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	<title>ECONOMIA | TViWeb</title>
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		<title>Il Mediterraneo ribolle e si è fatto tropicale: mancano solo i pescecani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p></p>



<p>Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».<br>Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.<br>E’ diventato più caldo e, insieme all’acqua, sono cambiati anche gli ospiti.<br>Ma se c’è una cosa che trovo irresistibile in questa torrida estate 2026 è che, mentre continuiamo a discutere se davvero faccia più caldo di una volta, se il cambiamento climatico esista oppure sia la solita invenzione di scienziati, ambientalisti, comunisti e, perché no, anche dei meteorologi, il Mediterraneo, l’Adriatico e il Tirreno hanno deciso di risolvere la questione da soli.<br>Non con un convegno.<br>Con gli “immigrati”.<br>Non quelli umani, tranquilli. Quelli marini.<br>Perché il nostro vecchio Mediterraneo, quello nel quale abbiamo sempre nuotato pensando che la fauna fosse più o meno quella che avevamo imparato a conoscere da bambini, si sta trasformando in una specie di aeroporto internazionale.<br>Arrivano specie dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano, dall’Atlantico.<br>Alcune si ambientano talmente bene che ormai sembrano residenti da sempre.<br>Il problema è che non tutte sono venute qui per fare turismo; e, a differenza di certi turisti, non hanno nemmeno intenzione di ripartire a fine stagione.<br>Prendiamo il granchio blu.<br>È diventato una presenza stabile anche nelle acque venete, ed ha provocato danni pesantissimi agli allevamenti di molluschi. La Regione Veneto ha dovuto addirittura chiedere ed ottenere interventi straordinari per sostenere un settore messo in ginocchio.<br>Insomma, il granchio blu non è esattamente il tipo di ospite che inviti a cena e poi preghi perché si trattenga anche a Natale.<br>Ma lasciamo perdere per un momento i danni all’economia e all’ecosistema.<br>Perché c’è un altro aspetto della faccenda che merita qualche attenzione in più.<br>Ci sono specie arrivate nel nostro mare che possono essere pericolose anche per l’uomo.<br>Una ad esempio è il pesce leone (noto da noi anche come pesce scorpione) originario dell’Oceano Indiano ed ormai stabilmente presente in vaste aree del Mediterraneo orientale.<br>È bellissimo, ed è velenoso. Una combinazione che la natura, evidentemente, considera particolarmente divertente.<br>Le sue spine sono collegate a ghiandole velenifere, ed una puntura può provocare dolore intenso, gonfiore e altri sintomi, fino a reazioni più gravi nei casi più seri.<br>E c’è un particolare che vale la pena ricordare: le spine mantengono la loro pericolosità anche dopo la morte dell’animale.<br>Il pesce leone è ormai presente anche nei mari italiani, sebbene non sia ancora comune come nelle zone orientali del Mediterraneo, Grecia in particolare.<br>Poi c’è il pesce palla maculato, il Lagocephalus sceleratus.<br>Nome scientifico piuttosto elegante per una creatura che può contenere tetrodotossina, una delle tossine naturali più potenti conosciute.<br>E qui il consiglio è piuttosto semplice: se per caso ne pescate uno, non portatelo a casa per preparare una bella cena mediterranea.<br>Non è il caso di sperimentare la cucina fusion con il proprio apparato respiratorio.<br>Il pesce palla è arrivato attraverso il Canale di Suez e si è diffuso soprattutto nel Mediterraneo orientale, dove è diventato un problema serio per gli ecosistemi e per la pesca.<br>E poi ci sono le meduse.<br>Naturalmente non sono tutte specie aliene, e non si può attribuire ogni loro proliferazione al cambiamento climatico. Ma anche qui il quadro sta cambiando.<br>Ed in mezzo a questo cambiamento ci sono creature che sarebbe meglio non incontrare troppo da vicino.<br>Come la caravella portoghese, che medusa non è propriamente, ma alla quale assomiglia abbastanza da poter tranquillamente essere inserita nel nostro nuovo manuale di sopravvivenza balneare; nel senso che forse dovremmo insegnare ai nostri bambini a riconoscerla.<br>Un tempo ai piccoli insegnavamo a riconoscere una stella marina; adesso rischiamo di dover aggiornare il programma di educazione alla balneazione.<br>Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire al cambiamento climatico ogni specie nuova che si affaccia nei nostri mari.<br>Le cause sono diverse: il riscaldamento delle acque, certo, ma anche il traffico marittimo, il Canale di Suez, l’alterazione degli ecosistemi, l’inquinamento e la pressione dell’uomo.<br>Ma una cosa è difficilmente contestabile: un mare che cambia temperatura sta diventando anche un mare nel quale cambiano gli ospiti.<br>L’Unione europea considera ormai il Mediterraneo uno degli hotspot mondiali delle specie marine invasive.<br>Per decenni abbiamo raccontato ai nostri figli ed ai nostri nipoti che il nostro mare era un posto sostanzialmente sicuro.<br>Li lasciavamo giocare sul bagnasciuga, facevano il bagno vicino a riva, si tuffavano, raccoglievano conchiglie.<br>Al massimo c’era qualche medusa, qualche riccio, una vespa sulla spiaggia o il classico genitore che urlava: “Esci dall’acqua che hai le labbra blu!”<br>Il Mediterraneo era casa nostra.<br>Adesso, invece, mentre entri in acqua, oltre a controllare se hai messo la crema solare, forse sarebbe opportuno cominciare a chiedersi chi altro c’è in acqua con te.<br>Naturalmente arriveranno subito quelli che diranno che è tutto normale. Che le specie aliene ci sono sempre state. Che il clima è sempre cambiato. Che faceva caldo anche nel 1963. Che i ghiacciai si sono già sciolti altre volte. Che la Terra ha miliardi di anni.<br>Tutto vero. La Terra ha miliardi di anni.<br>Il problema è che noi ne abbiamo molti meno, e soprattutto abbiamo costruito le nostre società, le nostre città, le nostre economie e le nostre vacanze sulla base di condizioni ambientali che non sono affatto eterne.<br>È un repertorio ormai collaudato.<br>Se domani trovassimo un fenicottero rosa che mangia cocco sulla spiaggia di Jesolo, qualcuno ci spiegherebbe che i fenicotteri sono sempre esistiti e che il cocco, dopotutto, cresce anche in natura.<br>Il problema è che la negazione ha una caratteristica curiosa: non ha mai bisogno di cambiare idea. Cambia semplicemente argomento.<br>E il Mediterraneo, intanto, cambia sotto i nostri occhi.<br>Non c’è bisogno di credere a me. Basta guardare cosa c’è nell’acqua.<br>Il bello è che, probabilmente, fra qualche anno potremo finalmente mettere d’accordo tutti; negazionisti del clima ed ambientalisti, scienziati e complottisti, destra e sinistra, tutti sulla stessa spiaggia.<br>Perché a quel punto la domanda non sarà più: “Ma il Mediterraneo si sta davvero tropicalizzando?”<br>Sarà molto più semplice: “Quello che si muove là sotto ha i denti?”<br>E allora forse rimpiangeremo i tempi in cui il massimo pericolo per un bambino lasciato da solo sul bagnasciuga era ingoiare un po’ d’acqua salata.<br>Quanto ai pescecani, per ora possiamo stare relativamente tranquilli.<br>Ma visto l’andazzo, io eviterei di fare troppo affidamento sulla puntualità delle rassicurazioni.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il mezzo litro d’acqua a 2,90 euro e la morale perduta del mercato</title>
		<link>https://www.tviweb.it/il-mezzo-litro-dacqua-a-290-euro-e-la-morale-perduta-del-mercato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 07:53:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo “Chiare, fresche et dolci acque”&#160;cantava il Petrarca.&#160;“Laudato si&#8217;, mi&#8217; Signore, per sor&#8217; Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”&#160;invocava San Francesco d&#8217;Assisi nel suo Cantico.&#160; Per secoli, la nostra cultura e la nostra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p><em>“Chiare, fresche et dolci acque”</em>&nbsp;cantava il Petrarca.&nbsp;<em>“Laudato si&#8217;, mi&#8217; Signore, per sor&#8217; Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”</em>&nbsp;invocava San Francesco d&#8217;Assisi nel suo Cantico.&nbsp;</p>



<p>Per secoli, la nostra cultura e la nostra sensibilità hanno riconosciuto all&#8217;acqua un valore quasi sacro: elemento naturale primario, fonte di vita, simbolo stesso dell&#8217;accoglienza e del ristoro per chiunque si trovi in cammino.</p>



<p>Poi arriva il viaggiatore contemporaneo.</p>



<p>Varca i controlli di sicurezza di un aeroporto, si ferma in un&#8217;area di servizio autostradale, entra in una stazione ferroviaria.&nbsp;</p>



<p>La poesia finisce davanti allo scaffale di un bar e lascia spazio allo scontrino.&nbsp;</p>



<p>La &#8220;sora acqua&#8221; perde improvvisamente la sua umiltà francescana e si trasforma in un piccolo bene di lusso: 2,90 euro per una bottiglietta da mezzo litro.</p>



<p>Quasi tre euro per mezzo litro d&#8217;acqua.&nbsp;</p>



<p>Un prezzo che arriva a superare quello di molte bibite zuccherate o gassate., e di molto quello dei carburanti.</p>



<p>Ed il paradosso è evidente: in un&#8217;epoca nella quale tutti ci ricordano quanto sia importante idratarsi, il semplice atto di bere diventa una spesa da valutare.</p>



<p>A sollevare il caso è stato nei giorni scorsi l&#8217;infettivologo Matteo Bassetti, denunciando sui social il prezzo pagato all&#8217;aeroporto di Milano Malpensa.&nbsp;</p>



<p>Ma la sua protesta va oltre il singolo episodio.&nbsp;</p>



<p>Ha dato voce ad una sensazione diffusa: quella di milioni di cittadini che, ogni giorno, si trovano davanti a prezzi fuori misura nei luoghi dove la scelta è praticamente azzerata.</p>



<p>Perché il problema non è soltanto il costo dell&#8217;acqua.&nbsp;</p>



<p>Il problema è la libertà del consumatore.</p>



<p>In una situazione normale il cittadino può scegliere.&nbsp;</p>



<p>Se una bottiglia costa troppo, cambia esercizio, percorre cento metri, cerca un&#8217;alternativa.&nbsp;</p>



<p>In aeroporto o in autostrada, invece, la situazione è diversa.&nbsp;</p>



<p>Chi ha sete, chi viaggia con bambini, chi aspetta un volo o affronta un lungo viaggio, spesso non ha alternative reali.&nbsp;</p>



<p>Non è un cliente libero: è un cliente obbligato.</p>



<p>Ed è qui che la questione smette di essere una semplice lamentela sul caro prezzi e diventa un tema di equilibrio tra mercato ed interesse pubblico.</p>



<p>Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto di un&#8217;impresa a guadagnare.&nbsp;</p>



<p>Gli aeroporti hanno costi elevati, le concessioni commerciali hanno prezzi importanti, la gestione di un punto vendita in un&#8217;infrastruttura complessa non è paragonabile a quella di un supermercato sotto casa.</p>



<p>Ma c&#8217;è un dettaglio che non può essere ignorato: aeroporti, autostrade e stazioni non sono semplici centri commerciali.&nbsp;</p>



<p>Sono luoghi strategici, infrastrutture nate per garantire servizi ai cittadini e funzionanti grazie a concessioni pubbliche.</p>



<p>Quando lo Stato affida ad un privato la gestione di uno spazio pubblico, non deve limitarsi ad incassare il canone.&nbsp;</p>



<p>A mio avviso deve anche stabilire alcune regole di civiltà.</p>



<p>Non sarebbe uno scandalo prevedere nei contratti di concessione l&#8217;obbligo di garantire acqua potabile gratuita, o almeno un formato essenziale ad un prezzo ragionevole, tipo mezzo euro per mezzo litro.&nbsp;</p>



<p>Non sarebbe il ritorno dello Stato padrone, ma il riconoscimento di un principio semplice: esistono beni e servizi che, pur restando dentro il mercato, non possono essere trattati come una qualsiasi merce.</p>



<p>Perché una società moderna non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, ma anche dal modo in cui protegge i bisogni elementari delle persone.</p>



<p>Il profitto è legittimo.&nbsp;</p>



<p>Anzi, è il motore che permette alle economie di crescere.&nbsp;</p>



<p>Ma quando la posizione di forza permette di trasformare la necessità in una rendita, allora qualcosa si rompe, e si salta alla speculazione pura.&nbsp;</p>



<p>La bottiglietta a 2,90 euro non è soltanto una bottiglietta.&nbsp;</p>



<p>È il simbolo di un mercato che qualche volta dimentica che dall&#8217;altra parte dello scontrino non c&#8217;è soltanto un cliente, ma una persona.</p>



<p>Ed una società che mette un prezzo sproporzionato persino alla sete rischia di perdere qualcosa di più importante di qualche centesimo: rischia di perdere il senso della misura.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Agriturismi vicentini da tutto esaurito: il grande caldo porta gli stranieri tra colline, piscine e natura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 10:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte foto: Confagricoltura Vicenza Un&#8217;estate positiva per gli agriturismi vicentini, con luglio che ha registrato risultati soddisfacenti, agosto che si annuncia tra i migliori degli ultimi anni e un settembre già ricco di prenotazioni. A trainare il settore è soprattutto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>Fonte foto: Confagricoltura Vicenza</p>



<p>Un&#8217;estate positiva per gli agriturismi vicentini, con luglio che ha registrato risultati soddisfacenti, agosto che si annuncia tra i migliori degli ultimi anni e un settembre già ricco di prenotazioni. A trainare il settore è soprattutto il turismo straniero, con una crescita significativa di visitatori alla ricerca di natura, tranquillità e servizi capaci di offrire sollievo dal caldo intenso.</p>



<p>A scegliere le campagne e le colline beriche sono soprattutto gli ospiti provenienti dall&#8217;estero. Se la Germania mantiene il primato per numero di presenze, la vera sorpresa dell&#8217;estate 2026 è rappresentata dall&#8217;Olanda, con una forte crescita di turisti interessati agli agriturismi del territorio vicentino.</p>



<p>«Il quadro è molto positivo e premia il lavoro svolto dai nostri agriturismi nel proporre un&#8217;accoglienza di qualità, con servizi che rispecchiano le aspettative di chi cerca una vacanza nella natura – spiega Giulia Lovati Cottini, presidente provinciale di Agriturist, l&#8217;associazione degli agriturismi di Confagricoltura, e titolare dell&#8217;agriturismo Villa Feriani di Montegalda –. Gli stranieri apprezzano i prodotti tipici del territorio, la possibilità di effettuare escursioni e attività sportive come bicicletta, trekking ed equitazione, abbinate a degustazioni e ristorazione tipica. Molto apprezzata anche la vicinanza alle città d&#8217;arte come Venezia, Verona e Padova».</p>



<p>A influenzare le scelte dei turisti è anche l&#8217;aumento delle temperature estive, che sta spingendo sempre più persone verso località collinari e montane e verso strutture immerse nel verde. Particolarmente richiesti sono gli agriturismi dotati di piscina e quelli con ampi spazi alberati capaci di garantire zone d&#8217;ombra e maggiore frescura.</p>



<p>«Gli agriturismi con piscina sono i più gettonati – sottolinea Lovati Cottini – ma in generale i nostri ospiti cercano il soggiorno nel verde, in strutture rurali con parchi alberati. Il 28% degli stranieri arriva dalla Germania, seguita dall&#8217;Austria con il 15% e dalla sorpresa Olanda con il 14%. Seguono Paesi Bassi, Belgio e Danimarca».</p>



<p>Tra le novità dell&#8217;estate 2026 emerge anche il ritorno delle prenotazioni last minute. Una tendenza diversa rispetto al passato, quando molti turisti programmavano le vacanze con largo anticipo, anche un anno prima. Ora invece cresce la scelta di decidere il soggiorno a ridosso della partenza.</p>



<p>Secondo le rilevazioni di Agriturist, la domanda si concentra su esperienze che uniscono ospitalità e territorio: il 27% degli ospiti cerca eventi culturali o musicali nei borghi vicini, il 25% visite in cantina e nei caseifici con degustazioni guidate, mentre il 18% sceglie escursioni. Tra le attività più richieste anche quelle dedicate ai bambini, il trekking, il cicloturismo e l&#8217;ippoturismo.</p>



<p>La tendenza potrebbe proseguire anche oltre il periodo di alta stagione. Già da luglio si registra un aumento delle richieste per settembre, con le aree collinari e montane sempre più apprezzate anche per il pranzo di Ferragosto.</p>



<p>Da un&#8217;indagine a campione condotta da Agriturist emerge inoltre che Veneto, Friuli, Liguria, Toscana e Umbria sono tra le destinazioni agrituristiche con le migliori prospettive per questa estate, con oltre il 65% di ospiti stranieri, soprattutto coppie e famiglie con bambini.</p>



<p>In Veneto sono oltre <strong>1.700 gli agriturismi attivi</strong>, secondo i dati regionali aggiornati, con una disponibilità complessiva di circa <strong>18 mila posti letto</strong>. A livello provinciale Verona guida la classifica, seguita da Treviso e Vicenza, che conta <strong>243 strutture agrituristiche</strong>.</p>
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		<title>Vicenza, la manifattura torna a crescere: produzione industriale a +1,1% dopo tre anni difficili</title>
		<link>https://www.tviweb.it/vicenza-la-manifattura-torna-a-crescere-produzione-industriale-a-11-dopo-tre-anni-difficili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 09:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo tre anni consecutivi di dati negativi, l’industria vicentina torna finalmente in territorio positivo. La produzione manifatturiera della provincia ha registrato nel secondo trimestre 2026 una crescita dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando un’inversione di tendenza rispetto alla<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Dopo tre anni consecutivi di dati negativi, l’industria vicentina torna finalmente in territorio positivo. La produzione manifatturiera della provincia ha registrato nel secondo trimestre 2026 una crescita dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando un’inversione di tendenza rispetto alla lunga fase di rallentamento che aveva coinvolto aziende, vendite e ordinativi.</p>



<p>Il dato emerge dalla 172ª indagine congiunturale di Confindustria Vicenza, relativa ai mesi tra aprile e giugno 2026. Il risultato migliora sensibilmente rispetto al primo trimestre dell’anno, chiuso con un calo dell’1,7%, e soprattutto rispetto al secondo trimestre 2025, quando la flessione aveva raggiunto il -3,2%.</p>



<p>A sostenere la ripresa sono soprattutto la domanda interna e il mercato europeo. Il fatturato delle imprese vicentine sul mercato italiano è cresciuto del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2025, invertendo la tendenza negativa dei primi tre mesi dell’anno, quando aveva registrato una contrazione del 3%. Segnali positivi arrivano anche dalle vendite verso i Paesi dell’Unione Europea, aumentate del 2,3%.</p>



<p>Resta invece ancora debole la componente internazionale extra europea, con un calo del fatturato dell’1,5% su base annua, anche se il dato risulta comunque in miglioramento rispetto al trimestre precedente.</p>



<p>Indicazioni incoraggianti arrivano anche dagli ordinativi: il 32% delle imprese intervistate segnala un aumento delle commesse, il 39% indica una situazione stabile, mentre il 29% registra ancora una diminuzione.</p>



<p>«È un segnale importante – commenta Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza – perché interrompe una lunga fase negativa e dimostra che il manifatturiero vicentino continua ad avere energie, competenze e capacità di reazione. Tuttavia dobbiamo essere prudenti: questi dati vanno contestualizzati e non possiamo ancora dire di essere fuori pericolo».</p>



<p>Per la presidente degli industriali vicentini, il secondo trimestre rappresenta «un punto di ripartenza, un’inversione di tendenza che va consolidata», in un contesto ancora caratterizzato da numerose difficoltà, tra tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e incertezza sui mercati internazionali.</p>



<p>La crescita registrata tra aprile e giugno rappresenta quindi un primo segnale positivo per uno dei principali poli manifatturieri del Veneto, ma la sfida per le imprese resta quella di trasformare questa ripresa in un recupero strutturale e duraturo.</p>
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		<title>Clima, la vendemmia smentisce i negazionisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 07:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;era una volta il mese di settembre. Per generazioni di italiani non era soltanto l&#8217;inizio della scuola o il momento di riporre i costumi da bagno nell&#8217;armadio.&#160; Era il tempo naturale della vendemmia.&#160; Tra la fine di settembre<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;era una volta il mese di settembre.</p>



<p>Per generazioni di italiani non era soltanto l&#8217;inizio della scuola o il momento di riporre i costumi da bagno nell&#8217;armadio.&nbsp;</p>



<p>Era il tempo naturale della vendemmia.&nbsp;</p>



<p>Tra la fine di settembre ed i primi di ottobre le campagne si riempivano di cassette, forbici, trattori e di quel profumo inconfondibile di mosto fresco che annunciava l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno.</p>



<p>Poi qualcosa è cambiato.</p>



<p>O meglio, qualcosa si è scaldato.&nbsp;</p>



<p>Mettiamo subito le cose in chiaro: vendemmiare a luglio non è un&#8217;eccentrica trovata di marketing, né l&#8217;ultima moda di qualche produttore anticonformista.&nbsp;</p>



<p>È un atto di sopravvivenza agricola.&nbsp;</p>



<p>È la corsa affannosa di chi vede il termometro trasformarsi in una piastra per panini e capisce che, aspettando settembre, invece dell&#8217;uva raccoglierebbe uvetta passita direttamente sulla pianta.</p>



<p>Oggi siamo alla fine di luglio ed in diverse regioni italiane, dalla Sicilia all&#8217;Oltrepò Pavese, fino al Piemonte, la vendemmia è già iniziata.&nbsp;</p>



<p>Si raccolgono Chardonnay e Pinot Nero con quasi due settimane di anticipo rispetto a pochi anni fa.&nbsp;</p>



<p>Ma la vera notizia non è che quest&#8217;anno si raccolga dieci o quindici giorni prima dell&#8217;anno scorso.&nbsp;</p>



<p>La vera notizia è che, rispetto ad una generazione fa, il calendario della vendemmia ha subito un anticipo di cinque-sei settimane abbondanti.&nbsp;</p>



<p>È come se i mesi di&nbsp;&nbsp;agosto e buona parte di settembre fossero stati cancellati dal vigneto, e dal calendario agricolo.</p>



<p>In alcune aziende si lavora perfino di notte, perché sotto il sole di mezzogiorno i grappoli rischiano di arrivare in cantina già troppo caldi, alterando il delicato equilibrio degli aromi e dell&#8217;acidità.</p>



<p>La cosa più interessante, però, è un&#8217;altra.</p>



<p>Mentre nei talk show e sui social si continua a discutere se il cambiamento climatico esista davvero, nelle vigne nessuno perde tempo in dispute ideologiche.&nbsp;</p>



<p>I viticoltori si stanno adattando.&nbsp;</p>



<p>Lasciano crescere l&#8217;erba sotto i filari per abbassare la temperatura del terreno, modificano la gestione della chioma, sperimentano sistemi di coltivazione più protetti, raccolgono nelle ore notturne e ripensano perfino l&#8217;esposizione dei vigneti.</p>



<p>Chi vive di agricoltura non vota il clima.</p>



<p>Ci lavora.</p>



<p>E proprio per questo colpisce vedere come, davanti ad un&#8217;evidenza così concreta, ci sia ancora chi riesce a trasformare perfino la vendemmia in una questione ideologica.</p>



<p>Per alcuni il clima non cambia mai. Per altri ogni temporale diventa l&#8217;Apocalisse.&nbsp;</p>



<p>Gli uni e gli altri sembrano più interessati a difendere la propria fede che ad osservare la realtà.</p>



<p>Nel frattempo gli agricoltori fanno i conti con l&#8217;acido malico che crolla in pochi giorni, con le gradazioni zuccherine che aumentano rapidamente, con la siccità e con lo stress idrico delle piante.&nbsp;</p>



<p>Non stanno partecipando ad un convegno universitario, né a un dibattito televisivo.</p>



<p>Stanno semplicemente cercando di produrre buon vino, e di non mandare in fumo un anno di lavoro.</p>



<p>C&#8217;è un dettaglio, poi, che meriterebbe di essere ricordato.</p>



<p>Le date della vendemmia rappresentano uno dei più antichi archivi climatici d&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Monasteri, Comuni e proprietari terrieri le annotavano secoli prima che esistessero satelliti, centraline meteorologiche o modelli climatici.&nbsp;</p>



<p>Gli studiosi utilizzano anche quelle registrazioni per ricostruire l&#8217;evoluzione del clima negli ultimi cinque o sei secoli.</p>



<p>Per questo vedere la vendemmia scivolare sempre più verso luglio non significa inseguire una suggestione od una moda del momento.&nbsp;</p>



<p>Significa osservare una delle serie storiche più solide che la climatologia abbia a disposizione.</p>



<p>Naturalmente qualcuno continuerà a sostenere che si è sempre vendemmiato così.&nbsp;</p>



<p>Magari salterà fuori una pergamena medievale od un papiro romano per dimostrare che in un certo anno del Signore qualcuno raccolse l&#8217;uva prima di San Giacomo.&nbsp;</p>



<p>Succede sempre quando i fatti diventano troppo ostinati: invece di guardarli, si cerca l&#8217;eccezione.</p>



<p>Ma la realtà ha il brutto vizio di non leggere i post su Facebook.</p>



<p>Continua semplicemente ad andare avanti.</p>



<p>E così ci ritroveremo a brindare a Ferragosto con uno spumante ottenuto da uve raccolte mentre molti italiani erano ancora al mare.&nbsp;</p>



<p>Qualcuno alzerà il calice e dirà che è tutto perfettamente normale.</p>



<p>Il vino, almeno lui, non gli darà ragione.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Carburanti, benzina a 1,989 euro al litro. Il gasolio supera i due euro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:17:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[aumenti]]></category>
		<category><![CDATA[benzina]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovo rialzo per i prezzi di benzina e gasolio. Lo comunica oggi, giovedì 30 luglio, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla base dei dati dell&#8217;Osservatorio del Mimit. I prezzi medi Sulla rete stradale, in modalità self<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Nuovo rialzo per i prezzi di benzina e gasolio. Lo comunica oggi, giovedì 30 luglio, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla base dei dati dell&#8217;Osservatorio del Mimit.</p>



<p><strong>I prezzi medi</strong></p>



<p>Sulla rete stradale, in modalità self service:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Benzina: <strong>1,989 euro/litro</strong></li>



<li>Gasolio: <strong>2,066 euro/litro</strong></li>
</ul>



<p>Sulla rete autostradale, sempre in self service:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Benzina: <strong>2,076 euro/litro</strong></li>



<li>Gasolio: <strong>2,165 euro/litro</strong></li>
</ul>



<p><strong>Codacons: &#8220;Il taglio delle accise non si vede sui prezzi&#8221;</strong></p>



<p>Per il terzo giorno di fila, il taglio di 17 centesimi sulle accise deciso dal governo non si è tradotto in un calo proporzionale del prezzo del gasolio alla pompa. È l&#8217;accusa del Codacons, che monitora quotidianamente l&#8217;andamento dei listini dei carburanti in Italia.</p>



<p>Secondo i dati regionali del Mimit, il prezzo medio del gasolio sulla rete ordinaria è sceso di soli <strong>11,8 centesimi</strong> rispetto al 27 luglio, giorno precedente all&#8217;entrata in vigore dello sconto fiscale.</p>



<p>Ancora peggio in autostrada, dove in tre giorni il calo è stato di appena <strong>9 centesimi</strong> al litro.</p>
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		<item>
		<title>MPS. Il mercato non ascolta i discorsi. Fa i conti.</title>
		<link>https://www.tviweb.it/mps-il-mercato-non-ascolta-i-discorsi-fa-i-conti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 07:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per decenni il Monte dei Paschi di Siena è stato il simbolo della Banca più politica d&#8217;Italia.&#160; Più che nei Consigli di Amministrazione le sue sorti si decidevano nei palazzi del potere, nelle Segreterie dei partiti, nelle Fondazioni, nei Consigli<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Per decenni il Monte dei Paschi di Siena è stato il simbolo della Banca più politica d&#8217;Italia.&nbsp;</p>



<p>Più che nei Consigli di Amministrazione le sue sorti si decidevano nei palazzi del potere, nelle Segreterie dei partiti, nelle Fondazioni, nei Consigli comunali e Regionali.</p>



<p>Era il regno del famoso &#8220;groviglio armonioso&#8221;, dove finanza e politica finivano spesso per coincidere.</p>



<p>Oggi la storia si è ribaltata.</p>



<p>Ed è forse il cambiamento più importante che il risiko bancario ci sta consegnando.</p>



<p>Da settimane si rincorrono indiscrezioni sul possibile piano alternativo che Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna starebbero preparando per contrastare l&#8217;Opas lanciata da Intesa Sanpaolo.&nbsp;</p>



<p>Fusione? Offerta concorrente? Merger tra eguali? Dividendo straordinario? Tutte ipotesi legittime.</p>



<p>Ma c&#8217;è un dettaglio che molti continuano a sottovalutare.</p>



<p>Il vero interlocutore di Lovaglio non è Carlo Messina, non è il Governo, non è il Ministero dell&#8217;Economia, non è nemmeno Siena.</p>



<p>Si chiama Mercato.</p>



<p>Ed il Mercato, oggi, vale circa il 60% del capitale del Monte dei Paschi.</p>



<p>Dentro quel flottante ci sono alcuni dei più grandi Fondi internazionali (BlackRock per fare un solo esempio).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Gestiscono patrimoni da migliaia di miliardi di euro, investono contemporaneamente a New York, Londra, Singapore e Francoforte e, con ogni probabilità, ignorano perfino quale contrada abbia vinto l&#8217;ultimo Palio.</p>



<p>Non è una battuta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È il punto centrale della vicenda.</p>



<p>Quegli investitori non sono interessati alla “senesità” del Monte, alla tutela di un marchio storico, alla difesa di un simbolo identitario, od alla costruzione del fantomatico &#8220;terzo polo italiano&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Tutti argomenti che possono appassionare politici, amministratori locali ed opinione pubblica.</p>



<p>I Fondi ragionano diversamente.</p>



<p>Guardano i numeri. Fanno due conti. E si pongono una sola domanda: quanto guadagno?</p>



<p>Se l&#8217;Opas di Intesa offre più valore, aderiranno all&#8217;Opas.</p>



<p>Se il progetto Lovaglio-Castagna offrirà un rendimento superiore, sceglieranno quello.</p>



<p>Fine della discussione.</p>



<p>È questa la grande rivoluzione.</p>



<p>Per la prima volta nella storia del Monte dei Paschi il giudice non siede a Palazzo Chigi.&nbsp;</p>



<p>Siede nei Comitati investimenti di questi grandi Fondi internazionali.</p>



<p>E quel giudice non si lascia convincere né dai comunicati stampa né dai Consigli Comunali o Regionali.</p>



<p>Si convince soltanto con i soldi.</p>



<p>È la differenza tra la Politica ed il Mercato: la prima può essere convinta da un buon discorso; il secondo pretende un&#8217;offerta migliore.</p>



<p>Ecco perché, al netto delle indiscrezioni, il problema vero è uno solo.</p>



<p>Per costruire una proposta realmente competitiva servono miliardi, non dichiarazioni, non interviste, non suggestioni.</p>



