Addio al Senatur: l’uomo che inventò un popolo

Umberto Baldo
La notizia è arrivata in serata, nel giorno di San Giuseppe: Umberto Bossi è morto a 84 anni.
Si sapeva che da tempo il suo corpo aveva cominciato a cedere, da quel maledetto ictus del 2004.
Eppure, per anni, è rimasta la sensazione che il Senatur fosse destinato a non andarsene mai davvero, a restare sospeso sopra la politica italiana come una presenza ingombrante, ruvida, impossibile da archiviare.
Perché Bossi non è stato solo un leader. È stato un fenomeno.
Un “animale politico” nel senso più pieno e primitivo del termine: uno che dal nulla ha costruito un popolo prima ancora che un partito, trasformando un’aggregazione disordinata di umori, rabbie e identità locali in una macchina capace di governare e di trattare alla pari con un protagonista consumato come Silvio Berlusconi.
Aveva un istinto raro: sapeva leggere e fiutare il vento.
E soprattutto quello che spirava da Nord, tra capannoni, officine, stalle e piccole imprese.
Un mondo che la politica ufficiale non vedeva, o faceva finta di non vedere, e che lui invece ha saputo ascoltare, interpretare, incendiare.
Certo, all’inizio si reclutava nei bar, nelle bettole, tra una bestemmia e un bicchiere di rosso.
Ma da quel magma è uscita, col tempo, una classe dirigente solida, concreta, che oggi governa intere Regioni. Non proprio un dettaglio folkloristico.
Bossi era insieme tribuno e sognatore.
Capace di passare dalle chiacchiere da osteria a visioni politiche che, allora, sembravano pura fantasia: la Padania, il Parlamento padano, il Dio Po, le ampolle, il rito di Pontida.
Un teatro politico che oscillava costantemente tra genio e provocazione, tra intuizione ed eccesso.
Eppure, dietro quella scenografia spesso sopra le righe, c’era una lucidità che molti hanno sottovalutato.
Fu tra i primi a capire che la Prima Repubblica stava crollando sotto il peso delle inchieste di Mani Pulite.
“I giudici sono la cura, ma la guarigione è la Lega”, disse nel 1993.
Una frase che, piaccia o no, fotografava un passaggio storico.
Era un politico che sapeva di terra, di fiumi, di montagne.
Ma anche uno che, all’occorrenza, sapeva mettere da parte il suo “guevarismo padano” per entrare nei meccanismi del potere e usarli con efficacia.
E poi c’era il personaggio.
Le camicie verdi, le ronde, le invettive, le provocazioni al limite, il tricolore insultato, le minacce di secessione. E quella capacità, quasi tribale, di accendere gli animi. Non parlava: arruolava.
Rivendicava con orgoglio la sua diversità rispetto alle élite.
Emblematica quella famosa canottiera bianca esibita in mezzo ai salotti patinati della Costa Smeralda: un gesto semplice, quasi rozzo, ma potentissimo. Un manifesto politico più efficace di mille discorsi.
Chi lo ha conosciuto racconta di un uomo instancabile, notturno, quasi lunare.
Dormiva di giorno, viveva di notte, tra acqua e menta e sigari toscani.
Un ritmo da predatore politico, più che da uomo istituzionale.
Solo la malattia lo ha fermato davvero.
E forse il dolore più grande, negli anni del silenzio, è stato vedere la “sua Lega”, la sua creatura cambiare pelle, allontanarsi dalle origini, trasformarsi in qualcosa di diverso; nazionale, sovranista, sicuramente non più “padana”.
Il tempo ha fatto il suo lavoro.
L’Italia è cambiata, le parole d’ordine si sono sbiadite, i sogni si sono trasformati in amministrazione, in compromesso, al massimo in “Autonomia differenziata”.
La secessione è diventata una stagione lontana, quasi mitologica.
Eppure, sotto la cenere, qualcosa resta.
Se si ascoltano le voci di quel popolo che lo ha seguito, anche oggi disperso tra altre bandiere, si avverte ancora un rimpianto.
Non tanto per le soluzioni, quanto per la forza originaria di quell’idea.
Illusioni? In parte sì.
Ma i popoli non vivono solo di realtà. Vivono di miti, di parole, di visioni.
E Umberto Bossi, nel bene e nel male, ha dimostrato una cosa che la politica contemporanea sembra aver dimenticato: che un sentimento diffuso può diventare coscienza, e la coscienza può diventare potere.
Riconoscerlo oggi non è un atto di nostalgia.
È semplicemente prendere atto che, per un lungo tratto della nostra storia recente, il rapporto tra popolo, territorio e sovranità è passato anche da lui.
Umberto Baldo










