15 Febbraio 2016 - 12.14

EDITORIALE- Giustizia fai da te: perché Stacchio non è Birola

stacchio

di Marco Osti

La sentenza di condanna di Franco Birola, il tabaccaio di Correzzola, in provincia di Padova, condannato a 2 anni e 8 mesi di carcere per avere ucciso un ladro moldavo di 20 anni, che insieme a complici stava rubando nel suo negozio, e a risarcire madre e sorella della vittima con 325 mila euro, ha riacceso discussioni e polemiche sul tema della difesa personale nei confronti di rapinatori di negozi e appartamenti.
Il caso ha dato ulteriori argomenti a chi considera la legittimità della difesa sempre e con ogni mezzo, con posizioni sostenute anche da politici che cavalcano questi istinti giustizialisti, come già avvenuto nella vicenda di Graziano Stacchio, il benzinaio di Nanto, in provincia di Vicenza, che, per difendere la commessa della gioielleria vicina al suo distributore dall’assalto di malviventi armati, ha sparato uccidendo uno di loro.
In questi casi diventa quindi nemico tutto ciò che si oppone a questa visione di difesa privata armata, secondo la quale la vittima deve essere autorizzata a porsi al livello dell’assalitore, se non oltre, e la proporzionalità della difesa è considerata solo un inutile capriccio delle norme.
In questo senso la legge e chi la vuole fare rispettare, dalla magistratura agli organi preposti alla sicurezza dei cittadini, come polizia e carabinieri, divengono i simboli di uno Stato contro i suoi cittadini onesti e complice dei criminali.
La sentenza su Birola ha indignato molti e sulla stessa ha pensato fosse il caso di esprimersi anche il vescovo di Chioggia, monsignor Adriano Tessarolo, che ha criticato la sanzione economica, chiamando direttamente in causa la giudice Beatrice Bergamasco, che ha emesso la sentenza.
“325mila euro significano 1.000 euro al mese per oltre 27 anni – ha scritto il vescovo sul settimanale di informazione della diocesi, Nuova Scintilla – Questa somma potrebbe essere in grado di mettere in ginocchio e destabilizzare la serenità della famiglia del derubato”. “Un padre di famiglia, un imprenditore, un lavoratore, che sta a casa sua, lavorando o dormendo – ha continuato il prelato – ha diritto di non veder violata la sua casa, compromessa la sua attività, derubati i suoi beni, minacciata la quiete e tranquillità sua e dei suoi familiari. Se la legge e chi la rappresenta hanno il compito di educare all’uso proporzionato della forza nella legittima difesa, non bisogna neanche correre il rischio di trasmettere un messaggio del genere: ‘violenti, scassinatori e ladri, continuate tranquillamente la vostra criminale attività, tanto qui siete tutelati per legge, perché nessuno deve farvi del male mentre siete nell’esercizio del vostro lavoro’.
Tutto ciò induce a diverse valutazioni e considerazioni.
In primo luogo in merito all’opportunità che un uomo di Chiesa si esprima su come lo Stato italiano gestisce la giustizia, quando svolge un ruolo importante in nome di un altro Stato, quello Vaticano. L’ingerenza del vescovo di Chioggia non è però solo in termini di competenza giuridica, ma stupisce perché decide quale sia sotto il profilo umano la parte del giusto, senza neanche una parola di pena per l’anima di un ladro di 20 anni ucciso per strada mentre commetteva un reato, che può non interessare i cittadini e soprattutto chi crede nel giustizialismo privato, ma dovrebbe invece riguardare un uomo di Chiesa che per precipuo compito si occupa, o dovrebbe farlo, delle anime, anche, se non soprattutto, dei peccatori.
Invece monsignore Tessarolo si è schierato come uomo pubblico, come un politico, additando la giudice Bergamasco responsabile di un giudizio che lui ritiene sbagliato.
Anche chi si occupa di anime dovrebbe però comprendere la delicatezza di certe affermazioni, che evidentemente espongono ulteriormente una persona che ha svolto il proprio lavoro in libertà di coscienza alla pubblica gogna, soprattutto di chi in questi giorni già le aveva mandato messaggi di minaccia molto espliciti.
Farebbe probabilmente un errore la giudice Bergamasco a querelare monsignor Tessarolo, come si ipotizza in questi giorni, perché alimenterebbe una polemica, darebbe troppa importanza alle sue parole e rischierebbe di vedere la questione portata a un livello diverso da quella del merito.
Auspichiamo però che siano scattati tutti i sistemi di tutela necessari, perché è chiaro che oggi lei e la sua famiglia sono maggiormente esposti al rischio che qualcuno consideri le parole in libertà di certi politici e del vescovo come l’avallo per mettere in pratica certe minacce e dare libero sfogo ai propri istinti giustizialisti.
Perché poi la questione del merito e degli istinti hanno stretta attinenza e di questi si occupa in realtà la legge, cercando di dare regole che valgano per tutti e non siano condizionate dall’emotività.
Chiunque abbia subito un furto, una violenza e un sopruso conosce bene qual è l’istinto di rabbia e vendetta che scatena.
Ma la legge deve regolamentare, attraverso gli opportuni distinguo, tanto invisi ai sostenitori dell’idea che la difesa è sempre legittima, i limiti in cui la libertà di una persona si deve fermare per non ledere quella degli altri, nella costruzione di un sistema di regole e valori condivisi.
Proprio i casi di Stacchio e di Birola dimostrano come la legge abbia con fondatezza affrontato le questioni entrando nel merito.
Ci furono mille polemiche sul fatto che Stacchio fosse stato indagato e proprio da queste pagine sostenemmo che si trattasse di una atto dovuto, anche e soprattutto per chiarire la correttezza del suo comportamento.
Non a caso lui per primo più volte proclamò il profondo disagio per le conseguenze del suo gesto e chiese di non essere considerato un eroe.
Proprio attraverso le indagini si è arrivati a confermare come la sua azione di difesa fosse stata legittima e proporzionata al rischio che i rapinatori stavano portato alla vita della commessa della gioielleria e a lui.
Sempre le indagini hanno però evidenziato il contrario nel caso di Birola, dove il ragazzo morto era disarmato, stava scappando, e non metteva quindi in pericolo fisico il tabaccaio che gli ha sparato alla schiena.
É evidente la disparità dei due casi e che la legge non potesse trattarli allo stesso modo, come è evidente che la sentenza consideri in ogni caso le condizioni in cui il delitto di Birola è avvenuto, perché in caso di omicidio senza tali condizioni la condanna sarebbe stata di decine d’anni se non all’ergastolo.
Il tema del risarcimento economico si riferisce a tabelle previste in questi casi che la giudice ha solo applicato di conseguenza e magari la sentenza potrà essere rivista in appello, secondo le previsioni di legge.
Nelle parole di monsignore Tessarolo e di chi la pensa come lui c’è però indignazione per questo punto, perché, a loro avviso, si inducono i ladri a perseguire nel loro “lavoro” tanto saranno comunque risarciti.
Questo ragionamento non contempla però che il rapinatore ventenne è morto e lascia pensare che questo fatto, estremo e definitivo, non sia avvenuto.
Come se la morte non sia stata una pena sufficiente per un furto.
Una pena che peraltro, in uno stato di diritto come l’Italia, non spetta e non deve spettare a un singolo cittadino comminare, perché è oltre tutto sbagliato che un Paese deroghi ai suoi compiti attribuendo a una solo persona un peso tanto enorme.

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