<p>Miliardi veri.</p>



<p>Secondo le ricostruzioni circolate in questi giorni, una parte potrebbe arrivare distribuendo agli azionisti il capitale in eccesso accumulato dal Monte.&nbsp;</p>



<p>Ma potrebbe non bastare.</p>



<p>Ed ecco comparire il vero nodo della partita; la partecipazione di circa il 13% detenuta da MPS in Generali. È probabilmente l&#8217;asset più prezioso che il Monte possiede.</p>



<p>Ed è anche quello che potrebbe liberare le risorse necessarie per rendere davvero competitiva una controfferta.</p>



<p>Peccato che proprio qui il Mercato torni improvvisamente a incrociare la Politica.</p>



<p>Perché quella quota in Generali non rappresenta soltanto un investimento finanziario; è uno degli snodi fondamentali del futuro equilibrio del Leone di Trieste.&nbsp;&nbsp;<strong>E potrebbe alterare perfino quello attuale qualora quella partecipazione fosse immessa di colpo sul mercato</strong><strong>.</strong></p>



<p>Da tempo Palazzo Chigi lascia intendere di preferire che Generali resti una vera public company, senza un azionista dominante, e con un equilibrio tra Intesa, Delfin, Unicredit, Caltagirone e gli altri grandi soci.</p>



<p>Se MPS fosse costretta a vendere quel 13% per raccogliere le risorse necessarie a convincere i propri soci, l&#8217;intero equilibrio rischierebbe di saltare.</p>



<p>Ed allora il paradosso diventerebbe perfetto: più Lovaglio costruisce un&#8217;offerta capace di piacere ai Mercati, più rischia di scontentare la Politica.</p>



<p>È il cortocircuito del nuovo capitalismo italiano.</p>



<p>Per anni abbiamo raccontato una Politica che pretendeva di guidare il Mercato.</p>



<p>Oggi scopriamo che, quando arrivano i grandi investitori internazionali, è il Mercato a dettare le condizioni.</p>



<p>Alla fine, che la spunti l&#8217;Opas di Messina od il piano di resistenza senese, questa partita del risiko bancario ci lascia in eredità una grande lezione di salute democratica ed economica:&nbsp;quando le regole sono quelle della concorrenza e della matematica finanziaria, le scorciatoie della cachistocrazia romana&nbsp;&nbsp;non funzionano.&nbsp;</p>



<p>E “cachisticrazia”, tenetelo a mente, è una parola che userò sempre più spesso.</p>



<p>La politica può tifare, può auspicare, può sperare, può strillare, può far finta di contare ancora, può perfino provare a rallentare qualche operazione.</p>



<p>Ma non può costringere migliaia di gestori ed investitori sparsi nel mondo a rinunciare ad un&#8217;offerta economicamente più conveniente.</p>



<p>Il loro patriottismo si misura in rendimento, non in bandiere.</p>



<p>Alla fine, dunque, tutta la partita si riduce a una domanda semplicissima:</p>



<p>Lovaglio e Castagna riusciranno a mettere sul tavolo abbastanza soldi da convincere quel 60% di capitale flottante che la loro proposta vale più dell&#8217;Opas di Intesa?</p>



<p>Perché se la risposta è sì, il mercato li seguirà.</p>



<p>Se invece la risposta è no, tutto il resto diventerà irrilevante.</p>



<p>Il Palio continuerà a corrersi in Piazza del Campo.</p>



<p>Ma i grandi Fondi internazionali continueranno a correre dietro a un&#8217;altra cosa; il rendimento.</p>



<p>So che questa conclusione farà storcere il naso ai nostalgici dello statalismo e dell&#8217;economia guidata dalla Politica.&nbsp;</p>



<p>Ma da liberale continuo a pensare che, vinca Messina o Lovaglio non importa, quando il Mercato costringe tutti a misurarsi con i numeri invece che con le appartenenze, il Paese faccia un piccolo passo avanti.&nbsp;</p>



<p>Non sempre il Mercato ha ragione. Ma quasi sempre obbliga tutti a dire la verità</p>



<p></p>
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		<title>Vino, primo quadrimestre in rosso per l&#8217;export Dop europeo: Italia -6,2%</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 15:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[export]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
		<category><![CDATA[vicenza]]></category>
		<category><![CDATA[VINO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nessuno dei principali paesi esportatori europei di vini Dop chiude in positivo il primo quadrimestre 2026: secondo Nomisma Wine Monitor, l&#8217;Italia perde il 6,2% a valore, la Francia il 3,4%, la Germania il 5,5%, mentre la Spagna registra il calo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Nessuno dei principali paesi esportatori europei di vini Dop chiude in positivo il primo quadrimestre 2026: secondo Nomisma Wine Monitor, l&#8217;Italia perde il 6,2% a valore, la Francia il 3,4%, la Germania il 5,5%, mentre la Spagna registra il calo peggiore (-8,5%). Per il responsabile Denis Pantini, l&#8217;export procede a due velocità: bianchi e spumanti limitano le perdite, i rossi continuano a soffrire.</p>



<p>Tra gli spumanti bene i Cremant francesi (+19,4%) e lo Champagne (+3%); in Italia il Prosecco tiene (-0,8%) e l&#8217;Asti torna a crescere (+1%), mentre soffre il Cava spagnolo (-9%). Tra i bianchi fermi vola Bordeaux (+16%), seguita da Borgogna e Loira (+6%); in Italia reggono Sicilia (+2,8%) e Toscana (+3,3%), mentre calano Riesling della Mosella (-11%) e bianchi veneti (-4%).</p>



<p>Il settore più in crisi resta quello dei rossi: Bordeaux segna -19% a valore, Toscana e Veneto perdono oltre il 10%, mentre il Piemonte limita i danni (-2,5%) crescendo però del 9% a volume. Arretra anche la Rioja spagnola (-7,5% a valore).</p>
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		<item>
		<title>Vendemmia al via in anticipo nel Vicentino: primi grappoli dal 10 agosto, attesa un&#8217;annata di alta qualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 13:44:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima favorevole accelera la maturazione delle uve, soprattutto dei Pinot. Produzione prevista in linea con gli anni scorsi e vigneti in ottime condizioni La vendemmia 2026 nel Vicentino partirà con circa una settimana di anticipo rispetto allo scorso anno.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<h2 class="wp-block-heading">Il clima favorevole accelera la maturazione delle uve, soprattutto dei Pinot. Produzione prevista in linea con gli anni scorsi e vigneti in ottime condizioni</h2>



<p>La vendemmia 2026 nel Vicentino partirà con circa una settimana di anticipo rispetto allo scorso anno. Le prime operazioni di raccolta dovrebbero iniziare già dal <strong>10 agosto</strong>, segnando un avvio precoce della nuova campagna vitivinicola, che si presenta sotto i migliori auspici sia per la qualità delle uve sia per la quantità della produzione.</p>



<p>A favorire questa accelerazione è stato l&#8217;andamento climatico delle ultime settimane. L&#8217;abbassamento delle temperature durante il giorno e, soprattutto, il fresco delle ore notturne hanno creato un&#8217;escursione termica ideale per la maturazione dei grappoli, in particolare dei <strong>Pinot</strong>, che hanno raggiunto uno sviluppo omogeneo e regolare.</p>



<p>«Le temperature che si sono abbassate durante il giorno e il piacevole fresco delle ore notturne hanno creato un&#8217;escursione termica provvidenziale – spiega <strong>Claudio Zambon</strong>, presidente della Consulta vitivinicola di Coldiretti Vicenza –. Questo contesto ha fatto sì che la maturazione dei Pinot sia stata omogenea e regolare, garantendo grappoli pronti al taglio con un perfetto equilibrio tra grado zuccherino, acidità e corredo aromatico».</p>



<p>Le prospettive sono particolarmente positive anche dal punto di vista qualitativo. Le uve si presentano sane e in condizioni fitosanitarie eccellenti. A contribuire al buon andamento della stagione è stata anche la limitata incidenza del maltempo: nel Vicentino sono state infatti poche le aree interessate da eventi atmosferici avversi o grandinate, permettendo alla quasi totalità dei vigneti di arrivare alla vendemmia senza danni significativi.</p>



<p>Anche sul fronte produttivo non sono previste particolari variazioni. I volumi di raccolta dovrebbero rimanere sostanzialmente in linea con quelli registrati negli ultimi anni, confermando una produzione stabile e regolare.</p>



<p>«Con volumi stabili, una qualità eccellente e un meteo che al momento rema a favore del lavoro in vigna – conclude Zambon – ci sono tutti gli ingredienti per un&#8217;annata di altissimo livello. Se le condizioni climatiche continueranno ad accompagnare i viticoltori con questa regolarità nei prossimi giorni, la vendemmia che sta per aprirsi saprà regalare grandi soddisfazioni sia in cantina che nei calici».</p>
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		<title>L’Ilva ed il feticcio di un acciaio che non c’è più: e se spargessimo il sale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 09:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono agonie industriali che sfidano le leggi della fisica, della finanza e del buon senso.L’ex Ilva di Taranto non è più nemmeno una storia industriale o una soap opera di serie B; è diventata un rito pagano,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono agonie industriali che sfidano le leggi della fisica, della finanza e del buon senso.<br>L’ex Ilva di Taranto non è più nemmeno una storia industriale o una soap opera di serie B; è diventata un rito pagano, un feticcio ideologico a cui la politica italiana continua a sacrificare miliardi di euro dei contribuenti.<br>Il tutto per mantenere in vita un cadavere d’acciaio che non produce più nulla se non debiti, illusione e cassa integrazione.<br>Guardiamo la realtà al di là dei tecnicismi e dei numeri che cambiano a seconda del Ministro di turno.<br>La logica economica e la storia recente ci dicono una cosa chiarissima: l’Ilva è invendibile.<br>I tentativi di privatizzazione o di cessione a partner stranieri si susseguono ed abortiscono con regolarità svizzera.<br>Ogniqualvolta si apre un bando o si intavola una trattativa, gli ipotetici acquirenti si rendono conto della voragine e sfilano via veloci, lasciando lo Stato con il cerino in mano.<br>E lo Stato cosa fa?<br>Riapre il portafoglio.<br>Inietta prestiti ponte che diventano a fondo perduto, stanzia risorse d’emergenza, inventa finzioni contabili al solo scopo di coprire le perdite correnti e pagare gli stipendi del mese successivo.<br>Siamo di fronte ad un accanimento terapeutico — o meglio, ad un accanimento politico — che ha dell&#8217;incredibile.<br>Nessun Governo ha il coraggio di pronunciare la parola &#8220;fine&#8221;, terrorizzato dal costo elettorale che, si crede a mio avviso erroneamente, un gesto di realtà comporterebbe.<br>E così ci si arrampica sui vetri con piani industriali fantasma, promesse di &#8220;acciaio verde&#8221; che somigliano sempre più a favole della buonanotte, e cordate d&#8217;emergenza che sconfinano nel surreale.<br>Il tutto soggetto alla spada di Damocle della Magistratura, attenta a fare rispettare le regole, anche a costo di chiudere la produzione.<br>Ma a mio avviso la verità vera, quella che tutti vedono ma pochissimi hanno l&#8217;onestà di dire ad alta voce, riguarda il territorio stesso: Taranto, come comunità e come città, quel centro siderurgico non lo vuole più.<br>Dopo decenni di ricatti incrociati tra lavoro e salute, tra fumi velenosi e occupazione, il legame viscerale tra la città e la sua fabbrica si è spezzato.<br>Non c&#8217;è più orgoglio industriale, non c&#8217;è più fiducia nel futuro dell&#8217;acciaio tarantino.<br>E persino sul fronte delle maestranze si è consolidata un&#8217;amara assuefazione: anni ed anni di Cassa Integrazione hanno trasformato la fabbrica da sito produttivo ad ammortizzatore sociale permanente.<br>Per molti lavoratori, comprensibilmente logorati da decenni di incertezza e promesse da marinaio, l&#8217;unica speranza residua è che la collettività continui a sprecare denaro pubblico per mantenerli in bolla fino all’ agognato raggiungimento della pensione.<br>Una situazione umanamente comprensibile, ma socialmente ed economicamente insostenibile.<br>A questo punto la domanda sorge spontanea e provocatoria, ma sacrosanta: vale davvero la pena continuare questo strazio?<br>Non costerebbe decisamente meno — a noi contribuenti ed alla dignità di questo Paese — chiudere tutto e spargere il sale sulle macerie?<br>Se mettessimo a confronto quello che abbiamo speso finora (e che continueremo inevitabilmente a spendere a fondo perduto per i prossimi dieci o vent’anni) con il costo di una chiusura definitiva, bonifica seria del territorio ed accompagnamento garantito dei lavoratori alla pensione od alla riconversione, scopriremmo che spargere il sale ci costerebbe infinitamente meno.<br>Meno soldi pubblici inceneriti, meno finzione di Stato, meno ipocrisia.<br>Continuare a buttare risorse in un immenso forno spento non è difesa dell&#8217;industria nazionale; è solo una truffa politica per non ammettere che il Re è nudo, e che il modello Ilva è fallito da un pezzo.<br>È ora di staccare la spina alla farsa<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Carburanti alle stelle, il governo pronto a intervenire di nuovo sulle accise</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 14:24:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[benzina]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caro benzina torna al centro dell&#8217;agenda di governo. Il Consiglio dei ministri si riunisce oggi alle 17.30 a Palazzo Chigi per varare un decreto legge urgente che affronta due dossier caldi: i prezzi del petrolio, sotto pressione per la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il caro benzina torna al centro dell&#8217;agenda di governo. Il Consiglio dei ministri si riunisce oggi alle 17.30 a Palazzo Chigi per varare un decreto legge urgente che affronta due dossier caldi: i prezzi del petrolio, sotto pressione per la crisi dei mercati internazionali, e il futuro di Ilva, ancora in amministrazione straordinaria.</p>



<p>Ad anticipare i contenuti del provvedimento è stato Massimo Garavaglia, presidente della Commissione Finanze del Senato, secondo cui l&#8217;esecutivo si appresta a mettere mano nuovamente alle accise. L&#8217;obiettivo, ha spiegato, è permettere agli italiani di partire per le vacanze senza il peso di un pieno troppo caro. Il meccanismo delle accise mobili, ormai collaudato, potrebbe scattare sulla base del gettito Iva registrato a luglio, con un target preciso: tenere i prezzi di benzina e diesel sotto la soglia dei due euro al litro. La misura, se confermata, coprirà l&#8217;intero mese di agosto, salvo poi essere rivista in base all&#8217;andamento dei mercati.</p>



<p>A rendere urgente l&#8217;intervento sono i numeri degli ultimi giorni: dopo un weekend di rincari, i prezzi alla pompa si sono stabilizzati lunedì su livelli che non si vedevano da tempo. La benzina self non costava così tanto da inizio ottobre 2023, mentre per trovare un diesel self altrettanto caro occorre risalire a marzo 2022.</p>
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		<title>Multe velocità: in Veneto incassati 44 milioni nel 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 13:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo i dati dell’analisi di Facile.it sui rendiconti pubblici, tra autovelox fissi e mobili, tutor e altri dispositivi di rilevazione, nel 2025 in Veneto i soli comuni hanno dichiarato oltre 40,9 milioni di euro di proventi derivanti da multe per eccesso di velocità. Se si sommano anche quelli dichiarati dalla Città<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Secondo i dati dell’analisi di Facile.it sui rendiconti pubblici, tra autovelox fissi e mobili, tutor e altri dispositivi di rilevazione, nel 2025 in Veneto i soli comuni hanno dichiarato oltre 40,9 milioni di euro di proventi derivanti da multe per eccesso di velocità. Se si sommano anche quelli dichiarati dalla Città metropolitana di Venezia (oltre 1,8 milioni di euro) e dalle amministrazioni provinciali (oltre 1,9 milioni di euro), la cifra complessiva supera i 44 milioni di euro.</p>



<p>Limitando l’analisi ai comuni veneti che hanno dichiarato incassi da sanzioni derivanti dall&#8217;accertamento delle violazioni dei limiti massimi di velocità, al primo posto si trova Padova, che lo scorso anno ha incassato un importo pari a 5.725.268 euro. Seguono Cittadella (PD) (3.453.711 euro) e Treviso, con 2.888.105 euro. Ai piedi del podio si trova Venezia (2.660.520 euro), seguito da Piove di Sacco (PD) (2.092.530 euro).</p>



<p>Guardando agli altri enti territoriali, la sola Città metropolitana di Venezia ha dichiarato proventi derivanti dall&#8217;accertamento delle violazioni dei limiti massimi di velocità per 1.893.760 euro. Le prime amministrazioni provinciali per incassi sono invece Padova (850.309 euro), Verona (378.757 euro), Treviso (364.452 euro), Vicenza (181.735 euro) e Rovigo (172.392 euro).</p>



<p>L&#8217;eccessiva velocità è proprio una delle cause dei sinistri stradali che, durante i mesi estivi, registrano un vero e proprio boom; secondo gli ultimi dati Istat disponibili, in Veneto a giugno, luglio e agosto dell&#8217;ultimo anno di riferimento, si sono verificati 3.573 incidenti stradali con lesioni a persone, vale a dire il 28% del totale.</p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td><strong>Ente</strong></td><td><strong>Proventi complessivi delle sanzioni</strong><strong>derivanti dall&#8217;accertamento delle violazioni</strong><strong>dei limiti massimi di velocità</strong></td></tr><tr><td>Padova</td><td>5.725.268 €</td></tr><tr><td>Cittadella (PD)</td><td>3.453.711 €</td></tr><tr><td>Treviso</td><td>2.888.105 €</td></tr><tr><td>Venezia</td><td>2.660.520 €</td></tr><tr><td>Piove di Sacco (PD)</td><td>2.092.530 €</td></tr><tr><td>Verona</td><td>2.047.954 €</td></tr><tr><td>Carmignano di Brenta (PD)</td><td>1.573.616 €</td></tr><tr><td>San Pietro In Gu (PD)</td><td>1.523.660 €</td></tr><tr><td>Giacciano con Baruchella (RO)</td><td>1.176.603 €</td></tr><tr><td>Bosaro (RO)</td><td>980.740 €</td></tr></tbody></table></figure>



<p id="isPasted"></p>



<p>Foto di maurompf</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://eljkp.img.sp1-brevo.net/im/sh/BlY8GNtg9bI6.jpg?u=7xwQLFBtniwQn1MAOQxq3IIGK2rk6Mi" alt=""/></figure>
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		<title>MPS-BPM-INTESA  Fantabanca all’italiana: e se la pioggia fosse in francese?</title>
		<link>https://www.tviweb.it/mps-bpm-intesa-fantabanca-allitaliana-e-se-la-pioggia-fosse-in-francese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:31:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro, prima che qualcuno telefoni agli avvocati: siamo nel campo della pura “fantabanca”. Ipotesi giornalistiche, indiscrezioni, suggestioni da ombrellone, chiacchiere e retroscena da corridoio finanziario.&#160; Però i temporali hanno una brutta abitudine: quando senti tuonare per giorni, prima o<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Sia chiaro, prima che qualcuno telefoni agli avvocati: siamo nel campo della pura “fantabanca”.</p>



<p>Ipotesi giornalistiche, indiscrezioni, suggestioni da ombrellone, chiacchiere e retroscena da corridoio finanziario.&nbsp;</p>



<p>Però i temporali hanno una brutta abitudine: quando senti tuonare per giorni, prima o poi qualche goccia cade davvero.&nbsp;</p>



<p>E le nuvole&nbsp;&nbsp;che sembra&nbsp;&nbsp;si stiano addensano sopra il risiko bancario italiano paiono avere un curioso profumo di lavanda e baguette.&nbsp;</p>



<p>Ricostruiamo la scena con la fantasia.&nbsp;</p>



<p>L’ultima voce che circola con insistenza nei salotti milanesi e senesi parla&nbsp;&nbsp;di un imminente, clamoroso matrimonio tra Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Non più un’Opa o un’Ops ostile, ma una fusione d’amore e d’interesse tra Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna, pronti a creare il famigerato &#8220;Terzo Polo&#8221; bancario italiano.&nbsp;</p>



<p>Una grande operazione di sistema, si dirà.&nbsp;</p>



<p>Un baluardo a tutela dell&#8217;italianità del credito.</p>



<p>Tutto bellissimo.&nbsp;</p>



<p>Se non fosse per un piccolo, veniale dettaglio: l’elefante nella stanza (o meglio, il&nbsp;<em>coq gaulois</em>nel pollaio).</p>



<p>Il dettaglio si chiama Crédit Agricole.&nbsp;</p>



<p>La Banque Verte controlla già circa il 30% di Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Ora, la prima domanda che qualsiasi osservatore minimamente provvisto di buon senso dovrebbe porsi è: ma quale interesse avrebbero mai i francesi a farsi diluire in questo nuovo maxipolo Mps-BPM?</p>



<p>La risposta potrebbe trovarsi in quella raffinata arte della diplomazia finanziaria in cui i transalpini sono maestri da secoli: la diluizione calcolata.&nbsp;</p>



<p>Anche vedendo ridotta la propria quota percentuale all&#8217;interno di un&#8217;entità molto più grande, Crédit Agricole rimarrebbe comunque, numeri alla mano, il primo azionista relativo del nuovo colosso.&nbsp;</p>



<p>Con il vantaggio non trascurabile di non doversi caricare l&#8217;onere ed i costi di un’integrazione diretta, ma mantenendo un peso specifico determinante su tutte le decisioni strategiche.&nbsp;</p>



<p>In pratica: comandare (o quantomeno contare più di tutti gli altri) spendendo meno e rimanendo elegantemente dietro le quinte.</p>



<p>Ed è qui che la vicenda assume contorni kafkiani.</p>



<p>Tutti ricordiamo la levata di scudi, i proclami infuocati ed il gran polverone sollevato dal Governo per ostacolare le mire di UniCredit su Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>In quell&#8217;occasione abbiamo assistito a vette di retorica sovrana da spingere qualche analista al limite del neurodelirio: si è arrivati quasi a teorizzare che UniCredit — Banca storicamente radicata a Milano — non fosse abbastanza &#8220;italiana&#8221; (sic”!).</p>



<p>Ed è qui che il ragionamento rischia di trasformarsi in una commedia dell&#8217;assurdo.&nbsp;</p>



<p>Se UniCredit, Gruppo con sede a Milano, milioni di clienti italiani, Vigilanza Europea, ed una storia profondamente intrecciata con il sistema economico nazionale, poteva essere descritta come un corpo quasi estraneo, allora diventa difficile spiegare perché un Gruppo nel quale il primo azionista potrebbe essere Crédit Agricole dovrebbe incarnare meglio l&#8217;italianità.&nbsp;</p>



<p>Evidentemente la nazionalità, nel risiko bancario, non è un dato anagrafico: è una categoria elastica.&nbsp;</p>



<p>Forse dipende da chi compra chi.</p>



<p>Ora, la domanda sorge spontanea e maliziosa: che senso avrebbe avuto tutto quel blaterare sulla difesa della &#8220;patria bancaria&#8221; se poi il fantomatico Terzo Polo nascesse sotto la costante, benevola tutela dei cugini d&#8217;Oltralpe?</p>



<p>La contraddizione diventa ancora più vistosa se si sposta lo sguardo sul vero convitato di pietra di tutta la partita: Assicurazioni Generali.&nbsp;</p>



<p>Per mesi ci siamo sentiti ripetere che la priorità assoluta dell&#8217;Esecutivo fosse mettere “patriotticamente” al riparo il Leone di Trieste (il vero tesoro degli italiani!) dalle grinfie degli &#8220;stranieri&#8221;.&nbsp;</p>



<p>E siccome Mps custodisce in pancia, tramite Mediobanca, una quota chiave del 13% del colosso triestino, logica vorrebbe che Mps rimanesse blindatissima sotto l&#8217;insegna del tricolore.</p>



<p>Ma se Mps dovesse fondersi con BPM, e BPM ha come primo socio Crédit Agricole (affiancato magari nell&#8217;azionariato da altri soci con solidi legami francesi, quali ad esempio la Delfin dei Del Vecchio, legata al Governo transalpino in Essilor-Luxottica), dove finisce lo scudo anti-straniero?&nbsp;</p>



<p>Alla fine della fiera, il chiavistello di Trieste e della finanza italiana rischierebbe di ritrovarsi comodamente appeso nei salotti di Parigi.</p>



<p>Magari resterà tutto nel cassetto delle ipotesi estive.&nbsp;</p>



<p>Magari fra una settimana scopriremo che era soltanto l&#8217;ennesimo ballon d&#8217;essai fatto filtrare per vedere l&#8217;effetto che fa.</p>



<p><strong>Ma se davvero il Terzo Polo dovesse nascere con i francesi nel ruolo di primo azionista&nbsp;</strong>più che un ombrello tricolore, ci servirà un&nbsp;<em>parapluie</em>.</p>



<p><strong>Ma se invece questo fosse l’epilogo, qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significavano tutti quei richiami all&#8217;italianità, alla sovranità finanziaria ed alla difesa degli asset strategici (persino con un uso&nbsp;&nbsp;discutibile del Golden Power).&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Perché a quel punto non sarebbe cambiata la Banca.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Sarebbe cambiato soltanto il metro con cui si misura il patriottismo economico.</strong></p>



<p><strong>E forse scopriremmo che il nazionalismo bancario funziona come certi ombrelli da spiaggia: si apre quando fa comodo e si richiude appena cambia il vento.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Anche se il vento soffia da Parigi.</strong></p>



<p>Come dicevo all’inizio, magari questi sono solo incubi estivi e la “fantabanca” rimarrà il “sogno di una notte di mezza estate”.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>MPS, l’ultima trincea. Quando la storia diventa uno scudo contro il mercato</title>
		<link>https://www.tviweb.it/mps-lultima-trincea-quando-la-storia-diventa-uno-scudo-contro-il-mercato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.<br>E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie, normalmente significa che il conto economico ha lasciato il posto alla liturgia.<br>È quello che sta accadendo attorno al Monte dei Paschi di Siena, la Banca più antica del mondo, e forse anche una delle più raccontate.<br>Il Ministero dell&#8217;Economia si prepara a vendere l&#8217;ultimo 4,86% detenuto nel capitale.<br>Una quota ormai simbolica per qualsiasi analista finanziario, ma diventata improvvisamente per la Politica Toscana l&#8217;ultimo baluardo della sovranità nazionale, quasi una versione bancaria della Linea Maginot.<br>Perché, si sa, in Italia abbiamo una particolare passione: quando una fortezza cade, anziché chiedersi perché sia successo, ci affezioniamo alle mura.<br>In prima fila nella difesa dell&#8217;indipendenza senese troviamo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che richiama il valore storico della Banca come presidio strategico per l&#8217;economia italiana e per l&#8217;identità regionale.<br>Ora, con tutto il dovuto rispetto per il Rinascimento e le contrade, viene spontaneo chiedersi: fondamentale per l&#8217;economia italiana?<br>Davvero il PIL del Paese e la stabilità del sistema creditizio nazionale possono dipendere dal destino di un Istituto che per oltre un decennio è sopravvissuto a suon di ricapitalizzazioni pubbliche, salvataggi di Stato e riassetti dolorosi?<br>C’è qualcosa di quasi poetico nel considerare questo 4,86% residuo non come una quota oramai simbolica, ma come l&#8217;ultimo scudo della sovranità economica nazionale.<br>Ora, nessuno vuole negare la straordinaria storia del Monte dei Paschi. Cinquecento anni di vicende economiche e sociali sono un patrimonio che merita rispetto.<br>Ma una domanda resta inevitabile: la storia può diventare una categoria del bilancio?<br>Perché il mercato, nella sua brutale semplicità, ragiona con criteri leggermente meno romantici: capitale, redditività, rischi, crediti deteriorati, capacità di generare utili.<br>Un investitore non compra una banca per custodire un capitolo di storia medievale. Compra una banca per farla funzionare.<br>Altrimenti tanto varrebbe trasformare MPS in un museo del credito con biglietto d&#8217;ingresso, visite guidate e magari una riproduzione del vecchio consiglio di amministrazione in cera.<br>Il vero capolavoro retorico arriva quando entra in scena il cosiddetto &#8220;valore immateriale&#8221;.<br>Un concetto sicuramente importante, ma che rischia di diventare una sorta di passe-partout universale: serve per difendere il marchio, la sede, il management, l&#8217;occupazione, l&#8217;autonomia.<br>In pratica tutto deve rimanere uguale.<br>Ed è qui che emerge il paradosso italiano nella sua forma più pura: si cerca un compratore privato, ma gli si chiede di comportarsi come se fosse ancora lo Stato.<br>Bisogna comprare la banca, ma non cambiarla.<br>Integrare, ma senza integrare.<br>Creare efficienza, ma senza tagliare nulla.<br>Fare mercato, ma rispettando una sceneggiatura già scritta dalla politica.<br>Per me è il trionfo perfetto del Gattopardismo italico: trovare un compratore di mercato affinché nulla cambi.<br>Nessun taglio, nessuna riorganizzazione, comandi sempre Siena, ed il nuovo azionista si limiti a fare da generoso sponsor della continuità storica.<br>E pretendere poi che il Governo intervenga per &#8220;blindare&#8221; queste pretese, dopo che già in passato l&#8217;Europa ci ha giustamente censurato per le troppe ingerenze pubbliche, non è politica industriale: è pura fantascienza..<br>La vicenda ricorda molto da vicino anche quella di Commerzbank in Germania. Anche lì, quando UniCredit ha manifestato interesse, si sono levate barricate politiche in nome della sovranità economica nazionale.<br>Berlino ha parlato di interesse strategico, di banca tedesca da proteggere, di rischio di perdita dell&#8217;identità.<br>Poi è arrivata la realtà.<br>E la realtà, in economia, ha spesso il pessimo vizio di non leggere i comunicati stampa della politica.<br>Quando un azionista arriva vicino al 50% di una società, prima o poi bisogna fare i conti con i numeri. Anche la Germania, patria dell&#8217;ordine e della disciplina finanziaria, ha dovuto prendere atto che le regole del mercato europeo valgono per tutti.<br>Persino per chi vorrebbe essere più uguale degli altri.<br>A Siena, invece, resiste l&#8217;idea che esista una sorta di eccezione geografica alle leggi della finanza.<br>La richiesta è chiara: mantenere il Management nella città, lasciare la Direzione Generale tute le funzioni di vertice a Siena, garantire occupazione e indotto.<br>Obiettivi comprensibili, soprattutto per una comunità che ha legato la propria identità alla Banca, e per una politica abituata a vendere ai cittadini i “libri dei sogni”.<br>Ma c&#8217;è una domanda che dovrebbe essere posta con altrettanta chiarezza: se chi compra deve lasciare tutto com&#8217;è, perché dovrebbe comprare?<br>Nessun imprenditore serio acquisisce una società per congelarla nel tempo.<br>Le fusioni servono a creare valore, eliminare duplicazioni, aumentare competitività. Non sono cerimonie commemorative.<br>Il Monte dei Paschi non deve essere cancellato dalla sua storia. Sarebbe un errore.<br>Ma neppure può essere prigioniero della propria storia.<br>Perché una banca non vive soltanto del passato, per quanto glorioso. Vive del futuro.<br>E il futuro, piaccia o meno, non si costruisce con le contrade, le bandiere e la nostalgia.<br>Si costruisce con capitale, capacità manageriale e regole uguali per tutti.<br>Un&#8217;altra considerazione riguarda proprio il ruolo del mercato.<br>Difendere le regole non significa sostenere necessariamente l&#8217;operazione di Intesa Sanpaolo.<br>Significa accettare che siano gli azionisti, e non la politica, a decidere.<br>Oggi l&#8217;OPAS attribuisce a ciascuna azione MPS un valore di 10,09 euro, mentre ieri il titolo ha chiuso in Borsa a 11,624 euro. Dovranno essere dunque i proprietari della Panca, cioè gli azionisti, a valutare se il prezzo offerto sia adeguato oppure no.<br>Se il mercato riterrà l&#8217;offerta insufficiente, la risposta è altrettanto semplice: chi vuole acquisire dovrà migliorare la proposta, oppure prendere atto che l&#8217;operazione non è conveniente e lasciare spazio ad altre soluzioni.<br>È questa la logica del capitalismo: non esistono offerte sacre né acquirenti predestinati.<br>Esistono valori, aspettative e decisioni degli investitori. Il mercato può dare torto a Intesa, ma non può essere sostituito da una conferenza stampa della politica locale.<br>La vera domanda non è quindi se MPS debba conservare la propria anima.<br>La domanda è se qualcuno abbia ancora il coraggio di spiegare che anche le anime, nel mondo della finanza, devono avere un corpo sano che le sorregga.<br>Altrimenti il rischio è che il Monte dei Paschi rimanga davvero un monumento.<br>Solo che i monumenti, generalmente, non fanno credito alle imprese.<br>Umberto Baldo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-lultima-trincea-quando-la-storia-diventa-uno-scudo-contro-il-mercato/">MPS, l’ultima trincea. Quando la storia diventa uno scudo contro il mercato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Unicredit-CommerzBank.  Il &#8220;fattore 50%&#8221; che piega le rigidità teutoniche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare la dura Realpolitik che piega le rigidità teutoniche al sole del libero mercato.&#160; Per mesi, la narrazione ufficiale attorno alla scalata di UniCredit su Commerzbank ha cavalcato i toni dell&#8217;epica wagneriana:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare la dura Realpolitik che piega le rigidità teutoniche al sole del libero mercato.&nbsp;</p>



