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	<title>ECONOMIA | TViWeb</title>
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		<title>Electrolux dimezza la produzione, 1.700 esuberi su 4.000 addetti</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 08:26:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Veneto, 12 maggio 2026 &#8211; ll colosso svedese dell&#8217;elettrodomestico Electrolux ha annunciato ieri, nel corso di una riunione di Coordinamento nazionale convocata a Venezia, la presenza di 1.700 esuberi su un totale nazionale di circa 4 mila addetti. Lo riferiscono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Veneto, 12 maggio 2026 &#8211; ll colosso svedese dell&#8217;elettrodomestico Electrolux ha annunciato ieri, nel corso di una riunione di Coordinamento nazionale convocata a Venezia, la presenza di 1.700 esuberi su un totale nazionale di circa 4 mila addetti. Lo riferiscono fonti sindacali e lo rilancia Ansa Veneto. Nessuno stabilimento in Italia sarà escluso dalla riduzione di personale. In particolare, è stata annunciata la chiusura dell&#8217;impianto di Cerreto d&#8217;Esi (Ancona), in cui operano 170 lavoratori.</p>
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		<title>Veneto, in sei anni persi quasi 18mila autonomi nel commercio e turismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:56:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un’analisi di Confesercenti basata sui dati delle Camere di commercio, negli ultimi sei anni il Veneto ha registrato una forte contrazione del lavoro autonomo nei settori del commercio e del turismo, confermandosi la terza regione italiana per entità del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Secondo un’analisi di Confesercenti basata sui dati delle Camere di commercio, negli ultimi sei anni il Veneto ha registrato una forte contrazione del lavoro autonomo nei settori del commercio e del turismo, confermandosi la terza regione italiana per entità del calo in termini assoluti.</p>



<p>Tra il 2019 e il 2025 gli indipendenti sono diminuiti di 17.792 unità, passando da 98.763 a 80.971. In termini percentuali la flessione è pari al 18%, un dato significativo che colloca il Veneto dietro soltanto a Lombardia e Lazio per numero di lavoratori persi. A livello nazionale, nello stesso periodo, il sistema del lavoro autonomo ha subito una riduzione complessiva di circa 177mila unità (-14,1%), mentre il lavoro dipendente è cresciuto di 528mila posti (+18%).</p>



<p>Secondo Confesercenti, il progressivo arretramento degli autonomi nel commercio e nel turismo è il risultato di una combinazione di fattori strutturali e congiunturali. Tra questi vengono indicati l’elevata pressione fiscale e burocratica, l’aumento dei costi energetici esploso dopo la pandemia, le difficoltà legate agli affitti commerciali, l’accesso al credito sempre più complesso e la crescente concorrenza di grandi operatori e piattaforme digitali.</p>



<p>Una somma di elementi che, secondo l’associazione, sta rendendo sempre più difficile non solo avviare nuove attività indipendenti, ma anche mantenerle nel tempo o trasferirle, contribuendo così alla progressiva riduzione del tessuto imprenditoriale tradizionale del settore.</p>
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		<title>Il futuro in vendita. Capire i futures senza essere economisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 07:51:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono termini economico-finanziari che sembrano inventati apposta per tenere lontane le persone normali.“Derivati”, “hedging”, “commodities”, “margini”, “leveraggio”.Sembra il linguaggio segreto di una setta finanziaria chiusa in qualche grattacielo di Londra o Chicago, dove uomini in giacca blu<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono termini economico-finanziari che sembrano inventati apposta per tenere lontane le persone normali.<br>“Derivati”, “hedging”, “commodities”, “margini”, “leveraggio”.<br>Sembra il linguaggio segreto di una setta finanziaria chiusa in qualche grattacielo di Londra o Chicago, dove uomini in giacca blu urlano davanti a monitor verdi come negli anni Ottanta.&nbsp;</p>



<p>E invece, dietro certi termini complicati, spesso si nascondono meccanismi semplicissimi.&nbsp;</p>



<p>Uno di questi è il “future”.<br>Termine che in queste settimane di tensione nel Golfo Persico sentiamo nominare continuamente: “salgono i futures sul petrolio”, “crollano i futures sul gas”, “mercati nervosi sui futures energetici”.</p>



<p>Ma che cosa sono davvero?</p>



<p>Cerchiamo di spiegarlo anche alla Siora Maria ed al Sior Bepi:&nbsp;<strong>un future è un contratto con cui due persone decidono oggi il prezzo di qualcosa che verrà consegnato domani.</strong></p>



<p>Fine.<br>Tutto il resto è contorno, sofisticazione, speculazione, e qualche miliardo che vola da una parte all’altra del pianeta come una pallina impazzita nel flipper della finanza globale.</p>



