10 Febbraio 2026 - 9.40

Regionali Aragona. Stazione dopo stazione la via crucis infinita di Sánchez

Umberto Baldo

Le elezioni anticipate in Aragona non sono cadute dal cielo. 

Non sono state un incidente di percorso, né un capriccio istituzionale. 

Sono state volute dal Partido Popular (PP), dal Presidente  della Regione Jorge Azcón, con una motivazione ufficiale tanto nobile quanto ingenua: liberarsi dalla morsa di Vox, che rendeva impossibile l’approvazione dei bilanci regionali.

L’idea era semplice, forse troppo: tornare alle urne, rafforzarsi, ridimensionare l’alleato ingombrante per tornare a governare con maggiore autonomia.

Il risultato è un classico esempio di eterogenesi dei fini: Vox raddoppia i seggi, il PP arretra, e la sua dipendenza dall’ultradestra aumenta.

Se l’obiettivo era spegnere l’incendio, Azcón ha scelto di gettarci sopra benzina.

I numeri, come sempre, sono la chiave per capire davvero cosa è successo.
Ed i numeri dicono che Jorge Azcón ha portato a casa 26 deputati, due in meno rispetto a tre anni fa, e avràancora più bisogno di Vox per continuare a governare. 

L’ultra destra di Abascal raddoppia la sua presenza nelle Cortes, passando da 7 a 14 seggi, e collocandosi a soli quattro seggi dal PSOE. 

Pilar Alegría, candidata del Partido Socialista (PSOE) si ferma a 18 deputati, cinque in meno rispetto al 2023, eguagliando il peggior risultato storico dei socialisti in Aragona. 

Chunta Aragonesista, Partito regionalista, raddoppia i suoi seggi e va a sei, Aragón Existe ne ottiene due, Sumar uno, mentre Podemos scompare.

Questa nuova dimostrazione della crescita di Vox ha dunque frustrato anche in Aragona i piani del PP: non solo non ha ridotto la propria dipendenza dall’estrema destra, ma si ritrova con meno seggi e con un concorrente diretto che gli sottrae spazio politico e legittimazione.

Non è la prima volta. 

Era già successo lo scorso dicembre in Extremadura (https://www.tviweb.it/extremadura-laboratorio-di-una-destra-che-non-sa-piu-dirsi-moderata/).

Ma lì il PP poteva ancora raccontarsela come un esperimento, un “test” per misurarsi con Vox. In Aragona no. 

Qui Azcón sapeva perfettamente cosa stava accadendo: la dinamica era chiara, il vento soffiava nella stessa direzione. 

Eppure ha sciolto le Cortes lo stesso. Perché?

La risposta più credibile potrebbe essere anche la più cinica: contava più mandare un segnale nazionale che garantire la stabilità regionale.

Dimostrare che il PSOE perdeva ancora, alimentare la narrazione del “fine ciclo” del sanchismo, anche a costo di rafforzare Vox. 

L’Aragona come strumento, non come priorità.

Il paradosso è che oggi PP e PSOE non possono piùpresentarsi come il centro naturale dell’elettorato. 

Vox è entrato stabilmente in quella zona. Non è più una forza laterale o transitoria: la sua presenza è strutturale. 

E lo è anche grazie ad una strategia fallimentare del PP, fatta di elezioni anticipate, imitazioni maldestre del linguaggio ultras, strizzate d’occhio agli istinti peggiori della rete.

In Aragona il PP ha persino provato a copiare i toni duri dell’estrema destra, arruolando agitatori digitali e radicalizzando il messaggio finale. 

Il risultato è quello di ieri: l’originale batte sempre la copia. 

La normalizzazione dell’ultradestra non la indebolisce, la rende inevitabile.

Qui si innesta un parallelo che a mio avviso in Spagna si tende a sottovalutare, ma che in Italia conosciamo bene. 

Nel 2007, migliaia di persone scesero in piazza seguendo un comico, Beppe Grillo, per il Vaffanculo Day. 

Non era un programma politico, era uno sfogo; era un urlo.

Da lì nacque un movimento che, pochi anni dopo, sarebbe diventato il primo Partito del Paese. 

L’antipolitica non vince perché convince, ma perché canalizza rabbia e disprezzo.

Vox oggi gioca esattamente su quel terreno. 

Non compete solo a destra, dove il PP può ancora provarci. 

Compete soprattutto nello spazio dell’antipolitica, del “mandarli tutti a casa”, del “fottere Sánchez” elevato a sintesi politica. 

E su quel terreno il PP non ha armi, perché è parte del sistema che Vox dice di voler abbattere.

Sul fronte opposto, il PSOE incassa un’altra sconfitta che conferma una tendenza ormai storica: la debolezza del socialismo nel governo territoriale delle Comunitades Autònomas.  

E qui il dato è persino più allarmante che in Extremadura. 

Pilar Alegría non era una candidata improvvisata: è una ex Ministra, un volto noto, radicato sul territorio, già vincente a Saragozza. 

Il suo fallimento manda un messaggio chiaro: essere stato Ministro di Sánchez in questa fase non porta voti, anzi li toglie.

La strategia socialista di “colonizzare” le Autonomie con figure del Governo centrale mostra tutte le sue crepe. 

La confusione tra progetto nazionale e progetto regionale non funziona. L’appello generico a “fermare l’ultradestra” non mobilita più, anzi spesso produce l’effetto opposto.

In mezzo, c’è un dato che merita attenzione: il successo dei regionalisti di Chunta Aragonesista,  dimostra che in un panorama polarizzato, il radicamento territoriale paga più delle sigle madrilene. 

Un segnale che dice qualcosa anche al resto della sinistra alternativa.

Morale della storia: queste elezioni non erano necessarie, non hanno risolto nulla, ed hanno peggiorato tutto.
Il PP voleva meno Vox e ne ha avuto il doppio.  

Il PSOE sperava di limitare i danni ed invertire il suo declino territoriale.
L’Aragona, intanto, si ritrova più instabile di prima.

Quando si convoca un’elezione anticipata senza una strategia solida, si finisce per rafforzare chi si dice di voler fermare.
E Vox, ancora una volta, ringrazia.

Vedremo se questo schema si imporrà anche il 15 marzo alla elezioni in Castiglia e Leòn, e successivamente in Andalusia.

Umberto Baldo

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