<p>Per mesi, la narrazione ufficiale attorno alla scalata di UniCredit su Commerzbank ha cavalcato i toni dell&#8217;epica wagneriana: un&#8217;apocalisse finanziaria imminente, l&#8217;assalto dei barbari italiani alle porte di Francoforte, la difesa disperata della fortezza economica nazionale.&nbsp;</p>



<p>Mancavano solo i corni da guerra.&nbsp;</p>



<p>Poi, si sa, le regole eterne della politica – che non guardano in faccia a nessun passaporto e rispondono al brutale pragmatismo della matematica – hanno fatto il loro ingresso virtuale.</p>



<p>La realtà ha bussato alla porta della Cancelleria con le sembianze di un rotondo, inequivocabile 50%.&nbsp;</p>



<p>Di fronte ad un Andrea Orcel che, con il passo felpato ma implacabile del negoziatore di razza, ha blindato la metà dei diritti di voto di Commerzbank sul mercato, le barricate ideologiche di Berlino sembrano sciogliersi come neve al sole.&nbsp;</p>



<p>E così, dopo i proclami di fuoco ed i giuramenti di resistenza ad oltranza, ecco il miracolo: la politica tedesca ha improvvisamente riscoperto che l&#8217;arte del compromesso è pur sempre l&#8217;arte del possibile.&nbsp;</p>



<p>Quando non puoi più fermare il carro del vincitore, la strategia più saggia (e decisamente più comoda) è salirci a bordo, provando a dettare la fermata.&nbsp;</p>



<p>Tradotto dal politichese: se opporsi non serve più a nulla, meglio portare a casa quel che si può.</p>



<p>Naturalmente, nel tentativo di salvare la faccia, la ritirata strategica deve essere accompagnata dal solito spartito diplomatico.&nbsp;</p>



<p>E qui si entra nel terreno del puro intrattenimento per chiunque mastichi un minimo di dinamiche finanziarie.&nbsp;</p>



<p>Gli sherpa governativi sono già al lavoro per preparare la &#8220;lista della spesa&#8221; da sottoporre a Piazza Gae Aulenti, ed in cima a tutte le preoccupazioni svetterebbe il grande classico di ogni fusione che si rispetti: il terrore per la sorte delle “Mittelstand”, le celeberrime piccole e medie imprese a guida familiare che costituiscono l&#8217;ossatura economica del Paese.</p>



<p>Il timore paventato da Berlino – e puntualmente rilanciato dai vertici di Commerzbank in versione &#8220;resistenza&#8221; – è che l&#8217;arrivo del predatore italiano possa tradursi in un improvviso calo di attenzioni (e di crediti) verso la clientela di riferimento.&nbsp;</p>



<p>Un copione che si ripete identico ad ogni latitudine (pensate alle operazioni&nbsp;&nbsp;“domestiche” in corso in Italia), una recita a soggetto che fa quasi sorridere per la sua totale assenza di logica.&nbsp;</p>



<p>Bisognerebbe chiedere agli strateghi di Berlino quale perversa strategia di business dovrebbe spingere Andrea Orcel a sborsare miliardi di euro sul mercato al solo scopo di alienarsi, un minuto dopo il closing, proprio la clientela più ricca e profittevole della banca acquistata.&nbsp;</p>



<p>Distruggere quote di mercato e buttare al vento i guadagni futuri per il puro gusto del dispetto transalpino?&nbsp;</p>



<p>Eppure, la commedia degli equivoci richiede che si finga di credere a questo spettro, pur di poter sbandierare domani un &#8220;accordo blindato a tutela del territorio&#8221;.</p>



<p>Riti propiziatori a parte, la trattativa vera e propria si giocherà su binari molto pragmatici, dove la CEO di Commerzbank, Bettina Orlopp, proverà a portare a casa impegni formali su due fronti specifici:</p>



<p>Il feticcio delle Mittelstand: la richiesta di garanzie scritte sul mantenimento dei flussi di finanziamento alle imprese, utile più a placare l&#8217;opinione pubblica interna che a correggere reali piani industriali.</p>



<p>Il presidio territoriale e di Borsa: la richiesta cioè che la Banca rimanga quotata in Germania, e che la storica sede di Francoforte mantenga la sua centralità operativa, rinunciando tuttavia a pretendere un improbabile trasloco sul Meno del quartier generale dell&#8217;intero gruppo, che resterà saldamente ancorato a Milano.</p>



<p>Mentre la Germania si interroga su come “confezionare” politicamente questo arretramento strategico, l&#8217;Esecutivo guidato da Friedrich Merz ha dovuto incassare anche il &#8220;fuoco amico&#8221; di Bruxelles e della BCE, che continuano a spingere per un consolidamento bancario transfrontaliero (cross-border) per superare l&#8217;anacronistica frammentazione dei mercati nazionali.</p>



<p>In questo scenario, UniCredit si trova in una posizione di assoluto vantaggio negoziale.&nbsp;</p>



<p>Forte delle autorizzazioni normative che a settembre avrà in mano, e di una maggioranza di fatto già blindata per la prossima assemblea di primavera, la Banca italiana – che in Germania è già di casa da anni con&nbsp;<strong>HypoVereinsbank</strong><strong>&nbsp;</strong>HVB – si dichiara aperta al dialogo.&nbsp;</p>



<p>La fortezza di Francoforte alla fine non cadrà sotto i colpi di un assedio, ma semplicemente si arrenderà, con molto pragmatismo ed un pizzico di ipocrisia, alle regole del mercato globale.</p>



<p>La morale è semplice.&nbsp;</p>



<p>La politica può rallentare il mercato, complicarlo, perfino ostacolarlo.&nbsp;</p>



<p>Ma quando un investitore arriva a controllare metà dei diritti di voto, la sovranità economica lascia il posto all&#8217;aritmetica.&nbsp;</p>



<p>E l&#8217;aritmetica, a differenza della propaganda, non va mai in televisione a spiegarsi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



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		<title>Bollette estive, 5 errori che costano centinaia di euro alle famiglie (e come evitarli)</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 15:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[bollette]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Milano, luglio 2026 — Dal primo luglio la bolletta elettrica è aumentata di nuovo. ARERA ha confermato un rincaro del 4,6% per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela, il secondo consecutivo dopo il +8,1% del trimestre precedente. Il prezzo di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Milano, luglio 2026 — Dal primo luglio la bolletta elettrica è aumentata di nuovo. ARERA ha confermato un rincaro del 4,6% per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela, il secondo consecutivo dopo il +8,1% del trimestre precedente. Il prezzo di riferimento è salito a 31,63 centesimi per kilowattora. A questo si aggiunge l&#8217;adeguamento degli oneri di sistema (ASOS) scattato lo stesso giorno, che colpisce tutti i consumatori — anche chi è nel mercato libero. L&#8217;Unione Nazionale Consumatori stima che, a prezzi invariati, una famiglia italiana spenderà circa 1.977 euro all&#8217;anno tra luce e gas.</p>



<p>Ma una parte di quella spesa è evitabile. Secondo l&#8217;Osservatorio Billding basato sui dati reali di oltre 20.000 utenti, la maggior parte delle famiglie italiane paga più del necessario semplicemente perché non ha mai confrontato la propria offerta con quelle disponibili sul mercato.</p>



<p>Ecco i cinque errori più comuni che fanno lievitare la bolletta, soprattutto in estate.</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Non aver mai confrontato la propria offerta. Dal luglio 2024 il mercato tutelato è terminato per i non vulnerabili, ma secondo ARERA meno di un italiano su cinque ha cambiato fornitore nell&#8217;ultimo anno. Molti restano su offerte sottoscritte anni fa, spesso a condizioni non più competitive.</li>



<li>Ignorare le fasce orarie. Spostare lavatrici e lavastoviglie nelle ore serali e nei weekend (fascia F23) riduce la spesa, ma solo se si ha una tariffa bioraria o trioraria. Chi ha una tariffa monoraria paga lo stesso importo a qualsiasi ora senza saperlo — e in quel caso l&#8217;unico modo per risparmiare è cambiare offerta.</li>



<li>Non leggere il rinnovo contrattuale. I fornitori del mercato libero inviano comunicazioni di rinnovo con nuove condizioni economiche, spesso con aumenti significativi. Chi non le legge accetta tacitamente il rincaro.</li>



<li>Sottovalutare la potenza impegnata. Molte famiglie pagano per una potenza di 4,5 kW quando ne usano abitualmente 3. Ridurla al livello effettivo di utilizzo taglia una quota fissa della bolletta.</li>



<li>Non controllare i costi fissi del gas in estate. Anche con i termosifoni spenti, le quote fisse del gas (trasporto, distribuzione, oneri) continuano a pesare. Chi usa il gas solo per cucinare potrebbe valutare il passaggio a una piastra a induzione: disdire il contatore del gas permette di azzerare completamente questi costi fissi.</li>
</ol>



<p>«Il vero problema del mercato energetico italiano è l&#8217;asimmetria informativa: le famiglie e le piccole imprese non hanno gli strumenti per capire se quello che pagano è giusto. Contratti complessi, rinnovi automatici con rincari nascosti, clausole che nessuno legge — il mercato è strutturalmente opaco» spiega Alessandro Ferraro, co-founder di Billding, piattaforma fondata a Milano insieme a Nicolò Sozzi e Pinò Surace — tutti e tre inseriti nella classifica Forbes Under 30 Italia 2026. «Per questo abbiamo costruito una piattaforma che analizza la bolletta e restituisce trasparenza: il consumatore deve poter sapere se sta pagando il giusto, senza dover diventare un esperto di energia».</p>



<p></p>



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		<title>Fipe-Confcommercio Vicenza: &#8220;Per fermare le false recensioni servono linee guida più efficaci&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 13:36:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[baratto]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/fipe-confcommercio-vicenza-per-fermare-le-false-recensioni-servono-linee-guida-piu-efficaci/">Fipe-Confcommercio Vicenza: &#8220;Per fermare le false recensioni servono linee guida più efficaci&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Vicenza, 22 luglio 2026 &#8211; La norma, contenuta nella Legge annuale sulle piccole e medie imprese, era stata salutata come un importante passo avanti per contrastare il fenomeno delle recensioni false, che rischiano di distorcere il mercato – siano esse negative o positive &#8211; per il peso che i giudizi on line hanno nelle scelte del consumatore. Era poi seguita, a fine giugno, la pubblicazione delle linee guida dell’AGCM, ovvero l’Antitrust, che dovevano regolarne il funzionamento concreto. Ed è proprio su queste “istruzioni”, rimaste in consultazione sul sito dell’Autorità fino allo scorso 15 luglio, che arriva l’altolà di Fipe-Confcommercio, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi: per allineare il testo proposto dall’AGCM allo spirito della Legge sulle PMI servono precisi interventi correttivi. Dello stesso parere anche altre sigle di settore, che assieme a Fipe hanno diffuso, nei giorni scorsi, una nota congiunta.</p>



<p>La richiesta è prevedere, per prima cosa, regole uniformi per tutti i soggetti che pubblicano o ospitano recensioni; quindi, vietare in modo assoluto quelle incentivate, ad esempio con sconti e regali; separare le sponsorizzazioni dal rating complessivo e garantire maggiore trasparenza sui criteri di ranking e sugli algoritmi; nonché stabilire basi giuridiche chiare per i controlli antifrode. Inoltre, la Federazione chiede di vietare i punteggi anonimi&nbsp;e privi di motivazione scritta, che impediscono l’esercizio del diritto di replica, e di garantire canali di segnalazione immediata per la&nbsp;rimozione dei contenuti illeciti.</p>



<p>“Insomma, c’è ancora molto da fare perché questa normativa sia davvero efficace – spiega Gianluca Baratto, presidente di Fipe-Confcommercio Vicenza -, ma è assolutamente prioritario che quanto prima sia operativa, perché le recensioni incidono in modo significativo sul business dei locali”. Quanto? Secondo le stime della Federazione nazionale, le recensioni influenzano mediamente, per un ristorante, il 30 per cento del suo fatturato. “Dunque, è chiaro che incidono sulla sostenibilità di un locale &#8211; evidenzia il presidente Baratto, ricordando come il settore in provincia conti oltre 4mila imprese e dia lavoro a 17 mila addetti. “Siamo una voce significativa dal punto di vista economico e occupazionale – aggiunge –: chiedere trasparenza e correttezza sul fenomeno delle recensioni è il minimo, perché è assurdo che chiunque possa pubblicare un giudizio su un locale indipendentemente dall’averci mangiato, come purtroppo accade, con conseguenze a volte pesanti per l’attività”. Nessuna intenzione, dunque, di demonizzare le recensioni che sono utili ad orientare il consumatore e generalmente premiano chi lavora bene, “ma quello che chiediamo – prosegue il presidente Baratto &#8211; è una regolazione davvero efficace, in grado di valorizzare i giudizi dei veri clienti ed evitare le distorsioni del mercato che possono essere causate da qualche hater, da organizzazioni dedite a lucrare sul fenomeno o addirittura dall’intelligenza artificiale che lavora da qualche server in giro per il mondo”.</p>



<p>In questo senso la norma ha introdotto principi importanti, a cominciare dal considerare come lecita la recensione rilasciata da non oltre 30 giorni dalla fruizione del servizio e non conseguente a procedure di sconti, benefici o altro. Inoltre, il provvedimento stabilisce una presunzione di autenticità della recensione quando la stessa sia corredata da documentazione fiscale, quindi, scontrini e fatture. La recensione potrà stare on line non più di due anni. Questi sono alcuni degli aspetti che permettono di meglio regolamentare l’attuale situazione, ma l’attesa del settore per orientamenti ancora più stringenti ed efficaci resta ancora molto alta e confinata nel testo definitivo delle linee guida, che dovrà essere emanato dall’AGCM.</p>



<p>“Non pensiamo basti una legge per debellare il fenomeno delle false recensioni, ma si possono mettere dei freni ad un fenomeno che altrimenti rischia di dilagare – evidenzia il presidente di Fipe Confcommercio Vicenza, che però punta l’attenzione su un ulteriore aspetto: “Al di là delle regole, è importante anche l’etica di ciascuno: chi fa una recensione negativa deve essere consapevole del grande lavoro che c’è dietro ad un piatto e considerare che un errore ci può stare. In questo caso – sottolinea Baratto – la cosa migliore è comunicare al personale i problemi riscontrati, in modo da ricevere subito spiegazioni o consentire di rimediare. Si evita così, per il cliente di concludere la serata portandosi a casa malcontento o delusione e, allo stesso tempo, si permette al ristoratore di capire dove c’è da migliorare. E se alla fine, giustamente, si vuole lasciare una recensione che evidenzia cosa è “andato storto”, ricordiamoci che dietro un ristorante si sono, ogni giorno, persone, fatica, rischio e capacità imprenditoriali, e anche tanti sogni: quando esprimiamo un giudizio facciamolo sempre in modo costruttivo”.</p>
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		<title>MPS contesa. C&#8217;è chi porta un assegno. E chi una serenata sotto il balcone</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 09:50:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Siamo nel pieno dell&#8217;estate. I giornali discutono se il caldo durerà fino a Ferragosto, i social litigano sul prezzo degli ombrelloni, ed il risiko bancario è stato confinato nelle pagine che leggono soltanto gli operatori di Borsa e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Siamo nel pieno dell&#8217;estate. I giornali discutono se il caldo durerà fino a Ferragosto, i social litigano sul prezzo degli ombrelloni, ed il risiko bancario è stato confinato nelle pagine che leggono soltanto gli operatori di Borsa e qualche insonne con la passione dei prospetti informativi.<br>Peccato.<br>Perché la commedia è una delle migliori degli ultimi anni.<br>Nella partita per conquistare Monte dei Paschi di Siena, Intesa Sanpaolo e Banco BPM sembrano infatti convinte di partecipare allo stesso torneo.<br>Il problema è che stanno praticando due sport completamente diversi.<br>Intesa si è presentata con il trolley già chiuso. Ha depositato un&#8217;OPAS vera: numeri, concambio, calendario, condizioni, autorizzazioni, documentazione.<br>Tradotto dal &#8220;banchese&#8221; all&#8217;italiano corrente: &#8220;Questo è il prezzo. Questo è il contratto. Se vi va, firmiamo.&#8221;<br>Banco BPM, invece, si è presentata con una chitarra sotto il balcone. Più che un&#8217;offerta, una serenata. Più che un progetto industriale, una seduta di terapia di coppia: &#8220;Sediamoci, parliamone, immaginiamo insieme il nostro futuro.&#8221;<br>In pratica, Intesa arriva dal notaio con il rogito già pronto.<br>Banco BPM con un mazzo di rose ed una playlist di Eros Ramazzotti.<br>Entrambi parlano d&#8217;amore; ma soltanto uno ha già fissato la data del matrimonio.<br>Il problema è che le fusioni bancarie, contrariamente agli amori estivi, prima o poi devono fare i conti con una fastidiosa invenzione chiamata matematica.<br>Perché il famoso &#8220;matrimonio tra pari&#8221; suona bellissimo nei convegni, nelle presentazioni PowerPoint, e nelle interviste ai giornali economici; è una di quelle formule che fanno impazzire consulenti e Banchieri d&#8217;affari.<br>Suona bene. Rassicura tutti. Fa sentire ciascuno importante.<br>È una di quelle espressioni che appartengono alla stessa famiglia di &#8220;spending review&#8221;, &#8220;sviluppo sostenibile&#8221;, &#8220;pace fiscale&#8221; o &#8220;cabina di regia&#8221;: locuzioni elegantissime che sembrano risolvere ogni problema semplicemente pronunciandole.<br>Peccato che, qualche settimana dopo, qualcuno debba pur decidere chi comanda.<br>E lì la poesia lascia spazio al codice civile.<br>Banco BPM continua infatti a promettere marchi salvaguardati, sedi storiche e senesità rispettate, governance condivisa, continuità territoriale e sinergie.<br>Le sinergie, le creature mitologiche della finanza; tutti giurano di averle viste; ma nessuno riesce mai a fotografarle prima della fusione.<br>È un po&#8217; come quei cataloghi immobiliari dove ogni appartamento è &#8220;luminoso&#8221;, &#8220;accogliente&#8221; e &#8220;vicino ai servizi&#8221;.<br>Poi vai a visitarlo e scopri che il soggiorno coincide con il pianerottolo e la &#8220;vista panoramica&#8221; dà direttamente sul cassonetto dell&#8217;umido.<br>Il dettaglio curioso è che, mentre Intesa ha già messo i soldi sul tavolo, Banco BPM continua a vendere il plastico della casa che forse costruirà un giorno.<br>Perché c&#8217;è un piccolo particolare che continua ostinatamente a mancare.<br>Il rapporto di cambio, cioè il prezzo che, curiosamente, è proprio l&#8217;unica cosa che interessa agli azionisti, che saranno anche avidi capitalisti, ma inevitabilmente curano i propri interessi.<br>È come entrare in un concessionario d&#8217;auto dove il venditore ti descrive magnificamente il motore, il design, il comfort, la sicurezza, la filosofia del marchio ed i valori aziendali.<br>Poi chiedi quanto costa, e lui ti risponde: &#8220;Parliamone. L&#8217;importante è il viaggio.&#8221;<br>Luigi Lovaglio, amministratore delegato di MPS, naturalmente non è nato ieri. Ascolta tutti, sorride, ringrazia, invita ad approfondire.<br>Che, nel raffinato linguaggio della finanza, significa: &#8220;Continuate pure a corteggiarmi. Più litigate voi, più salgo di prezzo.&#8221;<br>Ed è esattamente quello che farebbe chiunque abbia due pretendenti sufficientemente facoltosi.<br>Se Banco BPM trasformerà finalmente il romanticismo in una proposta vincolante, tanto meglio.<br>Se invece resterà nel mondo delle dichiarazioni d&#8217;intenti, avrà comunque svolto un prezioso servizio; far capire ad Intesa che Montepaschi non è una preda scontata.<br>In fondo è una strategia brillante, persino una proposta ancora immaginaria può produrre effetti molto reali.<br>Resta però la domanda che aleggia sulla vicenda come un condizionatore guasto in pieno agosto.<br>Banco BPM vuole davvero comprare MPS?<br>Oppure vuole soprattutto impedire che lo faccia qualcun altro?<br>Perché sono due mestieri completamente diversi.<br>Nel primo servono miliardi.<br>Nel secondo bastano comunicati stampa ben scritti, qualche intervista strategica e la ripetizione ossessiva dell&#8217;espressione &#8220;fusione tra pari&#8221;, che nel lessico bancario ricorre con la stessa frequenza con cui nei concorsi di bellezza ricorre la frase: &#8220;La cosa più importante è la pace nel mondo.&#8221;<br>Prima o poi, però, arriverà il giorno della verità.<br>Le favole hanno un difetto terribile. Funzionano magnificamente finché nessuno tira fuori la calcolatrice.<br>Perché nel capitalismo, proprio come nell&#8217;amore, promettere costa pochissimo.<br>Il momento davvero imbarazzante arriva quando il notaio appoggia il contratto sul tavolo e chiede gli assegni.<br>È lì che, improvvisamente, i poeti si dividono dai compratori.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Veneto, Codacons: a Vicenza, Padova e Belluno i rincari più pesanti per elettricità e gas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:40:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[aumenti]]></category>
		<category><![CDATA[bollette]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra in Medio Oriente continua a far sentire i suoi effetti su prezzi e tariffe, con un impatto che varia sensibilmente da città a città, penalizzando alcune province più di altre. È quanto emerge dall&#8217;analisi del Codacons, basata sugli<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La guerra in Medio Oriente continua a far sentire i suoi effetti su prezzi e tariffe, con un impatto che varia sensibilmente da città a città, penalizzando alcune province più di altre. È quanto emerge dall&#8217;analisi del Codacons, basata sugli ultimi dati Istat sull&#8217;inflazione.</p>



<p>I settori più colpiti dalla crisi in atto sono i prodotti energetici, i carburanti, i trasporti e gli alimentari, comparti che in alcuni casi registrano rincari a due cifre rispetto allo scorso anno, spiega il Codacons. Ecco il quadro che emerge dall&#8217;analisi di tariffe e listini al dettaglio nelle principali città monitorate dall&#8217;Istat.</p>



<p><strong>Elettricità, gas e altri combustibili</strong><br>L&#8217;escalation dei prezzi energetici legata al conflitto in Medio Oriente si è riversata direttamente sulle bollette di luce e gas pagate dagli italiani. A giugno la città più colpita è stata Vicenza, con un aumento del +15,3% su base annua, ben oltre la media nazionale dell&#8217;11,2%. Seguono Padova, Belluno e Caserta con un +14,4%, poi Udine (+14,3%) e Pordenone (+14,2%). Gli aumenti più contenuti si registrano invece a Teramo (+8,5%), Genova (+8,6%), Reggio Emilia (+8,8%) e Ravenna e Modena.</p>



<p><strong>Trasporti</strong><br>Sul fronte trasporti — mezzi personali, servizi passeggeri e trasporto merci — l&#8217;inflazione nazionale si attesta a giugno al 4,7%, ma a Reggio Calabria e Cosenza i rincari salgono fino al +7,1%, seguiti da Napoli (+6,6%) e Olbia-Tempio (+5,8%). Sul fronte opposto, gli aumenti più contenuti si registrano a Reggio Emilia (+3%), Parma, Bologna e Venezia (+3,2%).</p>



<p><strong>Alimentari</strong><br>Ancora più marcate le differenze provinciali per prodotti alimentari e bevande analcoliche: in testa Bolzano con un +3,6% su base annua, seguita da Napoli e Siracusa (+3,5%) e da Terni e Messina (+3,3%). Alcune città registrano invece una diminuzione dei prezzi: è il caso di Piacenza e Ravenna, dove i listini di cibi e bevande calano dello 0,1% rispetto a giugno dello scorso anno, mentre Firenze resta stabile su base annua, conclude il Codacons.</p>



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		<title>Dal mercato allo Stato padrone: la svolta del Pd</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 07:38:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contrordine, Compagni: Il Gosplan in Salsa Schleiniana Umberto Baldo C’era una volta una sinistra italiana che, per portare il Paese in Europa, aveva faticosamente compreso la necessità di smantellare i vecchi carrozzoni di Stato.&#160; Era la stagione di Romano Prodi,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Contrordine, Compagni: Il Gosplan in Salsa Schleiniana</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’era una volta una sinistra italiana che, per portare il Paese in Europa, aveva faticosamente compreso la necessità di smantellare i vecchi carrozzoni di Stato.&nbsp;</p>



<p>Era la stagione di Romano Prodi, di Carlo Azeglio Ciampi, di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani: leader che, pur con le proprie contraddizioni, avevano guidato la fase delle liberalizzazioni e della privatizzazione delle Partecipazioni Statali, liberando i contribuenti dall’onere insostenibile di Enti pubblici che succhiavano risorse a non finire al solo scopo di garantire il consenso clientelare.&nbsp;</p>



<p>Quella stagione, che permise di abbattere il debito e modernizzare il tessuto produttivo nazionale, sembra possa essere oggi formalmente archiviata con un clamoroso e nostalgico “contrordine compagni”.</p>



<p>Il nuovo Partito Democratico guidato da Elly Schlein, orfano di una visione macroeconomica al passo con i tempi, e sempre più subalterno alle spinte massimaliste delle frange estreme, sembra non saper fare altro che guardare indietro nella storia.&nbsp;</p>



<p>Se le idee scarseggiano, la soluzione viene cercata in una formula logora ma rassicurante per i nostalgici della pianificazione centralizzata: la collettivizzazione dell’economia.&nbsp;</p>



<p>Il Libro Bianco che Andrea Orlando starebbe curando per conto del Nazareno ne sarebbe il manifesto programmatico.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo dichiarato è trasformare Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti nei bracci armati di una nuova e pervasiva regia pubblica, capaci di &#8220;assumersi rischi&#8221; e &#8220;orientare investimenti&#8221; sul lungo periodo.</p>



<p>Dietro questa formula edulcorata a mio avviso si nasconde lo spettro di un vero e proprio Gosplan in miniatura, una riedizione in salsa schleiniana dei piani quinquennali di sovietica memoria.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;idea che lo Stato debba farsi imprenditore, decidendo quali settori debbano vivere e quali morire, ignora deliberatamente i fallimenti storici di qualsiasi economia pianificata.&nbsp;</p>



<p>Quando la politica si assume il compito di gestire il rischio imprenditoriale, a pagare il conto non sono mai i dirigenti di partito od i burocrati ministeriali, bensì i contribuenti.&nbsp;</p>



<p>Il rischio reale, tutt&#8217;altro che ipotetico, è la trasformazione della politica industriale in un immenso reparto di terapia intensiva volto a tenere artificialmente in vita veri e propri cadaveri economici privi di alcuna prospettiva di mercato, come ad esempio l’Ilva.&nbsp;</p>



<p>La sinistra di Elly Schlein scambia la modernizzazione con il dirigismo, riesumando logore logiche di pianificazione, dove il contribuente diventa l&#8217;unico azionista delle perdite dei nuovi carrozzoni di partito.</p>



<p>Passare da un modello di vigilanza e partecipazione finanziaria ad uno basato sulla pura egemonia pubblica significherebbe asservire le dinamiche aziendali alle priorità del governo di turno.&nbsp;</p>



<p>Se il management delle controllate non risponde più alle logiche di efficienza ed agli interessi del mercato, ma agli ordini del Nazareno (o, in futuro, di un ipotetico e opposto Governo sovranista), l&#8217;intero sistema della concorrenza interna e delle regole europee salta in aria.&nbsp;</p>



<p>Si torna all&#8217;epoca dei &#8220;panettoni di Stato&#8221;, dove l&#8217;inefficienza viene nazionalizzata ed il merito soffocato dalla fedeltà partitica.&nbsp;</p>



<p>Oggi il PD parla correntemente la lingua del massimalismo di Nicola Fratoianni, cancellando decenni di cultura riformista e liberaldemocratica.</p>



<p>Il paradosso finale di questa deriva collettivista risiede a mio avviso nella scelta dei modelli di riferimento internazionali.&nbsp;</p>



<p>In un cortocircuito logico e ideologico senza precedenti, la nuova sinistra progressista si ritrova a guardare con ammirazione alle politiche d&#8217;oltreoceano della Casa Bianca di Donald Trump.&nbsp;</p>



<p>Pur di giustificare la ristatalizzazione dell&#8217;economia, il PD si aggrappa al massiccio piano americano di acquisizione di partecipazioni pubbliche in aziende considerate &#8220;strategiche&#8221; come Intel, Nvidia, AMD o Anthropic.</p>



<p>Una sinistra che si dichiara antifascista e progressista finisce così per adottare l&#8217;agenda economica del nazionalismo populista americano, scambiando il protezionismo emergenziale per l&#8217;alba del nuovo socialismo.&nbsp;</p>



