Cracco, occhi di ghiaccio e cuore di polenta (di Piergiorgio Piccoli)

di Piergiorgio Piccoli
Mi hanno chiesto di scrivere qualche pensiero su un episodio di costume, quello di Cracco, il piccione e i vegani. Confesso che non è proprio la mia specialità e che mi è difficile trovare qualcosa da dire, ma il tema mi ha ricordato immediatamente l’incipit di un celebre romanzo breve di Suskind, di cui riporterò in seguito alcuni frammenti, che possono essere vagamente pertinenti all’aneddoto. Per quanto riguarda i vegani non credo di dover aggiungere nulla a quanto già si sproloquia sul web. Per quanto riguarda il nostro chef Carlo, invece, devo manifestare tutta la mia ammirazione per lui e per la sua carriera, frutto di tenacia e desiderio di cambiamento. Il nostro Carlo è uno di quei pochi personaggi che hanno contribuito a portare il Veneto alla ribalta nazionale, e noi vicentini poi siamo particolarmente in debito con lui. Trovo del tutto pretestuoso questo attacco ingiustificato a lui nel momento in cui ha pubblicamente proposto uno dei piatti più prelibati della nostra provincia (basti pensare ai torresani di Breganze), tanto che mi verrebbe voglia di spifferare che qualcuno, qui da noi, ancora cucina il gatto! Ma non lo faccio, e mi limito a difendere Carlo, chef dagli occhi di ghiaccio e dal cuore di polenta, ipnotizzatore de noialtri, psicologo da fine pasto, Clint Eastwood nostrano (quello dei tempi di Sergio Leone con due sole espressioni, una con e una senza cappello). Il nostro Carlo di espressione ne ha una sola, ma basta e avanza per il personaggio che si è creato, col dispiacere di non riuscire a immaginarlo in un saloon mentre trangugia fagioli e tracanna whisky, bensì nel parcheggio di un autogrill a mangiare di nascosto un sacchetto di patatine.
Io adoro Carlo, anche quando perde il suo aplomb e grida ai concorrenti un venetissimo “Veloceeeee!” a cui non riesco ad evitare di abbinare l’eco di un successivo “porco e fora!”. Lui è così, principesco e nostrano al tempo stesso, grande sparatore di pose ma anche grande chef. Sulla storia del piccione faccio ora parlare Patrick Suskind, nella traduzione di Giovanna Agabio, specificando che il nostro Carlo nella storia non subirà una sorte simile al protagonista ma, come sempre, trionferà. Già dal primo contatto visivo col volatile, con il suo magnetismo e la sua capacità di sostenere lo sguardo altrui (figuriamoci quello di un piccione), riuscirà a stendere l’animale e tutti coloro che gli fanno da palafrenieri.
“Stava già quasi per appoggiare il piede sulla soglia quando lo vide. Stava davanti alla sua porta, a neanche venti centimetri dalla soglia. Era accovacciato con le zampe rosse ad artiglio sulle piastrelle rosso mattone del corridoio, con le sue piume lisce grigio piombo: il piccione.
Teneva la testa inclinata di lato e lo fissava con il suo occhio sinistro. Quest’occhio, un piccolo disco circolare, marrone con un punto centrale nero, era spaventoso a vedersi. Era come un bottone cucito sulle piume della testa, privo di ciglia, privo di sopracciglia, totalmente nudo, rivolto all’esterno e mostruosamente spalancato senza decenza alcuna. Semplicemente privo di vita come la lente di una macchina fotografica. Nessun bagliore, nessun barlume c’era in quell’occhio, non una scintilla di vita. Era un occhio senza sguardo. E lo fissava. (…) Nel suo cervello turbinava una massa selvaggia di pensieri funesti totalmente scoordinati. La tua vita è un fallimento, l’hai sprecata se basta un piccione a sconvolgerla, devi ucciderlo, ma non puoi ucciderlo, puoi ammazzare una mosca o una zanzara o forse un piccolo scarafaggio, ma mai una cosa a sangue caldo che pesa una libbra come un piccione, piuttosto stendi a terra una persona con una fucilata, beng beng, è una cosa veloce, è un lavoro pulito ed è permesso, per legittima difesa. (…) Ma un piccione? Come si può sparare a un piccione? E’ un disturbo della quiete pubblica sparare a un piccione. Vai in prigione se spari a un piccione, no, non puoi ammazzarlo, ma vivere, vivere con lui neanche puoi, mai, in una casa dove c’è un piccione non può vivere una persona, un piccione è la quintessenza del caos e dell’anarchia, un piccione svolazza qua e là in modo inconsulto, ti artiglia e ti becca negli occhi, un piccione sporca di continuo e diffonde batteri devastanti e virus della meningite, un piccione non resta solo, attira altri piccioni, ha rapporti sessuali e si riproduce, con una rapidità folle, un esercito di piccioni ti assedierà, non puoi più lasciare la tua stanza, morirai di fame. (…) Chiamerai aiuto, chiamerai i vigili del fuoco che vengano con una scala a salvarti da un piccione! Diventerai lo zimbello della casa, lo zimbello di tutto il quartiere! La tua situazione è senza speranza, sei perduto!”













