La lingua “algoritmica”: tra slang dei social e il tramonto del pensiero critico

Umberto Baldo
Se l’errore del “centurione fucilato” di cui scrivevo ieri ci ha fatto sorridere per la sua assurdità, il sottotesto che sottende è tutt’altro che divertente.
Quel corto circuito storico è la metafora perfetta di un linguaggio che si sta svuotando, diventando una “scorciatoia” non solo editoriale, ma esistenziale. Un fenomeno che vede i nostri ragazzi protagonisti, stretti tra lo slang sincopato dei social e l’uso pigro dell’Intelligenza Artificiale.
Esiste oggi una distanza siderale, quasi incolmabile, tra la lingua dei padri e quella dei figli.
Ma non è il solito scontro tra “vecchio” e “nuovo”.
C’è un nesso ancora più sottile e inquietante tra questa deriva tecnologica e lo slang che si è imposto prepotentemente sui social e nel linguaggio dei nostri ragazzi.
Filosoficamente parlando, noi abitiamo il mondo attraverso il linguaggio.
Il Logos dei greci non era solo “parola”, ma ragione, ordine, proporzione.
Se la lingua si impoverisce, si rimpicciolisce anche il mondo che siamo in grado di abitare e comprendere.
In passato, i giovani inventavano gerghi per non farsi capire dagli adulti, pur padroneggiando la lingua madre.
Oggi lo slang dei social — fatto di termini come POV, cringe, redflag o troncamenti brutali — sembra rispondere ad una necessità diversa: la massima resa col minimo sforzo cognitivo.
È una lingua che mima l’algoritmo.
Come l’AI non “pensa” ma calcola probabilità, così il linguaggio dei social non descrive emozioni, ma le “tagga”.
Si comunica per etichette preconfezionate.
Se non possiedi la parola per definire un sentimento od un contesto storico, quel sentimento e quel contesto smettono di esistere nella tua realtà.
Il conflitto generazionale di oggi non è dunque una sfida tra gerghi diversi, ma tra due visioni del mondo: una che vede la lingua come uno strumento di indagine profonda, ed una che la riduce ad una protesi funzionale, rapida, usa-e-getta.
Non si tratta di demonizzare gli strumenti, ma di capire che ogni scorciatoia ha un costo.
E che se smettiamo di insegnare (e di pretendere) l’uso corretto della lingua a favore di una comunicazione “algoritmica”, non avremo solo più errori nei libri.
Avremo cittadini meno capaci di distinguere il vero dal verosimile, il passato dal presente, un ordine da una follia anacronistica (politicamente parlando, cittadini pronti a seguire il primo avventuriero che si presenti sulla scena).
In fondo, il rischio è che a forza di parlare come le macchine per pigrizia, finiremo per pensare come loro.
Per essere più chiaro, il pericolo non è che le macchine inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come le macchine.
Un pensiero che procede per scorciatoie è un pensiero che non sa più gestire l’ambiguità, l’ironia, la metafora o l’anacronismo.
E quando manca la parola per sfumare un concetto, si chiede alla AI di scrivere il testo per noi.
Il risultato? Un appiattimento che elimina il dubbio, la metafora e, infine, la capacità di analisi critica.
Il punto di rottura tecnologico sta proprio qui.
Se la calcolatrice ci ha sollevato dal calcolo a mente senza distruggere la nostra comprensione della matematica, l’uso della AI come scorciatoia linguistica agisce diversamente.
La lingua è il software del pensiero: se deleghiamo la scrittura ad un algoritmo, stiamo delegando il modo in cui articoliamo le idee.
Il ragazzo che usa ChatGPT per fare il tema, o che comunica solo per acronimi sui social, non sta solo risparmiando tempo.
Sta atrofizzando un muscolo.
Il “centurione fucilato” nasce perché nessuno ha più avuto la pazienza di rileggere, di contestualizzare, di sentire la “stonatura”.
In un mondo che corre verso la velocità assoluta, la profondità diventa un peso inutile di cui sbarazzarsi.
Il conflitto generazionale, ritorno sul concetto, oggi si gioca su questo terreno: da una parte chi è cresciuto con la lingua come costruzione lenta e stratificata; dall’altra chi la vive come un flusso istantaneo e manipolabile.
E così quel centurione davanti al plotone d’esecuzione, purtroppo, non sarà più solo un errore di stampa, ma lo specchio di una cultura che ha smarrito la propria bussola logica.
Umberto Baldo
















