4 Gennaio 2026 - 13.05

2026: le dieci cose che non vorrei nel nuovo anno

Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui a considerare la guerra una soluzione accettabile, normalizzando la distruzione e il dolore come se fossero effetti collaterali inevitabili della politica. Non vorrei un pianeta che prosegue indisturbato verso il collasso ambientale, mentre si moltiplicano le conferenze, le parole solenni e gli impegni disattesi, e il tempo reale della natura scorre molto più veloce di quello dei governi. Non vorrei un’Italia rassegnata, che ha smesso di indignarsi e di pretendere, dove l’ingiustizia diventa abitudine e la precarietà viene raccontata come flessibilità. Non vorrei una società in cui la disinformazione e l’odio viaggiano più rapidi della conoscenza, alimentati da algoritmi che premiano lo scontro e semplificano la complessità fino a renderla caricatura. Non vorrei un’economia che continua a produrre disuguaglianze sempre più profonde, in cui pochi accumulano ricchezze smisurate mentre molti faticano a vivere dignitosamente pur lavorando. Non vorrei che la politica restasse prigioniera di slogan, personalismi e paure costruite ad arte, incapace di visione e di coraggio, soprattutto quando si tratta di investire sui giovani e sul futuro. Non vorrei un’Italia che perde i suoi talenti perché non sa o non vuole offrir loro spazio, fiducia e prospettive, trasformando l’emigrazione in una scelta obbligata invece che libera. Non vorrei una cultura ridotta a ornamento, considerata un lusso superfluo e non una necessità, mentre scuole, biblioteche e luoghi di sapere vengono impoveriti o lasciati soli. Non vorrei un mondo che tratta le persone come numeri o problemi, dimenticando che dietro ogni essere umano ci sono storie, diritti e speranze. E infine non vorrei arrivare al 2026 con la sensazione di aver sprecato un altro anno aspettando che qualcosa cambiasse da solo, senza assumerci la responsabilità, individuale e collettiva, di provare davvero a cambiare direzione.

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