IL GRAFFIO – La pace a pagamento e il club degli autocrati. Un miliardo per entrare, inginocchiarsi è obbligatorio

Che l’Onu sia ormai un soprammobile polveroso della geopolitica, buono al massimo per sfornare comunicati anodini (quando qualcuno glielo consente), è una verità talmente condivisa da non fare più notizia. Una sorta di vecchia zia alle feste di famiglia: presente ma ininfluente.
Ma l’idea di sostituirlo con un oggetto non meglio identificato chiamato Board of Peace – una specie di Direttorio dei Paesi Forti, con tanto di quota d’ingresso da un miliardo di dollari e obbligo implicito di inginocchiarsi davanti a Donald Trump, cui lo statuto attribuirebbe “il potere decisionale ultimo” – va ben oltre la fantasia politica.
Qui siamo a un livello che richiederebbe l’intervento urgente di una task force di psichiatri. Bravi, però. Con curriculum.
Un Board nel quale Trump invita con entusiasmo l’arcinemico dell’Europa, Vladimir Putin, e – sorpresa solo fino a un certo punto – anche Xi Jinping.
Un club esclusivo che, al momento, vanta le adesioni dell’argentino Javier Milei, dell’ungherese Viktor Orbán, del comunista vietnamita To Lam e dell’autocrate bielorusso Alexander Lukashenko, fino a ieri considerato in Europa poco meno che il cattivo di un film di James Bond.
Un parterre che definire “compagnia da tè delle cinque” sarebbe un’offesa al tè.
Da notare, con un certo gusto per il paradosso, che perfino Benjamin Netanyahu ha pensato bene di sfilarsi. Quando persino Netanyahu dice “no, grazie”, forse un problema c’è.
Eppure Giorgia Meloni sarà chiamata a dire al suo “amico” Donald se intende partecipare o meno a questo esclusivo club di autocrati, accettando la consacrazione di Trump a dominus globale, demolendo l’Onu e salutando cordialmente gli alleati europei.
Mi auguro sinceramente che l’idea le stia togliendo il sonno. Sarebbe un segnale di vita.
Perché, piaccia o no, sembra finita l’epoca in cui si poteva stare con un piede in due staffe, coltivando l’illusione di fare la “pontiera” tra Usa e Ue.
Con “Ciuffo biondo” alla guida, i ponti non si costruiscono: si fanno saltare.
Se sceglie Trump – come forse, in cuor suo, vorrebbe tanto, ma proprio tanto – dovrà dire addio all’Europa che mette i soldi e ci tiene a galla.
Ma è una scelta che non può permettersi: i mercati ci polverizzerebbero in meno di due settimane, senza neppure mandarci un biglietto di scuse.
Se sceglie l’Europa – come credo e spero accadrà – dovrà prepararsi all’ira di Trump.
E non essendo Macron, non avrà neppure il fisico politico per reggere l’urto.
Forse scegliere l’Europa fin da subito, senza se e senza ma, non sarebbe stato più semplice? Magari ragionando sul bene del Paese, che coincide con quello dell’Europa, invece di indulgere in acrobazie ideologiche?
In definitiva, mi auguro che Giorgia Meloni resti con l’Europa almeno per pura, banalissima convenienza politica. Perché sedersi tra Lukashenko e Putin in un reality show distopico, svendendo ottant’anni di diplomazia per fare la comparsa pagante in un circo geopolitico, sarebbe davvero troppo. Anche per lei.
C’è sempre un momento in cui bisogna decidere se stare dalla parte del tavolo o sotto il tavolo.
L’Europa, con tutti i suoi difetti, almeno ti fa sedere.
Il Board of Peace di Trump, invece, ti chiede un miliardo per partecipare… e poi ti dice anche quando applaudire.
