<p>Immaginiamo una scena concreta.<br>Non Wall Street. Non Goldman Sachs.<br>Un campo di grano.&nbsp;Siamo a gennaio.<br>Un agricoltore sa che raccoglierà il suo grano a giugno.<br>Ha però un problema: teme che il prezzo del grano crolli nei prossimi mesi.</p>



<p>Dall’altra parte c’è un fornaio, a cui quel grano serve per la sua attività.<br>Lui teme l’esatto contrario: che il prezzo del cereale salga troppo.</p>



<p>In estrema sintesi:&nbsp;il primo ha paura di vendere male, l’altro ha paura di comprare male.</p>



<p>Ed ecco nascere il future.</p>



<p>I due firmano un contratto:&nbsp;&nbsp;10 tonnellate di grano&nbsp;&#8211;&nbsp;&nbsp;consegna il 1° giugno-&nbsp;&nbsp;prezzo fissato oggi: 200 euro a tonnellata&nbsp;</p>



<p>A giugno possono accadere due cose.</p>



<p>Primo scenario, il prezzo crolla: il grano sul mercato vale 150 euro.</p>



<p>L’agricoltore però sorride.&nbsp;&nbsp;Grazie al contratto di future venderà comunque a 200 euro.</p>



<p>Il fornaio invece paga più del prezzo di mercato.<br>Ci perde? Sì.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma almeno aveva la certezza del costo.</p>



<p>Secondo scenario, il prezzo vola:&nbsp;il grano arriva a 250 euro.</p>



<p>Questa volta è il fornaio a festeggiare: comprerà comunque a 200 euro.</p>



<p>L’agricoltore rinuncia ad un guadagno maggiore, ma aveva ottenuto ciò che cercava: sicurezza.</p>



<p>Ed eccoci arrivati al punto centrale; alla funzione dei futures.</p>



<p>Non servono principalmente a “fare soldi”.<br>Servono a ridurre l’incertezza.</p>



<p>Sono nati così, come assicurazione contro le oscillazioni dei prezzi.</p>



<p>Il problema è che l’essere umano riesce a trasformare qualsiasi strumento utile in un gigantesco casinò globale.<br>Era inevitabile.</p>



<p>Infatti oggi gran parte dei futures non viene usata da agricoltori o fornai, ma da speculatori finanziari che non vedranno mai un chicco di grano, un barile di petrolio od una pepita d’oro (tanto per dire le prime dieci materie prime, o commodities, ordinate per maggiore liquidità e volumi di scambio sono il brent oil, il petrolio greggio, il gas naturale, l’oro, l’argento, il rame, il caffè, lo zucchero, il cacao, il cotone).&nbsp;</p>



<p>Avrete capito a questo punto che detti “operatori” comprano e vendono non merci, bensì contratti, sperando di guadagnare sulle variazioni di prezzo delle commodities.</p>



<p>Ed è qui che il meccanismo diventa interessante.</p>



<p>Perché un future non obbliga quasi mai a possedere davvero la merce.</p>



<p>Chi compra futures sul petrolio spesso non ha nemmeno un garage abbastanza grande per tenere un tagliaerba, figurarsi milioni di barili.<br>Semplicemente scommette che il prezzo salirà o scenderà.</p>



<p>Se pensa che salirà, compra oggi e rivende domani ad un prezzo maggiore.<br>Se pensa che scenderà, vende oggi e ricompra dopo.</p>



<p>Inevitabilmente questo meccanismo di mercato fa sì che i futures svolgano un ruolo fondamentale e spesso decisivo nella determinazione del prezzo di molte materie prime (commodities) e strumenti finanziari, agendo come principale meccanismo di &#8220;price discovery&#8221; (scoperta del prezzo).&nbsp;&nbsp;In altre parole definiscono il prezzo di riferimento di determinate merci a livello globale.</p>



<p>Come vedete, tutto molto elegante.<br>Fino a quando il mercato impazzisce.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come accade durante le guerre.</p>



<p>Quando in Medio Oriente si alza la tensione, il mercato teme che possano interrompersi le forniture di petrolio.<br>E allora cosa fanno i trader?</p>



<p>Comprano futures sul greggio prima ancora che manchi davvero il petrolio.</p>



<p>È il regno delle aspettative, nel quale il prezzo di una merce non fotografa soltanto il presente, ma anticipa il futuro.</p>



<p>Per questo i futures sono diventati una specie di termometro dell’ansia mondiale.</p>



<p>Basta una dichiarazione aggressiva dell’Iran, una petroliera fermata nello stretto di Hormuz, un bombardamento, ed i futures sul petrolio schizzano verso l’alto.</p>



<p>Magari il petrolio continua a fluire normalmente; ma il mercato non aspetta i fatti, scommette sulle paure.</p>