<p>Nel tentativo di rincorrere l&#8217;estremismo identitario, il PD non sta solo rottamando l&#8217;eredità di Prodi e dei democratici&nbsp;&nbsp;progressisti europeisti, ma sta preparando per l&#8217;Italia un futuro di spesa pubblica fuori controllo, mercati distorti ed un&#8217;economia ingessata, dove lo Stato non crea valore, ma redistribuisce i costi del declino sulle spalle dei cittadini.</p>



<p>Naturalmente, per finanziare questo immenso apparato neo-collettivista e coprire le falle dei nuovi cadaveri di Stato, la ricetta della sinistra schleiniana non potrà che essere una sola, antica quanto prevedibile: la patrimoniale.&nbsp;</p>



<p>Non c’è piano quinquennale che si rispetti senza un prelievo forzoso sulle spalle di chi ha risparmiato una vita.&nbsp;</p>



<p>Con il pretesto dell’equità sociale, si punta a colpire la ricchezza privata per alimentare l&#8217;inefficienza pubblica, in un circolo vizioso in cui chi produce viene punito per tenere in piedi chi distrugge valore.</p>



<p>Così si chiude il cerchio perfetto del socialismo reale in salsa Nazareno: nazionalizzare le perdite delle imprese, collettivizzare i costi attraverso le tasse, e centralizzare il controllo politico.&nbsp;</p>



<p>Un tempo la sinistra voleva espropriare i mezzi di produzione; oggi, più banalmente e cinicamente, si accontenta di espropriare il portafogli dei contribuenti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Lavoro, in Veneto oltre 76 mila posti in più nel primo semestre 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 12:52:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VENETO,15 LUGLIO 2026 &#8211; Nel primo semestre 2026 il mercato del lavoro veneto ha registrato un saldo positivo e più favorevole rispetto al 2025, con 76.500 posti di lavoro dipendente in più, contro i +75.400 dello stesso periodo dell&#8217;anno scorso.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>VENETO,15 LUGLIO 2026  &#8211; Nel primo semestre 2026 il mercato del lavoro veneto ha registrato un saldo positivo e più favorevole rispetto al 2025, con 76.500 posti di lavoro dipendente in più, contro i +75.400 dello stesso periodo dell&#8217;anno scorso.</p>



<p>La maggior parte dei nuovi contratti è a tempo determinato (+61.900), mentre quelli a tempo indeterminato sono +13.000, in calo rispetto ai +16.900 della prima metà del 2025. In aumento anche la domanda di lavoro (+3%), specie per i lavoratori più maturi (+8%). Crescono pure le cessazioni (+4%), soprattutto per fine termine (+10%), mentre calano i licenziamenti collettivi (-10%) e le dimissioni (-2%).</p>



<p>Il bilancio è positivo in tutte le province, con la crescita maggiore a Venezia (+37.868) e Verona (+25.592), seguite da Padova, Rovigo, Vicenza, Treviso e Belluno. A giugno, in un contesto di generale rallentamento regionale, solo Verona e Vicenza registrano un aumento delle assunzioni.</p>



<p>Tra i settori migliora il primario (+9.200 posizioni), mentre industria (+9.000) e servizi (+58.200) crescono meno che nel 2025. Il rallentamento industriale è legato soprattutto alle costruzioni (+2.800, contro i +4.400 del 2025), mentre vanno bene metalmeccanico (+3.100) e made in Italy, in particolare alimentare, occhialeria e tessile-abbigliamento. Nel terziario il turismo resta il traino principale, con dati vicini a quelli del 2025.</p>



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<p></p>
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		<title>VICENZA, ARRIVANO I SALDI!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 08:32:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[STREET TG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Vicenza arrivano i saldi estivi: uno degli appuntamenti più attesi dell&#8217;anno per consumatori e commercianti. Viaggio tra negozi e centri commerciali nel servizio di Valentina Faietti.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>A Vicenza arrivano i saldi estivi: uno degli appuntamenti più attesi dell&#8217;anno per consumatori e commercianti. Viaggio tra negozi e centri commerciali nel servizio di Valentina Faietti.</p>
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		<title>Carburanti, prezzi ancora in salita: gasolio oltre i 2 euro in dieci regioni</title>
		<link>https://www.tviweb.it/carburanti-prezzi-ancora-in-salita-gasolio-oltre-i-2-euro-in-dieci-regioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 13:18:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;inasprirsi del conflitto nel Golfo e il calo delle scorte di petrolio hanno fatto balzare le quotazioni di benzina e gasolio a inizio settimana, vanificando i cali di giovedì e venerdì scorsi: la benzina è salita di due centesimi e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L&#8217;inasprirsi del conflitto nel Golfo e il calo delle scorte di petrolio hanno fatto balzare le quotazioni di benzina e gasolio a inizio settimana, vanificando i cali di giovedì e venerdì scorsi: la benzina è salita di due centesimi e mezzo, il gasolio di oltre sei, mentre il Brent è schizzato del 10%, oltre gli 80 dollari. Lo segnala Staffetta Quotidiana, secondo cui i prezzi alla pompa &#8220;continuano la loro corsa, al massimo da metà giugno: benzina verso 1,89 euro, gasolio a un passo dai due euro al litro, con dieci regioni già al di sopra della soglia&#8221; — Basilicata, Bolzano, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Trento e Valle d&#8217;Aosta.</p>



<p>Questa mattina il prezzo medio self service è di 1,885 euro/l per la benzina (+6 millesimi) e 1,997 euro/l per il gasolio (+8), con Gpl e metano sostanzialmente stabili. In autostrada la benzina self sale a 1,973 euro/l e il gasolio a 2,070 euro/l. Secondo Staffetta Quotidiana, Eni ha aumentato di due centesimi i prezzi consigliati di benzina e diesel, Q8 ha rialzato di due centesimi la benzina e sei il gasolio, mentre Tamoil ha alzato di un centesimo il diesel.</p>
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		<title>Gelato e vicentini: una spesa annua di 24,7 milioni di euro per un prodotto fresco sotto molti punti di vista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 13:07:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[confartigianato]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[gelato]]></category>
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<p></p>



<p>Vicenza, 14 luglio 2026 &#8211; Per combattere il caldo di questi giorni non c’è niente di meglio che un buon gelato che resta tra prodotti tipici del made in Italy del comparto alimentare italiano. E in un contesto in cui salgono i consumi alimentari, le famiglie vicentine spendono 24,7 milioni di euro all’anno per i gelati.<br>“Il gelato resta il prodotto stagionale per eccellenza – commenta Tommaso Rigoni, gelatiere socio Confartigianato Imprese Vicenza-. Un buon gelato è un ottimo alimento per combattere il caldo e, se fatto con materie prime fresche, è adatto a tutto le età. Negli anni abbiamo visto tanti gusti nuovi apparire e poi sparire mentre i classici, frutta e creme, resistono al tempo e alle mode. Chi assapora un gelato artigianale assapora un prodotto che utilizza ingredienti freschi, spesso a km zero, che punta sulla qualità”.</p>



<p>Così come per altri settori, anche quello del gelato artigianale di qualità risente dell’aumento delle materie prime essenziali per la sua produzione. &nbsp;Nel lungo periodo, tra il 2021 e il 2025 si stimano i seguenti aumenti dei prezzi al consumo: per le uova è pari al +43% (+8%, nel breve periodo cioè su giugno 2025), per la frutta al +32% (+2% su giugno 2025), per lo zucchero al +31% (-2% su giugno 2025), per il latte al +25% (-2% su giugno 2025) e per cacao e cioccolato al +22% (stabile rispetto a giugno 2025).</p>



<p>Questo però non scoraggia gli artigiani. A livello nazionale, infatti, al primo trimestre 2026 si contavano 9.345 laboratori di gelateria di cui 6.126 sono gelaterie artigiane ovvero il 65,6% del totale. I laboratori di gelateria si confermano quindi ad elevata vocazione artigiana. In questo quadro va comunque considerato che il perimetro delle attività artigianali relative al mondo del gelato è più ampio, coinvolgendo i segmenti delle pasticcerie che producono dolci con il gelato e dei laboratori che producono gelati senza vendita al dettaglio.</p>



<p>In chiave territoriale, il Veneto con 1.094 laboratori di gelateria, pari all’11,7% del totale nazionale, è secondo solo alla Lombardia (1.587 pari al 17,0% del totale). Il Veneto però si piazza al primo posto, tra le regioni con almeno 400 laboratori di gelato, per il peso dei laboratori di gelateria artigianale sul totale produzione gelato (ovvero i 836 laboratori pari al 76,5% del totale produttori) davanti a Piemonte (580 laboratori, pari al 73,8% del totale) ed Emilia-Romagna (66,3% ovvero 756 laboratori sul totale). A Vicenza, i laboratori di gelateria sono 174 di cui 132 sono gelaterie artigianali, pari al 75,7% del totale, ben più alta della media del 28,7% delle imprese artigiane sul totale economia provinciale.</p>



<p>Sul fronte della ‘ricerca del personale’, per il mese di giugno 2026, le imprese vicentine prevedono 990 entrate di esercenti e addetti nelle attività di ristorazione, con una crescita della domanda del 41,4% rispetto a giugno dello scorso anno, a fronte di una crescita della domanda complessiva delle entrate pari a +3,7% nello stesso periodo. La buona notizia: risulta in calo la difficoltà di reperimento di esercenti e addetti nelle attività di ristorazione che a giugno 2026 è pari a 31% (ovvero manca all’appello una persona su tre richieste) mentre un anno fa era il 52,2%, ben 21,2 punti percentuali in più. Un dato che rispecchia l’andamento complessivo del totale entrate previste nelle imprese: la difficoltà di reperimento di personale scende infatti di 3,6 punti percentuali arrivando al 48,8%.<br>“La presenza nel nostro territorio di istituti superiori che preparano i ragazzi al mondo della ristorazione e dell’accoglienza è importante perché, contrariamente a quando qualcuno può pensare, anche in questi settori la preparazione è fondamentale – aggiunge Rigoni-. Pensiamo, nel caso delle gelaterie, ai prodotti studiati e preparati per chi ha intolleranze alimentari, o particolari esigenze di dieta. Il consumatore è sempre più attento a quando gli viene proposto e sa riconoscere qualità, competenza e professionalità. E sempre a proposito di gelato, oramai si tratta di un prodotto che si può gustare anche il resto dell’anno”.</p>
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		<title>Trump beffato dai suoi dazi: gli Usa restituiscono 81 miliardi di dollari alle aziende</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 10:01:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Corte Suprema ha bocciato una parte delle tariffe imposte dall’ex presidente, giudicandole illegali. Il governo americano ha già avviato i rimborsi alle imprese che avevano pagato i dazi, mentre la Casa Bianca prepara nuove misure protezionistiche. La guerra dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p><strong>La Corte Suprema ha bocciato una parte delle tariffe imposte dall’ex presidente, giudicandole illegali. Il governo americano ha già avviato i rimborsi alle imprese che avevano pagato i dazi, mentre la Casa Bianca prepara nuove misure protezionistiche.</strong></p>



<p>La guerra dei dazi voluta da Donald Trump si trasforma in un conto miliardario per gli Stati Uniti. Il governo americano ha infatti già rimborsato 81 miliardi di dollari alle aziende che avevano pagato le tariffe sulle merci importate, dopo che la Corte Suprema ha dichiarato illegali una parte dei dazi aggiuntivi introdotti dall’amministrazione Trump.</p>



<p>Secondo i dati di bilancio pubblicati lunedì, dall’inizio dell’anno fiscale, partito nell’ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno restituito una cifra enormemente superiore rispetto al passato: nello stesso periodo dell’anno precedente i rimborsi tariffari erano stati pari a circa 5 miliardi di dollari.</p>



<p>Un funzionario del Dipartimento del Tesoro ha spiegato che l’aumento è quasi interamente legato alla decisione della Corte Suprema, con la maggior parte delle restituzioni concentrate nei mesi di maggio e giugno.</p>



<p>I dazi sulle importazioni erano stati uno dei pilastri della strategia economica di Trump, che li aveva presentati come una soluzione per rilanciare la produzione interna, riportare le fabbriche negli Stati Uniti, ottenere accordi commerciali più favorevoli e ridurre il deficit federale.</p>



<p>I risultati, però, mostrano un quadro più complesso. Dopo una temporanea riduzione legata alle entrate derivanti dai dazi, il deficit americano è tornato a crescere: nei primi nove mesi dell’anno fiscale ha raggiunto 1.367 miliardi di dollari, con un aumento del 2%.</p>



<p>A pesare sui conti pubblici anche il costo degli interessi sul debito, che ha superato i mille miliardi di dollari con una crescita del 14%, e l’aumento delle spese militari, salite del 5% anche in relazione alla guerra in Medio Oriente.</p>



<p>Nonostante la battuta d’arresto giudiziaria, la Casa Bianca non sembra intenzionata ad abbandonare la linea protezionistica. L’attuale tariffa globale temporanea del 10%, introdotta dall’amministrazione statunitense, scadrà il 24 luglio, ma sono allo studio nuove misure contro diversi Paesi accusati dagli Stati Uniti di non applicare adeguatamente le norme contro il lavoro forzato e di avere un eccesso di capacità industriale.</p>



<p>Le nuove tariffe potrebbero coinvolgere partner commerciali strategici come Regno Unito, Giappone, India, Taiwan e Cina, con aliquote ipotizzate tra il 10% e il 12,5%. Washington ha inoltre minacciato nuovi dazi del 25% contro il Brasile.</p>



<p>Nelle scorse settimane Trump aveva anche annunciato la possibilità di imporre tariffe del 100% sui Paesi europei, Regno Unito compreso, nel caso avessero introdotto nuove tasse sulle grandi aziende tecnologiche americane.</p>



<p>Nel Regno Unito è già in vigore una digital tax del 2% applicata a grandi piattaforme come Apple, Google e Amazon, che nel periodo fiscale 2024-2025 ha generato oltre 800 milioni di sterline di entrate. Francia, Spagna e Italia applicano invece un’imposta del 3% sui servizi digitali, mentre altri Paesi europei hanno adottato o stanno valutando misure simili.</p>



<p>Trump ha ribadito che i suoi dazi avranno la precedenza su qualsiasi accordo commerciale già firmato o in vigore. In un messaggio pubblicato su Truth Social ha minacciato una tariffa del 100% sui prodotti provenienti dai Paesi che applicheranno tasse sui servizi digitali alle aziende statunitensi, sostenendo che tali misure scatterebbero indipendentemente dagli accordi commerciali esistenti.</p>
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		<title>La Corte dei Conti mette i numeri dove la politica aveva messo gli slogan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 07:25:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una differenza enorme tra una misura costosa ed una misura sbagliata. Se spendi molto ma raggiungi risultati eccezionali, si può discutere se ne sia valsa la pena.&#160; Se invece spendi più di tutti e ottieni risultati peggiori<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è una differenza enorme tra una misura costosa ed una misura sbagliata.</p>



<p>Se spendi molto ma raggiungi risultati eccezionali, si può discutere se ne sia valsa la pena.&nbsp;</p>



<p>Se invece spendi più di tutti e ottieni risultati peggiori degli altri, allora il problema non è il prezzo. È il progetto.</p>



<p>È esattamente ciò che, ancora una volta, emerge analizzando il Superbonus 110%.</p>



<p>Il Superbonus è un&nbsp;unicum&nbsp;nella storia degli incentivi statali: l&#8217;unica misura che ha letteralmente regalato ai beneficiari più del costo reale delle opere.&nbsp;</p>



<p>La cosa straordinaria?&nbsp;</p>



<p>L’intera classe politica, senza distinzione tra destra e sinistra, lo ha sostenuto all’unanimità.</p>



<p>Oggi il &#8220;Bonus del Governo Conte&#8221; è diventato orfano.&nbsp;</p>



<p>Tutti lo hanno applaudito, ma nessuno sembra più ricordarsene.</p>



<p>L&#8217;ultima bocciatura è arrivata qualche giorno fa dalla Corte dei Conti Europea.&nbsp;</p>



<p>Ma sarebbe un errore considerarla una novità.</p>



<p>È soltanto l&#8217;ultimo timbro su una sentenza pronunciata ormai da anni da quasi tutti gli organismi indipendenti: Banca d&#8217;Italia, Ufficio parlamentare di bilancio, Fondo Monetario Internazionale, OCSE e adesso anche la Corte dei conti dell&#8217;Unione europea.</p>



<p>Insomma, non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di aritmetica.</p>



<p>La Corte europea ha usato un metodo&nbsp;semplicissimo: ha confrontato quanto è costato risparmiare un chilowattora in Italia, Belgio, Lituania e Cipro;&nbsp;ed il risultato che ne è derivato è impietoso.</p>



<p>In Italia, per ottenere un risparmio di un chilowattora di energia, il Superbonus è costato quasi 10 euro: 9,72 per la precisione.</p>



<p>In Belgio il progetto meno efficiente si è fermato a 5,40 euro.</p>



<p>In Lituania il costo è stato di circa 1,40 euro.</p>



<p>A Cipro addirittura tra 37 e 51 centesimi.</p>



<p>Tradotto in italiano corrente: l&#8217;Italia ha speso da sette a ventisei volte più degli altri Paesi per ottenere lo stesso risultato energetico.</p>



<p>Un vero record che verrà iscritto nell’album d’oro della Repubblica di Cialtronia.&nbsp;</p>



<p>Non solo.</p>



<p>Secondo la Corte Europea, gli obiettivi iniziali di efficientamento saranno raggiunti soltanto per circa la metà di quanto previsto, mentre il costo complessivo del Superbonus ha ormai superato i 130 miliardi di euro per la sola componente energetica, contribuendo a portare il conto dei bonus edilizi oltre quota 170 miliardi.</p>



<p>Una cifra difficile persino da immaginare.</p>



<p>Per rendere l&#8217;idea, equivale a diverse leggi di bilancio dello Stato.</p>



<p>La Corte segnala anche un altro aspetto poco conosciuto.&nbsp;</p>



<p>I risparmi energetici sono stati calcolati soprattutto “sulla carta”, confrontando gli attestati di prestazione energetica prima e dopo i lavori.</p>



<p>E c&#8217;è un particolare quasi grottesco.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia dispone di uno strumento che pochi altri Paesi hanno a disposizione: il Sistema informativo integrato&nbsp;gestito dall’acquirente Unico (possiede cioè tutti i dati di consumo di tutti i contatori dell’energia elettrica e del gas).&nbsp;</p>



<p>Ma guarda caso all’epoca l’utilizzo di questa immensa ricchezza di dati venne escluso, perdendo così l’opportunità di osservare “in tempo reale” gli effetti degli investimenti sostenuti dal Superbonus.</p>



<p>A voler pensare male parrebbe che si avesse quasi timore dei “riscontri effettivi”.</p>



<p>E’ una logica tipicamente “italica” che produce sempre gli stessi effetti: prima si distribuiscono i soldi, poi ci si preoccupa dei controlli.</p>



<p>In fondo è lo stesso metodo che fu alla base del reddito di cittadinanza: prima si erogano i soldi e poi si vede, e se del caso si controlla.</p>



<p>Il risultato, verificato dalla Corte, è che in quattro casi esaminati su cinque sono emerse irregolarità o errori nei certificati.</p>



<p>Insomma, perfino i risultati potrebbero essere stati sovrastimati.</p>



<p>Naturalmente nessuno mette in discussione l&#8217;obiettivo di riqualificare gli edifici e ridurre i consumi energetici.</p>



<p>Quello che viene contestato è il metodo.</p>



<p>Rimborsare il 110% della spesa, consentire una circolazione praticamente illimitata dei crediti fiscali, e scaricare il costo sulle future generazioni, si è rivelata una combinazione esplosiva.</p>



<p>Una lezione che dovrebbe restare nella memoria della politica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E non a caso&nbsp;Bruxelles – che il Superbonus effettivamente lo ha benedetto in svariate occasioni – è ora costretta ad ammettere che “nello sviluppo di futuri strumenti di finanziamento e delle relative decisioni di sostegno, la Commissione trarrà i dovuti insegnamenti dal disegno di questo tipo di crediti fiscali”.&nbsp;</p>



<p>Col senno di poi……..</p>



<p>Le buone intenzioni meritano rispetto.</p>



<p>Ma quando si amministrano i soldi dei contribuenti esiste un solo tribunale che emette sentenze definitive.</p>



<p>Si chiama realtà.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il paradosso della stabilità: l&#8217;Italia e la &#8220;Grande Frammentazione&#8221; nel Global Peace Index 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ventesimo rapporto annuale del Global Peace Index (GPI), curato dall&#8217;Institute for Economics &#38; Peace (IEP), delinea un quadro geopolitico globale profondamente deteriorato, segnato da quella che gli analisti definiscono la &#8220;Grande Frammentazione&#8221;. In questo scenario caratterizzato dal più alto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-117">Il ventesimo rapporto annuale del Global Peace Index (GPI), curato dall&#8217;Institute for Economics &amp; Peace (IEP), delinea un quadro geopolitico globale profondamente deteriorato, segnato da quella che gli analisti definiscono la &#8220;Grande Frammentazione&#8221;<sup></sup>. In questo scenario caratterizzato dal più alto numero di conflitti attivi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e da un aumento record della spesa militare globale, la posizione dell&#8217;Italia offre una chiave di lettura complessa ed emblematica delle sfide che attendono le storiche potenze europee<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-118">Nel GPI 2026, l&#8217;Italia si posiziona al <strong>35° posto globale con un punteggio di 1.712</strong><sup></sup>. Sebbene il Paese rimanga collocato in una fascia di pace medio-alta e inserito nella regione più sicura del mondo — l&#8217;Europa occidentale e centrale —, i dati strutturali a lungo termine e le dinamiche interne rivelano vulnerabilità economiche e paradossi politici che ne condizionano il posizionamento e l&#8217;influenza internazionale<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il declino economico e l&#8217;arretramento geopolitico</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-119">Uno dei dati più macroscopici evidenziati dal rapporto riguarda la progressiva erosione del peso economico delle grandi potenze tradizionali europee all&#8217;interno del sistema internazionale<sup></sup>. La transizione verso un mondo multipolare vede l&#8217;ascesa delle medie potenze a scapito dei paesi storici del continente<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-120">L&#8217;Italia riflette appieno questa tendenza: la sua quota di PIL globale ha subito una drastica contrazione, scendendo <strong>dal 3,8% al 2,2%</strong><sup></sup>. Guardando al trend di lungo periodo (tra il 1995 e il 2023), il peso economico globale dell&#8217;Italia è <strong>diminuito del 42%</strong>, una contrazione in linea con quella della Francia (-44%) e della Germania (-49%)<sup></sup>. Questa perdita di centralità economica si traduce inevitabilmente in una minore capacità di esercitare influenza diplomatica e materiale in un&#8217;epoca in cui le crisi internazionali si sovrappongono e si autoalimentano<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il paradosso italiano: stabilità di governo vs. instabilità strutturale</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-121">L&#8217;analisi dell&#8217;Italia all&#8217;interno dei domini del GPI solleva un paradosso particolarmente evidente in merito all&#8217;<strong>Indice di Instabilità Politica</strong>. A fronte di un quadro politico dell&#8217;esecutivo attuale che, a differenza della tradizionale volatilità italiana, mostra una stabilità formale e una continuità d&#8217;azione, l&#8217;indicatore non premia pienamente il Paese, mantenendolo distante dalle posizioni di vertice occupate da nazioni come l&#8217;Islanda, la Svizzera o la Slovenia<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-122">Questo fenomeno si spiega attraverso i criteri multidimensionali con cui lo IEP calcola la sicurezza e l&#8217;instabilità sociale<sup></sup>:</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li><strong>Fattori socio-economici e tensioni interne:</strong> L&#8217;indice non valuta soltanto la durata formale di un governo, ma la coesione sociale e il rischio potenziale di tensioni. In Italia, la stagnazione economica prolungata, l&#8217;erosione del potere d&#8217;acquisto e le marcate disparità regionali continuano ad alimentare un sottobosco di insoddisfazione che si riflette sulla percezione della stabilità a lungo termine.</li>



<li><strong>La vulnerabilità alle crisi globali:</strong> La stabilità di un governo nazionale non isola il Paese dagli shock esterni. In quanto economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e manifatturiere, l&#8217;Italia risente direttamente della frammentazione delle catene di approvvigionamento causata dai conflitti internazionali (come le tensioni nel Mar Rosso e le conseguenze geopolitiche globali della guerra in Iran). Tali pressioni esterne creano un contesto di incertezza che incide negativamente sugli indicatori di stabilità complessiva.</li>



<li><strong>Il trend delle manifestazioni e del dissenso:</strong> Sebbene l&#8217;Italia non registri i picchi di violenza visti in altri contesti democratici (come il drastico peggioramento degli Stati Uniti, crollati al 134° posto a causa di un crollo del 38,5% sulla stabilità politica), il clima di polarizzazione sociale e la frequenza di proteste legate a temi economici, occupazionali e internazionali mantengono alta l&#8217;attenzione sul dominio della <em>Safety and Security</em> (Sicurezza Societaria).</li>
</ol>



<h3 class="wp-block-heading">Il contesto europeo e la pressione al riarmo</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-125">L&#8217;Italia si trova inoltre inserita in un contesto continentale che sta rispondendo alla minaccia del conflitto russo-ucraino con una massiccia inversione di tendenza sul fronte della militarizzazione<sup></sup>. Sebbene il dominio della militarizzazione globale abbia mostrato un lieve miglioramento formale nel corso degli anni, il trend si è invertito nettamente dal 2022, concentrandosi proprio in Europa occidentale e centrale<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-126">Il rapporto evidenzia come i paesi alleati della NATO abbiano aumentato collettivamente le spese per la difesa di circa il 20% nel 2025, con l&#8217;impegno preso al vertice dell&#8217;Aia di raggiungere il 5% del PIL per la difesa e la sicurezza entro il 2035<sup></sup>. Questa dinamica di riarmo generalizzato e di aumento delle importazioni di armi — che vede protagonisti soprattutto i paesi del fronte orientale come la Polonia e i paesi baltici — esercita una forte pressione finanziaria e politica anche sull&#8217;Italia, costretta a bilanciare i rigidi vincoli di bilancio interno con i crescenti impegni di spesa militare richiesti dalle alleanze internazionali<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Considerazioni finali</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-127">Il posizionamento dell&#8217;Italia nel Global Peace Index 2026 fotografa un Paese formalmente stabile e inserito in un&#8217;area di sicurezza continentale, ma strutturalmente indebolito dal punto di vista economico e vulnerabile alle onde d&#8217;urto della &#8220;Grande Frammentazione&#8221; globale<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-128">Il divario tra la stabilità formale dell&#8217;esecutivo e il posizionamento sugli indici di instabilità strutturale ricorda che la pace e la sicurezza non si misurano solo sulla base dell&#8217;assenza di crisi di governo, ma richiedono investimenti costanti nella resilienza sociale, economica e nelle istituzioni della cosiddetta &#8220;Pace Positiva&#8221;<sup></sup>. Senza un cambio di passo strutturale, il declino relativo della quota economica italiana rischia di tradursi in una progressiva e inesorabile perdita di rilevanza nello scacchiere geopolitico del prossimo decennio<sup></sup>.</p>



<p></p>
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		<title>Tra Modrić e l&#8217;inflazione da euro: la Croazia scopre che il turismo ha un limite?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ho sempre sostenuto che per avere un’idea di quello che succede veramente negli altri Paesi, la cosa migliore sia quella di seguire la stampa locale.E se parliamo di turismo, in Croazia ho sempre trovato in “La Voce del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ho sempre sostenuto che per avere un’idea di quello che succede veramente negli altri Paesi, la cosa migliore sia quella di seguire la stampa locale.<br>E se parliamo di turismo, in Croazia ho sempre trovato in “La Voce del Popolo” &#8211; Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero – una fonte chiara, e a mio avviso attendibile.<br>In particolare mi hanno colpito di recente due articoli: il primo del 12 maggio 2026 dal titolo “Turismo croato, esplode il caso prezzi: operatori contro il ministro”, ed uno di ieri, 8 luglio, titolato “La sfida del Turismo: la Croazia mantiene i numeri del 2025”.<br>Quindi, a guardare i numeri ufficiali diffusi a inizio luglio dal Ministero del Turismo di Zagabria, la stagione turistica croata parrebbe veleggiare in acque sicure.<br>I dati aggregati del primo semestre del 2026 parlano di 7,6 milioni di arrivi e 29,5 milioni di pernottamenti: cifre stabili, in linea con il record del 2025.<br>Il ministro Tonči Glavina esulta, attribuendo la tenuta del comparto alla stabilità delle politiche governative ed all&#8217;efficacia delle campagne promozionali (comprese le costose clip globali con Luka Modrić e John Malkovich).<br>Tutto bene, dunque? Non proprio.<br>A mio avviso basta grattare la superficie della retorica istituzionale per accorgersi che la narrazione viaggia a doppia velocità, e che dietro i sorrisi di facciata si nasconde un sistema che forse sta tirando troppo la corda.<br>Il primo campanello d&#8217;allarme squilla isolando il mese di giugno.<br>Mentre il semestre galleggia sulla scia di un ottimo maggio, il primo vero mese estivo ha registrato una flessione brusca: un -7% di turisti e un -6% di pernottamenti rispetto allo scorso anno.<br>Un calo che il Ministero liquida frettolosamente come un&#8217;oscillazione tecnica legata ai calendari scolastici dei mercati di provenienza, ma che in realtà potrebbe essere il termometro di un malessere più profondo, legato a doppio filo alla politica dei prezzi.<br>Per capire la genesi di questa frenata, sempre basandosi sui due articoli citati, a mio avviso bisogna fare un passo indietro, tornando a due mesi fa.<br>A metà maggio, lo stesso ministro Glavina era stato protagonista di un duro scontro con gli operatori del settore, esortando albergatori, campeggiatori e ristoratori ad applicare sconti immediati tra il 10% e il 20%.<br>Una richiesta insolita per un Governo, dettata non da improvviso altruismo, ma dal panico statistico.<br>Zagabria ha capito prima degli altri che il fenomeno della greedflation – l&#8217;inflazione da avidità che ha investito i listini croati dopo l&#8217;introduzione dell&#8217;euro – rischiava di spezzare il giocattolo.<br>I dati Eurostat, d&#8217;altronde, fotografano una metamorfosi impressionante e rischiosa.<br>Tra il 2022 ed il 2024, i prezzi di hotel e ristoranti in Croazia sono schizzati dall&#8217;84% al 96% della media dell&#8217;Unione Europea.<br>In appena un biennio, la sponda orientale dell&#8217;Adriatico ha quasi azzerato il suo storico vantaggio competitivo rispetto al resto del Continente.<br>Nello stesso periodo, i diretti concorrenti del Mediterraneo si sono mossi con molta più cautela: la Spagna si è fermata all’84% della media UE, la Grecia all&#8217;87%, Cipro e la vicina Slovenia attorno all&#8217;89%, mentre il Portogallo è rimasto un&#8217;oasi al 75% (fino ad ora questi erano i Paesi con cui competeva direttamente la Croazia)<br>Questa impennata tariffaria ha generato un paradosso macroeconomico evidente negli ultimi due anni.<br>Nel 2025, la Croazia avrebbe incassato circa 15,3 miliardi di euro dal turismo: appena 300 milioni in più rispetto all&#8217;anno precedente.<br>Basta fare due conti per vedere che si tratta di un incremento nominale così esiguo che, se depurato dal tasso di inflazione, equivale nei fatti ad un calo in termini reali.<br>In breve: si guadagna di meno accogliendo turisti che pagano di più.<br>Mentre altri Governi mediterranei tentano di governare il fenomeno puntando su leve fiscali o su strutturali strategie di riqualificazione dell&#8217;offerta, Zagabria prima dell’estate ha scelto la via della sferzata diretta, chiedendo al mercato interno uno sforzo immediato e d’impulso sui listini per salvare la stagione.<br>Una moral suasion che gli albergatori – arroccati dietro il mantra del &#8220;prezzo lo decide il mercato&#8221; – hanno inizialmente respinto, ma a cui hanno probabilmente dovuto parzialmente piegarsi nei fatti per riempire le stanze rimaste vuote a giugno.<br>Se gli hotel (che coprono il 47% delle preferenze) hanno retto l&#8217;urto limando i margini con offerte last minute, la vera incognita resta ora l&#8217;indotto non strutturato: commercio e ristorazione, dove i prezzi elevati rischiano di presentare il conto a fine estate.<br>Per blindare i flussi, l&#8217;Ente nazionale per il turismo ha dovuto correre ai ripari anche sul piano finanziario, incrementando del 30% gli investimenti (arrivati a 4,5 milioni di euro) per accordi strategici di co-marketing e promozione congiunta con compagnie aeree e tour operator, riuscendo così a pompare sul mercato 330 rotte internazionali.<br>Da quanto ho letto mi sembra di poter concludere che la Croazia del 2026 si troverebbe dunque di fronte ad un bivio epocale.<br>L&#8217;ottimismo sbandierato a luglio è un anestetico necessario al consumo interno ed esterno, ma la realtà descrive una destinazione che sta lottando contro i propri stessi eccessi.<br>La strategia di rincorrere i profitti a breve termine sacrificando il rapporto qualità-prezzo mostra il fiato corto.<br>Resta da capire se la lezione di questo inizio estate basterà ad invertire la rotta, o se la perla dell&#8217;Adriatico sia destinata a trasformarsi in un club esclusivo, ma pericolosamente vuoto.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Federico Faggin torna in Italia e punta sull’AI: nasce in Veneto P49, l’hub che vuole costruire il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla città veneta un ecosistema dedicato ai sistemi complessi di Intelligenza Artificiale Human-Centric: ricerca, impresa, tecnologia e diritto si uniscono per sviluppare nuove soluzioni. A meno di quattro mesi dalla nascita, la società ha già avviato i primi progetti industriali<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla città veneta un ecosistema dedicato ai sistemi complessi di Intelligenza Artificiale Human-Centric: ricerca, impresa, tecnologia e diritto si uniscono per sviluppare nuove soluzioni. A meno di quattro mesi dalla nascita, la società ha già avviato i primi progetti industriali</h2>



