Dall’Artico all’Oceano Indiano. Il randello di Trump

Donald Trump ha un talento speciale: trasformare qualunque dossier, anche il più polveroso e periferico, in un randello politico.
Se poi serve a colpire uno Stato che non si allinea alle sue spacconate, tanto meglio.
In questi giorni tocca alla Gran Bretagna, ed il pretesto sono le isole Chagos.
Roba da manuale di geopolitica coloniale.
Ma con Trump nulla è mai fuori luogo, ed in questo caso ha sparato a zero contro il premier inglese dicendo che “la cessione da parte del Regno Unito di un territorio estremamente importante è un atto di grande stupidità, l’ennesima di una lunga serie di ragioni per le quali la Groenlandia deve essere acquisita”.
Immagino che pochi di voi abbiano mai sentito parlare delle isole Chagos, un arcipelago sperduto nell’Oceano Indiano, strappato a forza alla storia ed ai suoi abitanti negli anni Sessanta.
Il punto che nella sua strumentale polemica Trump finge di ignorare – o ignora davvero, il che sarebbe persino peggio – è che la vicenda delle isole Chagos non nasce oggi, né con il governo laburista, né tantomeno da un improvviso colpo di testa antiamericano di Londra.
Nasce nel cuore del crepuscolo dell’impero britannico, quando il diritto internazionale veniva piegato con disinvoltura alle esigenze strategiche della Guerra fredda.
Negli anni Sessanta, mentre Mauritius (colonia inglese dal 1723 al 1968) si avviava all’indipendenza, il Regno Unito decise di separare l’arcipelago delle Chagos dal resto del territorio coloniale, facendole diventare Territorio Britannico d’Oltremare.
Un’operazione giuridicamente forzata, politicamente brutale e moralmente discutibile: le isole furono trattenute da Londra e la popolazione locale, i chagossiani, venne deportata per fare spazio a quella che sarebbe diventata la base di Diego Garcia, oggi uno dei cardini della proiezione militare americana nell’Oceano Indiano.
Tanto per dire, da Diego Garcia sono partiti i caccia diretti in Vietnam, poi in Iraq nella prima guerra del Golfo, in Afghanistan durante la lotta al terrorismo, nello Yemen contro gli Houthi.
La sua importanza non è in discussione, e questo a Londra lo sapevano bene.
Per decenni, questa forzatura di Londra è stata tollerata, se non apertamente coperta, dall’Occidente.
Poi però il diritto internazionale ha iniziato a presentare il conto.
Nel 2019 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere chiarissimo: la separazione delle Chagos da Mauritius fu illegale, un residuo di colonialismo incompatibile con i principi dell’ONU.
L’Assemblea Generale ha fatto propria quella conclusione, chiedendo al Regno Unito di porre fine alla sua amministrazione dell’arcipelago.
Da quel momento, Londra aveva davanti a sé solo cattive opzioni.
Ignorare le sentenze, continuando a fare finta di nulla, oppure negoziare una soluzione che salvasse almeno l’elemento strategico centrale: la base di Diego Garcia.
I negoziati, va ricordato, non li hanno avviati i laburisti, ma i conservatori, ben consapevoli che il contenzioso giuridico stava diventando politicamente e diplomaticamente insostenibile.
L’accordo firmato dal governo Starmer – con una cessione formale della sovranità sulle Chagos a Mauritius, ma con il mantenimento della base per almeno 99 anni – è quindi un compromesso, non una resa.
Un modo per chiudere una partita coloniale persa sul piano del diritto, cercando di non perderla anche su quello strategico.
Che poi l’intesa preveda un costo economico rilevante per Londra è il prezzo di un peccato originale commesso sessant’anni fa.
Ed è qui che l’intervento di Trump assume contorni surreali.
Il Presidente americano denuncia come “una grande stupidaggine” ciò che in realtà è la conseguenza diretta di una pronuncia giuridica internazionale, accettata – obtorto collo – da tutto l’Occidente.
Ma per Trump il diritto internazionale non esiste: esistono solo rapporti di forza, e soprattutto esiste l’obbedienza personale all’America che lui ha in testa.
Così le Chagos diventano un’arma retorica contro Londra, ma anche un avvertimento a tutti gli alleati: chi prova a ragionare in termini di legalità, equilibrio o responsabilità storica viene accusato di debolezza.
E, come sempre nel trumpismo, la parola “debolezza” apre automaticamente la porta allo spettro di Cina e Russia, evocate come spauracchio universale, buone per ogni stagione.
Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti continueranno a mantenere il controllo operativo di Diego Garcia, con garanzie rafforzate e condivise anche dagli alleati dei Five Eyes (Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda).
Ma Trump non si fida dei trattati, non si fida delle alleanze, non si fida nemmeno dei governi amici se non si allineano senza discutere.
Per questo infila nella stessa invettiva Chagos, Nato e Groenlandia: tutto diventa funzionale ad una visione muscolare e proprietaria della sicurezza.
In fondo, la storia delle Chagos dimostra una cosa semplice: quando il diritto bussa alla porta della geopolitica, c’è chi prova almeno a rispondere, e chi invece preferisce fare la voce grossa per non ascoltare.
Trump appartiene senza esitazioni alla seconda categoria.
Il suo messaggio è chiaro: la base è americana, il controllo strategico è americano, quindi le decisioni ultime devono essere americane.
Poco importa se la Gran Bretagna è uno dei partner più fedeli degli Stati Uniti da ottant’anni. Poco importa se la vicenda riguarda una stortura coloniale britannica.
Trump ragiona da capo banda: o stai con me fino in fondo, o sei contro di me. Anche se ti chiami Regno Unito.
C’è qualcosa di grottesco in tutto questo. Gli Stati Uniti hanno beneficiato per decenni di una situazione giuridicamente discutibile, senza mai farsi troppi scrupoli.
Ora che Londra ha provato a rimettere ordine, Trump si erge a paladino della stabilità strategica, fingendo di scoprire all’improvviso i rischi geopolitici dell’Oceano Indiano.
È l’ipocrisia elevata a sistema, condita dalla solita retorica muscolare.
Ma la vicenda delle Chagos dice anche altro.
Dice che per Trump un’alleanza non è un patto tra Stati sovrani, ma un rapporto di subordinazione.
E dice che persino i “più amici” possono essere messi alla gogna, se non si allineano alle sue urla da cortile.
Alla fine, le isole Chagos restano quello che sono sempre state: un simbolo di ingiustizia coloniale irrisolta. Trump le usa come un manganello, Londra come una grana da archiviare.
Gli unici che continuano a non contare nulla sono i chagossiani, cacciati dalla loro terra e dimenticati da tutti.
E forse è proprio questo il dettaglio più rivelatore: nella geopolitica trumpiana non esistono popoli, storie o diritti.
Esistono solo basi, muscoli e fedeltà personali.
Il resto è rumore di fondo.
