<p>Ed è qui che nasce un altro equivoco gigantesco.</p>



<p>Molti pensano che “la Borsa” sia l’economia reale.<br>In realtà spesso è soltanto il mercato delle aspettative sull’economia reale.</p>



<p>Una differenza enorme.</p>



<p>I futures, infatti, sono chiamati anche “strumenti derivati” perché derivano il loro valore da qualcos’altro: petrolio, gas, oro, grano, zucchero, caffè, valute, indici azionari.</p>



<p>Persino il succo d’arancia ha i suoi futures.<br>L’umanità riesce a finanziare qualsiasi cosa.&nbsp;</p>



<p>È una qualità quasi poetica, se non fosse per i disastri che combina periodicamente.</p>



<p>Naturalmente esistono anche i rischi.</p>



<p>Per comprare futures spesso basta versare una piccola quota iniziale, detta “margine”.<br>Una specie di “caparra”.</p>



<p>Questo significa che si possono controllare enormi quantità di denaro (e di merci) con somme relativamente piccole.</p>



<p>Ed è qui che entra in scena la leva finanziaria (strategia che permette di investire od operare su mercati finanziari utilizzando capitali presi a prestito, consentendo di controllare una posizione superiore al capitale proprio versato. Amplifica sia i guadagni che le perdite potenziali, rendendola uno strumento ad alto rischio).</p>



<p>Leva che funziona magnificamente quando guadagni, ma molto meno quando perdi.</p>



<p>È un po’ come guidare una Ferrari a 300 all’ora sotto la pioggia: emozionante fino al guardrail.</p>



<p>Per questo i futures possono diventare estremamente pericolosi.</p>



<p>Non solo per chi specula, ma per interi sistemi economici.</p>



<p>Perché oggi il prezzo del petrolio, del gas, del grano o del rame influenza direttamente:inflazione, bollette, trasporti, costo del pane, costo della pasta, costo dell’energia&nbsp;&nbsp;ecc.</p>



<p>In pratica: la vita quotidiana delle famiglie.</p>



<p>Ed ecco perché un contratto nato per dare stabilità agli agricoltori del Midwest americano è diventato uno degli strumenti più potenti della finanza mondiale.</p>



<p>Un future è, in estrema sintesi, una scommessa organizzata sul futuro.</p>



<p>A volte prudente, a volte utile, a volte anche necessaria.</p>



<p>E qualche volta pericolosamente simile ad una roulette planetaria travestita da matematica.</p>



<p>Concludendo,&nbsp;dietro termini altisonanti come futures, short selling, derivati complessi, spesso si nascondono scommesse legalizzate, fatte da pochi per guadagnare molto sulle disgrazie altrui.</p>



<p>Abbiamo stravolto tutto: perché la Borsa, in origine, era uno strumento per finanziare l’impresa, per permettere ad un’idea di diventare un’azienda, e ad un’azienda di crescere<strong>.</strong></p>



<p>Oggi sembra un’arena dove gladiatori invisibili si scambiano colpi su titoli di aziende, o su merci, che non hanno mai nemmeno visto, e dove il risparmiatore medio è solo carne da macello.</p>



<p>Che futuro può avere un sistema in cui il lungo termine vale meno di un tweet?</p>



<p>Che fiducia possiamo dare ad un mercato che premia la paura più della stabilità?</p>



<p>Ecco perché continuo a pensare – e a dirlo senza peli sulla lingua – che l’unica vera riforma sarebbe una sola: vietare tutte le operazioni che non&nbsp;abbiano dietro beni o soldi “reali”.&nbsp;</p>



<p>Compri solo se hai il denaro, vendi solo se hai le azioni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Tutto il resto? Fuori dal listino, o tassato come il gioco d’azzardo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non mi sembra poi tanto complicato da capire.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Chiusura dei negozi, Piccolo: &#8220;Commercio di prossimità da rilanciare&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:32:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“I dati diffusi dalla ricerca Nomisma-Percorsi di Secondo Welfare impongono una riflessione seria da parte delle Istituzioni, a tutti i livelli. Perché la perdita di negozi, soprattutto quelli di vicinato, non rappresenta solo un danno economico per i territori, ma<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>“I dati diffusi dalla ricerca Nomisma-Percorsi di Secondo Welfare impongono una riflessione seria da parte delle Istituzioni, a tutti i livelli. Perché la perdita di negozi, soprattutto quelli di vicinato, non rappresenta solo un danno economico per i territori, ma è chiaramente anche una perdita sociale per tutto ciò che il commercio rappresenta nelle nostre città e nei nostri paesi”, così Nicola Piccolo, presidente di Confcommercio Vicenza commenta i dati diffusi ieri, secondo i quali la provincia di Vicenza ha registrato la chiusura di oltre 1.300 negozi al dettaglio tra il 2015 e il 2025: una situazione in linea con un trend che ha visto oltre 85 mila negozi chiudere a livello nazionale e 9.952 in Veneto.</p>



