25 Marzo 2026 - 10.50

Dalla Germania alla Francia. Avanzano i moderati, resistono gli estremi

C’è una certa tendenza tutta italiana a credersi il centro del mondo, specie la domenica elettorale. 

Questa volta, però, mentre qui si consumava l’ennesimo Referendum trasformato in derby politico, il resto d’Europa faceva qualcosa di più interessante: votava sul serio, e soprattutto diceva qualcosa di più leggibile.

In Renania-Palatinato e nelle grandi città della Francia non si giocava una partita simbolica, ma un pezzo di futuro politico. 

E il messaggio, a volerlo leggere senza le lenti deformanti del tifo, è meno confuso di quanto sembri.

Partiamo dalla Germania. 

Lì, la vittoria della CDU guidata da Friedrich Merz in un Land storicamente roccaforte della sinistra (dopo 35 anni di governo socialdemocratico) non è solo un cambio di colore locale.

La Renania-Palatinato è stata la terra natia di Helmut Kohl, europeista in purezza, padre della Germania post-guerra fredda. 

Sono cinque i punti percentuali in più ottenuti dalla Cdu (30,9%) rispetto ai colleghi di governo, i socialdemocratici (25,8%).

È un segnale politico pieno: l’elettorato premia una destra che si presenta come affidabile, istituzionale, europea. 

Non urlata, non barricadera. Una destra che vuole governare, non incendiare.

Eppure, mentre i moderati brindano, cresce anche l’altra destra, quella di Alternative für Deutschland, che non sfonda ma avanza, dall’11,2% al 19,5%. 

Ma soprattutto lo fa in un’area dell’Ovest tedesco che fino a ieri si considerava immune dalla deriva populista con venature neonaziste. 

Una specie di promemoria: certi virus politici non spariscono, mutano.

Ma se attraversiamo il Reno ed arriviamo in Francia, la storia si complica, come sempre. 

Le città premiano una sinistra più pragmatica che ideologica, capace di vincere anche senza alleanze tossiche. 

Il Partito Socialista (Ps) tiene, ed in alcuni casi convince. 

Non è poco, per una forza che molti avevano dato per archeologia politica. 

Il Ps ha trovato la forza di camminare da solo, comprendendo che per tornare a vincere bisognava smettere di rincorrere il radicalismo di piazza per tornare ad occupare le istituzioni.

A Parigi, il suo candidato Emmanuel Gregoire ha vinto con il 50,52%, contro la repubblicana Rachida Dati (41,51%) e senza l’appoggio della France Insoumise (Fi) di Jean-Luc Mélenchon, giudicata  da Oliver Faure, segretario socialista, «La palla al piede della sinistra”.

Situazione fotocopia a Marsiglia, dove Benoît Payan resta sindaco.

Festeggiano in tono minore, ma comunque festeggiano, anche i Repubblicani, che vincono in città storicamente di sinistra come Brest, Clermont-Ferrand e Besançon. Questo risultato permette ai moderati di proporsi come terza  forza rispetto ai populismi. E’ il caso di Edouard Philippe, ex primo ministro di Macron, che si conferma sindaco a Le Havre, e così aumenta le sue quote per le presidenziali.

Ma basta uscire dai grandi centri per vedere un’altra Francia. 

Lì cresce, si radica e si organizza il Rassemblement National, guidato dal tandem Marine Le Pen – Jordan Bardella.

Soprattutto quest’ultimo sta riuscendo in un’impresa che pareva impossibile: la “detossificazione” del marchio. Bardella parla ai giovani, usa i codici della modernità, e sdogana il voto a destra anche in quei salotti dove un tempo era tabù.

D’accordo, né Marine Le Pen né Jordan Bardella sono quei leader che Bruxelles spera di avere in futuro come interlocutori. Perché la loro visione della Nato, ed i loro rapporti con la Russia di Putin sono discutibili. Perfino l’agenda economica del Rassemblement sembra non essere adeguata ai mali di cui soffre la finanza pubblica d’oltralpe.

Comunque loro non conquistano tutto, ma costruiscono. 

E soprattutto fanno una cosa che gli altri evitano come una visita dal dentista: preparano davvero le presidenziali.

È questo il punto interessante, ed anche un po’ inquietante. 

Mentre i moderati amministrano e la sinistra prova a non litigare con sé stessa ogni tre giorni, l’estrema destra lavora sul lungo periodo. 

Non sempre vince, ma è pronta.

Il risultato complessivo? 

Un’Europa che, almeno per ora,  sembra non aver nessuna voglia di buttarsi tra le braccia dei populismi più rumorosi, di destra e di sinistra, anche se quelli progressisti continuano ad illudere promettendo tutto e spiegando poco.

Ma  che allo stesso tempo non riesce a sterilizzare del tutto la crescita delle destre radicali, che continuano a trovare spazio nelle paure, nelle periferie, nelle crepe sociali.

In mezzo, si allarga uno spazio politico che potremmo definire banalmente “responsabile”: europeista, pragmatico, imperfetto. 

Non entusiasma le piazze, ma rassicura gli elettori. 

Ed è lì che si gioca la vera partita.

E l’Italia? 

Resta sospesa tra l’illusione di contare più di quanto pesi davvero, ed una politica che fatica a collocarsi stabilmente dentro questo spazio “responsabile”. 

Con il rischio, prima o poi, di essere spettatrice più che protagonista.

Umberto Baldo

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