<p>Federico Faggin torna a investire in Italia e sceglie Padova per dare vita a un progetto ambizioso sull’Intelligenza Artificiale. Nasce P49, Società Benefit creata per sviluppare sistemi complessi di AI Human-Centric e costruire un ecosistema capace di unire ricerca scientifica, industria, tecnologia e diritto.</p>



<p>Tra i fondatori dell’iniziativa figura proprio Faggin, fisico, inventore e imprenditore conosciuto in tutto il mondo per aver progettato l’Intel 4004, il primo microprocessore commerciale della storia, protagonista della rivoluzione informatica degli ultimi cinquant’anni.</p>



<p>Accanto a lui partecipano al progetto Andrea Camporese, Franco Masello, Marco Greggio e Oscar Staffoni, unendo competenze diverse con una convinzione comune: l’Intelligenza Artificiale non rappresenta soltanto una nuova tecnologia, ma una trasformazione strutturale che richiede visione scientifica, capacità industriale, responsabilità giuridica e metodo imprenditoriale.</p>



<p>P49 non nasce come una semplice software house né come una società di consulenza tradizionale. L’obiettivo è creare un hub di eccellenza per sviluppare tecnologie proprietarie, promuovere ricerca applicata, costruire partnership industriali e favorire la nascita di nuove iniziative nel settore dell’AI.</p>



<p>La sfida è contribuire alla costruzione di un ecosistema italiano ed europeo in grado di competere nello sviluppo della prossima generazione di sistemi intelligenti: piattaforme, infrastrutture, agenti AI, computer autonomi, modelli linguistici, applicazioni per la robotica e, in prospettiva, tecnologie avanzate di interazione tra uomo e macchina.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un’intelligenza artificiale al servizio dell’uomo</h2>



<p>Alla base del progetto c’è una visione precisa: l’AI deve aumentare le capacità dell’essere umano, non sostituirle. Deve aiutare a prendere decisioni, semplificare attività complesse, automatizzare processi ripetitivi e creare nuove opportunità per imprese, professionisti e cittadini, mantenendo sempre il controllo finale nelle mani delle persone.</p>



<p>È questo il significato dell’approccio Human-Centric scelto da P49: progettare sistemi nei quali gli agenti artificiali possano analizzare dati, collaborare tra loro, proporre soluzioni ed eseguire attività anche in autonomia, ma all’interno di architetture capaci di garantire sicurezza, affidabilità, privacy e supervisione umana.</p>



<p>Secondo la società, la vera sfida non è aggiungere strumenti di AI ai processi già esistenti, ma ripensare quei processi integrando fin dall’origine tecnologia, governance, compliance, cybersecurity e competenze umane.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tre progetti già avviati</h2>



<p>A meno di quattro mesi dalla costituzione, questa visione ha già iniziato a trasformarsi in iniziative industriali concrete. I primi progetti rappresentano l’inizio di un percorso più ampio destinato a svilupparsi attraverso piattaforme proprietarie, partecipazioni, partnership strategiche e programmi di ricerca.</p>



<p>Il primo progetto è <strong>Giurify</strong>, piattaforma di Intelligenza Artificiale applicata al settore legale. Il sistema è pensato per supportare imprese, professionisti e organizzazioni nella gestione di attività giuridiche e documentali attraverso modelli AI specializzati e fonti certificate.</p>



<p>Giurify permette di assistere la consultazione normativa, la redazione di contratti e documenti, l’analisi di quesiti complessi e l’individuazione preventiva di possibili criticità. Quando necessario, i contenuti generati dall’AI possono essere verificati e validati da una rete di professionisti, unendo velocità tecnologica e responsabilità umana.</p>



<p>La seconda iniziativa è <strong>Music Republic</strong>, piattaforma dedicata alla musica generata con Intelligenza Artificiale per commercio, retail, hospitality e intrattenimento.</p>



<p>Il progetto introduce un nuovo modello economico: da una parte offre a negozi, ristoranti, hotel, palestre e strutture ricettive un catalogo musicale originale e aggiornato attraverso una licenza commerciale inclusa nel servizio; dall’altra consente a una nuova generazione di artisti AI di ottenere una remunerazione per l’utilizzo delle proprie opere.</p>



<p>Music Republic punta quindi a creare un nuovo rapporto tra tecnologia, creatività e mercato.</p>



<p>Il terzo progetto è <strong>Miky</strong>, un computer autonomo progettato per ospitare agenti di Intelligenza Artificiale. L’obiettivo è rendere l’AI agentica accessibile anche agli utenti non tecnici, trasformandola da tecnologia riservata agli specialisti a strumento quotidiano capace di collaborare con le persone.</p>



<p>Miky è pensato per consentire a più agenti AI di lavorare contemporaneamente, coordinarsi, svolgere attività, prendere iniziative nell’interesse del proprietario e gestire processi complessi, mantenendo dati personali, identità digitale e informazioni sensibili sotto il controllo dell’utente.</p>



<p>I tre progetti rappresentano tre direzioni complementari: AI per le decisioni professionali, AI per nuovi modelli economici e AI come infrastruttura personale e organizzativa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il futuro: robotica, LLM italiani e interazione uomo-macchina</h2>



<p>Lo sviluppo futuro di P49 guarda a un perimetro ancora più ampio. Tra le direttrici strategiche figurano i sistemi AI agentici, i computer autonomi Human-Centric, i modelli linguistici di nuova generazione, lo sviluppo di LLM italiani, l’intelligenza artificiale applicata alla robotica, infrastrutture AI proprietarie e, in prospettiva, tecnologie avanzate come le Brain-Computer Interface e le Brain-Machine Interface.</p>



<p>Parallelamente, P49 affiancherà imprese, organizzazioni e istituzioni nei percorsi di adozione dell’AI attraverso analisi dei processi aziendali, progettazione di sistemi complessi, sviluppo di agenti intelligenti, gestione della conoscenza, governance, compliance normativa, cybersecurity, formazione e comunicazione strategica.</p>



<p>L’obiettivo non è introdurre semplicemente nuovi strumenti digitali, ma aiutare le organizzazioni a riprogettare i propri modelli operativi, trasformando l’AI in una leva concreta di efficienza, crescita e innovazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un modello multidisciplinare nato a Padova</h2>



<p>Per affrontare questa trasformazione, P49 riunisce competenze provenienti da Intelligenza Artificiale, sviluppo software, data science, diritto, cybersecurity, produzione multimediale, comunicazione, business development e project management.</p>



<p>La scelta della forma di <strong>Società Benefit</strong> riflette la volontà di perseguire finalità di beneficio comune insieme agli obiettivi economici, nella convinzione che lo sviluppo dell’AI rappresenti anche una responsabilità culturale, sociale ed etica.</p>



<p>Fin dalla nascita, l’hub ha scelto un approccio aperto alla collaborazione con imprese, fondazioni, università, centri di ricerca e partner industriali. Sono già state avviate attività progettuali con realtà come <strong>World Scleroderma Foundation, Fondazione Città della Speranza, DAINT S.p.A., Salix e Mérieux</strong>, oltre ad altre imprese coinvolte in percorsi di trasformazione basati sull’Intelligenza Artificiale.</p>



<p>Nei prossimi mesi P49 punta ad ampliare ulteriormente il proprio ecosistema attraverso nuove partnership industriali, programmi di ricerca, iniziative imprenditoriali e percorsi di formazione. Tra le attività in preparazione anche un hackathon nazionale dedicato all’AI applicata, con il coinvolgimento di imprese, università, studenti, sviluppatori e ricercatori.</p>



<p>L’ambizione è chiara: partire da Padova per costruire un punto di riferimento europeo nello sviluppo di sistemi complessi di Intelligenza Artificiale Human-Centric, capace di collegare ricerca scientifica, applicazione industriale e impatto sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I fondatori</h2>



<p><strong>Federico Faggin</strong> è fisico, inventore e imprenditore. È conosciuto a livello internazionale per aver progettato l’Intel 4004, il primo microprocessore commerciale al mondo. Ha fondato Zilog e Synaptics, contribuendo allo sviluppo di tecnologie che hanno trasformato il rapporto tra uomo e computer. Negli ultimi anni ha dedicato la propria attività alla ricerca scientifica sulla coscienza attraverso la Federico and Elvia Faggin Foundation.</p>



<p><strong>Andrea Camporese</strong>, Chairman di P49, è imprenditore e manager con una lunga esperienza nella guida di organizzazioni ad alto impatto sociale. Ha ricoperto ruoli di vertice nella Fondazione Città della Speranza e nell’Istituto di Ricerca Pediatrica di Padova.</p>



<p><strong>Franco Masello</strong> è tra i fondatori della Fondazione Città della Speranza, dove ha maturato una significativa esperienza nella costruzione di progetti capaci di unire ricerca, istituzioni, impresa e società civile.</p>



<p><strong>Marco Greggio</strong> è avvocato d’impresa e Managing Partner dello Studio Greggio – Avvocati d’Impresa. Esperto di diritto societario, governance e operazioni straordinarie, contribuisce alla strategia giuridica e organizzativa di P49.</p>



<p><strong>Oscar Staffoni</strong> è imprenditore con una consolidata esperienza nel settore industriale italiano e contribuisce allo sviluppo strategico dell’ecosistema e delle nuove iniziative imprenditoriali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché si chiama P49</h2>



<p>Il nome P49 richiama i quarantanove processi descritti dal Project Management Institute nella PMBOK® Guide, standard internazionale per la gestione dei progetti complessi.</p>



<p>Una scelta che sintetizza la filosofia dell’hub: l’Intelligenza Artificiale non sostituisce metodo, competenze e organizzazione, ma ne amplifica il valore.</p>



<p>Ogni tecnologia intelligente, secondo P49, è efficace solo quanto il progetto che la sostiene. Per questo l’obiettivo è mettere insieme visione, competenze e responsabilità per costruire un futuro in cui l’AI estenda le possibilità dell’essere umano e generi nuove opportunità per imprese, istituzioni e società.</p>



<p></p>
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		<title>Carburanti, dopo le accise arrivano anche i rincari sulle quotazioni</title>
		<link>https://www.tviweb.it/carburanti-dopo-le-accise-arrivano-anche-i-rincari-sulle-quotazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 14:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi dei carburanti alla pompa continuano a salire, questa volta spinti da due nuovi aumenti nelle quotazioni dei prodotti raffinati. Ad adeguare i listini sono Eni e Q8 sul gasolio, mentre IP interviene anche sulla benzina. Nonostante il petrolio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I prezzi dei carburanti alla pompa continuano a salire, questa volta spinti da due nuovi aumenti nelle quotazioni dei prodotti raffinati. Ad adeguare i listini sono Eni e Q8 sul gasolio, mentre IP interviene anche sulla benzina. Nonostante il petrolio sia tornato ai valori registrati prima dell&#8217;attacco di Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran, a fine febbraio, i prezzi di benzina e gasolio restano ben più alti di allora: un segnale che la crisi non può ancora dirsi superata.</p>



<p>Questa mattina, sulla rete stradale, il prezzo medio del self service si attesta a 1,852 €/litro per la benzina (+8 millesimi rispetto al giorno precedente) e 1,935 €/litro per il gasolio (+10 millesimi), mentre il Gpl scende leggermente a 0,760 €/litro (-2 millesimi) e il metano resta stabile a 1,554 €/kg. Sulle autostrade, invece, la benzina self si porta a 1,940 €/litro (+2 millesimi), il gasolio a 2,012 €/litro (+4 millesimi), il Gpl a 0,885 €/litro (+1 millesimo) e il metano resta fermo a 1,585 €/kg.</p>



<p>Secondo i dati diffusi da Staffetta Quotidiana, Eni ha rivisto al rialzo di due centesimi al litro i prezzi consigliati del gasolio. IP ha invece aumentato di due centesimi la benzina e di uno il gasolio, mentre Q8 ha alzato di tre centesimi il diesel. Controtendenza per Tamoil, che ha invece ritoccato al ribasso la benzina di un centesimo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/carburanti-dopo-le-accise-arrivano-anche-i-rincari-sulle-quotazioni/">Carburanti, dopo le accise arrivano anche i rincari sulle quotazioni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Uber. La Calabria liberalizza. Roma difende le rendite</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 07:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se cinquant’anni fa, ai tempi del mitico &#8220;Rapporto Censis&#8221;, qualcuno avesse previsto che la rivoluzione liberale in Italia sarebbe partita da Catanzaro anziché dai salotti della Milano finanziaria o dai ministeri romani, lo avrebbero preso per matto.&#160; Eppure,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se cinquant’anni fa, ai tempi del mitico &#8220;Rapporto Censis&#8221;, qualcuno avesse previsto che la rivoluzione liberale in Italia sarebbe partita da Catanzaro anziché dai salotti della Milano finanziaria o dai ministeri romani, lo avrebbero preso per matto.&nbsp;</p>



<p>Eppure, la cronaca politica di questi giorni ci regala un cortocircuito sublime: la Calabria di Roberto Occhiuto,&nbsp;una Regione che per decenni è stata raccontata come simbolo dei ritardi del Mezzogiorno,&nbsp;è diventata l’avanguardia del libero mercato in Italia, lasciando la Capitale a bagnomaria nel suo storico,&nbsp;rassicurante pantano corporativo.</p>



<p>Mentre&nbsp;a Roma Fratelli d&#8217;Italia e Lega continuano a fare le barricate per difendere l&#8217;immutabilità del sacro scanno del tassista nostrano, in Calabria sbarca Uber X.&nbsp;</p>



<p>Il servizio low cost della piattaforma arriva dove le ferrovie storicamente arrancano, e dove i trasporti pubblici sono spesso un miraggio.&nbsp;</p>



<p>E non è costato un centesimo di denaro pubblico: è bastato applicare una regola elementare, quasi esotica per i palazzi romani: liberalizzare il mercato.</p>



<p>Il paradosso è squisitamente politico.&nbsp;</p>



<p>Da un lato abbiamo un presidente di Regione, forzista, che prende sul serio i dettami della &#8220;svolta liberale&#8221; invocata dall&#8217;eredità berlusconiana, e decide che il diritto dei cittadini e dei turisti a muoversi viene prima del diritto di veto di una corporazione.&nbsp;</p>



<p>Dall&#8217;altro, a Roma, troviamo una maggioranza sovranista che si professa &#8220;amica delle imprese&#8221; ma che, terrorizzata dai clacson, o magari dall’idea&nbsp;che qualche taxi possa bloccare Piazza Venezia, preferisce congelare qualsiasi proposta di riforma del settore.</p>



<p>Il copione romano è il solito, stantio canovaccio.&nbsp;</p>



<p>Forza Italia ci prova a rilanciare la legge sulla concorrenza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Pronta la replica di Fratelli d&#8217;Italia:&nbsp;&#8220;Le posizioni non sono condivise, taxi e NCC sono settori separati&#8221; (già perché un taxista guida un’auto….. ed un autista Uber guida un’auto….&nbsp;&nbsp;Come se fosse il volante a cambiare natura giuridica. Come se il cittadino percepisse una differenza sostanziale tra due automobili che svolgono lo stesso servizio).</p>



<p>Traduzione dal politichese: non si tocca una foglia.&nbsp;</p>



<p>La Lega di Salvini, dal canto suo, osserva fiera i suoi decreti restrittivi (quelli dei 20 minuti di attesa obbligatoria per gli NCC, una perla di sadismo burocratico) demoliti uno dopo l&#8217;altro dalla Corte Costituzionale (sentenza 137/2024 sulle licenze, e la recente 163/2025 sui vincoli territoriali/temporali).</p>



<p>Perché la vera spallata è arrivata proprio da lì, dalla Consulta, che ha ricordato allo Stato un principio banale:&nbsp;<strong>una concessione pubblica serve a garantire un servizio ai cittadini, non a blindare un valore patrimoniale privato.</strong></p>



<p>E qui si tocca il cuore del ridicolo, un unicum mondiale di cui l&#8217;Italia detiene orgogliosamente il brevetto.&nbsp;</p>



<p>Per decenni si è tollerata, e poi persino legalizzata con la famigerata&nbsp;Legge 21 del 1992, una prassi surreale: l&#8217;articolo 9 prevede infatti che una concessione pubblica – nata per essere gratuita e temporanea – possa essere tranquillamente trasferita e venduta a terzi in caso di pensionamento, vecchiaia o malattia.&nbsp;</p>



<p>Il risultato? Un bene comune è stato trasformato in un asset privato, un titolo tossico scambiabile sul mercato grigio a cifre astronomiche, tra i 100mila e i 200mila euro.</p>



<p>Diciamolo chiaramente: se il fine della politica non è elettorale (visto che i 23mila tassisti nazionali sono una goccia nel mare dei voti) e neanche la tutela dei redditi dei poveri autisti (cosa del tutto inutile visto che, almeno stando alle dichiarazioni dei redditi, esce la fotografia di una categoria di Francescani da poco più di mille euro al mese), l&#8217;unica vera ragione del blocco romano è la pura e semplice&nbsp;difesa del valore patrimoniale della licenza.&nbsp;</p>



<p>La politica ha chiaramente paura di gestire lo scoppio di questa bolla speculativa, perché dopo aver consentito per quarant&#8217;anni che le licenze assumessero un valore di mercato, oggi nessun governo ha il coraggio di spiegare che quel valore non può diventare un diritto eterno.&nbsp;</p>



<p>Così si preferisce congelare il mercato, sacrificando milioni di utenti, italiani e turisti stranieri, pur di non affrontare il costo politico della normalità.</p>



<p>L&#8217;aspetto più esilarante di tutta la vicenda?&nbsp;</p>



<p>In Calabria la concorrenza funziona. Persino i pochi tassisti locali, messi di fronte alla realtà di Uber, hanno scoperto che se i clienti hanno un&#8217;alternativa, forse conviene farsi trovare in aeroporto anziché pretendere la prenotazione telefonica con tre giorni d&#8217;anticipo.</p>



<p>La concorrenza, miracolosamente, migliora i servizi e sveglia i pigri.</p>



<p>La Calabria fa da apripista e dimostra che il re è nudo.&nbsp;</p>



<p>Aspettiamo qualche altro Presidente di Regione con il coraggio di Occhiuto.</p>



<p>Resta da vedere per quanto tempo ancora a Roma si riuscirà a giustificare la difesa di un&#8217;armata di &#8220;Francescani della strada&#8221; che tengono in ostaggio stazioni e aeroporti.&nbsp;</p>



<p>Ma si sa, nella Capitale un taxi di traverso in via del Corso fa molta più paura di un Paese che non riesce a muoversi.</p>



<p>La liberalizzazione dei taxi è stata realizzata, con modalità diverse, in numerosi Paesi europei.&nbsp;</p>



<p>In alcuni casi ha funzionato meglio, in altri peggio, ma quasi ovunque il dibattito si è concentrato sull&#8217;interesse degli utenti.</p>



<p>Solo in Italia si continua a discutere soprattutto del valore economico delle licenze.</p>



<p>Concludendo, la Calabria ha dimostrato che liberalizzare non è una bestemmia, e che la concorrenza non distrugge i servizi: spesso li migliora. Ora resta da capire quanto tempo ancora Roma potrà continuare a difendere una rendita privata fingendo di difendere l&#8217;interesse pubblico.&nbsp;</p>



<p>Perché, prima o poi, anche il pantano finisce per prosciugarsi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Mutui: in Veneto 141.946 euro (+2,4%) la richiesta media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 14:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[2026]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mutui]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VENETO, 6 LUGLIO 2026 &#8211; Nella sua ultima riunione la BCE ha aumentato i tassi e ci si chiede se questo invertirà la tendenza dei primi 5 mesi del 2026 quando, secondo l’Osservatorio Facile.it – Mutui.it, in Veneto la domanda di mutui per l&#8217;acquisto della casa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>VENETO, 6 LUGLIO 2026 &#8211; Nella sua ultima riunione la BCE ha aumentato i tassi e ci si chiede se questo invertirà la tendenza dei primi 5 mesi del 2026 quando, secondo l’<strong>Osservatorio Facile.it – Mutui.it, </strong>in <strong>Veneto </strong>la domanda di mutui per l&#8217;acquisto della casa aveva dato segnali incoraggianti con una <strong>richiesta media</strong> pari a poco più di <strong>141.900 euro</strong>, vale a dire <strong>il 2,4% in più</strong> rispetto ai dodici mesi precedenti.</p>



<p id="isPasted">In calo&nbsp;<strong>l’età media dei richiedenti</strong>, che passa dai quasi 40 anni dei primi cinque mesi del 2025 ai&nbsp;<strong>38 anni&nbsp;</strong>del 2026, mentre rimane stabile il&nbsp;<strong>valore medio dell’immobile</strong>&nbsp;oggetto di mutuo, arrivato a<strong>&nbsp;206.740 euro</strong>.<strong>&nbsp;</strong></p>



<p id="isPasted"><strong>Verona</strong> è la provincia veneta dove tra gennaio e maggio 2026 è stato richiesto l’importo medio più alto (151.605 euro), <a>seguita da <strong>Padova</strong> (</a>143.331 euro), <strong>Belluno</strong> (143.308 euro) e <strong>Treviso </strong>(142.647 euro). Seguono nella graduatoria <strong>Venezia</strong> (138.320 euro) e <strong>Vicenza</strong> (135.745 euro). Chiude la classifica regionale la provincia di <strong>Rovigo</strong> con 108.621 euro.</p>



<p id="isPasted"></p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td><strong>Provincia</strong></td><td><strong>Importo medio richiesto</strong><strong>gennaio-maggio 2026</strong></td></tr><tr><td>Belluno</td><td>143.308 €</td></tr><tr><td>Padova</td><td>143.331 €</td></tr><tr><td>Rovigo</td><td>108.621 €</td></tr><tr><td>Treviso</td><td>142.647 €</td></tr><tr><td>Venezia</td><td>138.320 €</td></tr><tr><td>Verona</td><td>151.605 €</td></tr><tr><td>Vicenza</td><td>135.745 €</td></tr><tr><td><strong>V</strong><strong>eneto</strong></td><td><strong>141.946 €</strong></td></tr><tr><td><strong>Italia</strong></td><td><strong>139.230 €</strong></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Siccità, Coldiretti: “La pioggia non basta, il Veneto è ancora in piena emergenza”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 13:17:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pioggia caduta nelle ultime ore rappresenta solo una tregua temporanea e non è sufficiente a risolvere una crisi idrica che si trascina da mesi. È la posizione espressa da Coldiretti Vicenza, che accoglie con favore la dichiarazione dello stato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La pioggia caduta nelle ultime ore rappresenta solo una tregua temporanea e non è sufficiente a risolvere una crisi idrica che si trascina da mesi. È la posizione espressa da Coldiretti Vicenza, che accoglie con favore la dichiarazione dello stato di emergenza regionale firmata dal presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani.</p>



<p>L&#8217;organizzazione agricola vicentina condivide l&#8217;appello lanciato da Coldiretti Veneto, sottolineando la necessità di mettere in campo tutti gli strumenti utili per affrontare una crisi idrica che interessa l&#8217;intero territorio regionale e che continua a destare forte preoccupazione, soprattutto per le ridotte portate del fiume Po e per il rischio della risalita del cuneo salino.</p>



<p>«Le precipitazioni registrate nelle ultime ore rappresentano certamente un sollievo momentaneo – dichiara il presidente di Coldiretti Veneto, Carlo Salvan – ma non possono essere considerate la soluzione del problema. È necessario ricordare che arriviamo da oltre cento giorni di deficit pluviometrico pressoché senza soluzione di continuità, con mesi caratterizzati da precipitazioni ben al di sotto della media e temperature elevate che hanno prosciugato rapidamente le riserve idriche».</p>



<p>Secondo Coldiretti Veneto, i dati diffusi dalla Regione confermano un quadro particolarmente critico: dall&#8217;inizio dell&#8217;anno idrologico sono mancati circa 2,4 miliardi di metri cubi d&#8217;acqua e le portate dei principali corsi d&#8217;acqua restano sensibilmente inferiori ai valori storici.</p>



<p>«L’emergenza idrica – conclude Salvan – deve accelerare la realizzazione delle infrastrutture necessarie ad aumentare la capacità di trattenere l&#8217;acqua quando è disponibile, a partire dal piano degli invasi multifunzionali. Solo così sarà possibile dare risposte concrete all&#8217;agricoltura, ai cittadini e all&#8217;intero sistema economico regionale, rendendolo più resiliente ai cambiamenti climatici; questo vale per il Po e per tutti i fiumi che attraversano il Veneto».</p>
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		<item>
		<title>Confimi Apindustria Vicenza – Banco Bpm, siglato un accordo da 25 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 08:28:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un plafond di 25 milioni di euro a favore degli associati di Confimi Apindustria Vicenza: è questo l’esito dell’accordo di collaborazione siglato da Confimi Apindustria Vicenza e Banco Bpm, volto a rafforzare il sostegno al tessuto produttivo vicentino e favorire<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Un plafond di 25 milioni di euro a favore degli associati di Confimi Apindustria Vicenza: è questo l’esito dell’accordo di collaborazione siglato da Confimi Apindustria Vicenza e Banco Bpm, volto a rafforzare il sostegno al tessuto produttivo vicentino e favorire la crescita delle piccole e medie imprese.</p>



<p>Lo stanziamento prevede condizioni economiche di favore su finanziamenti e linee di credito: le condizioni saranno definite in base al merito creditizio delle singole imprese, per garantire interventi mirati ed efficaci. L’accordo prevede inoltre incontri informativi e momenti di approfondimento con gli esperti della banca, per supportare gli imprenditori nell’accesso agli strumenti finanziari e nelle scelte strategiche.</p>



<p>«In un momento di difficoltà per le aziende, come quello che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi, per le note ragioni legate alla geopolitica e ai conflitti internazionali – commenta Mariano Rigotto, presidente di Confimi Apindustria Vicenza -, avere un accesso più semplice al credito, consulenza qualificata e servizi specialistici evoluti, è davvero una chance in più per le nostre imprese. In questo modo mettiamo a sistema la nostra conoscenza del territorio dal punto di vista industriale con le competenze e gli strumenti messi a disposizione da Banco BPM».</p>



<p>«Questo accordo rappresenta un passo concreto nel rafforzamento del nostro impegno a fianco delle imprese del territorio vicentino – sono le parole di Alberto Melotti, Responsabile della Direzione Territoriale Verona e Nord Est di Banco Bpm -. Affiancheremo le aziende sia nella gestione quotidiana, sia nei progetti e percorsi di sviluppo, anche sui mercati internazionali, con soluzioni finanziarie dedicate e un team di specialisti pronti ad accompagnarle in una fase economica che richiede visione, solidità e capacità di innovazione».</p>
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		<title>Vicentini a caccia di sconti: da sabato al via i saldi estivi</title>
		<link>https://www.tviweb.it/vicentini-a-caccia-di-sconti-da-sabato-al-via-i-saldi-estivi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 14:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[sconti]]></category>
		<category><![CDATA[vicenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VICENZA,1 LUGLIO &#8211; Saldi estivi ai nastri di partenza sabato 4 luglio, con i negozi di abbigliamento, calzature e accessori, pronti a “tagliare” i prezzi sugli articoli stagionali. E se le temperature di questi giorni favoriscono la ricerca dei capi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicentini-a-caccia-di-sconti-da-sabato-al-via-i-saldi-estivi/">Vicentini a caccia di sconti: da sabato al via i saldi estivi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>VICENZA,1  LUGLIO &#8211; Saldi estivi ai nastri di partenza sabato 4 luglio, con i negozi di abbigliamento, calzature e accessori, pronti a “tagliare” i prezzi sugli articoli stagionali. E se le temperature di questi giorni favoriscono la ricerca dei capi più leggeri, è certo che i vicentini non resteranno delusi dalla disponibilità di merce nei negozi: “La stagione era partita lenta, da un punto di vista delle vendite, e i picchi di caldo registrati negli ultimi giorni non hanno certo favorito lo shopping: dunque la merce nei negozi non manca”, afferma Ivo Volpon, presidente di Federmoda-Confcommercio Vicenza. Come oramai avviene da qualche anno gli sconti partiranno mediamente da un 20% per salire a mano a mano che passano le settimane: “L’attesa dei saldi è sempre alta – spiega il presidente Volpon –: si tratta di un’ottima opportunità per i consumatori, dunque ci aspettiamo una stabilità delle vendite rispetto agli anni scorsi. A livello di budget non vedo all’orizzonte grandi variazioni: staremo attorno ai 90 euro a persona di media”.</p>