<p>La ricerca ha evidenziato l’aumento dei canoni di locazione: in provincia di Vicenza l’aumento del costo degli affitti avrebbe superato il 20% dal 2015. “Di certo – è l’analisi del presidente Nicola Piccolo – i canoni commerciali hanno subito negli anni una dinamica in controtendenza rispetto all’andamento economico del settore commercio e questo ha due conseguenze: da un lato affitti non più sostenibili soprattutto per quei negozi che operano in comparti attualmente più in difficoltà, come il tessile abbigliamento e le calzature, dove il calo degli incassi si fa più sentire; dall’altro negozi che rimangono chiusi, non perché non ci siano imprenditori interessati a riaprire, ma perché il canone di partenza è troppo elevato”. Come uscire da questo impasse? “Un grande aiuto arriverebbe dall’introduzione della norma sulla cedolare secca per gli affitti commerciali rivolta a tutti quei proprietari che “tagliano” i canoni di locazione &#8211; afferma il presidente di Confcommercio Vicenza -. Ridurre il peso fiscale che grava sugli immobili, legandolo ad un vantaggio per gli affittuari diventa oggi ancor più cruciale, anche a fronte dell’aumento delle spese fisse che gravano sulle imprese, dai costi energetici a quelli dei trasporti”. Non è la prima volta che Confcommercio chiede questo tipo di intervento: “Ci sono state anche iniziative da parte dei parlamentari vicentini per arrivare a questo risultato, ma poi ogni volta nella Legge di Bilancio non se ne fa nulla – afferma il presidente Piccolo &#8211; e poi ci ritroviamo qui a commentare questi dati: possibile che non ci renda conto della situazione? Eppure i vantaggi per la collettività sarebbero indubbiamente più alti dei costi, visto che tutti riconoscono il ruolo di coesione sociale delle attività di vicinato, che sono anche un presidio di sicurezza per i territori, oltre che un servizio essenziale per i cittadini e per i turisti”.</p>



<p>Non basta però, secondo il presidente Nicola Piccolo, intervenire sugli affitti: “Serve un piano generale di rilancio del commercio di prossimità, che comprenda incentivi, soprattutto a sostegno delle attività collocate in aree periferiche, pensiamo ai quartieri e ai piccoli paesi; investimenti per la rigenerazione urbana di città e paesi; politiche integrate per la riapertura dei negozi sfitti. La Regione Veneto ha fatto molto sul fronte dei Distretti del Commercio e molto può ancora fare, contiamo si lavori in modo ancor più deciso su questi fronti”.</p>



<p>Il presidente di Confcommercio Vicenza guarda però anche ai segnali positivi che si registrano nel comparto a livello provinciale. “Gli stessi dati Nomisma evidenziano un aumento degli occupati nel settore e questo è un segnale chiaro che le aziende si stanno rinnovando e strutturando, diventando sempre più solide – rileva Piccolo –. Alcuni negozi chiudono, dunque, ma chi rimane si ingrandisce, assume personale, va a coprire gli spazi di mercato lasciati liberi”. Anche sul territorio, poi, ci sono aree che vanno a velocità diverse: “Se guardiamo alla città di Vicenza a preoccupare di più sono i quartieri dove il rischio desertificazione va affrontato con decisione– è l’analisi del presidente Piccolo -. Nel centro storico le serrande abbassate ci sono, ovviamente, ma registriamo ancora una buona dinamicità, soprattutto nelle aree attorno a corso Palladio. Anche recenti chiusure che destavano preoccupazione a breve saranno riassorbite da nuove attività e l’auspicio è che i futuri progetti culturali in città legati alle nuove mostre in Basilica Palladiana possano dare una spinta al turismo che rappresenta sempre un booster importante anche per il commercio al dettaglio”.</p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td rowspan="6"></td><td></td></tr><tr><td></td></tr><tr><td></td></tr><tr><td></td></tr><tr><td></td></tr><tr><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Come l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC cambierà gli equilibri del petrolio</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:25:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’improvvisa uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC rappresenta un passaggio di grande rilevanza per l’economia globale e per gli equilibri energetici internazionali. Un evento storico, considerando che gli Emirati facevano parte dell’organizzazione ancora prima di diventare uno Stato nel 1971.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’improvvisa uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC rappresenta un passaggio di grande rilevanza per l’economia globale e per gli equilibri energetici internazionali. Un evento storico, considerando che gli Emirati facevano parte dell’organizzazione ancora prima di diventare uno Stato nel 1971.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un pilastro che lascia il sistema</h3>



