1461 giorni di aggressione. Kiev chiama, Roma non risponde

Umberto Baldo
Si dice che i nostri politici soffrano di presenzialismo compulsivo.
Tagliano nastri che implorano pietà, inaugurano rotonde con l’aria di chi sta rifondando la civiltà occidentale, si materializzano a ogni microfono acceso.
In parte è vero: a volte potrebbero serenamente restare a casa e il Paese sopravviverebbe lo stesso.
Il problema è che in certe occasioni, quando la presenza conta davvero, evaporano.
Oggi è uno di quei giorni.
Il 24 febbraio segna quattro anni dall’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina. Millequattrocentosessantuno giorni di guerra, macerie, madri che seppelliscono figli, città cancellate dalla carta geografica e dalla memoria serena dell’Europa.
Io mi sarei aspettato di vedere una delegazione robusta dell’Italia a Kiev.
Non per fare passerelle, ma per dire con il corpo, prima ancora che con le parole, che noi stiamo da una parte sola: quella di uno Stato sovrano invaso.
In Ucraina oggi c’è l’intero collegio dei Commissari guidati da Ursula von der Leyen.
Ci sono rappresentanze dei partiti europei, Europarlamentari, perfino qualche parlamentare americano.
In sintesi: l’Europa, con tutti i suoi difetti, c’è.
Tra mille contraddizioni interne, tra gli Orbán di turno e i governi che giocano di sponda con Mosca, resta l’unica comunità politica globale fondata sullo Stato di diritto e sulla libertà.
Chi non c’è?
Il governo italiano, che si è limitato a trasformare la facciata di Palazzo Chigi in uno schermo gialloblù. Suggestivo, certo.
Ma la solidarietà in alta definizione non scalda come una stretta di mano a Kiev.
E non c’è neppure il mitologico “Campo largo”, sempre larghissimo nelle dichiarazioni e strettissimo quando si tratta di condividere una posizione netta
Ognuno avrà le sue ragioni.
C’è chi è distratto dai referendum, chi parla dell’Ucraina con accenti diversi a seconda del pubblico, chi teme di disturbare l’alleato più pacifista o quello più filorusso.
Così, per non urtare nessuno, si resta prudentemente a casa.
Eppure sarebbe stata un’immagine potente: una sinistra capace di andare a Bucha ad accendere una candela, di abbracciare le madri dei ragazzi schiacciati dai cingoli del Cremlino, con la stessa intensità emotiva che giustamente dedica ad altre tragedie del mondo, come Gaza ad esempio.
Anche perché, in questo 2026 così confuso, l’unico Paese europeo in cui “Bella Ciao” non è un rito da salotto ma un canto contro un invasore è proprio l’Ucraina.
I diritti non sono un menù à la carte.
Detto questo, non è vero che l’Italia sia del tutto assente.
A Odessa c’è Pina Picierno. A Kiev c’è Carlo Calenda, con Ettore Rosato, Francesca Scarpato e Federica Onori.
Sempre a Odessa Ivan Scalfarotto, con Elena Buscemi, Gianmaria Radice, Marco Taradash insieme ai radicali Igor Boni e Federica Valcauda. C’è Benedetto Della Vedova di Più Europa.
Una pattuglia non oceanica, ma limpida. Riformisti del Pd come Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Giorgio Gori, Lorenzo Guerini; qualche volenteroso di Italia Viva e di Più Europa; i radicali europeisti.
Non fanno rumore, ma hanno capito una cosa elementare: l’Ucraina oggi è il confine concreto della nostra libertà. Se cade quel principio, non resta in piedi neppure la nostra retorica.
Negli anni in cui si difendeva l’Europa a Ventotene, a Danzica, a Budapest, a Praga, loro ci sarebbero stati.
Oggi ci sono.
Il resto dei nostri Demostene farebbe bene a riflettere sul paradosso: sempre pronti a esserci quando conta poco, curiosamente assenti quando conta tutto.
E se anche voi, come me, non apprezzate le ambiguità, i cinismi, le connivenze, le indifferenze, le furbizie, quando sarà il momento di votare alle prossime politiche ricordatevi di loro: ricordatevi di chi ha preso un aereo per Kiev invece di limitarsi a cambiare le luci di un palazzo o a dire “vorrei tanto, ma non posso, perché Conte o Fratoianni non capirebbero”.
Non è eroismo. È coerenza. Ed è già moltissimo.
Loro il voto lo meritano.
Umberto Baldo
















