22 Giugno 2022 - 9.38

La Cina e la lezione della guerra in Ucraina

di Umberto Baldo

Dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, molti osservatori hanno sottolineato che consentire a Vladimir Putin di conquistare con la forza territori di un altro Stato sovrano potrebbe essere interpretato dalla Cina come un sostanziale “si può fare!”
Ovviamente il “ via libera” riguarderebbe la riconquista dell’isola di Formosa, la cui separazione dalla madrepatria ha sempre simboleggiato per i cinesi prima la prova della loro debolezza di fronte all’imperialismo giapponese, e poi perché l’esistenza di un’amministrazione Taiwanese autonoma, al di fuori del controllo del governo di Pechino, rappresenta una ferita ancora aperta per la rivoluzione maoista, dato che l’isola divenne il rifugio del Kuomintang anticomunista di Chianhg Kai-shek nel 1949.
Inutile dire che nella visione di tutti i leader di Pechino, ed ora di Xi Jinping, la riunificazione di Taiwan con la madrepatria è essenziale sia per completare la rivoluzione di Mao Tse Tung, sia per la legittimazione politica definitiva del Partito Comunista Cinese, e sia per la “santificazione” nel pantheon del PCC del laeder che ci riuscirà.
Ecco perché Xi Jinping non mollerà mai l’osso, non finirà mai di opporsi ad una eventuale candidatura formale all’indipendenza da parte di Taiwan, per il semplice motivo che nessun leader cinese potrebbe sopravvivere politicamente ad una simile umiliazione.
Quindi sarebbe sbagliato pensare che l’esigenza di riunificazione sia dettata da motivi economici, pur non trascurabili dato l’alto livello di industrializzazione di Taiwan, e le sue eccellenze nel campo dei microchips e dell’elettronica.
La potenza economica cinese non ha certo bisogno di Taiwan!
No, nelle mente dei mandarini di Pechino a prevalere sono di gran lunga le motivazioni storiche, politiche, ed anche strategiche.
Sicuramente queste ultime sono sempre state considerate vitali dagli Stati Uniti, da sempre protettori di Taiwan, perchè la politica aggressiva ed espansionistica portata avanti della Cina nell’area dell’indo-pacifico fa presumere che, una volta tolta la spina nel fianco rappresentata da Formosa, l’impero del dragone diventerebbe incontenibile, diventando così un pericolo per tutti gli Stati dell’area, Australia in testa.
Ecco perché non bisogna abbassare la guardia, in quanto Taiwan resta sicuramente il punto di maggiore frizione fra Usa e Cina, il punto in cui le due potenze si fronteggiamo a muso duro, esibendo i muscoli per intenderci.
Fuor di metafora, è evidente che, data la situazione, qualsiasi tentativo di riprendersi Taiwan da parte della Cina porterebbe alla reazione militare degli Usa, ed innescherebbe così una guerra che inevitabilmente rischierebbe di assumere la portata di uno scontro a livello mondiale.
Il problema, come accennato, è che la questione Taiwan prima o poi finirà per deflagrare, perché per Xi Jinping la riunificazione non è in dubbio, tanto che nel 2019 in un messaggio ai suoi “compatrioti” taiwanesi ha scritto che il ritorno di Taiwan al tenero abbraccio della terraferma è “un requisito necessario per il grande ringiovanimento della nazione cinese”.
E per fare capire che non scherza, a questo “requisito necessario” ha dato anche un calendario preciso; deve cioè concretizzarsi prima del 2049, anno in cui la Cina festeggerà i 100 anni della fondazione della Repubblica Popolare.
Ma poiché è presumibile che Xi Jinping voglia essere l’artefice della riunificazione durante la sua vita politica (è nato nel 1953), visto che si vede come il successore spirituale di Mao Tse Tung, è più probabile che pensi ad una tempistica tra oggi ed il 2035, cioè prima del suo eventuale pensionamento.
E non c’è dubbio che alla preparazione di questo “evento” Xi si sia dedicato con determinazione fin dal suo insediamento nel 2013.
Partendo innanzi tutto dalla modernizzazione delle forze armate cinesi, sradicando la corruzione, migliorando la logistica, revisionando la struttura organizzativa e le linee di comando, e soprattutto dotandole di armamenti moderni, fra cui missili ipersonici, portaerei, ed altri sistemi d’arma.
In quest’ottica i cinesi stanno sicuramente seguendo con grande attenzione gli aspetti militari della campagna di Putin in Ucraina, per individuare carenze e possibili miglioramenti.
Xi Jinping sa perfettamente che la sua Cina, a differenza della Russia e degli Usa, non ha esperienze dirette di guerra recenti cui attingere.
L’ ultima volta che l’Esercito Popolare di Liberazione ha combattuto è stato quasi mezzo secolo fa, quando Deng Xiaoping ordinò l’invasione del Vietnam, e allora finì molto male per i cinesi.
Addirittura l’ultimo impegno bellico diretto per la Marina risale alla prima guerra sino-giapponese del 1894-95, ed anche quella fu una debacle per la Cina.
Non un bel biglietto da visita per un’azione che, comunque la si veda, dovrebbe prevedere una complicata operazione anfibia di sbarco sulle coste taiwanesi!
Sicuramente la mancata riuscita della “guerra lampo” da parte dei russi in Ucraina rappresenta un segnale di allarme per Xi Jinping, il quale sa bene che in caso di attacco a Formosa si troverebbe a dover affrontare oltre ai militari di Taiwan anche gli eserciti degli Usa e dei loro alleati, Giappone ed Australia in testa.
Altra lezione che il governo cinese trarrà dall’esperienza russa è la necessità di attrezzare l’economia cinese contro le sanzioni economico-finanziarie che Usa ed Europa hanno messo in campo in questa fase per indebolire ed isolare la Russia.
Ma questa in fondo non sarà una novità, in quanto sotto la guida di Xi, la Cina ha già perseguito l’autosufficienza economica, la resilienza finanziaria e tecnologica, e una modernizzazione militare orientata a sfidare, e un giorno a soppiantare, il primato strategico degli Stati Uniti.
Di fronte a queste prospettive alquanto inquietanti, cosa possono fare l’America e Taiwan?
Una sola cosa in realtà; puntare sulla deterrenza, che per essere chiari vuol dire agire concretamente sulle proprie capacità difensive, dotandosi di armi sempre più efficienti e sofisticate.
Per fare sì che, quando Xi Jinping dovesse ritenere giunta l’ ora X dell’attacco a Taiwan, ai vertici militari cinesi non resti altro da fare se non avvisarlo dei rischi militari ancora troppo grandi per lanciare l’invasione.
Capisco che questo possa fare inorridire l’universo dei pacifisti, ma il mondo funziona da sempre così, e la regola è che se non vuoi essere attaccato, devi armarti al punto tale da rendere l’attacco stesso piuttosto pericoloso per l’aggressore.
Umberto Baldo

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