Mercosur e Politica Agricola Comune: il coraggio pagato a sussidi

Umberto Baldo
Dopo venticinque anni di negoziati, rinvii, sospetti ed ipocrisie, il trattato Ue- Mercosur sembra finalmente avvicinarsi al traguardo.
In questi giorni il Governo italiano pare orientato a concedere il via libera, sia pure obtorto collo, probabilmente sotto la pressione del settore industriale, che dall’accordo intravede opportunità commerciali significative e nuovi sbocchi sui mercati sudamericani.
Altrove, però, l’aria è molto diversa.
In Francia Emmanuel Macron continua a restare sotto scacco dei trattori, con i contadini che non si limitano più agli slogan ma arrivano a sparare letame contro i palazzi del potere, ricordando in modo brutale che l’agricoltura, in Europa, non è solo un settore economico: è un nervo scoperto, capace di paralizzare governi e piegare decisioni strategiche.
È dentro questa frattura – tra apertura dei mercati e paura della concorrenza globale, tra industria che spinge ed agricoltura che frena – che riemerge una domanda rimossa per decenni: ha ancora senso il modo in cui l’Unione europea finanzia la propria agricoltura?
C’è un numero che da solo basterebbe a far sobbalzare sulla sedia qualunque liberale con un minimo di istinto di sopravvivenza economica.
L’agricoltura europea contribuisce a poco più dell’1% del PIL dell’Unione, ma assorbe circa un quarto dell’intero bilancio UE.
Non il 45% che talvolta si sente evocare, ma abbastanza da rendere il paradosso evidente anche a chi ha smesso da tempo di fare i conti.
Se l’Unione europea fosse un’azienda – esercizio teorico ma istruttivo – l’agricoltura sarebbe una divisione marginale, a bassa redditività, ma dotata di un budget da azionista di controllo.
Una situazione che nessun Consiglio di amministrazione accetterebbe senza chiedere spiegazioni, teste e, soprattutto, una ristrutturazione profonda.
Fermarsi però al PIL sarebbe un errore.
Perché l’agricoltura non produce solo valore economico misurabile.
Produce sicurezza alimentare, presidio del territorio, equilibrio ambientale, coesione sociale.
In altre parole: beni strategici che il mercato globale non garantisce automaticamente.
Lo abbiamo già visto con il gas russo e con i semiconduttori: scoprire di essere dipendenti dall’estero dopo una crisi è una pessima abitudine europea.
E l’agricoltura rientra pienamente in questa categoria di interessi strategici.
Il problema, quindi, non è SE l’agricoltura vada sostenuta; il problema è COME.
La Politica Agricola Comune, così com’è oggi, assomiglia sempre meno a una politica, e sempre più ad una rendita assistenziale organizzata.
Premia la superficie coltivata più dell’innovazione, tutela i grandi proprietari più dei piccoli agricoltori, conserva assetti produttivi spesso obsoleti, e distribuisce risorse con una logica che è più di consenso sociale che di strategia economica.
Detto brutalmente: molta spesa, poca visione.
La PAC (Politica Agricola Comune) non protegge “l’agricoltura europea” in astratto, né tantomeno il contadino medio idealizzato nel dibattito pubblico.
Protegge soprattutto chi possiede più terra, chi è più strutturato, chi sa muoversi meglio nella giungla burocratica di Bruxelles.
È diventata, col tempo, un surrogato di politica sociale ed uno strumento di stabilizzazione politica, utile ai governi nazionali per comprare quiete nelle campagne e rinviare riforme scomode.
E qui il Mercosur diventa la cartina di tornasole dell’ipocrisia europea.
Da un lato si firmano accordi di libero scambio che mettono gli agricoltori europei in concorrenza con Paesi che non rispettano le stesse regole ambientali, sanitarie e sociali; dall’altro si compensano gli effetti politici di questa apertura aumentando i sussidi, invece di ripensare il modello produttivo.
Prima liberalizziamo, poi indennizziamo; prima apriamo i mercati, poi paghiamo il malcontento.
Una strategia che non è né liberale né solidale: è solo una gestione del conflitto a colpi di bilancio.
La PAC è anche una creatura storica.
È una delle pochissime politiche davvero federali dell’Unione, nata per tenere insieme Paesi con interessi divergenti, e mantenuta quasi intatta per non scontentare lobby potenti e politicamente rumorose.
Riformarla seriamente è sempre stato considerato più pericoloso che mantenerla inefficiente.
E così il tabù resiste.
Anzi: per convincere Stati esitanti, come l’Italia, a dare il via libera al Mercosur, i fondi agricoli vengono ulteriormente rafforzati.
Ma oggi quel tabù mostra tutte le sue crepe.
Continuare a destinare un quarto del bilancio europeo ad un settore che pesa poco sul PIL senza trasformarlo, senza legarlo a risultati, innovazione, sostenibilità reale e sicurezza strategica, significa offrire agli euroscettici l’argomento più facile: l’Europa come macchina di sprechi, rendite e veti incrociati.
La conclusione è semplice, anche se politicamente scomoda.
L’agricoltura europea va difesa, ma non imbalsamata.
Va sostenuta, ma non protetta dall’evidenza dei numeri.
Se è un settore strategico – e lo è – allora va trattato come tale: meno sussidi automatici (magari sostenendo chi la terra la coltiva veramente, non chi la possiede e si occupa d’altro), più investimenti mirati; meno rendita, più innovazione; meno paura del conflitto, più capacità di scegliere.
Perché un’Europa che spende molto senza decidere non è solidale.
È solo timorosa.
E duna Unione che ha paura di decidere, prima o poi, finisce per pagare molto più del necessario.
Umberto Baldo
