<p>Ciò che sta a cuore al presidente di Federmoda-Confcommercio Vicenza è però il cambio di atteggiamento del consumatore: “Il saldo è sempre più visto come l’occasione per acquistare capi di qualità a condizioni vantaggiose: non si insegue l’affare tout court. Questo alla fine è un vantaggio per i negozi, che hanno la possibilità di valorizzare il loro assortimento, rispondendo ad un consumatore che non cerca quantità, ma guarda soprattutto ad un favorevole rapporto qualità-prezzo”.</p>



<p>Per questa ragione, tra l’altro, non si verifica più la “corsa” ai saldi nei primi giorni, con gli acquisti che vengono scaglionati per tutto il periodo: “Proprio per questo cambio di abitudini il dibattito sul posticipo dei saldi appare oramai superato. Caso mai</p>



<p>il tema è quello di creare sempre più occasioni perché i consumatori possano fare acquisti nei negozi fisici dei centri storici e dei quartieri. E queste settimane d’estate si rivelano comunque un momento propizio, anche per le numerose “notti bianche” organizzate in giro per la provincia, che attirano un pubblico sempre più numeroso, interessato a fare shopping nei negozi aperti fino a tarda ora”.</p>



<p><strong>LE REGOLE DEI SALDI</strong></p>



<p>Federazione Moda Italia e Confcommercio ricordano una serie di indicazioni fondamentali, sia per gli esercenti che per i clienti, per effettuare gli acquisti in saldo seguendo norme di trasparenza e fiducia.</p>



<p>CAMBI: la possibilità di cambiare il capo dopo che lo si è acquistato è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme (D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, Codice del Consumo). In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato.</p>



<p>PROVA DEI PRODOTTI: non c’è obbligo, è rimesso alla discrezionalità del negoziante.</p>



<p>PAGAMENTI: le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante.</p>



<p>PRODOTTI IN VENDITA: i capi che vengono proposti in saldo devono avere carattere stagionale o di moda ed essere suscettibili di notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo.</p>



<p>INDICAZIONE DEL PREZZO: obbligo di indicare il prezzo normale di vendita, (tenendo conto che, in base al D.lgs 26/2023, va indicato il prezzo più basso applicato alle generalità dei consumatori nei trenta giorni precedenti l’avvio dei saldi), lo sconto e il prezzo finale.</p>



<p></p>
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		<title>Emergenza plastica, la Regione Veneto convoca il tavolo di coordinamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 07:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[EMERGENZA PLASTICA FILIERA]]></category>
		<category><![CDATA[regione]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VENEZIA 1 LUGLIO &#8211; La crisi strutturale che sta colpendo la filiera nazionale del riciclo delle plastiche post-consumo non trova ancora una risoluzione definitiva, rendendo necessaria una risposta rapida e coordinata a livello regionale. Per affrontare le crescenti criticità che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>VENEZIA 1 LUGLIO &#8211; La crisi strutturale che sta colpendo la filiera nazionale del riciclo delle plastiche post-consumo non trova ancora una risoluzione definitiva, rendendo necessaria una risposta rapida e coordinata a livello regionale. Per affrontare le crescenti criticità che minacciano di saturare i centri di stoccaggio e compromettere il servizio pubblico di raccolta differenziata, la Regione del Veneto ha convocato per domani, mercoledì 1° luglio 2026, un tavolo tecnico di coordinamento con tutti gli attori della filiera.L&#8217;incontro, che vedrà la partecipazione dei principali enti gestori, dei consorzi di filiera (tra cui Corepla, Coripet, Conip, Erion Packaging) e dei rappresentanti istituzionali, ha l&#8217;obiettivo di definire misure operative immediate. Tra le soluzioni al vaglio figurano l&#8217;approvazione di procedure d&#8217;urgenza per ampliare temporaneamente gli stoccaggi in deroga, l&#8217;autorizzazione straordinaria al recupero energetico presso gli impianti di piano regionali e l&#8217;indirizzamento di quote di plastica riciclata verso impianti produttivi già idonei.&#8221;La crisi del mercato della plastica riciclata rischia di mettere in seria difficoltà l&#8217;intera filiera del recupero dei rifiuti e, di riflesso, l&#8217;efficienza del nostro servizio pubblico di raccolta differenziata&#8221; – dichiara Elisa Venturini, assessore regionale all&#8217;Ambiente, al Clima e alla Protezione Civile. &#8220;Non possiamo permettere che le attuali dinamiche di mercato, che vedono la plastica vergine di importazione extra-UE più competitiva di quella riciclata, vanifichino gli sforzi compiuti in questi anni da cittadini, imprese e amministrazioni. Per questo, come Regione, abbiamo già segnalato la gravità della situazione al Governo e stiamo ora agendo concretamente sul territorio per garantire la continuità del sistema. Il tavolo tecnico che si insedierà domani è il luogo in cui definiremo, insieme a tutti gli operatori, le soluzioni indifferibili per tutelare il nostro territorio&#8221;.L&#8217;iniziativa veneta ha trovato eco positiva anche in sede nazionale. Ieri, durante la Commissione Ambiente della Conferenza delle Regioni (CAES), il presidente di COREPLA ha riconosciuto il Veneto come esempio virtuoso per la tempestività nell&#8217;affrontare l&#8217;emergenza, attraverso la rapida attivazione di contromisure concrete. In quella stessa sede, è stata avanzata la richiesta alla Regione Sardegna, capofila della Commissione, di farsi promotrice di un coinvolgimento diretto delle Regioni nel confronto strategico con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, per trovare una soluzione strutturale e duratura alla crisi del settore.</td></tr><tr><td></td></tr><tr><td><a href="http://tracking.regve.it/tracking-dcRCE/qaR9ZwR4ZmVlBGNkBGNkBGxjZwx3AvM5qzS4qaR9ZQbkDt" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Caldo infernale è allarme totale: 12 mila morti in Europa secondo l’Economist</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 14:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi. A indicarlo sono i calcoli dell’agenzia France Presse, basati sulle previsioni del Servizio meteorologico tedesco e sulle proiezioni demografiche 2025 del Centro comune di ricerca. Si tratta di un ulteriore aumento rispetto al 26 giugno, quando la massa d’aria rovente interessava ancora soprattutto l’Europa occidentale, prima di spostarsi progressivamente verso Germania, Polonia e altri Paesi dell’area centro-orientale.&nbsp;</p>



<p>La Germania è ora tra i Paesi più esposti. Nelle scorse ore è stata registrata una temperatura provvisoria di 41,3 gradi nei pressi di Saarbrücken, mentre le autorità hanno diffuso allerte per caldo estremo, invitato la popolazione a ridurre i consumi d’acqua e adottato misure preventive anche sui trasporti. Le alte temperature stanno infatti mettendo sotto pressione non solo la salute pubblica, ma anche infrastrutture, ferrovie, strade, agricoltura e servizi essenziali. Disagi e provvedimenti analoghi sono stati segnalati anche in Italia, Francia, Regno Unito, Svizzera e in altri Paesi europei, dove il caldo ha già provocato chiusure di scuole, cancellazioni di eventi e difficoltà per ospedali e servizi di emergenza.&nbsp;</p>



<p>Il dato più preoccupante riguarda però l’impatto sulla mortalità. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, in soli tre giorni, tra il 24 e il 26 giugno, il caldo estremo potrebbe aver causato circa 12mila decessi in eccesso in Europa. La stima si basa sulle temperature medie previste in 854 città europee e su un modello sviluppato da Pierre Masselot e dalla London School of Hygiene &amp; Tropical Medicine per valutare il rapporto tra temperatura e mortalità. Non si tratta quindi di un bilancio ufficiale già consolidato, ma di una proiezione statistica che misura quante morti potrebbero verificarsi oltre il livello normalmente atteso in assenza di un evento estremo.&nbsp;</p>



<p>Gli esperti sottolineano che il caldo estremo è particolarmente pericoloso per anziani, bambini, persone con malattie croniche e lavoratori esposti all’aperto, ma anche per chi vive in abitazioni poco isolate o in aree urbane dove l’asfalto e il cemento trattengono il calore. A rendere più grave la situazione sono anche le notti tropicali, quando le temperature non scendono abbastanza da permettere all’organismo di recuperare. In diverse città europee le minime notturne hanno raggiunto valori record, aumentando il rischio di stress termico prolungato.</p>



<p>L’Organizzazione meteorologica mondiale ha definito l’ondata di calore di fine giugno un evento intenso e diffuso, con effetti rilevanti su salute, ecosistemi, agricoltura, infrastrutture e produttività del lavoro. Secondo gli scienziati di World Weather Attribution, il riscaldamento globale ha reso le ondate di calore europee molto più severe: un episodio simile, nel giugno del 1976, sarebbe stato circa 3,5 gradi più fresco rispetto a quello attuale.&nbsp;</p>



<p>L’Europa si trova così di fronte a una crisi che non riguarda più soltanto le temperature record, ma la capacità dei sistemi sanitari, urbani e produttivi di adattarsi a un clima che cambia rapidamente. Le raccomandazioni restano quelle di evitare l’esposizione nelle ore più calde, bere frequentemente, controllare le persone fragili e seguire le indicazioni delle autorità locali. Ma l’ondata di questi giorni mostra anche un problema più profondo: senza interventi strutturali su città, case, sanità, lavoro e riduzione delle emissioni, eventi di questo tipo rischiano di diventare sempre più frequenti, estesi e letali.</p>



<p>Anche l’Italia nella morsa del caldo africano, con temperature in ulteriore aumento e afa intensa da Nord a Sud. L’ondata di calore che sta investendo il Paese raggiunge il suo picco nel weekend, con valori che in diverse zone possono arrivare fino a 38-45 gradi e condizioni difficili soprattutto nelle città, dove l’effetto dell’asfalto e del cemento rende l’aria ancora più pesante.</p>



<p>Secondo il bollettino del ministero della Salute, restano numerose le città da bollino rosso, il livello massimo di allerta per il caldo, che indica un rischio per la salute non solo di anziani, bambini e persone fragili, ma anche della popolazione sana. Tra i centri più esposti figurano grandi città del Centro-Nord e del Centro-Sud, con Firenze, Bologna, Roma, Milano, Torino, Venezia, Verona, Perugia, Pescara e Bari tra le aree più sotto pressione.</p>



<p>Le autorità raccomandano di evitare l’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata, bere spesso, limitare l’attività fisica all’aperto e prestare attenzione alle persone più vulnerabili. Il caldo sta creando disagi anche sul lavoro, nei trasporti e nei servizi pubblici, mentre in alcune città si moltiplicano gli interventi per fronteggiare l’emergenza. La tregua, al momento, non appare immediata: l’anticiclone continua a mantenere alte le temperature e l’Italia resta stretta in una delle fasi più roventi dell’estate.</p>
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		<title>Il grande disincanto di Tokyo e lo specchio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 09:09:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una notizia che arriva da Tokyo e che sembra lontanissima, ma che in realtà ci riguarda da vicino: la Banca Centrale giapponese ha alzato il tasso d&#8217;interesse di riferimento all&#8217;1%.&#160; Non succedeva da trent&#8217;anni. Detto così, sembra un tecnicismo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C&#8217;è una notizia che arriva da Tokyo e che sembra lontanissima, ma che in realtà ci riguarda da vicino: la Banca Centrale giapponese ha alzato il tasso d&#8217;interesse di riferimento all&#8217;1%.&nbsp;</p>



<p>Non succedeva da trent&#8217;anni. Detto così, sembra un tecnicismo per addetti ai lavori.&nbsp;</p>



<p>Invece è la fine di un&#8217;illusione: per tre decenni il Giappone ha vissuto sotto anestesia, convinto che per far correre un&#8217;economia stanca bastasse stampare moneta ed azzerare il costo del denaro.&nbsp;</p>



<p>Quel grande esperimento è fallito, ed il ritorno alla normalità ci dice che la festa è finita.</p>



<p>Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna fare un salto indietro nel tempo.&nbsp;</p>



<p>Negli anni Ottanta il Giappone sembrava invincibile: le aziende compravano grattacieli a New York, le borse volavano,&nbsp;gli immobili correvano, il credito era abbondante.&nbsp;e le Banche con gli occhi a mandorla prestavano soldi a chiunque.&nbsp;</p>



<p>Poi la bolla è scoppiata.&nbsp;</p>



<p>Il valore degli immobili e delle azioni crollò, le Banche si ritrovarono piene di crediti deteriorati, i cittadini iniziarono a risparmiare invece di spendere, le aziende smisero di rischiare; così da un giorno all&#8217;altro, famiglie e imprese si sono ritrovate piene di debiti ed hanno smesso di spendere e rischiare.</p>



<p>In realtà non fu un crollo violento, tipo quello del 1929, ma l’inizio di una lunga stagnazione,&nbsp;che per la gente comune significa una cosa sola: stipendi bloccati, consumi al lumicino ed un futuro congelato.</p>



<p>Allora&nbsp;la risposta dello Stato è stata massiccia: fiumi di denaro pubblico pompati nel sistema e tassi azzerati per convincere la gente a spendere,&nbsp;controllo della curva dei rendimenti, ed alla fine addirittura tassi negativi.</p>



<p>Ovviamente poiché nulla si crea dal nulla, tutto ciò comportò un aumento della spesa pubblica, e di conseguenza del debito dello Stato (attualmente al 236% del Pil).</p>



<p>Nonostante tutti questi sforzi il motore non ripartiva.</p>



<p>E siamo quindi arrivati al punto centrale: i soldi facili possono comprare tempo, ma non creano la produttività.</p>



<p>La Banca centrale può darti l&#8217;ossigeno per non farti affogare, ma non può obbligare un&#8217;azienda ad inventare un prodotto nuovo, a modernizzarsi o ad aumentare gli stipendi dei dipendenti.&nbsp;</p>



<p>A peggiorare le cose, in Giappone ci ha pensato la demografia: una popolazione che invecchia a ritmi record ed una forza lavoro che si rimpicciolisce anno dopo anno sono ostacoli che nessuna stampante di banconote può aggirare.&nbsp;</p>



<p>Se mancano i giovani, mancano i consumi, manca la propensione al rischio, ed il futuro si rimpicciolisce.</p>



<p>Se manca la fiducia e la voglia di investire sul futuro, la liquidità resta ferma nei conti correnti come acqua stagnante.</p>



<p>Ecco perché quel costo del denaro all’1%, che il Giappone non vedeva dal 1995, è molto di più di una notizia di economia; è la certificazione che il Paese ha messo la parola “fine” sulla stagnazione eterna.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E la morale che se ne può trarre la seguente: si possono iniettare quantità enormi di denaro nell’economia, ma se la produttività resta debole, la crescita resta debole.</p>



<p>Tutto questo scenario vi ricorda qualcosa?&nbsp;</p>



<p>Anche noi da un quarto di secolo soffriamo della stessa malattia:&nbsp;crescita anemica, salari reali al palo, culle vuote, produttività quasi ferma, debito pubblico elevato, investimenti insufficienti, pubblica amministrazione elefantiaca, imprese spesso troppo piccole per competere davvero sui mercati globali.&nbsp;</p>



<p>Anche da noi, per decennni, una classe politica incapace ed ignorante ha pensato che bastasse sostenere in qualche modo la domanda, aumentando la spesa, iniettando masse di denaro pubblico attraverso la distribuzione di bonus a pioggia, la protezione di certi&nbsp;&nbsp;settori, l’eterno rinvio&nbsp;&nbsp;delle profonde riforme di cui ha bisogno il Paese.</p>



<p>Per di più, per anni i nostri Demostene si sono illusi che i tassi bassi e lo scudo protettivo dell&#8217;Europa (tipo il Quantitative Easing) potessero bastare a tenerci a galla, usandoli come una stampella permanente, lo ripeto, per non fare le riforme e iniettare un po&#8217; di concorrenza nel sistema.</p>



<p>In definitiva, possiamo girarci attorno e raccontarci tutte le balle che vogliamo, ma due sono le parole chiave per poter invertire la rotta e dare un futuro all’Italia: riforme e produttività.</p>



<p>Il caso Giappone ci lascia una lezione brutale ma necessaria: nessun gioco di prestigio della finanza può sostituire il lavoro vero, l&#8217;innovazione ed il coraggio di investire.</p>



<p>Quando l&#8217;anestesia finisce (e parliamo degli “schei” ovviamente), i nodi strutturali tornano inevitabilmente al pettine.&nbsp;</p>



<p>E la realtà, purtroppo, non fa sconti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>IEG, nuovo Padiglione 2 operativo a settembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 15:49:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  Vicenza, 22 giugno 2026&#160;– Svelerà i suoi spazi a settembre il nuovo “Padiglione 2” del quartiere fieristico di Vicenza di&#160;Italian Exhibition Group (IEG), che sarà pienamente operativo con&#160;la nuova edizione di Vicenzaoro e T.Gold in programma dal 4 all&#8217;8<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><em>Vicenza, 22 giugno 2026</em>&nbsp;– Svelerà i suoi spazi a settembre il nuovo “Padiglione 2” del quartiere fieristico di Vicenza di&nbsp;<strong>Italian Exhibition Group (IEG)</strong>, che sarà pienamente operativo con&nbsp;la nuova edizione di Vicenzaoro e T.Gold in programma dal 4 all&#8217;8 settembre prossimi&nbsp;. In linea con il cronoprogramma annunciato, IEG realizza non solo un luogo che riunisce tutta la community del gioiello, ma che&nbsp;esalta il cuore produttivo internazionale dell&#8217;offerta di Vicenzaoro.<br>Un’infrastruttura che permette di attraversare in modo più efficace il quartiere tra i diversi settori espositivi di Vicenzaoro, con una navigabilità resa più lineare grazie a un edificio che rappresenta il vero e proprio crocevia dell’intero plant. Non solo. L’edificio progettato dallo Studio GMP di Amburgo, nella persona dell’architetto Vokwin Marg, eleverà gli standard qualitativi e l’attrattività dell’intero quartiere, con ricadute positive sul portfolio di manifestazioni di IEG a Vicenza, sull’attività congressuale del VICC e per il territorio.<br><br><strong>ERMETI: NUOVA CASA PER LA COMMUNITY DELL’ORO</strong><br>Dunque, a settembre si potrà percorrere il nuovo padiglione di 23.000 metri quadrati del quartiere fieristico vicentino. «Con il nuovo Padiglione 2 Vicenzaoro rafforza il proprio ruolo di piattaforma internazionale di riferimento per la filiera del gioiello &#8211; dichiara&nbsp;il presidente IEG&nbsp;<strong>Maurizio Ermeti</strong>&nbsp;&#8211; offrendo una casa ancora più moderna alle community che raggruppano il meglio della produzione orafa, dei semilavorati e delle tecnologie che da tutto il mondo scelgono Vicenza come luogo di incontro e di business.&nbsp;Quel che abbiamo realizzato nel cuore di uno dei distretti leader dell’oreficeria e gioielleria made in Italy – continua Ermeti &#8211; costituisce anche un&#8217;opportunità di sviluppo per il territorio, le imprese e le future generazioni. Una promessa che diventa realtà».<br><br><strong>FACILITÀ DI CONNESSIONE E SOSTENIBILITÀ ENERGETICA</strong><br>Il nuovo Padiglione 2 è stato progettato come il nuovo fulcro del quartiere fieristico di Vicenza. Collegato direttamente ai Padiglioni 1, 4 e 6, migliora i percorsi interni e rende più agevoli gli spostamenti tra le diverse aree espositive. La struttura si sviluppa su due livelli principali, serviti da scale mobili e ascensori, ed è completata da un piano ammezzato dedicato ai servizi. Al suo interno trovano spazio&nbsp;<strong>un ristorante e tre bar</strong>, che si aggiungono così agli altri 11 già presenti per espositori e visitatori all’interno del quartiere.<br>Per Vicenzaoro, la nuova superficie disponibile nel Padiglione 2 consente di trasferire la community merceologica dell’oreficeria, precedentemente ospitata nel Padiglione 4. Grazie al nuovo Padiglione 2, T.Gold, il salone dedicato alle tecnologie per l’industria orafa, si sposta nel Padiglione 4 ed entra così nel quartiere fieristico, trovando per la prima volta spazio&nbsp;<strong>sotto lo stesso tetto&nbsp;</strong>di Vicenzaoro. Nelle precedenti edizioni, fino allo scorso gennaio, era infatti ospitato nel Padiglione 9, situato all’esterno del perimetro espositivo e, grazie alla nuova collocazione, guadagna ulteriore superficie espositiva rispetto alla precedente.&nbsp;Dunque, il nuovo layout renderà ancora più forte Vicenzaoro che, rappresentando in un unico luogo l&#8217;intera filiera orafa,&nbsp;concretizzerà la propria strategia di crescita e leadership internazionale.<br>Sul tetto del nuovo Padiglione 2, infine, IEG ha raddoppiato la potenza installata da fotovoltaico, con un megawatt aggiuntivo. In assenza di manifestazioni il quartiere fieristico di IEG è in grado di raggiungere la piena autonomia energetica. &nbsp;<br><br><strong>VESCOVO: SFIDA VINTA SUL CANTIERE E SCELTE FATTE PER NUOVI EVENTI FIERISTICI</strong><br>«La principale sfida che abbiamo vinto è stata il rispetto dei tempi, abbiamo lavorato in condizioni particolari e complesse per effetto della logistica del cantiere nel cuore del quartiere fieristico. Il tutto senza alcun fermo delle manifestazioni, gestendo il periodo transitorio nella piena soddisfazione degli espositori. Aver assicurato continuità a quattro edizioni di Vicenzaoro con un investimento da 60 milioni e un cantiere a impatto zero per i visitatori è per noi un grande successo. Ci apprestiamo quindi a dare il via ad una trasformazione dell’intero polo espositivo e congressuale: non solo Vicenzaoro offrirà una migliore qualità della visitazione e della circolazione tra padiglioni, ma scelte come l’altezza di nove metri dei due piani del nuovo Padiglione 2 permetteranno un uso ottimale anche per ulteriori eventi su segmenti merceologici diversi», aggiunge il direttore della sede IEG di Vicenza&nbsp;<strong>Mario Vescovo</strong>.</p>
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		<title>Decathlon promette 2.000 euro in azioni ai dipendenti di tutto il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Decathlon ha annunciato che nel 2029 la maggior parte dei suoi 103.000 dipendenti nel mondo riceverà in media circa 2.000 euro in azioni gratuite. Una misura presentata come rafforzamento dell’azionariato dei lavoratori, ma che arriva anche in un contesto segnato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Decathlon ha annunciato che nel 2029 la maggior parte dei suoi 103.000 dipendenti nel mondo riceverà in media circa 2.000 euro in azioni gratuite. Una misura presentata come rafforzamento dell’azionariato dei lavoratori, ma che arriva anche in un contesto segnato da recenti tensioni e controversie sindacali.</p>



<p>“Si chiama semplicemente azionariato dei dipendenti”, spiega Nicolas Doze, commentatore economico di LCI, sottolineando come non si tratti di un’innovazione assoluta all’interno della cosiddetta “galassia Mulliez”, che comprende anche insegne come Auchan e Leroy Merlin.</p>



<p>Nel gruppo Decathlon, infatti, la partecipazione azionaria dei dipendenti è attiva dal 1987. Oggi circa il 54% della forza lavoro detiene azioni della società: circa 56.000 dipendenti controllano complessivamente il 13% del capitale.</p>



<p>La misura annunciata guarda però al futuro più che al presente. Non si tratta di un intervento immediato sul potere d’acquisto, ma di una promessa di lungo periodo legata alla crescita dell’azienda e alla distribuzione della ricchezza generata.</p>



<p>“Non la vedo come una semplice trovata pubblicitaria”, osserva ancora Doze. “Il senso è che bisogna lavorare per creare ricchezza. Una volta creata, può essere redistribuita. E un’azienda, per esistere, ha bisogno di azionisti”.</p>



<p>Secondo l’analisi economica, strumenti di questo tipo rientrano in una logica di partecipazione agli utili: meccanismi che possono incidere sul coinvolgimento dei dipendenti e, in parte, sul loro potere d’acquisto, beneficiando anche di un regime fiscale e contributivo agevolato.</p>



<p>Una scelta che, tra incentivo e strategia industriale, rilancia il modello della partecipazione interna come leva di stabilità e fidelizzazione della forza lavoro.</p>
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		<title>L&#8217;illusione del denaro perpetuo e la sindrome del sussidio europeo</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:39:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo La recente decisione della Banca Centrale Europea di ritoccare all&#8217;insù il costo del denaro dello 0,25%, era ampiamente scontata nelle previsioni di tutti gli osservatori internazionali.&#160; Eppure, l&#8217;annuncio dei vertici di Francoforte sembra aver colto di sorpresa il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>La recente decisione della Banca Centrale Europea di ritoccare all&#8217;insù il costo del denaro dello 0,25%, era ampiamente scontata nelle previsioni di tutti gli osservatori internazionali.&nbsp;</p>



<p>Eppure, l&#8217;annuncio dei vertici di Francoforte sembra aver colto di sorpresa il leader degli industriali italiani.</p>



<p>Emanuele Orsini ha infatti espresso forte perplessità per questa manovra, dichiarando che si sarebbe atteso una mossa di segno opposto, ovvero una sforbiciata ai tassi (sic!).&nbsp;</p>



<p>La motivazione addotta poggia su una correlazione quantomeno insolita: il rialzo della BCE coincide temporalmente con il debutto dei nuovi incentivi governativi italiani legati all&#8217; iperammortamento per gli investimenti&nbsp; aziendali, configurando a suo dire una mancanza&nbsp;&nbsp;di visione a lungo termine (“non è una visione a lungo termine. Abbiamo bisogno che le imprese corrano, investano e si incrementi la produttività” queste le parole del Presidente).</p>



<p>Tanto per capirci&nbsp;l&#8217;iperammortamento promosso dal Ministro Adolfo Urso (all&#8217;interno del Piano di Transizione del Ministero delle Imprese e del made in Italy)&nbsp;&nbsp;&nbsp;è un&#8217;agevolazione fiscale che permette alle imprese di&nbsp;<strong>dedurre dal reddito imponibile un valore superiore</strong>a quello effettivamente speso per l’acquisto di beni strumentali, materiali e immateriali.&nbsp;</p>



<p>Tornando ai tassi ed alla “visione di Orsini”, si tratta a mio avviso&nbsp;di una chiave di lettura decisamente eccentrica.&nbsp;</p>



<p>Con un tasso d&#8217;inflazione che è ora stimato stabilmente sopra i target strutturali del 2%, (e non mi si venga a dire che gli effetti non si vedono già negli scaffali dei supermercati), ed in presenza di&nbsp;&nbsp;significativi fattori di rischio che spingono verso l&#8217;alto (crisi geopolitiche e conflitti in corso), pretendere che una Banca Centrale adotti una strategia espansiva appare fuori da ogni logica di ortodossia economica.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Secondo questo schema interpretativo, le severe tutele monetarie della zona euro dovrebbero piegarsi e congelarsi ogniqualvolta un singolo Stato membro deliberi un piano di sgravi fiscali per macchinari o software (tipo appunto l’iperammortamento italico).&nbsp;</p>



<p>Per i tecnocrati di Francoforte, già impegnati a calibrare le mosse dell&#8217;Eurozona tra fiammate geopolitiche ed instabilità globali, l&#8217;introduzione anche del calendario dei sussidi ministeriali italiani come variabile macroeconomica, rappresenterebbe un elemento di imprevedibilità del tutto ingestibile.&nbsp;&nbsp;Io aggiungo al limite del demenziale.</p>



<p>Se la dialettica politica nostrana ci ha abituati a costanti lamentele e comunicati di fuoco contro ogni stretta monetaria da parte di esponenti governativi – gli stessi che nel recente passato contestavano qualunque&nbsp;&nbsp;aumento dei tassi mentre l&#8217;inflazione galoppava verso la doppia cifra – l&#8217;uscita del Presidente di Confindustria desta maggiore sconcerto.&nbsp;</p>



<p>Auspicare riduzioni dei tassi in piena pressione inflazionistica evoca, infatti, le ricette monetarie fallimentari già sperimentate dal peronismo argentino o nelle recenti politiche non ortodosse nella Turchia di Erdogan.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per non dire che sulla stessa linea si muove Donald Trump, che pretende che la Fed abbatta i tassi, e vedremo a breve se il Presidente fresco di nomina Kewin Warsh si allineerà ai diktat presidenziali o deciderà di fare&nbsp;i conti con dati e scenari che non giustificano certo allentamenti.</p>



<p>Ciò che mi stupisce ulteriormente è l&#8217;incoerenza rispetto alle posizioni espresse soltanto pochi giorni prima al vertice dei giovani imprenditori a Rapallo, dove Emanuele Orsini si era proclamato in perfetta sintonia con la linea prudente della Banca d&#8217;Italia e del Governatore Fabio Panetta.&nbsp;</p>



<p>Peccato che quest&#8217;ultimo, in sede BCE, abbia votato convintamente a favore del rialzo, sancito da un consenso unanime e privo di alternative sul tavolo delle trattative.</p>



<p>Nelle sue recenti Considerazioni finali, lo stesso Governatore di Palazzo Koch aveva anticipato la necessità di calibrare la stretta monetaria proprio per disinnescare la miccia di un&#8217;inflazione strutturale, capace di radicarsi nelle aspettative di imprese e famiglie, e di innescare una pericolosa rincorsa tra prezzi e salari.</p>



<p>Se questa era la lettura della componente tradizionalmente più attenta alla crescita nel Board europeo, risulta difficile comprendere con quale tesi o teorie economiche Orsini si professi ora realmente allineato.</p>



<p>Ma, la butto là, forse l’unica vera spiegazione di questa presa di posizione va ricercata nell’idea di Europa&nbsp;&nbsp;che la Confindustria nostrana ha via via mutuato della filosofia della nostra classe politica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Da un lato si contesta il rigore delle normative green (e fin qui ci sono ragioni da vendere), dall&#8217;altro si invoca la creazione di debito comune, e la neutralizzazione dei vincoli del Patto di Stabilità.&nbsp;</p>



<p>Si profila così una visione delle Istituzioni comunitarie ridotte ad una sorta di erogatore automatico di risorse e flessibilità finalizzate all’ azzeramento dei freni di bilancio per aumentare l&#8217;indebitamento interno, all’emissione di debito comunitario per finanziare la politica industriale, e con tassi azzerati dalla Bce per amplificare l&#8217;effetto dei sussidi statali.</p>



<p>Non vi sembra&nbsp;&nbsp;che si tratti dell&#8217;applicazione su scala continentale della medesima filosofia che ha alimentato la stagione italiana del Superbonus 110%, di cui l&#8217;Organizzazione degli industriali è stata, come l’intera classe politica, convinta sostenitrice?&nbsp;</p>



<p>Esauriti i margini di manovra della finanza pubblica nazionale (avendo letteralmente finito i fondi interni), l&#8217;obiettivo si sposta ora sul bilancio europeo, chiedendo a Francoforte e Bruxelles di farsi carico, attraverso moneta facile e debito condiviso, di un modello strutturalmente dipendente dagli incentivi.</p>