<p>Per decenni, l’OPEC – composta principalmente da Paesi esportatori di petrolio del Golfo – ha influenzato il prezzo del greggio globale, regolando la produzione attraverso quote assegnate ai membri. Il suo ruolo è stato determinante, soprattutto durante le crisi petrolifere degli anni ’70, che hanno segnato profondamente la politica energetica mondiale.</p>



<p>All’interno di questo sistema, gli Emirati Arabi Uniti occupavano una posizione chiave: pur con una produzione dominata dall’Arabia Saudita, Abu Dhabi disponeva della seconda maggiore capacità produttiva di riserva, fondamentale per stabilizzare i prezzi aumentando l’offerta nei momenti critici.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il nodo delle quote e gli interessi economici</h3>



<p>Alla base della decisione c’è una questione economica: le quote OPEC limitavano la produzione emiratina tra i 3 e i 3,5 milioni di barili al giorno, impedendo di sfruttare appieno gli ingenti investimenti fatti nel settore.</p>



<p>In sostanza, gli Emirati volevano produrre di più. E i vincoli imposti dall’organizzazione comportavano perdite economiche significative, giudicate ormai insostenibili.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Tensioni geopolitiche e tempismo delicato</h3>



<p>La tempistica dell’uscita non è casuale. Le tensioni nel Golfo, in particolare legate al confronto con l’Iran, stanno già influenzando gli equilibri regionali e rischiano di complicare ulteriormente i rapporti, già delicati, con l’Arabia Saudita.</p>



<p>Per l’OPEC si tratta di un colpo pesante, proprio mentre emergono dubbi sulla sua tenuta futura.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Rischio guerra dei prezzi</h3>



<p>Una delle conseguenze più temute riguarda una possibile guerra dei prezzi del petrolio. Senza più i vincoli dell’OPEC, gli Emirati potrebbero spingersi fino a una produzione di 5 milioni di barili al giorno.</p>



<p>Una mossa che potrebbe spingere l’Arabia Saudita a reagire abbassando i prezzi per difendere la propria quota di mercato. Uno scenario che gli Emirati, grazie a un’economia più diversificata, potrebbero sostenere meglio rispetto ad altri membri OPEC più fragili.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Nuove rotte e infrastrutture strategiche</h3>



<p>Parallelamente, Abu Dhabi guarda a nuove infrastrutture per rafforzare la propria autonomia. Tra i progetti allo studio ci sono oleodotti che colleghino i giacimenti direttamente ad Abu Dhabi e al porto di Fujairah, aggirando lo strategico Stretto di Hormuz.</p>



<p>Un passaggio cruciale, soprattutto alla luce delle recenti tensioni e dei blocchi del traffico marittimo che hanno già influenzato i mercati globali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un mercato già in trasformazione</h3>



<p>Nel breve periodo, l’uscita degli Emirati non è il principale fattore che incide sui prezzi – attualmente intorno ai 110 dollari al barile – ma potrebbe avere effetti profondi nel medio termine.</p>



<p>Non è escluso, infatti, che il prezzo del petrolio possa scendere anche verso i 50 dollari entro il prossimo anno, soprattutto se si stabilizzeranno altre aree critiche come lo Stretto di Taiwan.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L’OPEC conta meno di un tempo</h3>



<p>Rispetto agli anni ’70, il peso dell’OPEC è già diminuito: la sua quota del petrolio scambiato a livello globale è passata dall’85% a circa il 50%. Anche il petrolio, pur restando centrale, è meno dominante nell’economia mondiale.</p>



<p>Come ricordava l’ex ministro saudita del petrolio Ahmed Zaki Yamani: “L’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre. L’era del petrolio non finirà perché finirà il petrolio”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il segnale di un cambiamento globale</h3>



<p>L’uscita degli Emirati può essere letta anche come il segnale di una transizione energetica in atto. L’elettrificazione, ad esempio, sta già riducendo la domanda di petrolio: in Cina, secondo alcune stime, auto, camion e treni elettrici hanno tagliato i consumi di circa 1 milione di barili al giorno.</p>



<p>In questo contesto, la strategia emiratina appare chiara: massimizzare i profitti dalle risorse petrolifere finché la domanda resta alta, sfruttando al contempo un’economia già parzialmente diversificata tra finanza e turismo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Effetto domino?</h3>



<p>Molto dipenderà dalla risposta saudita e dall’evoluzione delle tensioni nel Golfo. Ma una cosa è certa: l’uscita degli Emirati potrebbe innescare un effetto domino e mettere sotto pressione l’intero sistema OPEC.</p>



<p>Quando il traffico petrolifero tornerà alla normalità e nuove infrastrutture entreranno in funzione, il greggio emiratino potrebbe fluire sui mercati come mai prima d’ora, libero da vincoli.</p>



