24 Febbraio 2026 - 10.03

La Costituzione non è un Vangelo. Articolo 138: l’eresia prevista dalla Carta

Umberto Baldo

Ci sono complessi di norme che vengono considerate intoccabili.

Di solito sono quelle religiose.

Chi si azzarderebbe a riscrivere i Dieci Comandamenti o a proporre un emendamento al Corano? 

Nessuno.

Non perché siano perfetti in senso giuridico, ma perché si ritiene che provengano direttamente dall’alto. 

E davanti a Dio il legislatore umano può solo togliersi il cappello.

Il problema nasce quando la stessa logica viene applicata ad un testo politico.

In Italia, una parte della classe politica ha progressivamente trasformato la Costituzione in un oggetto di culto. 

Non una Carta fondamentale, ma un totem. 

Non un compromesso storico, ma una reliquia. 

Guai a toccarla: chi propone una modifica non è un riformatore, è un eretico.

Per questo sono tornato a rileggere Giuseppe Maranini e il suo “Il mito della Costituzione”, scritto nel 1996.

Un libro quasi dimenticato, ma lucidissimo. 

Maranini sosteneva una cosa molto semplice: la Costituzione va attuata, ma anche aggiornata. Con cautela, certo, ma aggiornata.

Dire che la nostra Costituzione è “la più bella del mondo” è una frase da comizio, non da manuale di Diritto costituzionale. 

Nessuno nega il ruolo fondamentale che il testo del 1948 ha svolto nel consolidare la democrazia di un Paese uscito dalla dittatura. 

È stata una garanzia, un argine, un punto di equilibrio.

Ma non è nata da una rivoluzione liberale sul modello americano o inglese. 

Non è figlia di una vittoria militare nazionale. 

È il prodotto di un Paese sconfitto, devastato, costretto a trovare un compromesso tra culture politiche profondamente diverse: cattolica, comunista, liberal-democratica.

Proprio quel compromesso, non un’epopea ideologica monocorde, ha consentito di superare la guerra civile strisciante, e di collocarci stabilmente nel campo occidentale.

La mitizzazione della Costituzione “Bella Ciao” è dunque un doppio errore.
Storico, perché attribuisce alla sola matrice progressista un testo che fu il frutto di un equilibrio molto più complesso.
Politico, perché alimenta l’illusione che basti avere una Costituzione “bella” per garantire automaticamente buon governo e libertà.

Se davvero fosse intangibile come una Tavola della legge, i Padri Costituenti non avrebbero inserito l’articolo 138. 

Quell’articolo non è un incidente di percorso: è la prova che la Costituzione nasce come testo modificabile, secondo procedure rigorose.

E infatti è stata modificata. Non una volta, ma molte.

Dal 1948 ad oggi: 46 leggi costituzionali, 20 modifiche dirette al testo: in media una ogni quattro anni. 

Altro che reliquia sotto teca di cristallo. 

La Costituzione tedesca è stata cambiata ancora di più, come ricorda spesso Sabino Cassese. 

E nessuno a Berlino parla di colpo di Stato permanente.

Abbiamo ritoccato l’immunità parlamentare, riscritto il Titolo V nel 2001 con una maggioranza risicata ed un Referendum partecipato da appena un terzo degli elettori, introdotto il pareggio di bilancio nel 2012, tagliato il numero dei parlamentari nel 2020 con entusiasmo trasversale. Nel 2023 abbiamo inserito perfino lo sport come valore costituzionale.

Non esattamente un testo sacralizzato.

A questo si aggiungono gli interventi della Corte Costituzionale, che hanno aggiornato la “Costituzione materiale” ai mutamenti della società: diritti delle coppie omosessuali, fine vita, nuovi equilibri tra libertà individuali ed interesse collettivo. 

La Carta è stata interpretata, adattata, resa viva, attuale.

Dunque cambiare la Costituzione non è un sacrilegio. È un atto previsto dalla Costituzione stessa.

Perché allora, quando la maggioranza propone una riforma, si parla di torsione autoritaria e di deriva neo-fascista? 

La risposta, forse, è meno nobile di quanto si voglia far credere.

Il problema non è la modifica; è chi la propone.

Quando a riformare era il centrosinistra, l’articolo 138 era il cuore pulsante della democrazia repubblicana. 

Quando lo stesso identico procedimento è utilizzato dal centrodestra, diventa una minaccia per la Repubblica. 

Curiosamente, a parti invertite, il copione si ripete.

La Carta diventa più o meno sacra a seconda del colore politico di chi la maneggia. 

Ed i “sacerdoti  e le Vestali della “Costituzione Bella Ciao” oscillano tra il ruolo di custodi del tempio e quello di polemisti da talk show.

La riforma Nordio sulla separazione delle carriere è stata approvata con le maggioranze previste. 

Ora è sottoposta al giudizio popolare secondo le regole scritte nel 1947. 

È l’articolo 138 che funziona esattamente come progettato.

Votare Sì non è attentare alla Costituzione; votare No non è difenderla dall’Apocalisse.
È semplicemente esercitare una facoltà prevista dalla Costituzione stessa.

Nessuno obbliga nessuno né a votare, né a votare in un certo modo. 

Ma agitare lo spettro del fascismo ogni volta che si attiva una procedura costituzionale prevista dalla Carta significa trasformare il dibattito politico in liturgia ideologica.

La Costituzione non è un inno da cantare in coro. È un testo giuridico da applicare e, se necessario, da aggiornare.

ll resto è politica, oserei dire anche bassa politica. 

E la politica, per definizione, non è una religione. 

Anche se ogni tanto qualcuno prova a trasformarla in tale, con tanto di incenso, campanelli e processioni.

Il mio consiglio, per quello che vale, è che ognuno di noi cerchi  per quanto possibile di farsi una propria idea precisa dei veri contenuti del quesito referendario, senza farsi condizionare dalla claque dei Partiti o delle Lobby, votando poi secondo coscienza.

Umberto Baldo

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