<p>Questa inclinazione verso una deriva sudamericana che di fatto&nbsp;&nbsp;ignora&nbsp;&nbsp;i fondamentali macroeconomici, segnala a mio avviso la sempre maggiore diffusione di una cultura anti-sistema che non appartiene più soltanto a frange dell&#8217;elettorato populista, ma contagia anche settori della Rappresentanza produttiva.&nbsp;</p>



<p>La pretesa di rilanciare la competitività del sistema Paese non attraverso riforme reali dello Stato, maggiore rigore nei conti,&nbsp;&nbsp;ed incrementi di produttività, ma confidando nel presupposto che i partner europei finanzino indefinitamente i nostri ammortizzatori fiscali, rischia di produrre duri risvegli.&nbsp;</p>



<p>Mi auguro che il tessuto produttivo italiano, composto da imprenditori abituati a confrontarsi quotidianamente con il mercato e la realtà,&nbsp;&nbsp;alla fine dimostri sul campo di sapersi muoversi&nbsp;&nbsp;programmando le proprie attività su binari di concreto realismo, assai distanti dalle suggestioni “assistenziali” invocate dai vertici confindustriali.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il vizietto della politica e il grande &#8216;spezzatino&#8217; bancario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:00:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Chi ha, ahimè, molte primavere alle spalle ricorda perfettamente che durante la cosiddetta “Prima Repubblica” la politica – o per meglio dire, i Partiti – è stata, almeno fino ai primi anni ’90, il vero&#160;“padrone” delle Banche. Questo&#160;predominio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Chi ha, ahimè, molte primavere alle spalle ricorda perfettamente che durante la cosiddetta “Prima Repubblica” la politica – o per meglio dire, i Partiti – è stata, almeno fino ai primi anni ’90, il vero&nbsp;“padrone” delle Banche.</p>



<p>Questo&nbsp;predominio assoluto sugli Istituti di credito si fondava su pilastri precisi:&nbsp;</p>



<p>La Legge Bancaria del 1936<strong>:</strong>&nbsp;introdotta dal regime fascista dopo la grande crisi del 1929 per salvare il sistema dal fallimento attraverso la nazionalizzazione di fatto, dando vita al modello della Banca Pubblica.</p>



<p>Istituti di Diritto Pubblico<strong>:</strong>&nbsp;realtà storiche come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, l&#8217;Istituto Bancario San Paolo di Torino e il Monte dei Paschi di Siena operavano come enti pubblici. I loro vertici non erano espressione del mercato azionario, ma venivano decisi col bilancino della lottizzazione politica, tramite nomine dirette dei partiti di governo (in primis Democrazia Cristiana e Partito Socialista).</p>



<p>Le Casse di Risparmio<strong>:</strong>&nbsp;fortemente radicate sul territorio, erano controllate dagli enti locali e dai politici che ne gestivano i consigli di amministrazione.</p>



<p>Essendo all’epoca Segretario Provinciale di Padova del Partito Repubblicano di La Malfa – e quindi, teoricamente, un addetto ai lavori – ricordo bene le riunioni “notturne” nei luoghi più disparati per sfuggire ai cronisti.&nbsp;</p>



<p>Ricordo gli scontri e le “baruffe” per accaparrarsi la Presidenza della Cassa di Risparmio, o almeno una Vicepresidenza.&nbsp;</p>



<p>Per essere onesti, data la limitata forza elettorale che gli italiani concedevano alle forze del centro laico, noi repubblicani venivamo ascoltati al massimo come “opinionisti”, quasi mai come “decisori”.</p>



<p>Quel mondo si è chiuso agli inizi degli anni &#8217;90, travolto dalla crisi della Prima Repubblica e spinto dalle direttive europee.&nbsp;</p>



<p>Oggi le Banche sono a tutti gli effetti imprese private (SpA) soggette alle regole del mercato e vigilate da BCE e Banca d’Italia.</p>



<p>Ma in un Paese come il nostro, è davvero credibile che la politica sia stata messa definitivamente fuori gioco in un settore così vitale come quello del credito e della finanza?</p>



<p>Le recenti vicende del Golden Power, utilizzato in modo piuttosto rocambolesco per impedire la scalata di Unicredit su Banco BPM, la dicono lunga: il “vizietto” di mettere le mani sul credito la politica non l&#8217;ha perso, e probabilmente non ha alcuna intenzione di perderlo.</p>



<p>Venendo all’operazione lanciata domenica sera da Intesa su MPS, ho avuto modo di scrivere proprio ieri&nbsp;&nbsp;(<a href="https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/</a>) che non crederò mai che il Governo non fosse stato preventivamente informato; l’aver mantenuto una posizione neutra è già di per sé un segnale preciso.&nbsp;</p>



<p>Certo è che di fronte ad Intesa Sanpaolo, un colosso tutto italiano da quasi 100 miliardi di capitalizzazione di Borsa, è difficile sollevare obiezioni.&nbsp;</p>



<p>Intesa si è sempre comportata – e non solo con l&#8217;Esecutivo in carica – come una vera Banca di sistema.&nbsp;</p>



<p>Questa OPAS può a ragione essere considerata un’operazione “di mercato” che mette il comparto al riparo da sorprese, stabilizzando gli assetti proprietari.</p>



<p>Ma si sa che nell’Italia dell’”Amichettismo” tutto può diventare lecito.&nbsp;</p>



<p>E poiché a nessuno piace essere digerito e spacchettato (soprattutto dopo aver gustato gli onori delle cronache come &#8220;Banca predatrice&#8221;), potrebbe anche darsi che, a livello politico, sia Banco BPM sia Monte dei Paschi di Siena cerchino ora una sponda nella Lega, che ha sempre considerato questa fusione come un affare di propria pertinenza.</p>



<p>Infatti, per quel che si percepisce dalla stampa e dai&nbsp;rumors, se Fratelli d’Italia plaude all’operazione di Messina – felice di riportare nell&#8217;alveo della &#8220;Nazione&#8221; istituti che rischiavano di passare sotto controllo straniero –, è indubbio che l’OPAS assesti un brutto colpo al progetto del terzo polo bancario nazionale caldeggiato da Giorgetti e costruito sull’asse MPS-Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Un boccone rimasto decisamente in gola a quella parte della Lega che ha sempre identificato in Banco BPM la banca di riferimento della Lombardia (nonostante sia partecipata al 20% da Crédit Agricole e al 5% da BlackRock).</p>



<p>Non sta a me esprimere giudizi sulle competenze o sulle doti dei singoli banchieri, ma non occorre essere geni della finanza per capire che Giuseppe Castagna ha perso l’occasione della vita.&nbsp;</p>



<p>Se, come sembra, aveva sentore delle voci sull’OPAS in arrivo, avrebbe dovuto accelerare, tentando la fusione con MPS prima di essere assoggettato alla&nbsp;passivity rule&nbsp;scattata con la mossa di Intesa.&nbsp;</p>



<p>Credo che ormai sia tardi per recuperare: così Banco BPM, nel volgere di una notte, è rimasto &#8220;solo&#8221; nel panorama bancario italico.</p>



<p>Forse troppo solo per pensare di restare immune dal tornado del risiko in atto.&nbsp;</p>



<p>La prima domanda che viene in mente è se Unicredit abbia intenzione di tornare alla carica, dopo il tentativo fallito dell’anno scorso.</p>



<p>Di certo, la figura fatta a suo tempo dal Governo con il Golden Power contro una Banca con sede a Milano è irripetibile, ma i paletti imposti allora sono ormai un ricordo ridicolo.&nbsp;</p>



<p>Dopo il ritiro dell&#8217;OPS di Unicredit su Banco BPM a fine luglio dello scorso anno, l&#8217;Unione Europea ha avviato a novembre una procedura d&#8217;infrazione contro l&#8217;Italia, accusandola di violare i principi di libera circolazione dei capitali e diritto di stabilimento, oltre che di ingerenza nei meccanismi di vigilanza bancaria unica.&nbsp;</p>



<p>Per risolvere le tensioni con Bruxelles ed evitare sanzioni, a gennaio l&#8217;Italia ha dovuto modificare la propria normativa: ora il Golden Power sulle banche può scattare solo dopo il parere vincolante delle autorità di vigilanza dell&#8217;UE, riducendo drasticamente la discrezionalità unilaterale dello Stato.</p>



<p>E non è cosa da poco. Sicuramente uno schiaffo ai sostenitori del “sovranismo bancario”.</p>



<p>In generale non nutro particolari simpatie per i banchieri, specie per i loro emolumenti stellari, ma so riconoscere quando lavorano bene.&nbsp;</p>



<p>E se Carlo Messina con l’OPAS su MPS ha dimostrato intelligenza e tempismo, va ammesso che anche Andrea Orcel, quando serve, non è da meno.</p>



<p>Orcel è attualmente impegnato in una lotta senza quartiere con i tedeschi, ma sa perfettamente che la sfida italiana è altrettanto vitale per il suo Gruppo.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;OPAS di Intesa su MPS andasse in porto, Unicredit verrebbe scavalcata dalla nuova realtà, ed il suo posizionamento lungo la penisola rischierebbe di diventare marginale, soprattutto al Nord, e sul fronte dei servizi alle imprese.</p>



<p>Eppure, in questo scenario del tutto inedito per l’universo del credito nazionale, se ci pensate bene Unicredit potrebbe trasformarsi nella classica ciliegina sulla torta per un Governo ossessionato dalle conquiste straniere.&nbsp;</p>



<p>Se tutto dovesse andare come suggerisce la mossa di Messina, la governance di Generali – il vero gioiello di famiglia – risulterebbe blindata da un nocciolo duro di azionisti “de sangre italiano&#8221;.&nbsp;</p>



<p>A quel punto, un eventuale controllo di Unicredit su Banco BPM diventerebbe l’opzione migliore per mettere definitivamente in sicurezza tutto il risparmio della &#8220;Nazzzzzziiiione&#8221;.</p>



<p>E a quel punto Crèdit Agricole potrà anche suonare le proprie trombe, ma Unicredit risponderebbe con le proprie campane.&nbsp;</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Mps e il &#8220;Triello&#8221; del credito italiano: se la finanza gioca alla Sergio Leone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:11:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Sicuramente i duelli finali dei film di Sergio Leone rimarranno nella storia del cinema, e nelle menti di chi li ha vissuti davanti allo schermo.Come dimenticare il “Triello” de “Il buono, il brutto, il cattivo”, i lunghi silenzi,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/">Mps e il &#8220;Triello&#8221; del credito italiano: se la finanza gioca alla Sergio Leone</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Sicuramente i duelli finali dei film di Sergio Leone rimarranno nella storia del cinema, e nelle menti di chi li ha vissuti davanti allo schermo.<br>Come dimenticare il “Triello” de “Il buono, il brutto, il cattivo”, i lunghi silenzi, i primi piani sugli occhi, e la musica iconica di Ennio Morricone?<br>Ieri pomeriggio, fatte le debite proporzioni, mi è sembrato di rivivere uno di quei duelli iconici; solo che il terreno non era il solito spiazzo assolato di un ranch, bensì gli ambienti condizionati dei palazzi del potere bancario italico.<br>Per capire cosa è successo, proviamo a metterla giù semplice, senza il fumo negli occhi del gergo finanziario che serve solo a far sembrare intelligenti gli addetti ai lavori.<br>Sul tavolo c’è la Banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena (Mps), da poco risanata dopo anni di Purgatorio ed iniezioni di denaro pubblico, e tornata a fare gola.<br>Sabato sera era andata in scena la prima mossa: il Banco Bpm di Giuseppe Castagna aveva rotto gli indugi proponendo ad Mps un’aggregazione “tra pari”, con l’obiettivo dichiarato di creare un secondo polo bancario italiano in grado di competere con i giganti.<br>L’obiettivo di Castagna è chiaro: creare un grande polo bancario italiano, forte nei territori, nella gestione del risparmio, nel credito e nei prodotti assicurativi.<br>Banco Bpm porta in dote Anima, la fabbrica prodotto, una rete solida e un posizionamento industriale coerente.<br>Mps porta invece Mediobanca, il 13,2% di Generali, ed una storia recente di rilancio che ha trasformato Siena da problema pubblico a preda ambita.<br>Le sinergie stimate sarebbero importanti: circa 1,1 miliardi lordi.<br>Ma il problema, come sempre, non è solo industriale.<br>È azionario, politico, regolamentare e strategico.<br>Perché dentro Banco Bpm c’è Crédit Agricole.<br>Dentro Mps ci sono Delfin, Caltagirone, il Tesoro ed il fantasma sempre presente di Mediobanca.<br>E sopra tutti c’è il Golden Power.<br>Vista sul piano della strategia bancaria si tratta di una mossa da manuale, anche se si vagheggia di un certo scetticismo che aleggerebbe in una parte della maggioranza di Governo sull’unione tra Banco Bpm e Mps, per il fatto che il primo azionista del nuovo gruppo risulterebbe la francese Crédit Agricole.<br>Non meravigliatevi se la politica alla fine c’entra sempre; lo si vede in Germania con l’affaire CommerzBank-Unicredit, e figuriamoci se qualche parte politica italica custode del sovranismo non paventa che una banca importante de “a Nazzziiiioooone” diventi preda dei cugini-nemici francesi.<br>A questo io aggiungo una mia osservazione: avendo vissuto professionalmente svariate fusioni, posso testimoniare che in particolare una fusione bancaria “tra pari” non rappresenta il migliore dei mondi possibile.<br>Ma tornando a bomba, il bello del risiko bancario è che quando pensi di aver fatto scacco, c’è sempre qualcuno con un pezzo più grande pronto a mangiarti la regina.<br>E quel qualcuno in questo caso è Carlo Messina, il grande capo di Intesa Sanpaolo.<br>Mentre tutti guardavano a Milano e Siena, da Torino e Milano è partito il colpo di scena teatrale, un vero e proprio blitz da 30,6 miliardi di euro: Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Opas (un’offerta pubblica di acquisto e scambio) sulla totalità delle azioni di Mps.<br>In parole povere?<br>Intesa ha offerto agli azionisti del Monte un mix di proprie azioni più un euro in contanti per portarsi a casa l&#8217;intera Banca toscana, mettendo sul piatto un premio generoso rispetto ai valori di borsa.<br>Per gli amanti dei numeri, per ogni 10 azioni di Mps portate in adesione all’offerta, saranno corrisposte 16 azioni ordinarie di Intesa, più un importo di 10 euro cash.<br>Saranno ovviamente i mercati a dirci se si tratta di un’offerta congrua ed appetibile.<br>Ma siccome a questi livelli nessuno si muove da solo, Messina ha fatto un accordo preventivo con il gruppo Unipol.<br>Il piano è di una furbizia geometrica: se l’operazione va in porto, Unipol entra nella partita per rilevare filiali, marchio e pezzi importanti del Monte, con Bper pronta a diventare il veicolo bancario dell’operazione.<br>È una mossa enorme, che non può essere scaturita da quattro chiacchiere in un Cda convocato in una calda ed assolata serata di giugno.<br>Perché Intesa non comprerebbe solo Mps.<br>Comprerebbe, soprattutto, il perimetro più ricco e strategico che Mps oggi controlla: Mediobanca, il wealth management, il credito al consumo, l’investment banking e, indirettamente, quel 13,2% di Generali che da anni è il vero gioiello della corona.<br>Ma che gioco stiamo giocando, visto che più che una partita a scacchi sembra una battaglia navale giocata dentro Piazza Affari?<br>Semplice: Intesa punta a blindare la sua leadership assoluta nel Wealth Management (la gestione dei risparmi delle famiglie italiane, che sono la vera miniera d’oro del nostro Paese) e punta a far salire i suoi utili a cifre strabilianti, promettendo piogge di dividendi miliardari ai propri azionisti da qui al 2029.<br>Con questa mossa, quello che doveva essere un tranquillo matrimonio tra Banco Bpm ed Mps si è trasformato in un duello ravvicinato ad altissima tensione.<br>Resta ora da vedere come reagiranno i mercati, la politica e la Vigilanza europea.<br>Ma una cosa è certa: la colonna sonora di Morricone sta suonando forte, le dita sono vicine alle fondine e, nei palazzi della finanza italiana, nessuno ha intenzione di battere le ciglia per primo.<br>Concludendo, non mi si venga a dire che a Roma non sapevano nulla della mossa di Messina perché non ci credo neanche se me lo giurano, e quasi sicuramente il potere è interessato anch’esso a quel 13% di Generali, che mai e poi mai dovrà andare in mani straniere.<br>E celiando un po&#8217;, mi sento di dire a Giuseppe Castagna che forse avrebbe dovuto andarsi a rivedere “Per un pugno di dollari”, in particolare quella scena in cui Clint Eastwood afferma “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto&#8221;.<br>La mia impressione, a caldo, è che l’uomo col fucile sia Carlo Messina.<br>Umberto Baldo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/">Mps e il &#8220;Triello&#8221; del credito italiano: se la finanza gioca alla Sergio Leone</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>“Wilma, dammi la clava!”: la sinistra, la patrimoniale e la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:39:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la pena di ragionarci ancora un po&#8217; su.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Come scrivevo lo scorso 3 giugno (<a href="https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/</a>) trattasi della sindrome di Robin Hood in salsa contemporanea.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che il Robin Hood della leggenda operava nella foresta di Sherwood, un luogo notoriamente privo di bonifici istantanei transfrontalieri e di consulenti fiscali.&nbsp;</p>



<p>Nel 2026, purtroppo per i nostalgici dell&#8217;esproprio proletario, il capitale non viaggia a cavallo: viaggia alla velocità della fibra&nbsp;ottica.</p>



<p>Così se la proposta della patrimoniale scalda i cuori nei talk show televisivi, la realtà storica è ben diversa, ed assomiglia tanto ad un bollettino di guerra.&nbsp;</p>



<p>E mi permetto anche di dare una bacchettata sulle dita agli “gnomi di Bruxelles” i quali, ma ci tornerò più avanti, prima di dare lezioni di politica fiscale all&#8217;Italia, dovrebbero fare un piccolo viaggio nei laboratori dove questo esperimento è già stato tentato.&nbsp;</p>



<p>Spoiler: è finita malissimo.</p>



<p>Partiamo dalla&nbsp;Francia, la patria dell&#8217;illuminismo e, per decenni, dell&#8217;ISF &#8211;&nbsp;l&#8217;Impôt de Solidarité sur la Fortune&nbsp;(Imposta di solidarietà sui grandi patrimoni).&nbsp;</p>



<p>L’idea in sé era magnifica: tassare i ricchi per redistribuire ai cittadini meno abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il risultato pratico? Un esodo biblico.&nbsp;</p>



<p>Tra il 2000 e il 2016, i ricchi francesi hanno scoperto il fascino discreto del Belgio e della Svizzera.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;economista Éric Pichet ha calcolato che lo Stato Francese ha perso circa due euro in altre tasse (Iva, imposte sui redditi, investimenti mancati) per ogni singolo euro incassato con la patrimoniale.</p>



<p>Forse ricorderete, per fare un solo esempio, l’attore Gerard Depardieu, che per sfuggire all’ISF chiese ed ottenne da Putin la cittadinanza russa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Alla fine, Emmanuel Macron nel 2018 ha dovuto abolirla per disperazione, trasformandola in una Tassa immobiliare.&nbsp;</p>



<p>Praticamente, una ritirata strategica per evitare che in Francia rimanessero solo la Tour Eiffel ed i debitori.</p>



<p>Spostiamoci ora nel&nbsp;Regno Unito.&nbsp;La progressiva abolizione del regime dei cosiddetti Non-Dom (i Paperoni che vivevano a Londra&nbsp;pagando le tasse solo sui redditi prodotti in Inghilterra), completata dai governi britannici negli ultimi anni, avrebbe dovuto, secondo i calcoli dei politici, produrre una valanga di sterline di nuove entrate.</p>



<p>&#8220;Incasseremo miliardi!&#8221;, gridavano i laburisti.&nbsp;</p>



<p>Risultato? Una delle più grandi fughe di milionari della storia recente.&nbsp;</p>



<p>Molti di loro hanno preso il primo volo per gli Emirati Arabi, per la Svizzera o – ironia della sorte – proprio per l&#8217;Italia, attirati dai nostri pacchetti per neo-residenti abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Londra ha così perso residenti di lusso, capitali ed indotto.&nbsp;</p>



<p>Chi l&#8217;avrebbe mai detto che i milionari avessero le valigie così leggere, e non assecondassero i desiderata della sinistra britannica?</p>



<p>Infine, l&#8217;Australia. Nel 2012 i loro Demostene pensarono:&nbsp;&#8220;Tassiamo gli extraprofitti delle compagnie minerarie (la Minerals Resource Rent Tax), tanto le miniere non possono mica spostarsi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Vero, le miniere di ferro non volano. Ma i capitali sì.&nbsp;</p>



<p>Le grandi aziende hanno semplicemente congelato gli investimenti e spostato i soldi verso altri continenti.&nbsp;</p>



<p>Il gettito è stato così ridicolo che la tassa è stata abolita dopo soli due anni. Un record mondiale di fallimento burocratico.</p>



<p>Non vi ricorda questa vicenda la proposta italica di tassare gli extraprofitti di alcuni settori economici?</p>



<p>E qui torno al capolavoro di Bruxelles.&nbsp;</p>



<p>La Commissione Europea, come fa quasi ogni anno, è tornata a bacchettare l&#8217;Italia dicendo che dovremmo &#8220;spostare il carico fiscale dal lavoro al patrimonio e alle successioni&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il che è sicuramente un esercizio logico interessante, se non fosse che l&#8217;Italia tassa già il patrimonio per oltre 50 miliardi di euro l&#8217;anno tra IMU, bolli auto, imposte di registro e balzelli sui conti correnti.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;unica differenza è che noi italiani, per pudore, non le chiamiamo &#8220;patrimoniali&#8221;, anche se sono distribuite in una miriade di balzelli che colpiscono famiglie, risparmiatori e proprietari immobiliari</p>



<p>Intendiamoci, il problema fiscale in Italia c’è, come urlo da anni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E sta nel fatto che la nostra beneamata Repubblica tassa all’inverosimile il lavoro, ed allo stesso tempo riesce a pestare anche sui patrimoni; riuscendo alla fine (fra No tax area, condoni, flat tax ecc.) nel “miracolo”&nbsp;&nbsp;di far pagare le tasse solo a metà degli italiani, quelli che, obtorto collo, alla fine sono costretti a mantenere tutto il baraccone.&nbsp;</p>



<p>Ma il vero paradosso della Ue è un altro.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Europa si comporta come un amministratore di condominio che ti spiega come arredare casa tua, mentre lascia il portone d&#8217;ingresso spalancato ai ladri.&nbsp;</p>



<p>Se Bruxelles vuole davvero fare la morale sull&#8217;equità fiscale,&nbsp;perché non pretende l&#8217;allineamento delle legislazioni fiscali all&#8217;interno dell&#8217;Unione?</p>



<p>Oggi l&#8217;UE è un mercato unico con ventisette paradisi e inferni fiscali che si fanno la guerra tra loro.&nbsp;</p>



<p>È perfettamente inutile che l&#8217;Italia metta una super-patrimoniale per compiacere Elly Schlein, se poi basta spostare la residenza o la holding ad un&#8217;ora di volo per essere tassati un terzo.&nbsp;</p>



<p>Finché l&#8217;Europa permetterà il &#8220;turismo fiscale&#8221; interno, qualsiasi proposta di patrimoniale nazionale non è politica economica: è uno slogan ideologico per raccattare voti, pagato con la fuga dei capitali di chi crea lavoro.</p>



<p>Ma d’altronde, l’analisi dei dati storici e dei bilanci non è mai stata il forte della sinistra.&nbsp;</p>



<p>Elly Schlein ed i compagni di viaggio di AVS continuano a brandire la patrimoniale come se fosse un superpotere (una sorta di “Wilma dammi la clava”), forse convinti che la complessa economia globale si possa governare con i sussidiari delle scuole medie o con un tweet ben formattato.&nbsp;</p>



<p>Chiedere loro di prendersi il disturbo di studiare i precedenti storici prima di lanciare la proposta di una legge già provata e fallita altrove, da Parigi a Londra a Canberra, – è forse una pretesa eccessiva?</p>



<p>È molto più facile ed elettoralmente redditizio evocare lo spettro dei &#8220;miliardari cattivi&#8221; nei salotti televisivi, ignorando che ogni volta che quel pulsante è stato premuto nel mondo reale, il sistema è andato in cortocircuito.&nbsp;</p>



<p>Quindi caro Robin Hood posa l&#8217;arco.&nbsp;</p>



<p>Nel mondo reale, le frecce ritornano indietro; e spesso colpiscono dritto sul piede chi le ha scagliate.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Lo spettro della Brexit si aggira per le praterie del Canada</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 07:31:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se chiudete gli occhi e pensate al Canada, probabilmente immaginate una sterminata riserva naturale, una democrazia federale multietnica e pacifica, dove le tensioni del mondo moderno sembrano stemperarsi nella bellezza dei parchi nazionali, tra laghi cristallini&#160;&#160;e foreste di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se chiudete gli occhi e pensate al Canada, probabilmente immaginate una sterminata riserva naturale, una democrazia federale multietnica e pacifica, dove le tensioni del mondo moderno sembrano stemperarsi nella bellezza dei parchi nazionali, tra laghi cristallini&nbsp;&nbsp;e foreste di aceri.</p>



<p>Un paradiso in terra insomma.</p>



<p>Secondo Stato al mondo per estensione (9&nbsp;897&nbsp;170&nbsp;km²) dopo la Russia, abitato da circa 42milioni di persone, di cui il 75% risiede a meno di 330 chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti,&nbsp; un confine non presidiato militarmente, e la più lunga tra le frontiere nel mondo, estesa per oltre&nbsp;8000&nbsp;km.</p>



<p>Una&nbsp;democrazia parlamentare&nbsp;&nbsp;che formalmente è una Monarchia Costituzionale&nbsp;&nbsp;con Carlo III&nbsp;Re d’Inghilterra come capo di Stato.&nbsp;</p>



<p>Dal punto di vista costituzionale è uno Stato federale composto da 10 province: Alberta, Columbia Britannica, Manitoba,&nbsp;Nuovo Brunswick, Nuova Scozia, Ontario, Isola del Principe Edoardo, Quebec, Saskatchewan, Terranova e Labrador più&nbsp;&nbsp;3 Territori:&nbsp;&nbsp;Nunavut, Territori del Nord Ovest, Yukon.&nbsp;</p>



<p>Eppure persino nel Paese degli aceri gli spazi sconfinati non bastano a contenere gli egoismi ed i risentimenti geopolitici.&nbsp;</p>



<p>Dietro la facciata cartolinesca della Monarchia costituzionale si sta consumando una faglia istituzionale che rischia di mandare in frantumi l&#8217;unità della Stato Federale,&nbsp;</p>



<p>Il prossimo 19 ottobre, i cinque milioni di abitanti dell&#8217;Alberta – la provincia occidentale ricca di petrolio e gas – saranno chiamati alle urne per un referendum.&nbsp;</p>



<p>Il quesito?&nbsp;</p>



<p>Decidere se rimanere nella Federazione Canadese, o avviare l&#8217;iter legale per un secondo voto, questa volta vincolante, sulla secessione da Ottawa.</p>



<p>Benvenuti nella&nbsp;“Wexit”, la versione canadese del cataclisma politico della “Brexit”, che dieci anni fa ha sconvolto l&#8217;Europa.</p>



<p>Già perché le analogie con il dramma britannico del 2016 sono così marcate da provocare un brivido di&nbsp;déjà-vu.&nbsp;</p>



<p>A tirare la riga è stato lo stesso Primo Ministro canadese, il liberale Mark Carney, che nel 2016 si trovava ironicamente a Londra in qualità di Governatore della Banca d&#8217;Inghilterra.&nbsp;</p>



<p>Carney ha definito la mossa dell&#8217;Alberta un &#8220;bluff pericoloso&#8221;, lanciando un monito chiaro ai secessionisti:&nbsp;&#8220;<em>Ho visto cosa è accaduto nel Regno Unito quando la visione era: votate per l&#8217;uscita e poi negozieremo. A dieci anni di distanza, il Regno Unito sta ancora cercando di annullare quello che la gente non pensava di votare, ma ha finito per ottenere&#8221;.</em><em></em></p>



<p>Ma la somiglianza più singolare sta nella postura della Premier dell&#8217;Alberta, la conservatrice Danielle Smith.&nbsp;</p>



<p>Esattamente come David Cameron nel 2016, la Smith ha indetto il referendum pur dichiarando che lei, il suo governo ed il suo partito voteranno per&nbsp;restare&nbsp;nel Canada.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di un gioco d&#8217;azzardo politico estremo: Smith ha cavalcato la furia della sua base ultra-conservatrice – rimasta orfana di una petizione separatista da 300mila firme annullata dai Tribunali per il mancato rispetto dei diritti dei nativi – fingendo di aprire la gabbia del leone, convinta di poterlo controllare.</p>



<p>Se la Brexit è nata dall&#8217;ostilità verso la burocrazia di Bruxelles e l&#8217;immigrazione, la&nbsp;Wexit&nbsp;dell&#8217;Alberta si alimenta di oro nero e risentimento fiscale.&nbsp;</p>



<p>La Provincia si sente la &#8220;mucca da mungere&#8221; della Federazione, costretta a finanziare i pagamenti di perequazione verso le province orientali, mentre subisce i diktat ambientali di Ottawa.</p>



<p>Gli aspiranti secessionisti accusano il governo centrale di aver deliberatamente strangolato l&#8217;industria petrolifera e del gas locale con le normative sul clima.&nbsp;</p>



<p>È la classica narrazione populista: la periferia produttiva calpestata dalle élite progressiste della capitale.&nbsp;</p>



<p>&#8220;Abbiamo più cose in comune con l&#8217;America che con il resto del Canada&#8221;, ripetono i falchi dell&#8217;indipendenza, un mantra che ricorda molto il &#8220;Global Britain&#8221; sbandierato dai sostenitori di Boris Johnson.</p>



<p>Mentre i sondaggi attuali dicono che tre cittadini dell&#8217;Alberta su cinque voterebbero per restare con Ottawa, la macchina della propaganda separatista si è già messa in moto, commettendo gli stessi identici peccati di superficialità visti oltremanica.</p>



<p>Gli indipendentisti dell&#8217;<em>Alberta Transition Council</em>&nbsp;stanno redigendo un &#8220;Libro Bianco&#8221; per spiegare come la provincia diventerà uno Stato sovrano.&nbsp;</p>



<p>Ma come si gestiscono la difesa, i passaporti, i trattati commerciali internazionali ed i confini in una provincia senza sbocco sul mare?&nbsp;</p>



<p>Nessuno ha risposte reali. Si naviga a vista nel mare del pio desiderio.&nbsp;</p>



<p>Dall&#8217;altra parte, economisti, sindacalisti ed accademici si stanno unendo nel cartello&nbsp;Lead Not Leave&nbsp;(&#8220;Guidare, non lasciare&#8221;) per denunciare quello che definiscono un distacco totale dalla realtà.</p>



<p>Il Canada ha già guardato l&#8217;abisso negli occhi nel 1995, quando il Québec sfiorò l&#8217;indipendenza per un soffio (50,58% contro 49,42%).&nbsp;</p>