<p>Per ora l’impatto è limitato. Ma nel lungo periodo, questa decisione potrebbe cambiare tutto.</p>



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		<title>La Cina minaccia l&#8217;Europa perché &#8216;osa&#8217; rilanciare la propria industria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 09:03:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cina alza il tono nei confronti dell’Unione Europea e avverte: se Bruxelles porterà avanti la nuova legge per rilanciare l’industria europea senza tenere conto delle richieste di Pechino, potrebbero scattare contromisure. Il motivo è chiaro: secondo il governo cinese,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La Cina alza il tono nei confronti dell’Unione Europea e avverte: se Bruxelles porterà avanti la nuova legge per rilanciare l’industria europea senza tenere conto delle richieste di Pechino, potrebbero scattare contromisure. Il motivo è chiaro: secondo il governo cinese, il provvedimento rischia di penalizzare direttamente le aziende del Paese.</p>



<p>Al centro dello scontro c’è il progetto di legge sull’“accelerazione industriale”, presentato il 4 marzo dalla Commissione europea e ora all’esame degli Stati membri e del Parlamento europeo. Il testo punta a rafforzare la produzione interna nei settori strategici, imponendo – come spiegato dal vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné – che le aziende che ricevono fondi pubblici utilizzino una quota di componenti di origine europea.</p>



<p>Una misura che riguarda comparti chiave come automotive, energie pulite e industria pesante: dalle batterie ai veicoli elettrici, dai pannelli solari alle pompe di calore fino alle materie prime critiche. Ambiti in cui la Cina è oggi uno dei principali attori globali.</p>



<p>Pechino, pur non essendo citata esplicitamente nel testo, si sente nel mirino. Il Ministero del Commercio cinese ha parlato di “serie preoccupazioni” e ha già inviato le proprie osservazioni alla Commissione il 24 aprile. “La Cina seguirà da vicino il processo legislativo ed è pronta al dialogo”, si legge nella nota ufficiale. Ma il messaggio è anche un avvertimento: “Se l’UE ignorerà i suggerimenti della Cina e insisterà nell’adottare questo testo, danneggiando gli interessi delle aziende cinesi, non avremo altra scelta che adottare contromisure”.</p>



<p>Secondo Pechino, la proposta europea introdurrebbe restrizioni agli investimenti esteri e favorirebbe in modo esplicito le imprese locali, creando clausole di “origine UE” negli appalti pubblici e nei programmi di sostegno. Una strategia che, agli occhi cinesi, rappresenta una forma di discriminazione.</p>



<p>Dal lato europeo, invece, la misura nasce dall’esigenza di ridurre la dipendenza da fornitori esteri e contrastare quella che viene considerata concorrenza sleale da parte di aziende cinesi sostenute da massicci aiuti pubblici.</p>



<p>Il confronto resta aperto, ma la tensione commerciale tra Europa e Cina appare destinata a crescere nelle prossime settimane.</p>



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		<title>Anche il settore orafo vicentino risente della situazione internazionale: giù produzione, export e occupazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 15:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[orafo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore del Made in Vicenza per eccellenza, quello dell’oro, registra una battuta d’arresto aggravata dalla crisi del Golfo. I dati dell’Ufficio Studi di Confartigianato registrano un crollo della produzione orafa del 27,5% a livello nazionale nel primo bimestre del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il settore del Made in Vicenza per eccellenza, quello dell’oro, registra una battuta d’arresto aggravata dalla crisi del Golfo. I dati dell’Ufficio Studi di Confartigianato registrano un crollo della produzione orafa del 27,5% a livello nazionale nel primo bimestre del 2026, dopo il calo del 13,6% registrato nel 2025. Quanto all’export dell’oreficeria, sempre a livello nazionale, lo scorso anno è diminuito del 18,1%, pari a 2,9 miliardi in meno, una contrazione che riporta ai livelli critici della pandemia del 2020 e della crisi finanziaria del 2009. Sono questi i dati presentati Confartigianato nel confronto con i vertici del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.</p>



<p>Il settore sconta l’aumento continuo del prezzo dell’oro, dei dazi sul mercato statunitense, e della crisi del Golfo, di fatto riducendo le esportazioni verso gli Usa nel 2025, e stoppando i mercati mediorientali. Fattori che pesano nei quattro distretti orafi: Arezzo, Vicenza, Alessandria e Milano in cui si concentra l’82,6% dell’export orafo italiano. Particolarmente critica la situazione di Arezzo, che nel 2025 ha registrato un calo del 40,9% delle esportazioni, seguita da Milano con un calo del 36%. Tengono in controtendenza Alessandria (+27,3%) e Vicenza (+6,4%).<br>“Si tratta di una tenuta sulla carta nel senso che a fronte di un calo di produzione è aumentato il costo della materia prima, come più volte evidenziato, e questo porta a valori con il segno più. Di fatto però il mercato non va così bene e anche molte delle nostre imprese iniziano a registrare reali difficoltà. Il calo di produzione ed export conferma una fase di difficoltà già in atto da mesi che oggi si sta accentuando”, commenta Piero Marangon, presidente della categoria Orafi di Confartigianato Imprese Vicenza e Veneto.</p>



