5 Gennaio 2026 - 9.47

I “Pan e vin” dell’Epifania. Una tradizione veneta che viene da molto lontano

Umberto Baldo

Chi è cresciuto in Veneto lo sa: l’Epifania non è mai stata solo la Befana dei bambini e delle calze appese al camino.

C’è un’altra Epifania, più antica e più nostra, che non ha bisogno di grandi spiegazioni ma solo di essere ricordata. 

È quella del “Pan e Vin”, del fuoco acceso ai margini del paese, del freddo che pizzica le mani, del fumo che sale lento nel buio di gennaio.

Non è folklore da cartolina. 

È un rito che parla di noi, di come per secoli abbiamo misurato il tempo, le stagioni, la speranza. 

Un fuoco che brucia l’anno vecchio e, senza dirlo apertamente, ci ricorda che la luce torna sempre, anche quando l’inverno sembra non finire mai.

Il Pan e Vin affonda le sue radici in un tempo lontanissimo, nelle tradizioni indoeuropee legate al culto del fuoco ed ai cicli della natura. 

Nell’antichità il fuoco non era soltanto calore o difesa: era una soglia, un passaggio tra il mondo dei vivi e quello dell’aldilà. 

L’effigie che spesso veniva bruciata nel falò rappresentava la divinità notturna che, al solstizio d’inverno, si trasformava nella sua forma diurna, permettendo alla luce di riprendere il sopravvento sul buio.

Gli antichi Veneti, come molti altri popoli indoeuropei, segnavano il passaggio da una stagione all’altra proprio attraverso i riti del fuoco. 

Nel Pan e Vin si celebrava il ritorno della luce dopo i mesi più cupi dell’anno. 

Non era un’eccezione: anche i Celti accendevano grandi falò propiziatori e bruciavano fantocci che rappresentavano il passato, quasi a volerlo consegnare alle fiamme per aprire un nuovo ciclo.

Come spesso è accaduto, il Cristianesimo capì che riti così profondamente radicati non potevano essere cancellati. Meglio reinterpretarli.
Il Pan e Vin, che in origine veniva celebrato nel giorno del solstizio d’inverno – il 25 dicembre del calendario giuliano – fu spostato alla vigilia dell’Epifania quando il 25 dicembre divenne la data del Natale di Gesù. 

I falò furono così riletti come luci guida per i Re Magi, nel loro cammino verso Betlemme.

Ma, al di là delle spiegazioni storiche, il Pan e Vin è qualcosa di molto concreto.
È un grande falò, spesso sormontato dall’effigie di una vecchia, la nostra Vècia, che rappresenta l’anno finito. 

Bruciarla significa salutare ciò che è stato e guardare avanti, mentre le giornate, lentamente, ricominciano ad allungarsi.

Sono riti nati in una società agricola, dove il futuro si misurava nei raccolti. 

Per questo al Pan e Vin si legavano anche pratiche di divinazione popolare

La direzione delle scintille e del fumo, osservata con attenzione dagli anziani del paese, serviva a prevedere come sarebbe andata l’annata.

I proverbi veneti lo ricordano ancora oggi:

“Se le falìve le va a matìna, tòi su el sàco e va a farina”perché se le scintille andavano verso est bisognava prepararsi ad un anno magro.

Al contrario:
Se le falìve le va a sera, polenta pien caliera,  segno di raccolti abbondanti e di speranze ben riposte.

Con il passare del tempo, e soprattutto con l’imposizione di norme sempre più stringenti per motivi ambientali e di sicurezza, l’usanza si è inevitabilmente ridimensionata. 

Eppure il Pan e Vin non è mai scomparso. 

Anzi, continua a essere celebrato e sentito, soprattutto nel Trevigiano.

Oggi non si improvvisa più un falò dietro casa. 

La tradizione è portata avanti da Associazioni e Comitati locali, che organizzano l’evento con l’obiettivo di riunire la comunità. 

Bancarelle, vin brulè, attività per bambini, musica e, naturalmente, grande attenzione alla sicurezza, con la presenza di Vigili del fuoco, ambulanze e Protezione civile.

In definitiva, il Pan e Vin ha perso gran parte dei suoi significati rituali originari, quelli legati ad una società contadina che non esiste più. 

Ma ha conservato qualcosa di forse ancora più importante: la capacità di tenere insieme le persone, di collegare i veneti di oggi con un patrimonio antico, che non è solo culturale, ma emotivo ed identitario.

Un fuoco acceso nel cuore dell’inverno che, anno dopo anno, continua a dirci chi siamo e da dove veniamo.

Umberto Baldo

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