26 Marzo 2026 - 9.38

La mappa del voto ed il paradosso italiano: il Sud punisce, il Nord Est premia

Umberto Baldo

Chi mi legge lo sa: ho una debolezza quasi patologica per le analisi post voto. 

Ma non quelle da salotto televisivo, piene di sociologia da due soldi e psicologia da bar sport, ma quelle fondate sui numeri. 

Perché alla fine, al netto delle interpretazioni creative dei nostri novelli Demostene, i numeri restano l’unico dato oggettivo. 

Poi certo, si possono piegare, stirare, raccontare al contrario. Ma almeno oppongono un minimo di resistenza.

Uno degli strumenti più abusati dai giornali per rendere “visibili” questi numeri è la famosa cartina dell’Italia colorata: rosso, blu, verde, a seconda di chi ha vinto cosa. 

Una semplificazione brutale, ma efficace. 

Guardi quella mappa ed in due secondi ti fai un’idea, magari pure sbagliata, ma rapida.

E cosa ci dice, senza troppi fronzoli, la cartina di questo Referendum? 

Che nella stragrande maggioranza delle Regioni ha prevalso il NO: diciassette su venti. 

Un dominio piuttosto netto, con una vistosa eccezione geografica: il Nord Est, dove Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno invece imboccato la strada opposta.

Già questo basterebbe a far saltare qualche comoda narrazione.

Naturalmente, come sempre accade, il diavolo sta nei dettagli. 

Perché dentro quelle Regioni “anomale” si nascondono differenze anche marcate. 

In generale le città hanno espresso in larga parte un voto contrario, un NO piuttosto chiaro. 

Ma appena ci si allontana dai centri urbani, appena si entra nella provincia, nella campagna, nel tessuto produttivo diffuso, la musica cambia: lì ha prevalso il SÌ, palesando  una spaccatura città vs territorio, presente anche in altre Regioni.

E qui arriva la domanda che manda in crisi gli interpreti seriali della politica: perché?

Le spiegazioni facili sono sempre le più gettonate, quindi conviene scartarle subito. 

Non mi convince l’idea che il Nord produttivo abbia improvvisamente sviluppato una simpatia per le politiche filo americane del Governo: i dazi, per un sistema economico orientato all’export, sono più o meno l’equivalente di una tassa sulla sopravvivenza.

Non regge neppure la tesi di una presunta indifferenza verso la Costituzione, quella “più bella del mondo”, che viene evocata dai cosiddetti “progressisti” come una reliquia nei momenti opportuni. 

Così come appare francamente debole una insofferenza verso le ingerenze clericali in politica, con don Matteo Zuppi elevato ad improvvisato “microfono di Dio”, come se il Veneto non fosse stato storicamente la Canonica d’Italia. 

Insomma, non è che da quelle parti siano improvvisamente diventati   dei mangiapreti.

Neppure la tradizione leghista spiega tutto. 

È vero, Luca Zaia in Terra di San Marco continua a vincere con margini bulgari, ma la Lega “salviniana” di oggi non è più quella dei tempi d’oro; i consensi si sono ridimensionati anche al Nord, e parecchio. 

Tirarla in ballo come chiave universale rischia di essere una scorciatoia comoda ma pigra.

E allora proviamo a guardare un altro dato, ancora più scomodo: il trattamento politico ed economico riservato ai territori.

Negli ultimi anni il Nord non ha certo ricevuto attenzioni particolari dal Governo Meloni. 

Anzi. 

Le grandi direttrici di investimento – politiche ed economiche – sono state orientate in modo evidente verso il Centro-Sud. 

Basta scorrere l’elenco: la ZES Unica, attiva dal gennaio 2024 per gran parte delle Regioni meridionali, con crediti d’imposta fino al 60%; la famosa clausola del 40% del PNRR destinata al Sud, pari a circa 82 miliardi; gli accordi di sviluppo e coesione, come quello da 3,5 miliardi in Sardegna; fino al simbolico e mediaticamente fortunato “modello Caivano”.

Un fiume di risorse, insomma.

Eppure, nonostante questa attenzione quasi premurosa, il Centro-Sud ha voltato le spalle al Governo. 

Nel Lazio la maggioranza ha perso proprio a Roma, dove nel 2022 aveva vinto nettamente. 

A Napoli, dove già partiva debole, si è registrata una vera débâcle. 

In generale nel Meridione, oggi il quadro appare molto più fragile per il Centrodestra, con pesanti sconfitte anche in territori come la Calabria e la Sicilia.

A questo punto, l’idea che milioni di cittadini del Sud si siano improvvisamente trasformati in raffinati costituzionalisti fa sorridere. 

Non siamo in un’aula universitaria, ma in un Paese dove spesso si vota di pancia, o al massimo di tasca.

La spiegazione, piaccia o meno, è probabilmente molto più semplice e molto meno nobile: nel Centro-Sud il voto ha avuto il sapore di un messaggio politico al Governo. 

Un segnale di insoddisfazione che prescinde dal merito tecnico del quesito. 

Un modo per dire “non ci basta”, nonostante le attenzioni ricevute.

Diverso, invece, il caso del Nord Est. 

Qui il mondo produttivo a mio avviso sembra aver apprezzato uno degli elementi cardine della politica economica dell’Esecutivo: la prudenza sui conti pubblici, rivendicata giustamente con una certa ostinazione dal Ministro Giancarlo Giorgetti. 

Tradotto: spread bassi, credibilità internazionale, una certa stabilità. 

Merce rara in un Paese che ha cambiato governi con la stessa frequenza con cui cambia opinione.

E proprio questa stabilità, più che qualsiasi slogan, potrebbe aver fatto la differenza nelle urne.

Di non secondaria importanza anche il desiderio,  per un sistema produttivo diffuso che incide sul Pil nazionale, di poter contare su una Giustizia  efficiente ed efficace.

Le riforme di cui il mondo imprenditoriale ha bisogno sono molte, e la Giustizia è senz’altro una delle più importanti.

Votando SI probabilmente si è pensato che iniziare dall’ordinamento della Magistratura  potesse essere un primo passo significativo per puntare ad un vero efficientamento del sistema giudiziario, e ad una sua velocizzazione.

In altre parole si è valutato che con il Sì si sarebbe potuto dare il “la” ad una trasformazione vera e più profonda.

Scommessa sbagliata ovviamente, visto il risultato.

Il problema, semmai, riguarda il futuro. 

Perché all’orizzonte si intravede un anno elettorale, e con esso la tentazione, mai sopita, di distribuire bonus, incentivi, mancette varie. 

Il solito riflesso pavloviano della politica italiana: seminare denaro pubblico nella speranza di raccogliere voti.

Peccato che questo giochino abbia un costo, spesso pagato da chi non vota ancora, cioè figli e nipoti. 

E, dettaglio non proprio trascurabile, non esiste alcuna garanzia che funzioni. 

Si rischia di perdere sia i conti in ordine sia le elezioni. Un capolavoro.

Per questo, più che inseguire l’ennesima distribuzione di elemosine, Giorgia Meloni farebbe bene a riconsiderare il suo rapporto, finora piuttosto distratto ed a tratti infastidito, con le Regioni del Nord. 

Quelle che, piaccia o meno, continuano a trainare il Paese.

Magari basterebbe uscire un po’ dalla bolla romana, respirare aria meno autoreferenziale e, soprattutto, ascoltare qualche voce in più proveniente da quelle realtà. 

Non è un’operazione rivoluzionaria. 

Ma in Italia, si sa, anche le cose semplici riescono a sembrare imprese eroiche.

Umberto Baldo

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