<p>Una impasse produttiva che si riflette anche sull’occupazione. Dai dati di Veneto Lavoro il saldo occupazionale del settore (assunzioni-cessazioni rapporti di lavoro dipendente) nel 2025 nel vicentino è stato negativo (-95 unità) dopo la stabilità (-5 unità) registrata nel 2024. Si inverte, quindi, la dinamica dell&#8217;occupazione del settore vicentino dopo le forti crescite registrate negli anni post pandemia: +135 unità nel 2021, +305 unità nel 2022 e +275 unità nel 2023.</p>



<p>“A fronte di tutto questo nel corso dell’incontro con il Ministero è emersa in modo chiaro la necessità di intervenire con misure straordinarie a sostegno del comparto, a partire da un’ipotesi di estensione degli ammortizzatori (cassa integrazione), che per altro molte imprese stanno già utilizzando”, aggiunge Marangon.</p>



<p>Oltre alla necessità di tutele per la tenuta dell’occupazione, nel corso dell’incontro con il Ministero, il Presidente di Confartigianato Orafi nazionale ha posto l’accento sull’insostenibile onerosità dei costi finanziari legati al prestito d’uso del metallo prezioso. Per questa ragione è stata chiesta l’attivazione di un’interlocuzione urgente con l’ABI e la Banca d’Italia per individuare correttivi capaci di contenere i costi di approvvigionamento delle materie prime, ormai fuori controllo.</p>



<p>“Su questo fronte – spiega Marangon- un’idea potrebbe essere quella di ridurre la dipendenza dal sistema bancario estero per l’approvvigionamento dell’oro, valutando strumenti alternativi che consentano di valorizzare risorse già disponibili a livello nazionale, mantenendo comunque la logica del prestito e senza intaccare le riserve.</p>



<p>In pratica invece di farci prestare l’oro dalle banche d’oltralpe, perché non utilizzare le riserve auree del nostro Paese, lo Stato potrebbe anche e utilizzare i denari che incasserebbe da questo prestito d’uso per sostenere politiche industriali a favore del tessuto imprenditoriale locale. È un tema tecnico, ma il messaggio chiave è chiaro: trattenere valore nel sistema Paese e alleggerire i costi finanziari per le imprese e rendere fruttifero un patrimonio inestimabile lasciato nei caveaux dello Stato”.<br>Al termine dell’incontro, il MIMIT ha risposto positivamente alla richiesta di prosecuzione del confronto, accogliendo la proposta di istituire un tavolo allargato anche al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, coinvolgendo tutte le rappresentanze datoriali e sindacali per definire strumenti di supporto straordinari che evitino la dispersione delle competenze e del valore economico rappresentato dall’eccellenza orafa italiana nel mondo.<br>Nel frattempo è in arrivo la nuova misura SIMEST a sostegno delle imprese in relazione all’attuale crisi nel Golfo. Sul piatto 800milioni di euro e da Vicenza si segnala che, proprio per il peso strategico di alcuni comparti sull’area del Golfo come oreficeria/gioielleria, ma anche arredo e complemento, potrebbe avere senso valutare l’introduzione di una quota dedicata (o riserva) rivolta alle PMI artigiane di quei comparti.</p>
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		<title>Nuova “Casa degli agricoltori dell’Alto Vicentino”</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 13:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ALTO VICENTINO]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltori]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[mais marano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stata presentata durante una conferenza stampa venerdì 17 aprile 2026 &#8211; in occasione del nono anniversario della fondazione di Agritour -, la campagna di raccolta fondi per l&#8217;allestimento della nuova sede della cooperativa Mais Marano, in via Molette 74 a Marano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>È stata presentata durante una conferenza stampa venerdì 17 aprile 2026 &#8211; in occasione del nono anniversario della fondazione di Agritour -, la campagna di raccolta fondi per l&#8217;allestimento della nuova sede della cooperativa Mais Marano, in via Molette 74 a Marano Vicentino.<br>Il Consorzio per la tutela del Mais Marano è stato costituito nel 1999 e nel 2011 è nata poi la cooperativa agricola Mais Marano, che oggi conta 47 soci in 24 Comuni. La nuova sede vuole diventare uno spazio condiviso con altre realtà locali, un punto di riferimento per il settore agricolo e di promozione del territorio rurale Alto Vicentino: la futura “Casa degli agricoltori dell’Alto Vicentino”.</p>



