Ma a cosa servono i tabelloni elettorali? Reliquie di Stato, archeologia della Repubblica

Umberto Baldo
A breve discuteremo seriamente – o almeno ci proveremo – di come i nostri politici intendano affrontare la battaglia referendaria sulla separazione delle carriere dei Magistrati.
Battaglia è una parola grossa: sarà più una rissa da condominio, di quelle in cui nessuno ascolta e tutti urlano.
Sarà uno scontro aspro, senza esclusione di colpi bassi, insinuazioni, appelli alla Costituzione brandita come una clava, e richiami alla “democrazia” un tanto al chilo.
Ma oggi, per una volta, vorrei mettere da parte il “tema nobile” e concentrarmi su un paio di dettagli apparentemente marginali.
Quelle “cosette di contorno” che però raccontano meglio di qualsiasi saggio perché in Italia cambiare qualcosa è un’impresa degna di Ercole. Senza Ercole.
Partiamo dalle modalità di voto.
Domanda semplice: ma vi sembra normale che solo in Italia si voti su due giorni?
Due giorni!!!
Ma cosa siamo, un popolo affetto da stanchezza cronica da cabina elettorale?
Abbiamo bisogno di pause, recupero muscolare, e magari un massaggio tra una scheda e l’altra?
In tutta Europa si vota in un solo giorno.
Negli Stati Uniti – che non sono esattamente il circolo bocciofilo di San Donà di Piave – pure.
E non tengono aperti i seggi fino alle undici di sera, con l’aria da guardiani del faro che resistono all’ultima onda.
E noi no.
Noi dobbiamo fare i sofisticati.
Due giorni, perché così “si favorisce la partecipazione”.
Peccato che la realtà dica l’esatto contrario. L’astensione cresce, elezione dopo elezione.
Perché se uno ha deciso di non votare, puoi tenere i seggi aperti anche fino a Ferragosto: non verrà.
E non perché non ha tempo, ma perché non ne ha più voglia.
Secondo capitolo: i cartelloni elettorali.
Qui siamo al teatro dell’assurdo.
Viene spontaneo chiedersi: se l’attuale sistema politico non riesce nemmeno a capire che i cartelloni elettorali oggi non servono a nulla, come pensa di risolvere i problemi strutturali del Paese?
Domanda retorica, certo, ma anche tremendamente deprimente.
Quei tabelloni di metallo sono lì, arrugginiti, superstiti di campagne elettorali combattute a colpi di faccioni grandi come lenzuola.
Volti sorridenti, sguardi determinati, slogan che promettevano il sole, il mare e la felicità fiscale.
Oggi i faccioni sono spariti, è rimasta solo la ruggine.
Riquadri di metallo triste, solitario, che imbruttiscono strade e piazze già non sempre all’altezza di una cartolina.
Tutti sanno che ormai le campagne elettorali si fanno su internet, sui social, in televisione; con i sondaggi settimanali, le stories, i talk show e le risse in prima serata.
Non certo attaccando un manifesto su un pannello che nessuno guarda.
Chi lo farebbe oggi? Nessuno, ed infatti quasi nessuno lo fa.
Anzi, vi dirò di più: quel candidato che, per eccesso di zelo o di nostalgia, decide comunque di affiggere il proprio manifesto sul cartellone, nel deserto pneumatico degli altri pannelli spogli, ai miei occhi passa quasi per uno sfigato.
Uno che non ha capito l’epoca in cui vive; o peggio uno che ha capito tutto, ma non può sottrarsi al rito.
Già, perché in Italia la logica è un’opinione, l’evidenza pure.
Conta solo la norma. Anche se risale ad un’altra era geologica.
C’è infatti una legge del 1956 – quando la televisione era in bianco e nero ed i social erano il “Bar sport” – che obbliga i Comuni ad installare le plance elettorali una cinquantina di giorni prima del voto, ed a garantire uno spazio ad ogni partito (referendum compresi).
Risultato: pali piantati nei giardini, marciapiedi bucati, asfalto sconquassato.
Il tutto sotto gli occhi di cittadini che magari devono fare tre giri dell’isolato per trovare parcheggio.
Naturalmente tutto questo costa. Operai, ditte esterne, scavi, ripristini.
Denaro pubblico che evapora per sostenere un rito che non interessa più a nessuno.
Ma non importa. Perché se il manifesto elettorale appartiene ad un’Italia che non c’è più, l’Italia degli sprechi, invece, è viva e vegeta.
E questo ne è un perfetto, malinconico, esempio.
La superficie prevista per la propaganda è sproporzionata rispetto all’uso reale.
Quelle sequenze infinite di pannelli sono anacronistiche, inutili, fastidiose.
E soprattutto pagate dai contribuenti, che non brillano esattamente di entusiasmo davanti a simili sprechi.
Ma tranquilli. Tutto resterà esattamente com’è.
Perché in questa nostra Repubblica di Pulcinella, il buon senso non è mai stato residente.
Al massimo è di passaggio.
E senza diritto di voto.
Umberto Baldo
