<p>Da allora, Ottawa si è dotata del&nbsp;<em>Clarity Act</em>, una legge che impone paletti rigidissimi: maggioranze nette, quesiti trasparenti, e negoziati complessi sotto la supervisione del Parlamento federale.&nbsp;</p>



<p>Una secessione legale sarebbe un calvario burocratico ed economico lungo decenni.</p>



<p>Il referendum dell&#8217;Alberta di ottobre non sarà legalmente vincolante, ma la storia recente insegna che quando si evoca il fantasma del separatismo per calcolo elettorale, o per ricattare il governo centrale, il processo tende a sfuggire di mano.&nbsp;</p>



<p>David Cameron pensava di usare il referendum sulla Brexit per mettere a tacere l&#8217;ala destra del suo partito; ha finito per spaccare in due il suo Paese ed isolarlo dal mondo.&nbsp;</p>



<p>Danielle Smith farebbe bene a guardare oltreoceano: le praterie dell&#8217;Alberta sono immense, ma non abbastanza grandi da contenere i cocci di un paese frantumato.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il sovranismo a debito: picchiare Bruxelles con la mano che batte cassa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 09:45:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Qual è il vezzo più tipico ed adorabile dei bambini? Semplice: quando combinano un guaio o non riescono a fare qualcosa, puntano il ditino, e danno la colpa a qualcun altro.Ora, se questo comportamento è perfettamente accettabile in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Qual è il vezzo più tipico ed adorabile dei bambini? Semplice: quando combinano un guaio o non riescono a fare qualcosa, puntano il ditino, e danno la colpa a qualcun altro.<br>Ora, se questo comportamento è perfettamente accettabile in una fase della vita in cui si impara a malapena a stare al mondo, lo è decisamente meno quando a praticarlo sono leader politici fatti, finiti, e con tanto di scorta.<br>Anche perché, logica elementare vorrebbe che queste persone abbiano chiesto (e ottenuto) il voto dei cittadini per trovare soluzioni, non per esibirsi nel gioco del &#8220;è colpa sua!&#8221;.<br>Prendiamo il caso di Giorgia Meloni.<br>La nostra Premier governa da ormai quattro anni un Paese che vanta un duplice, invidiabile primato: ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico.<br>Un miracolo al contrario in cui la produzione industriale è arretrata del 4% da quando si è insediata a Palazzo Chigi.<br>Ma di fronte a questo capolavoro, cosa fa il Presidente del Consiglio?<br>Invece di spiegare agli italiani perché il suo Governo non riesca a trovare un euro per finanziare misure serie contro la crisi (compresa quella energetica), è salita sul palco dell’Assemblea degli Industriali ed ha rispolverato il nemico pubblico perfetto, quello che incassa sempre senza rispondere: l’Unione Europea.<br>Come se questi quattro anni non fossero mai passati, come se gli italiani non avessero occhi per vedere ed un cervello per pensare, la nostra Premier è tornata ai tempi spensierati e senza responsabilità di quando era all&#8217;opposizione.<br>Ha chiesto all’Europa di &#8220;fare meno e farlo meglio&#8221;, per poi lanciare il guanto di sfida alla platea: «Siate coraggiosi e lo sarò anch’io».<br>E gli industriali, con un coraggio da leoni che passerà alla storia, hanno risposto con un applauso scrosciante.<br>Il tutto, ovviamente, nobilitato invocando il sacro principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli», ha sentenziato Meloni davanti alla platea di Confindustria.<br>Un tempismo meraviglioso: vista la gestione a dir poco allegra di quella montagna di miliardi piovuti da Bruxelles con il PNRR; se fossimo nell&#8217;Europa &#8220;matrigna&#8221; verrebbe voglia di chiedere il commissariamento diretto del Governo per manifesta incapacità di spendere.<br>Furbizia, puerilità o strisciante mala fede?<br>Lascio a voi l&#8217;ardua sentenza.<br>Per quanto mi riguarda, ci trovo solo l’ennesima conferma di una costante immutabile della politica italica (e sia chiaro, la sinistra non è da meno quando si tratta di fuggire dall&#8217;autocritica).<br>Assistiamo ad una liturgia che si ripete puntualissima ogni volta che il dibattito economico tocca i nervi scoperti della nostra competitività: c&#8217;è sempre un sacerdote del sovranismo pronto ad indicare Bruxelles come il Grande Satana, e la burocrazia europea come il cappio che strangola imprese e crescita.<br>Peccato che questa narrazione cozzi violentemente contro un fatto tanto scomodo quanto matematico: se la colpa del declino italiano fosse davvero della burocrazia europea, qualcuno dovrebbe spiegarci come mai, negli ultimi vent’anni, tutti gli altri Paesi dell’Unione hanno registrato tassi di crescita superiori al nostro.<br>Tutti.<br>Eppure, che si sappia, anche la Germania, la Francia o la Spagna sono soggette alle stesse identiche regole di Bruxelles, alla stessa Commissione e agli stessi regolamenti!<br>Come mai, allora, solo l’Italia arranca come un&#8217;auto con il freno a mano tirato?<br>È la classica domanda che Giorgia Meloni ed il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, si guardano bene dal porre; figuriamoci dal darsi una risposta.<br>Il motivo è trasparente: rispondere significherebbe addentrarsi in territori decisamente paludosi e scomodi.<br>Significherebbe parlare della struttura oligopolistica di interi settori produttivi, delle rendite di posizione blindate, della totale assenza di concorrenza nei servizi, e del peso soffocante delle lobby corporative.<br>Significherebbe, insomma, ammettere il peso di una certa politica.<br>Che dentro la coalizione di governo convivono interessi che una politica seria di apertura dei mercati farebbe a pezzi: parliamo di balneari, tassisti, micro-corporazioni a partita Iva, monopoli di fatto e filiere che campano di spesa pubblica assistenziale anziché di vera competizione. .<br>Un’agenda di crescita autentica richiederebbe il coraggio (quello vero, non quello da palcoscenico) di scontentare esattamente questi blocchi di potere.<br>Ma nessuno, a maggior ragione con le scadenze elettorali sempre dietro l&#8217;angolo, ha la minima intenzione di farlo.<br>E così si resta immobili: si fa un bel passo indietro per compiacere le corporazioni, e zero passi avanti verso la concorrenza ed il mercato.<br>Continuando ad indicare la Luna europea come eterno parafulmine dei nostri fallimenti.<br>Cosa vuole, stringi stringi, la politica italiana in questo momento?<br>Quello che vuole sempre: soldi, soldi, soldi!<br>A Bruxelles, però, giustamente iniziano a farsi una domanda elementare: «Sì, va bene, ma per farci cosa?».<br>Per fare riforme strutturali capaci di modernizzare il Paese, o per buttarli direttamente nel cesso sussidiando le bollette e limando di qualche centesimo il prezzo della benzina alla pompa per comprare il consenso elettorale?<br>Capite bene che quando parlo di puerilità politica non sono affatto lontano dalla verità.<br>Perché per i nostri moderni Demostene il copione è sempre lo stesso: quando Bruxelles ci chiede di fare i compiti a casa, partono i fulmini, le saette e le sacre rivendicazioni di sovranità deaaaa Naaazzziiiooone.<br>Ma quando siamo noi a battere cassa chiedendo miliardi, flessibilità, scudi e deroghe, allora l’Europa torna improvvisamente utile.<br>E se per caso osa chiederci il conto, diventa immediatamente &#8220;matrigna&#8221;.<br>È il capolavoro del sovranismo a debito: rivendicare l&#8217;autonomia assoluta quando c’è da rispettare le regole, e invocare la solidarietà fraterna quando c’è da pagare il conto.<br>In perfetto stile italico: guadagni nazionalizzati e perdite europeizzate.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Valbruna, dalla Provincia di Bolzano il via libera alla continuità produttiva. Giovine: &#8220;Bene. Dirimente l&#8217;uso preventivo del Golden Power&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 13:46:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si apre una nuova fase per le Acciaierie Valbruna, gruppo specializzato nella produzione di acciai speciali e superleghe con stabilimenti a Bolzano e Vicenza. La Giunta provinciale di Bolzano ha approvato la delibera che consente la concessione dell’area produttiva all’azienda,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Si apre una nuova fase per le Acciaierie Valbruna, gruppo specializzato nella produzione di acciai speciali e superleghe con stabilimenti a Bolzano e Vicenza. La Giunta provinciale di Bolzano ha approvato la delibera che consente la concessione dell’area produttiva all’azienda, un provvedimento ritenuto strategico per garantire continuità industriale e occupazionale.</p>



<p>La decisione è stata accolta con favore dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha parlato di un risultato importante sia per il territorio altoatesino sia per quello vicentino. Il ministro ha sottolineato come ora si apra “una fase di collaborazione concreta tra la Provincia autonoma e l’azienda”, con l’obiettivo di tradurre rapidamente l’intesa in azioni operative a tutela della produzione, dell’occupazione e del coinvolgimento dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali.</p>



<p>Il Mimit continuerà a seguire l’evoluzione della vicenda, considerata la rilevanza strategica di Valbruna per il sistema industriale nazionale e per il tessuto economico locale.</p>



<p>Sulla decisione è intervenuto anche il deputato vicentino di Fratelli d’Italia Silvio Giovine, che ha dichiarato: «Accogliamo con favore la decisione della Giunta provinciale di Bolzano relativa al futuro delle Acciaierie Valbruna. Si tratta di un passaggio importante che apre ora una nuova fase, nella quale sarà fondamentale garantire continuità produttiva, tutela dell’occupazione e pieno coinvolgimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali».</p>



<p>Giovine ha poi evidenziato il peso industriale dell’azienda: «Parliamo di un’azienda storica e di un presidio industriale fondamentale per il nostro territorio e per tutto il comparto manifatturiero. La scelta assunta va nella direzione di dare stabilità e prospettiva a una realtà che rappresenta competenze, lavoro e valore industriale».</p>



<p>Nel suo intervento il parlamentare ha inoltre richiamato il ruolo del Governo nella gestione della vicenda: «Un risultato reso possibile anche grazie a un utilizzo preventivo della golden power, fattispecie mai finora messa in campo, che testimonia l’attenzione avuta dal Governo Meloni e in particolare dal ministro Urso fin dal primo istante verso la rilevanza strategica che Acciaierie Valbruna rappresenta per Bolzano e Vicenza».</p>



<p>Infine, Giovine ha sottolineato la necessità di accelerare sui prossimi passaggi operativi: «Ora è necessario continuare a lavorare con responsabilità e concretezza affinché si traducano rapidamente in atti operativi le condizioni per garantire il futuro produttivo dell’azienda e dei suoi lavoratori».</p>
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		<title>Veneto, crescono occupazione e produzione industriale: imprese prudenti per energia e tensioni geopolitiche</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 13:08:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VENEZIA – Il Veneto apre il 2026 con segnali positivi sia sul fronte dell’occupazione sia su quello della produzione industriale, anche se imprese e operatori economici guardano con crescente prudenza ai prossimi mesi a causa delle tensioni internazionali, dei costi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>VENEZIA – Il Veneto apre il 2026 con segnali positivi sia sul fronte dell’occupazione sia su quello della produzione industriale, anche se imprese e operatori economici guardano con crescente prudenza ai prossimi mesi a causa delle tensioni internazionali, dei costi energetici e delle difficoltà negli approvvigionamenti.</p>



<p>Secondo la Bussola di Veneto Lavoro diffusa oggi, nei primi quattro mesi del 2026 il saldo occupazionale regionale è positivo per 42mila posizioni di lavoro dipendente, in aumento rispetto alle 40.700 registrate nello stesso periodo dello scorso anno, con una crescita del 5%.</p>



<p>Il solo mese di aprile ha fatto segnare un saldo positivo di 19.200 unità, stabile sui livelli del 2025, grazie all’incremento delle attivazioni contrattuali (+3%), bilanciato però anche da un aumento delle cessazioni (+4%). Complessivamente, nel quadrimestre la domanda di lavoro cresce del 5%, mentre le cessazioni aumentano del 4%.</p>



<p>Positivo il bilancio del lavoro a tempo indeterminato (+11.400), anche se inferiore rispetto al 2025 (+13.700) per effetto della diminuzione delle trasformazioni e qualificazioni (-7%). Ancora più marcata la crescita del tempo determinato, con un saldo di +30.100 posizioni rispetto alle +26.900 dello scorso anno, trainato dall’aumento delle assunzioni (+7%).</p>



<p>Sul piano settoriale, l’industria mostra segnali di normalizzazione occupazionale, con risultati incoraggianti nel metalmeccanico e in alcuni comparti del made in Italy come occhialeria, industria alimentare e tessile-abbigliamento, quest’ultimo in miglioramento pur restando in territorio negativo. Nei servizi, invece, il mercato del lavoro resta in linea con il 2025, sostenuto soprattutto dal turismo, dai servizi di pulizia, dall’editoria e dalla cultura.</p>



<p>Il saldo occupazionale risulta positivo in tutte le province venete, fatta eccezione per Belluno (-3.700), dato legato alla conclusione della stagione turistica invernale. Peggiorano invece le dinamiche occupazionali rispetto al 2025 nelle province di Treviso e Vicenza, mentre Verona mostra segnali di miglioramento.</p>



<p>A confermare il momento favorevole arriva anche l’analisi VenetoCongiuntura di Unioncamere Veneto sull’industria manifatturiera. Nel primo trimestre del 2026 la produzione industriale regionale è cresciuta del 3,4% su base annua, con incrementi diffusi in tutti i comparti. In crescita anche gli ordinativi, sia sul mercato interno (+2,2%) sia su quello estero (+3,1%).</p>



<p>L’indagine, realizzata su un campione di circa 2.200 imprese rappresentative di oltre 95mila addetti, evidenzia tuttavia un atteggiamento più cauto da parte degli imprenditori rispetto all’inizio dell’anno. A pesare sono soprattutto le incertezze del quadro internazionale, con la guerra in Medio Oriente che potrebbe incidere nei prossimi mesi sui costi dell’energia, delle materie prime e sulle catene di approvvigionamento.</p>



<p>Il grado di utilizzo degli impianti si attesta al 70%, dato che secondo Unioncamere testimonia un approccio prudenziale delle aziende, impegnate a concentrare la produzione in cicli intermittenti e ad accumulare scorte di magazzino per prevenire eventuali interruzioni nella fornitura di componenti e materie prime strategiche.</p>



<p>Le previsioni di Prometeia indicano per il Veneto una crescita del Pil dello 0,4% nel 2026, in linea con il dato nazionale, con una lieve accelerazione prevista dal 2027. Rallenta però la domanda interna, attesa in crescita dello 0,9% contro l’1,8% dell’anno precedente, mentre i consumi delle famiglie si fermano al +0,7%. Gli investimenti fissi lordi aumentano dell’1,9%, in netto rallentamento rispetto al +4,7% del 2025. Per l’export è invece previsto un ritorno positivo (+1%) dopo il calo registrato lo scorso anno (-1,2%).</p>



<p>«Da un lato – commenta la segretaria generale di Unioncamere Veneto, Valentina Montesarchio – permangono elementi di tenuta, sostenuti dalla capacità di adattamento delle imprese, dall’innovazione e dalla forte apertura ai mercati internazionali; dall’altro emergono segnali di maggiore cautela, legati all’incertezza del contesto e all’indebolimento delle prospettive di crescita».</p>
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		<title>Euro digitale. Arma di sovranità o altro regalo alle Banche?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 07:39:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Il conto alla rovescia è iniziato. Dopo ben sei anni di studi, rinvii e complessi negoziati a Francoforte, il Parlamento Europeo si appresta a dare il via libera definitivo all’euro digitale. L’accordo tra i grandi partiti Popolari, Socialisti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p><a>Il conto alla rovescia è iniziato. Dopo ben sei anni di studi, rinvii e complessi negoziati a Francoforte, il Parlamento Europeo si appresta a dare il via libera definitivo all’euro digitale. L’accordo tra i grandi partiti Popolari, Socialisti e Conservatori dovrebbe concretizzarsi entro luglio, isolando le frange anti-europeiste.&nbsp;</a></p>



<p>Ma al di là della retorica comunitaria e del semaforo verde politico, resta da capire cosa sarà davvero questa “nuova moneta”, e soprattutto a chi gioverà.</p>



<p>Trattandosi di materia piuttosto ostica, mi sono ripromesso (sperando di riuscirci) di fornire una spiegazione “terra terra”, adatta anche a chi di economia monetaria è completamente digiuno, ripromettendomi di tornarci a mano a mano che il progetto si concretizzerà.</p>



<p>Per fare questo bisogna partire da un assunto fondamentale, necessario per smontare subito un equivoco: “l’Euro digitale non sarà un conto corrente presso la Banca Centrale Europea, né una criptovaluta speculativa”.</p>



<p>Ma andiamo per gradi.&nbsp;</p>



<p><strong>Cos&#8217;è l&#8217;Euro Digitale (e perché non è un &#8220;conto in banca”)</strong></p>



<p>Oggi, quando paghiamo il caffè o la spesa con la carta o l&#8217;app, non stiamo usando veri &#8220;euro dello Stato&#8221;, ma&nbsp;una&nbsp;&nbsp;cosiddetta “moneta commerciale”.&nbsp;&nbsp;In parole povere: utilizziamo promesse di pagamento della nostra Banca. Di conseguenza, se la Banca fallisce o c&#8217;è un blackout totale, quei soldi digitali sono a rischio. L&#8217;unico modo per avere soldi &#8220;sicuri al 100%&#8221;, garantiti perché emessi dalla Banca Centrale Europea (BCE), è avere le banconote di carta in tasca.</p>



<p>Ma visto che usiamo sempre meno contanti e paghiamo sempre più con plastic card, l&#8217;Europa ha pensato:&nbsp;<em>“Perché non creiamo un&#8217;alternativa digitale alle banconote?”&nbsp;&nbsp;In altre parole una forma di contante moderna, gratuita e sicura in quanto garantita dalla Bce?</em></p>



<p>A questo punto si è posto il primo grande problema, un bivio oserei dire.</p>



<p><em>L&#8217;idea iniziale&nbsp;&nbsp;(&#8220;Crypto&#8221; di Stato):</em>&nbsp;In una prima idea l’euro digitale doveva essere una sorta di&nbsp;stablecoin&nbsp;(le stablecoin sono criptovalute il cui valore è ancorato, o vincolato, a quello di un’altra valuta, merce o strumento finanziario), cioè&nbsp;un portafoglio digitale sicuro dove i cittadini potessero depositare i propri risparmi direttamente presso la BCE, senza passare per le banche tradizionali.</p>



<p><em>La realtà attuale (&#8220;Visa&#8221; di Stato):</em>&nbsp;Di fronte a questa prospettiva le Banche europee si sono spaventate. Se tutti i cittadini avessero spostato i propri risparmi alla BCE perché &#8220;più sicura&#8221;, le Banche normali sarebbero rimaste senza soldi da prestare, rischiando il collasso.</p>



<p>Come sempre avviene in questi casi ed a questi livelli, alla fine si è arrivati ad un compromesso.&nbsp;&nbsp;Meglio sarebbe dire chele Banche hanno vinto la partita. Infatti l&#8217;Euro Digitale non sarà un conto dove accumulare patrimoni, ma&nbsp;solo un sistema di pagamento. Sarà un&#8217;applicazione per pagare, distribuita e gestita dalle Banche stesse.</p>



<p><strong>Perché l&#8217;Europa lo fa? (La geopolitica del portafoglio)</strong></p>



<p>I motivi principali sono due, e nessuno dei due riguarda il &#8220;voler controllare i soldi dei cittadini&#8221;:</p>



<p><em>Indipendenza dall&#8217;America:</em>&nbsp;Quando strisciamo una carta, quasi sempre usiamo circuiti americani (Visa e Mastercard). Se domani per assurdo gli USA decidessero di bloccarci i circuiti (come fatto con la Russia), l&#8217;Europa rimarrebbe paralizzata. L&#8217;Euro Digitale serve quindi ad avere un &#8220;tubo&#8221; europeo in cui far scorrere i pagamenti.</p>



<p><em>Nessuna alternativa privata:</em>&nbsp;Gli Stati Uniti hanno deciso di non dar vita al dollaro digitale perché si fidano dei loro giganti privati. In Europa, le Banche private non sono mai riuscite a mettersi d&#8217;accordo per creare un circuito unico europeo. La riprova è che undici Paesi europei su venti non hanno nemmeno un circuito nazionale.</p>



<p><strong>Cosa può andare storto? (La strada è stretta)</strong></p>



<p>Anche se il Parlamento Europeo sta per dare il via libera, la strada dell’euro digitale per arrivare nei nostri telefoni (prevista tra il 2028 e il 2029) è ancora piena di incognite.</p>



<p><em>lI limite di possesso</em><strong>:</strong>&nbsp;Per non fare concorrenza alle Banche, si ipotizza un limite massimo di Euro Digitali che potremo tenere sul telefono (si ipotizzano circa 3.000 euro). Inoltre, questo conto non darà interessi.</p>



<p><em>Il&nbsp;</em><em>rischio &#8220;Flop&#8221;:</em>&nbsp;Perché un cittadino dovrebbe scomodarsi a usare l&#8217;Euro Digitale se ha già Apple Pay, Satispay o la carta di credito? Se l&#8217;app della BCE non sarà incredibilmente comoda, facile da utilizzare, e magari più economica per i commercianti, la gente continuerà a usare quello che usa oggi.</p>



<p><em>I costi di gestione:</em>&nbsp;Chi pagherà i computer ed i sistemi tecnologici necessari al progetto? La BCE darà sicuramente un aiuto, ma le Banche vorranno comunque essere pagate per il servizio.</p>



<p>Questo a grandi linee, ed in forma molto didascalica, è il progetto dell’euro digitale.</p>



<p>Adesso, per quel che conta, vi dico come la penso io.&nbsp;</p>



<p>Se&nbsp;&nbsp;l’euro digitale si fosse concretizzato secondo le intenzioni iniziali, alla fine il cittadino europeo avrebbe avuto a disposizione un &#8220;portafoglio sicuro&#8221; presso la Bce, in cui depositare i propri risparmi al riparo dai rischi di fallimento delle Banche commerciali o da catastrofi sistemiche.</p>



<p>Poi, però, sono entrate in campo le lobby del credito.</p>



<p>Le Banche commerciali hanno visto nel progetto originario un temibilissimo concorrente alla raccolta del denaro, un meccanismo capace di prosciugare i depositi tradizionali ed azzerare i lauti guadagni derivanti dall&#8217;intermediazione dei pagamenti.&nbsp;</p>



<p>Alla fine, com’era prevedibile, hanno vinto loro.&nbsp;</p>



<p>La BCE ha ceduto, accettando il principio di &#8220;non fare concorrenza ai privati&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il risultato? L&#8217;euro digitale è stato declassato da riserva di valore a mero strumento di pagamento.&nbsp;</p>



<p>Per intenderci, sul nostro smartphone avremo un limite rigido di detenzione (si parla di circa 3.000 euro) e zero interessi.</p>



<p>Così le Banche manterranno il monopolio del rapporto con il cliente ed i loro guadagni sulle commissioni saranno salvaguardati.</p>



<p>Viene da chiedersi, allora, se valesse e valga davvero la pena mobilitare l&#8217;intera macchina europea per un risultato del genere.&nbsp;</p>



<p>A ben guardare, unendo il circuito nazionale Bancomat ad una realtà agile come Satispay si sarebbe ottenuto lo stesso identico servizio per il cittadino, in un terzo del tempo e con una frazione dei costi.</p>



<p>In conclusione:&nbsp;L&#8217;Euro Digitale serve davvero?&nbsp;</p>



<p>La risposta è Sì, se lo guardiamo come uno scudo di sovranità e indipendenza per non dipendere totalmente dai circuiti americani.&nbsp;</p>



<p>No, se il cittadino si aspettava una rivoluzione che cambiasse il modo di gestire i propri risparmi. Sarà semplicemente una nuova icona sul nostro smartphone per pagare il caffè, sperando che sia più comoda di quelle che abbiamo già.</p>



<p>La risposta l’avremo solo vivendo.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Hormuz, l’arma invisibile dell’Iran: non servono le bombe, basta l’inflazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 07:40:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Per capire la forza dell’Iran non bisogna guardare alle centrifughe nucleari. Bisogna guardare al prezzo della benzina. È lì che Teheran colpisce davvero l’Occidente.&#160; Non con i missili. Non con gli Ayatollah che minacciano il mondo in televisione.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Per capire la forza dell’Iran non bisogna guardare alle centrifughe nucleari.</p>



<p>Bisogna guardare al prezzo della benzina.</p>



<p>È lì che Teheran colpisce davvero l’Occidente.&nbsp;</p>



<p>Non con i missili. Non con gli Ayatollah che minacciano il mondo in televisione.&nbsp;</p>



<p>Ma con qualcosa di molto più semplice e devastante: l’inflazione.</p>



<p>E la cosa più inquietante è che gli iraniani sembrano esserne perfettamente consapevoli.</p>



<p>Negli ultimi giorni, diversi esponenti del regime hanno lasciato intendere con notevole chiarezza quale sia la loro vera strategia.&nbsp;</p>



<p>Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha ironizzato sui social sostenendo che “gli Stati Uniti stanno già pagando il prezzo della crisi regionale”.&nbsp;</p>



<p>Ancora più esplicito il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo cui il problema per Washington non sarebbero le minacce militari di Teheran, ma “l’aumento del costo della vita, del debito e dei tassi di interesse in Occidente”.</p>



<p>Tradotto dal linguaggio diplomatico: l’Iran sa benissimo che la sua “bomba nucleare” è l’inflazione, che può mettere sotto pressione le economie occidentali senza bisogno di entrare in guerra diretta.</p>



<p>Lo Stretto di Hormuz, quel tratto di mare stretto tra Iran e Oman che molti occidentali faticherebbero perfino a trovare sulla carta geografica, è in realtà una delle valvole cardiache dell’economia mondiale.&nbsp;</p>



<p>Da lì passa circa un quinto del petrolio globale. Quando quella porta si chiude o anche solo scricchiola, il mondo trattiene il respiro.</p>



<p>Ed è esattamente ciò che sta accadendo.</p>



<p>Il fallimento del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping sulla riapertura dei traffici energetici ha avuto un effetto immediato: petrolio e gas sono schizzati verso l’alto, le Borse sono scese e gli investitori hanno cominciato a fare ciò che fanno sempre quando sentono odore di crisi: scappare.</p>



<p>Ma il vero problema non sono i mercati azionari.&nbsp;</p>



<p>Quelli salgono e scendono ogni giorno, come gli umori dei politici in campagna elettorale.&nbsp;</p>



<p>Il punto è un altro: l’aumento del costo dell’energia rischia di riaccendere una gigantesca ondata inflazionistica mondiale.</p>



<p>Ed è qui che si palesa la vera strategia iraniana.</p>



<p>Perché il petrolio non serve soltanto a far muovere le automobili.&nbsp;</p>



<p>Serve a trasportare merci, produrre plastica, alimentare industrie, far viaggiare navi, aerei e camion.&nbsp;</p>



<p>Quando il petrolio aumenta, aumenta tutto, aumenta il prezzo del pane perché costa di più trasportare la farina, aumenta il costo della frutta, aumentano i voli aerei, aumentano le bollette, aumenta perfino il prezzo della pasta al supermercato.</p>



<p>L’inflazione funziona così: è una tassa invisibile che entra nelle case senza chiedere permesso.</p>



<p>E quando l’inflazione sale, le Banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse. Tradotto in linguaggio umano: mutui più cari, prestiti più costosi, aziende più fragili, consumi che rallentano.</p>



<p>Ma soprattutto: Stati più indebitati.</p>



<p>Ed è qui che l’Occidente mostra tutta la sua vulnerabilità.</p>



<p>Negli Stati Uniti il debito pubblico ha ormai superato i 37 mila miliardi di dollari.</p>



<p>Con i rendimenti dei Treasury decennali saliti intorno al 4,6%, e quelli trentennali oltre il 5%, Washington rischia di spendere più in interessi sul debito che in difesa nazionale.&nbsp;</p>



<p>Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza economica.</p>



<p>l problema è semplice: quando uno Stato ha accumulato montagne di debiti, ogni aumento dei tassi diventa una mazzata.&nbsp;</p>



<p>Se ieri pagava interessi all’1% ed oggi deve rifinanziarsi al 4 o al 5%, il costo esplode.</p>



<p>È come una famiglia che vive con la carta di credito sempre al limite: basta che la Banca aumenti gli interessi ed improvvisamente tutto diventa insostenibile.</p>



<p>L’Europa non sta molto meglio.<br>La Francia viaggia verso un debito superiore al 115% del Pil.&nbsp;</p>



<p>L’Italia resta stabilmente oltre il 135%, con una spesa annuale per interessi che rischia di superare i 100 miliardi di euro.&nbsp;</p>



<p>In pratica, una gigantesca tassa pagata solo per mantenere in piedi il debito accumulato negli anni.</p>



<p>E poi c’è il Giappone, che rappresenta quasi un laboratorio estremo della fragilità moderna: un debito pubblico che supera il 250% del Pil.&nbsp;</p>



<p>Per anni Tokyo è sopravvissuta grazie ai tassi vicini allo zero. Ma adesso, con energia più cara e inflazione in crescita, anche il gigante giapponese comincia a scricchiolare.</p>



<p>Teheran, come già accennato, lo ha capito perfettamente.</p>



<p>l’Iran sa che la sua arma più potente non è la bomba atomica. È il petrolio. O meglio: la paura che il petrolio possa mancare.</p>



<p>Non serve distruggere città occidentali. Basta spaventare i mercati energetici. Basta creare instabilità. Basta tenere il mondo con il fiato sospeso nello Stretto di Hormuz.</p>



<p>Perché le economie moderne sono immense macchine alimentate ad energia e debito.&nbsp;</p>



<p>Se il prezzo dell’energia esplode, il debito comincia a tremare.&nbsp;</p>



<p>E quando tremano i titoli di Stato, tremano anche Governi, Banche e famiglie.</p>



<p>È una guerra diversa da quelle del Novecento, meno spettacolare, molto più subdola.</p>



<p>E forse persino più pericolosa.</p>



<p>Perché un missile lo vedi arrivare; l’inflazione invece entra lentamente nelle case, svuota i portafogli, indebolisce gli Stati, ed alla fine cambia perfino gli equilibri politici.&nbsp;</p>



<p>Senza sparare un colpo.</p>



<p>Il paradosso è che l’Occidente continua a pensare alla sicurezza quasi esclusivamente in termini militari, mentre oggi il vero tallone d’Achille delle democrazie sembra essere diventato il debito.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo costruito economie gigantesche fondate su consumi, credito e denaro a basso costo.&nbsp;</p>



<p>Un sistema efficiente finché l’energia resta abbondante ed i tassi restano bassi.</p>



<p>Ma basta che un tratto di mare largo poche decine di chilometri venga minacciato perché l’intero castello cominci a oscillare.</p>



<p>La globalizzazione doveva renderci tutti più interdipendenti e quindi più sicuri.<br>In&nbsp;&nbsp;realtà ci ha resi tutti terribilmente vulnerabili.</p>



<p>Un&nbsp;&nbsp;vero capolavoro dell’ingegneria economica contemporanea.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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