabile: come è stato possibile che tutto questo accadesse senza una reazione efficace da parte degli altri partner europei?
La risposta, come spesso accade, è poco nobile.
Interessi economici, in primo luogo. La Germania, per anni, ha mantenuto un atteggiamento quantomeno prudente nei confronti di Budapest, anche per via degli ingenti investimenti delle proprie industrie, in particolare nel settore automobilistico.
A questo si è aggiunto il sostegno politico che Fidesz ha garantito a lungo agli equilibri del Partito Popolare Europeo.
Non sono mancate nemmeno altre sponde politiche: diversi partiti sovranisti, inclusi quelli italiani, da Fratelli d’Italia alla Lega, hanno guardato ad Orbán come ad un modello o, quanto meno, come ad un alleato.
Ma il vero problema strutturale resta un altro: la regola dell’unanimità.
Un meccanismo che consente ad un singolo Stato di bloccare decisioni cruciali e che, nei fatti, sta paralizzando da anni l’Unione.
Finché questo nodo non verrà sciolto, nel senso di superato, ogni tentativo di costruire una politica estera e di sicurezza comune resterà esposto a ricatti e veti incrociati.
Non sorprende, quindi, che Stati Uniti, Russia e Cina guardino con grande attenzione a queste elezioni.
Ripeto, non per il peso specifico dell’Ungheria, ma per il ruolo “dirompente” che essa può giocare all’interno dell’Unione Europea.
Domenica in gioco non c’è soltanto il governo di un Paese, ma l’equilibrio di un intero continente.
Perché se il modello Orbán dovesse uscire confermato o peggio rafforzato dalle urne, il rischio per l’Europa non sarebbe solo un nuovo blocco burocratico a Bruxelles.
Il vero pericolo sarebbe la validazione di una “democrazia illiberale” capace di agire come satellite per interessi stranieri nel cuore del continente.
Ecco perché ignorarlo sarebbe un errore.
Perché da Budapest, questa volta, potrebbe passare un pezzo non marginale del futuro della democrazia europea.
Umberto Baldo










