8 Maggio 2026 - 16.21

Bella Ciao, lacrime e share: perché nei talent conta più il trauma del talento

L’artista deve soffrire. La TV ci ha detto così

Di Alessandro Cammarano

Dal concertone del Primo Maggio alla cucina di MasterChef, i talent show italiani hanno smesso di cercare talenti. Cercano casi umani… e li trovano sempre.

I fatti: Primo Maggio, piazza San Giovanni a Roma. Sole, folla, diretta Rai. Sul palco sale Delia, giovane cantautrice siciliana prodotto di punta dell’ultima edizione di X Factor, e decide di intonare Bella Ciao. Fin qui, nulla di straordinario: è il Concertone – con la C maiuscola –, e il canto della Resistenza è di casa come il palco di legno e i gabbiani sopra il Laterano.

Poi arriva il momento. La parola “partigiano” — quella parola lì, quella precisa, carica di sangue e di storia — sparisce. Al suo posto: “essere umano”. Inclusivo – e già basta questo a far correre un brivido lungo la schiena –, universale, aperto al mondo. La cantante, intervistata dai giornalisti, ha spiegato che la sua intenzione era «allargare il messaggio». La piazza ha risposto con i fischi. Il web ha fatto il resto.

Ora, sul merito della questione Bella Ciao si è detto quasi tutto, e con competenza crescente man mano che il dibattito scivolava verso i profili meno qualificati. Ma la vicenda merita di essere letta non come incidente isolato, bensì come sintomo di qualcosa di più profondo e strutturale: lo stato terminale del talent show italiano, che ha smesso da anni di formare artisti e ha cominciato a produrre personaggi. E i personaggi, si sa, hanno bisogno di una storia. Possibilmente dolorosa.

Esiste un copione ormai collaudato, ripetuto con variazioni minime da una stagione all’altra su qualsiasi canale e in qualsiasi formato: musica, danza, cucina. Il meccanismo è sempre lo stesso. Il concorrente sale, canta, o balla, o impiatta un filetto, e a un certo punto, invariabilmente, arriva il momento dell’autobiografia. La telecamera stringe, la musica da sottofondo si abbassa di due tacche, e il racconto comincia.

C’è chi ha perso un genitore. Chi ha lottato contro un disturbo alimentare. Chi viene da una famiglia che non ha mai creduto in lui. Chi ha subito bullismo, chi ha attraversato una depressione, chi ha dormito in macchina inseguendo il sogno. Le storie cambiano nei dettagli, ma la struttura narrativa è identica: la caduta, il baratro, la musica come salvezza, il palco come resurrezione.

Non si sta dicendo che queste storie siano false. Il problema è un altro: che siano diventate condizione necessaria. Che il talento nudo e crudo — la voce, la tecnica, la scrittura, la presenza scenica — non basti più da solo a guadagnarsi l’attenzione del pubblico e, soprattutto, quella della giuria. Occorre il trauma. Occorre la fragilità esibita, la lacrima al momento giusto, la voce che si spezza a metà frase nel raccontare la nonna malata o il padre assente.

I giudici, o i “coach”, come si preferisce chiamarli in epoca anglofona — rispondono a questo stimolo con una progressione quasi pavloviana: prima l’ascolto commosso, poi la stretta di mano, poi il sì. È la grammatica emotiva del genere, e funziona benissimo. Gli ascolti lo confermano.

Si prenda il modello che ha fatto scuola – nella fattispecie Amici – e che continua ad aggiornarlo, edizione dopo edizione, con infallibile coerenza: il talent musicale di lunga durata che da decenni occupa il sabato pomeriggio e la domenica sera di milioni di italiani. La sua formula è ormai un oggetto di studio in sé. L’accademia, le sfide, le eliminazioni: tutto costruito per massimizzare la tensione emotiva, non necessariamente quella artistica.

La selezione iniziale ha una doppia funzione che raramente viene esplicitata: valutare il talento e costruire il cast. E il cast, per essere “interessante” nel senso televisivo del termine, deve contenere un numero sufficiente di storie difficili. Il ragazzo con il passato turbolento, la ragazza che ha smesso di mangiare e poi ha ricominciato grazie alla musica, il ballerino che viene da un quartiere periferico e non aveva soldi per le scuole di danza. Tutti veri, probabilmente. Tutti selezionati anche per questo.

Il risultato è che il pubblico a casa non sa mai bene se sta guardando un programma di formazione artistica o una lunga seduta di terapia collettiva in mondovisione. I due piani si sovrappongono con tale disinvoltura che nessuno sembra più accorgersene.

Poi c’è X-Factor, ovvero il talent musicale premium, quello in onda su piattaforma satellitare e quindi teoricamente rivolto a un pubblico più selezionato e meno influenzabile dalla retorica lacrimogena, non si sottrae alla regola. Se mai, la raffina.

