Victor Orban. Colpito e affondato

Umberto Baldo
Le elezioni ungheresi di ieri hanno consegnato una lezione di democrazia che l’Occidente non vedeva da decenni.
Con un’affluenza dell’80% — un dato che le democrazie occidentali, logorate dall’astensionismo, possono solo sognare — il popolo ungherese ha dimostrato che la partecipazione è viva quando la politica torna ad essere una sfida reale, non un teatro di ombre.
E ieri sera, sulle rive del Danubio, quella sfida si è trasformata in qualcosa di più profondo: una liberazione.
Mentre Péter Magyar parlava, la folla scandiva un coro che non si sentiva da decenni: “Ruszkik haza! Ruszkik haza!” — russi a casa — lo slogan della rivolta del 1956.
Non è folklore.
È memoria storica, che torna a galla quando un popolo sente di dover cambiare direzione.
Dopo 16 anni, l’era sovranista e filorussa di Viktor Orbán si chiude nel modo più traumatico possibile: con una disfatta che va ben oltre le più cupe previsioni dei sondaggi.
Il sistema elettorale magiaro, quel mix di proporzionale e uninominale che Orbán aveva plasmato per garantirsi il potere eterno, gli si è ritorto contro con precisione chirurgica.
Péter Magyar e il suo partito Tisza centrano l’obiettivo storico della «supermaggioranza» dei due terzi, portando in Parlamento ben 138 deputati, 5 di più di quelli necessari per cambiare la Costituzione.
Di contro, la pattuglia di Orbán esce letteralmente dimezzata, riducendosi ad appena 54 rappresentanti.
Un margine che non lascia spazio ad interpretazioni: il Paese ha chiesto una tabula rasa.
E lo ha fatto ovunque.
Non solo nelle grandi città, ma anche nelle aree rurali, nei collegi tradizionalmente ostili, perfino in alcune roccaforti di Budapest dove fino a ieri sembrava impossibile scalfire il sistema.
È qui che si misura la portata del terremoto: quando cade anche ciò che sembrava intoccabile.
Unica nota di colore diverso in un’assemblea dominata daa Tisza è l’ingresso dell’ultradestra di Mi Hazánk, che conquista 7 seggi, segnale di una frangia che non si riconosce nel nuovo corso moderato.
Ma attenzione ai facili entusiasmi che ho sentito ad esempio nelle parole di Elly Schlein ieri sera in tv.
Dal parlamento di Budapest scompare la sinistra.
Coalizione democratica (DK), l’unico partito in lizza di questo schieramento, ha racimolato appena l’1,2% dei voti, lontana dalla soglia necessaria per fare ingresso nell’assemblea.
Tutti gli altri esponenti di area progressista hanno fatto confluire i loro voti su Tisza.
Quella di ieri è stata una vittoria “fratricida” tutta interna alla destra, che ridefinisce gli equilibri globali.
Bruxelles festeggia, ma deve farlo con realismo.
Magyar non è un assegno in bianco per Kiev.
Lo ha detto lui stesso con una frase che riassume perfettamente il nuovo corso: «Gli ungheresi hanno fatto di nuovo la storia. Saremo fedeli alleati dell’Europa e della Nato».
Parole nette, ma non ingenue.
Sebbene abbia abbattuto il sistema illiberale di Orbàn, sulla questione Ucraina ha mantenuto una postura pragmatica, spesso simile a quella del suo predecessore: critico verso le uscite di Zelensky contro Budapest e fermo nel difendere i diritti delle minoranze ungheresi in Ucraina.
La sua vittoria non è la vittoria dell’asse di Kiev, ma la vittoria di un’Ungheria che vuole stare nell’UE a testa alta, con dignità nazionale, non come un satellite di Mosca.
Il terremoto di Budapest non colpisce solo Orbán, ma costituisce sicuramente un colpo per l’asse sovranista internazionale.
La caduta del leader magiaro lascia orfani molti “uomini forti” e alleati di convenienza:
L’Asse Americano (Trump & Vance): Orbán era il punto di riferimento ideologico per la destra Maga. La sua caduta priva Donald Trump e J.D. Vance del loro laboratorio politico preferito in Europa, dimostrando che il modello “illiberale” non è eterno;
I Sovranisti Europei: per i vari Fico in Slovacchia o Babiš in Repubblica Ceca, viene meno il “grande protettore” che garantiva copertura ai veti incrociati a Bruxelles;
Vladimir Putin, che perde una delle sue spalle più affidabili nella strategia di logoramento dell’Unione europea;
Il Governo Italiano: per Giorgia Meloni, Orbán rappresentava un alleato tattico fondamentale nelle trattative UE, mentre per Matteo Salvini era un modello ideologico.
Entrambi oggi si ritrovano più isolati, costretti a fare i conti con una destra ungherese che non ha paura di definirsi pro-europea, pur rimanendo conservatrice.
Ripeto che il dato politico per me più interessante resta la totale assenza della sinistra in questa tornata elettorale.
In Ungheria il paradigma conservatori-progressisti è saltato: la partita si è giocata sulla credibilità, non sull’ideologia.
Péter Magyar è riuscito dove altri hanno fallito.
Ha puntato moltissimo sulla sua immagine; dopo essere stato un membro del partito di Orbán, Fidesz, ha deciso di staccarsene per buttarsi nella “sua” avventura.
Il miracolo è che – a differenza di altre volte – le persone hanno iniziato a crederci.
Perché?
Sicuramente perché Magyar viene dallo stesso ambiente di Orbán, ed il suo partito, Tisza, si colloca comunque a destra: sostenerlo non è stato vissuto come un tradimento da chi ha sempre votato per Fidesz.
Il suo messaggio di lotta alla corruzione ha convinto sempre più persone; non solo tra gli elettori più esasperati di Orbán, ma anche tra chi – tutto sommato – pensa che sia ora di cambiare, senza rischiare troppo.
Questo ha generato un effetto a valanga che ha convinto gli elettori che era possibile cambiare il conducente senza distruggere la macchina.
L’Ungheria di Magyar ci dice che la democrazia si salva dall’interno.
Ma soprattutto, le elezioni di ieri non sono state un semplice cambio di governo.
Sono state un cambio di regime.
Il 12 aprile 2026 non è nata una nazione progressista, ma è nata un’Ungheria che ha scelto di sostituire l’isolamento con la partecipazione, la corruzione con la legalità, ed il veto con il dialogo.
L’Europa torna a respirare, ma dovrà imparare a dialogare con una destra nuova: moderna, patriottica, pragmatica e, soprattutto, legittimata da un plebiscito popolare che non ammette repliche.
Concludendo, c’è un monito che secondo me dovrebbe arrivare dritto a Palazzo Chigi.
La parabola di Orbán dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per Giorgia Meloni e per le sue ambizioni di riforma elettorale.
La lezione di Budapest è brutale nella sua semplicità: puoi disegnare la legge elettorale più vantaggiosa del mondo, puoi sommare premi di maggioranza, correttivi uninominali e artifici tecnici per blindare la tua poltrona, ma se il popolo si è stancato del tuo governo, le elezioni le perdi comunque.
Anzi, come dimostrato dai 138 seggi di Magyar, quelle stesse regole scritte per proteggere il “Sovrano” diventano l’arma che ne accelera la caduta, trasformando una sconfitta in un’espulsione definitiva.
Il potere non si protegge con l’ingegneria dei seggi, ma con il consenso reale: un concetto che Orbán ha ignorato e che l’80% degli ungheresi ieri gli ha ricordato brutalmente nelle urne.










