Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile

Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan, colpito durante un conflitto a fuoco nel distretto di Gulistan. In forza al 7° reggimento, era di guardia nell’avamposto “Snow” al momento dell’attacco. Un ragazzo vicentino che perse la vita l’ultimo giorno dell’anno. Un alpino, uno di noi, mai dimenticato. Ricordo ancora il cordoglio dignitoso della famiglia mentre tutti noi stavamo fuori dalla casa di Matteo ad attendere conferme. Mai dimenticato. Fino ad oggi. Quando la memoria di Matteo è stata infangata dalla ennesima uscita di un presidente, quello americano, che non merita neanche di essere citato per nome. Non si sputa sui nostri morti, su chi ci ha lasciato onorando la bandiera e la Patria. E ci giunge fortissimo lo sdegno di tanti per il silenzio che ha accompagnato questo insulto a vittime come Matteo. Nel pezzo di Baldo spieghiamo il perché.
Luca Faietti
A Roma “li mortacci tua” non è solo un insulto.
E’ una maledizione laica, un modo brutale per dire: stai superando un limite, stai toccando ciò che non si tocca. I morti, appunto.
Ecco, le parole di Donald Trump sui militari dei Paesi Nato impegnati in Afghanistan suonano esattamente così. Non un’opinione politica, non una boutade da campagna elettorale.
Ma un secco, sprezzante: “li mortacci vostri”.
Perché quando si deridono, si sminuiscono o si liquidano come comprimari i soldati alleati degli Usa che hanno combattuto per vent’anni sotto mandato Onu, non si offende un governo.
Si offendono i morti.
E, con loro, i vivi che sono tornati a casa con una gamba in meno, una schiena spezzata o una testa che non dorme più.
L’Italia in Afghanistan ha lasciato sul terreno 53 militari. Cinquantatré bare avvolte nel tricolore. E oltre 700 feriti, molti dei quali segnati per sempre.
Altro che “retrovia”. Altro che “presenza marginale”.
Basta scorrere l’elenco delle missioni, dei reparti, delle province più calde – Herat, Farah, Bala Murghab – per capire che i nostri soldati erano lì dove si sparava davvero.
E spesso con mezzi inferiori, regole d’ingaggio più restrittive e una politica che li salutava in partenza salvo poi dimenticarsene al ritorno.
Su questo punto, all’estero, qualcuno ha reagito.
Il premier britannico Starmer ha parlato di parole offensive.
Veterani, famiglie, perfino membri della famiglia reale inglese hanno ricordato a Trump che la guerra afghana non è stata un picnic americano con comparse europee.
In Italia, invece, silenzio. Meloni zitta, tutti gli altri muti.
Ed è qui che la vicenda diventa politicamente imbarazzante.
Perché il silenzio non arriva da un governo qualunque.
Arriva dal governo dei “patrioti”, da chi si riempie la bocca di bandiera, onore, divisa, valori delle Forze Armate.
Da chi non perde occasione per farsi fotografare davanti a un picchetto d’onore o per rivendicare il rispetto dovuto ai militari.
E allora una domanda diventa inevitabile: il rispetto vale solo quando non disturba Washington?
Perché qui non si trattava di polemizzare con Trump sul commercio, sui dazi o sulla Nato come struttura politica.
Qui si trattava di difendere soldati italiani caduti. Uomini che hanno obbedito allo Stato, non ad un Partito. Che sono morti sotto governi di destra, di sinistra, tecnici, arcobaleno e monocromatici.
E invece niente. Nessuna parola. Nessuna indignazione. Nessun “così non si fa”.
Come se quei 53 morti fossero un dettaglio statistico sacrificabile sull’altare della realpolitik o, peggio, della sudditanza politica.
Trump può permettersi di lanciare il suo “li mortacci vostri” da oltreoceano, certo. È nel personaggio.
Ma chi governa l’Italia non può permettersi di incassarlo in silenzio.
Perché a forza di tacere, di minimizzare, di voltarsi dall’altra parte, si manda un messaggio chiarissimo: i nostri soldati vanno onorati solo nei discorsi ufficiali, non quando qualcuno li offende davvero.
E questa sì, più delle parole di Trump, è una mancanza di rispetto che grida vendetta.
