Le fasi eliminatorie prevedono momenti in cui i concorrenti raccontano la propria storia davanti ai giudici durante cene riservate, in contesti informali, lontani dal palco. È la parte più onestamente rivelatrice del format: quello che si sta cercando non è solo chi canta meglio, ma chi ha qualcosa da raccontare. E il qualcosa, per essere buono, deve fare male.

Il punto d’arrivo di questa logica è stato reso evidente proprio dall’episodio del Primo Maggio. Una giovane artista con una formazione conservatoriale solida, una voce riconoscibile, un’identità musicale che mescola radici siciliane e sperimentazione contemporanea – tutto materiale potenzialmente interessante – si ritrova sul palco nazionale più politicamente carico dell’anno e decide di riscrivere un inno della Resistenza in chiave «inclusiva». Probabilmente convinta di fare una cosa buona. Quasi certamente senza rendersi conto che la cosa buona era già stata fatta, settant’anni fa, da chi quel testo lo aveva scritto sapendo benissimo cosa stesse scrivendo e perché.

Il problema non è la giovane artista. Il problema è il sistema che l’ha formata — e che per “formazione” intende soprattutto la costruzione di un’identità mediatica spendibile, non necessariamente la comprensione di ciò che si canta.

Che la logica del trauma come carta d’identità sia trasversale al genere lo dimostrano i cooking show – MasterChef in testa –, che negli ultimi anni hanno percorso la stessa traiettoria con la precisione di un compasso. Anche qui, la competizione culinaria è diventata progressivamente un contenitore di storie personali, con il cibo che funge da metafora; “mia nonna mi ha insegnato questa ricetta”, “questo piatto mi riporta al paese che ho lasciato”, “cucinare è l’unica cosa che mi ha tenuto in piedi durante quel periodo”
E i giudici che reagiscono con un’attenzione che oscilla tra il critico gastronomico e lo psicologo di supporto.

Esistono concorrenti che vengono ricordati non per i piatti portati in tavola, ma per i pianti, le emozioni esagerate, le lacrime e il temperamento: casi in cui, come si osserva con un certo imbarazzo, il personaggio è rimasto più impresso del talento. Non è un’anomalia: è la regola diventata tanto evidente da essere già diventata meme, e quindi già metabolizzata, e quindi già diventata norma accettata.

La questione è strutturale. Il cooking show nella sua forma attuale non ha quasi spazio per il cuoco bravo e silenzioso, per il tecnico che non urla e non piange e non ha un passato da elaborare in diretta. Quella persona esiste, probabilmente, e probabilmente cucina anche meglio di molti concorrenti televisivi. Ma non fa televisione. O almeno, non fa la televisione che serve.

C’è un’idea romantica che attraversa tutta questa produzione e che vale la pena nominare esplicitamente: l’idea che la sofferenza sia garanzia di autenticità. Che chi ha sofferto abbia qualcosa di più vero da dire, da cantare, da cucinare. Che il dolore personale si trasmuti automaticamente in profondità artistica.

È un’idea antica — risale almeno al Romanticismo, al giovane Werther e a Jacopo Ortis – ma nella sua versione televisiva ha perso qualsiasi complessità per ridursi a meccanismo produttivo. Non si tratta più di esplorare il rapporto tra esperienza e arte: si tratta di raccogliere storie difficili, confezionarle in segmenti di tre minuti con musica ad hoc, e distribuirle al pubblico come giustificazione emotiva del voto o del tifo.

Il risultato è una sorta di agiografia industriale dell’artista tormentato, replicata in serie con una cadenza stagionale. Ogni anno una nuova infornata di santi laici con le stimmate al posto giusto. Ogni anno il pubblico piange, vota, dimentica, e si prepara per la stagione successiva.

Chi non ha un trauma convincente da raccontare – o chi non è disposto a raccontarlo – ha meno spazio. Non per una decisione esplicita di nessuno, ovviamente: semplicemente perché il sistema seleziona ciò che funziona, e ciò che funziona è la lacrima al momento giusto, non la terza di cinque ore di tecnica vocale.

Sarebbe comodo concludere che la colpa è del pubblico, che chiede emozioni facili e le ottiene. Ma sarebbe anche disonesto. Il pubblico risponde agli stimoli che riceve, e da vent’anni riceve stimoli costruiti per produrre identificazione emotiva più che giudizio estetico. Non si può insegnare a qualcuno a preferire le lacrime e poi stupirsi che preferisca le lacrime.

Ciò che rimane, dopo tutto, è una domanda semplice: quanti artisti veri si sono persi perché non avevano una storia abbastanza drammatica da raccontare? Quante voci, quante tecniche, quante scritture sono rimaste fuori dalla porta perché il passato era troppo ordinario, la famiglia troppo presente, i traumi troppo privati per essere condivisi davanti a una telecamera?

Non lo sapremo mai. E questa, a pensarci bene, è forse la parte più triste di tutta la storia. Non “Bella Ciao” riscritta, non la giuria che piange, non il concorrente con il padre assente. La parte più triste è tutto quello che non abbiamo visto perché non faceva abbastanza televisione.

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