Renzi a New York polemica strumentale. Il problema è dove non va mai
di Marco Osti
La conquista della finale degli US Open di Tennis da parte di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, da impresa sportiva è diventata occasione di una nuova polemica politica per la decisione del premier Matteo Renzi di rinunciare ad andare a Bari alla inaugurazione della Fiera del Levante e volare a New York, insieme al presidente del Coni Giovanni Malagò, ad assistere alla partita e celebrare le due ragazze italiane.
Sebbene in molte circostanze su queste stesse colonne abbiamo criticato Renzi, in questo caso la polemica sulla specifica questione sembra in realtà del tutto pretestuosa e strumentale.
E’ sciocco dire che il presidente del Consiglio sia andato semplicemente a vedere una partita di tennis.
Gli archivi fotografici delle redazioni dei mezzi di comunicazione sono stracolmi di immagini che ritraggono presidenti di ogni parte del mondo mentre assistono, esultano e si disperano, a finali con impegnati atleti del loro Paese.
In questo caso la questione appare diversa, perché non si tratta di un gioco di squadra e quindi sul campo di cemento di New York non era direttamente rappresentata la nazionale italiana, ma è innegabile che le due ragazze sono state vissute in Italia e nel mondo come vessilli del nostro tennis, peraltro per anni in difficoltà e proprio da loro due e da Sara Errani e Francesca Schiavone riportato tra le donne ai vertici mondiali.
Va poi detto che l’impresa compiuta Flavia, che poi ha vinto la partita, e Roberta è stata davvero epica e straordinaria, perché hanno battuto in semifinale le prime due giocatrici al mondo e perché insieme hanno portato lo sport italiano al centro dell’attenzione mondiale, mentre in Spagna Fabio Aru andava a conquistare la maglia rossa di leader della Vuelta di Spagna per apprestarsi a vincerla nella passerella dell’ultima tappa (anche su questo successo non è mancato il tweet celebrativo di Renzi).
Insomma motivi perché un presidente del Consiglio prendesse un volo e partisse ce n’erano e non convince nemmeno il problema del costo del viaggio sollevato dai vari detrattori.
Innanzitutto perché comunque qualche rappresentante politico era giusto andasse, e quindi il viaggio sarebbe comunque stato effettuato, e poi già un aereo avrebbe portato a New York il presidente del Coni Malagò.
Come del resto, anche per gli stessi motivi, è risibile la questione di qualche migliaia di euro spesi per un viaggio nell’economia di un Paese come l’Italia.
Allo stesso tempo è innegabile che Renzi abbia colto la situazione per sfruttarla sotto il profilo propagandistico, ma anche sotto questo aspetto non è il primo a farlo ne sarà l’ultimo.
Tutti i presidenti di cui dicevo in precedenza, di ogni Paese, avranno avuto nelle loro iniziative anche quell’intento, posto che il confine tra la giusta celebrazione del massimo rappresentante di uno Stato all’impresa di una squadra nazionale o di un atleta connazionale e quello della strumentalizzazione dell’evento è molto labile e ineliminabile.
Del resto sono strumentali e propagandistici anche molti attacchi a Renzi per il suo viaggio a New York, quindi la questione non ha un reale impatto sulle vite degli italiani, ma attiene alla dinamica da perpetua campagna elettorale che caratterizza, purtroppo, l’Italia e i suoi politici.
La vicenda in realtà rappresenta però uno spunto importante per una riflessione più estesa su come il presidente del Consiglio intenda il Paese e il suo ruolo, nello svolgere il quale più volte ha tacciato i critici al suo operato come “gufi”, “pessimisti” o “iettatori”.
Questo preoccupa di Renzi. La sua insistenza nel dividere il Paese tra persone positive, quelle che credono in lui e nelle sue riforme, e persone negative, indicandole nei suoi critici.
Un’idea, anche questa intrisa di populismo, per sostenere la quale è indispensabile esaltare solo i successi del Paese e illuminare unicamente gli aspetti positivi, nascondendo i problemi.
Un po’ quello che accade nelle città quando arrivano visite illustri e si ripulisce il centro storico e si allontanano i senza tetto, che però non spariscono, ma vengono mandati in qualche ricovero o nelle periferie.
Ecco l’Italia di Renzi è quella ricca, positiva e vincente, dove lui si aggira con Marchionne che lo incensa tra i box Ferrari, si vedono donne bellissime e uomini ben vestiti e potenti che si danno ragione.
Dove c’è una disgrazia Renzi non c’è, dove c’è una polemica Renzi non va, dove c’è una contestazione Renzi si allontana e non l’affronta.
Non è andato dai terremotati di L’Aquila, non va ai congressi dei sindacati a sentirne le proposte per poi dire che non hanno idee, non va dove accade un fatto di sangue grave come quello che ha colpito i due coniugi anziani a Palagonia, malgrado la figlia lo abbia esortato a farsi vedere.
Quest’ultimo caso era un’ottima occasione per andare in Sicilia a spiegare che la questione migranti è un problema complesso, che richiede soluzioni difficili e la necessità di affrontarle uniti, senza demagogie e populismi, perché l’atto singolo di un criminale non può ricadere su tutte le persone che attraversano il mare su un barcone.
Renzi non l’ha fatto perché voleva dire affrontare un problema, subire una contestazione, dover macchiare l’immagine di un’Italia che deve essere splendente, con una impostazione tutta mediatica come quella che usava anche Berlusconi, che durante il massimo della crisi economica la negava, sostenendo che i ristoranti però erano tutti pieni.
Uno statista dovrebbe avere la forza e il coraggio di rappresentare il suo Paese nel successo e nella disgrazia, gioire e soffrire con il suo popolo, esaltarne il valore e stringersi in un abbraccio collettivo per affrontare insieme i problemi.
Sandro Pertini esultò come un ultras davanti al re di Spagna allo stadio Santiago Bernabeu l’11 luglio del 1982, quando l’Italia conquistò la sua terza Coppa del Mondo di calcio, ma fu anche sempre il primo a confortare i suoi concittadini nelle disgrazie collettive, come per un terremoto, o private, come nel caso tragedia del piccolo Alfredino a Vermicino.
Sarebbe andato certamente a New York, ma nessuno avrebbe avuto nulla da dire, perché il giorno prima probabilmente stava portando sostegno e speranza in qualche posto in Italia che altrimenti tutti avrebbero ignorato.

















