23 Settembre 2015 - 10.37

Colosseo: lavoratori non pagati, ma Renzi cavalca il populismo dilagante

colosseo roma

di Marco Osti

È indegna di un Paese evoluto, civile e democratico, come dovrebbe essere l’Italia, la gazzarra populista che si è scatenata per l’assemblea di lavoratori del’Area Archeologica di Roma, che comprende il Colosseo, il Foro Romano e altre attrazioni turistiche della Capitale, svoltasi lo scorso venerdì 18 settembre.
La mobilitazione, tenutasi nelle prime due ore lavorative della mattina, in coerenza con previsioni di legge, ha lasciato i visitatori fuori dai vari siti e l’immagine che li ritrae in coda, sotto il sole, ha subito scatenato una ridda di polemiche contro i sindacati che l’hanno indetta e i lavoratori, accusati di avere causato un danno di immagine al nostro turismo e penalizzato l’Italia nel mondo.
Come ormai da troppo tempo, l’onda demagogica che attraversa il Paese si è quindi scatenata in una serie di insulti e censure, soprattutto sui social network, per un comportamento ritenuto da molti irresponsabile e illegittimo.
Nessuno, appresa la notizia, ha provato almeno a chiedersi cosa fosse successo o perché i lavoratori protestassero.
In questi casi però dovrebbe essere chi ha un ruolo di responsabilità e di rappresentanza collettiva a portare calma e giudizio, individuando eventuali errori, violazioni di legge, soprusi, per trovare soluzioni che evitino il ripetersi di simili episodi.
Quando il presidente del Consiglio ha deciso di esprimersi in merito, ragionevolezza avrebbe voluto che si fosse debitamente informato su quanto avvenuto.
Poche telefonate e avrebbe saputo che l’assemblea era stata legittimamente indetta, con regolare preavviso all’Amministrazione, che doveva quindi informare i turisti, con un avviso chiaro, già nei giorni precedenti, sulla possibilità che i siti in questione potessero essere chiusi per due ore.
Peraltro l’avviso è stato messo dall’Amministrazione il giorno dell’assemblea, ma sbagliato, perché indicava, nella parte in lingua inglese, che la chiusura sarebbe stata fino alle 11 di sera.
Non solo.
Renzi avrebbe anche appreso che i lavoratori protestavano per il mancato rinnovo del Contratto Nazionale e perché lo Stato non li sta pagando da oltre un anno per le ore di straordinario festivo. Una informazione da cui avrebbe facilmente compreso che se i dipendenti devono fare ore di straordinario festivo, non solo devono essere retribuiti, ma evidentemente in tutti i mesi precedenti i turisti hanno potuto godere delle bellezze del nostro Paese grazie a loro e al fatto che hanno finora lavorato in quei giorni senza retribuzione.
In tal senso era anche facile la considerazione che se sono necessari tanti straordinari allora si dovrebbe provvedere a nuove assunzioni di personale.
Il presidente del Consiglio inoltre avrebbe potuto cercare di capire se simili episodi si verificano anche in altri Paesi e si sarebbe accorto, che anche musei importanti, come il Louvre a Parigi e la National Gallery di Londra, sono stati chiusi per manifestazioni o scioperi senza che ci fossero sollevazioni popolari.
Tutto ciò avrebbe quindi dovuto convincere il premier che i sindacati avevano agito secondo le regole e che i lavoratori avevano legittimamente e liberamente scelto di partecipare a un’assemblea, per rivendicare un loro diritto.
Renzi avrebbe quindi potuto lasciare perdere o, invece, sollecitare un intervento del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, per trovare una soluzione alle inadempienze dello Stato.
Invece no.
Renzi ha preferito imbracciare il suo cellulare come fosse una clava e ha lanciato un tweet contro i sindacati, che sarebbero contro L’Italia e per preannunciare un decreto legge.
Franceschini, da ministro che non paga i suoi dipendenti, probabilmente aveva il telefono in mano, in attesa di una chiamata del premier che lo richiamasse ai suoi compiti. Ma quando invece ha visto il messaggio del suo presidente del Consiglio non ha creduto a quanto avveniva e ha festeggiato con un messaggio perentorio: “Assemblea al Colosseo e turisti fuori in fila. La misura è colma”.
In tutto ciò gli organi di informazione hanno contribuito svolgendo il proprio ruolo in modo approssimativo, parlando di scioperi selvaggi di fronte a un’assemblea regolarmente indetta.
L’onda populistica e demagogica a quel punto non ha trovato argine nelle massime cariche del Governo, ma sostegno, ed è tracimata, portandosi dietro anche chi non aspettava altro per farsi notare da Renzi come primo sostenitore della sua linea.
Così la sottosegretaria di Stato ai Beni Culturali Francesca Barracciu ha etichettato il comportamento dei lavoratori come ipotesi di reato, per poi provare a ridimensionare la sua uscita imprudente, con un messaggio in cui chiariva che parlava di “reato in senso lato”. Un istituto giuridico che esiste evidentemente solo nella sua immaginazione.
La questione farebbe sorridere non fosse estremamente grave, perché parlare di reato quando ci si riferisce all’esercizio di libertà sindacali e del diritto di sciopero evoca epoche e scenari in cui proprio l’attacco di tali istituti è stata premessa di instaurazione di regimi dittatoriali.
Franceschini ha però relegato l’improvvida affermazione della sottosegretario a un errore che può capitare e poi ha minimizzato sul fatto che i lavoratori non percepissero il pagamento degli straordinari festivi da oltre un anno, dicendo che, purtroppo, in una situazione di contenimento dei costi, può succedere.
Queste dichiarazioni costituiscono invece il problema, proprio per i messaggi impliciti devastanti che fanno emergere.
Dal Governo del Paese, nel suo massimo esponente e in suoi rappresentanti autorevoli, è stato fatto passare il concetto per cui chi ha agito nelle regole e ha esercitato un diritto previsto dalla Costituzione può essere esposto alla pubblica opinione come responsabile di atti contro lo Stato, mentre chi non adempie al dovere di pagare lavoratori per le loro prestazioni può non farlo perché purtroppo ci sono tanti problemi economici da risolvere.
Un imprenditore secondo questa logica potrebbe oggi sentirsi legittimato a non pagare la retribuzione ai propri dipendenti e ad additarli come irresponsabili verso le sue difficoltà se si azzardassero a protestare.
Allo stesso tempo è passata l’idea che si può dileggiare con giudizi che evocano reati da punire come nei peggiori regimi chi rivendica un suo diritto, perché poi si può dire che si è commesso solo un banale errore.
Il tutto mentre il premier non interviene contro chi lascia i lavoratori senza paga, impone un decreto urgente per evitare il ripetersi di manifestazioni regolarmente indette, al contrario di quanto avvenuto in altri Paesi in casi analoghi e fomenta la demagogia, scaricando ogni colpa sul sindacato.
Persone delle istituzioni che non si assumono le loro responsabilità, scaricano colpe su altri e invece di essere baluardo a certe derive demagogiche, se ne fanno invece interpreti in modo sconsiderato, senza valutare quello che dicono e soppesare le conseguenze.
Tutto ciò è inaccettabile e dimostra la pochezza di un classe dirigente che non si pone a guida del Paese, ma ne subisce gli umori e le sollevazioni anche più sconsiderate, creando il terreno in cui si alimentano culture antidemocratiche, che possono un giorno trovare il consenso per portare il Paese verso derive autoritaristiche.

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