<p>Il progetto prevede la ristrutturazione e valorizzazione degli spazi di un capannone ad uso agricolo, in funzione di un miglioramento dei servizi per una rete di associazioni locali che condivideranno la struttura: la cooperativa Mais Marano con l’associazione Gea Ets, Agritour, 3P, Coldiretti e il Museo della Civiltà rurale della Val Leogra.<br>L’obiettivo è riuscire ad allestire in questo capannone la futura “Casa degli agricoltori”, con il mulino del Mais Marano, un’area magazzino e uno spazio per l&#8217;essiccazione del mais; una stalla per gli asini dell’associazione Gea, che si occupa di interventi assistiti con gli animali; un’aula didattica; la nuova sede, con magazzino, di Agritour e la nuova sede del Museo della Civiltà rurale della Val Leogra.</p>



<p>“Il nostro obiettivo a lungo termine prevede quindi un raggruppamento di più forze che ora si trovano disperse sul territorio &#8211; ha spiegato Flavio Sartore, presidente della cooperativa Mais Marano -. Avere una sede unica ci aiuterà a crescere in termini di qualità e professionalità, non solo nei servizi e prodotti che offriamo alla comunità, ma anche ai soci stessi che da anni investono su questo patrimonio”.</p>



<p>“Oggi rilanciamo un grande sogno dei contadini dell’Alto Vicentino &#8211; ha continuato poi Marco Sartore -: dare vita a una casa condivisa, con il mulino per il nostro mais, ma anche una sede per le diverse attività di questo mondo agricolo così vivo e attivo. Uno spazio che ci aiuti a garantire un futuro anche ai giovani agricoltori”.</p>



<p>Il Sindaco di Marano Vicentino, Marco Guzzonato, ha parlato di una “giornata speciale per il mais Marano e per i produttori, oltre che per il Comune di Marano Vicentino: inizia a prendere forma il percorso per una sede dedicata al mondo agricolo, punto di riferimento per l’Alto Vicentino e per la promozione del mais Marano, un patrimonio storico da tutelare e tramandare insieme ad altri Comuni”.</p>



<p>Per sostenere il progetto è possibile fare una erogazione liberale alla&nbsp;<strong>società cooperativa agricola Mais Marano, IBAN IT 82P0880760490000000895382</strong>.</p>



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		<title>I sospetti di insider trading attorno agli annunci continui di Trump, ricorrenti anomalie nei mercati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 08:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sui mercati finanziari internazionali si sarebbero registrati movimenti anomali di grande entità in prossimità di annunci politici e dichiarazioni pubbliche in grado di influenzare i listini. Un’analisi della BBC<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Durante il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sui mercati finanziari internazionali si sarebbero registrati movimenti anomali di grande entità in prossimità di annunci politici e dichiarazioni pubbliche in grado di influenzare i listini. </p>



<p>Un’analisi della BBC sui dati di scambio di diversi mercati, confrontati con le principali comunicazioni del presidente, evidenzia un modello ricorrente: picchi di volumi e scommesse speculative nelle ore, e in alcuni casi nei minuti, precedenti la diffusione ufficiale delle informazioni.</p>



<p>Secondo diversi analisti interpellati, tali dinamiche presenterebbero caratteristiche compatibili con possibili casi di insider trading illegale, ovvero operazioni basate su informazioni non ancora pubbliche. Altri esperti ritengono invece che si tratti di una crescente capacità dei trader di anticipare gli sviluppi politici e le dichiarazioni presidenziali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">I casi principali analizzati</h3>



<p>Tra gli episodi più rilevanti citati figurano alcune giornate di forte volatilità sui mercati petroliferi e azionari.</p>



<p>Il 9 marzo 2026, durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il presidente Trump ha dichiarato in un’intervista alla CBS che la guerra era “praticamente finita”. I dati mostrano un forte incremento delle scommesse sul calo del petrolio già circa 47 minuti prima della pubblicazione dell’intervista, seguito da un crollo dei prezzi del greggio fino a circa il 25%.</p>



<p>Un andamento simile si sarebbe verificato il 23 marzo 2026, quando un post su Truth Social relativo a una possibile “risoluzione completa e totale” delle ostilità con l’Iran ha preceduto un brusco calo dei prezzi del petrolio e un rialzo dei mercati azionari. Anche in questo caso, i volumi di scambio risultano in forte aumento poco prima della diffusione del messaggio presidenziale.</p>



<p>Un ulteriore episodio risale al 9 aprile 2025, in occasione della sospensione temporanea dei dazi annunciata dalla Casa Bianca. Dopo il crollo iniziale dei mercati seguito alle tariffe del cosiddetto “Giorno della Liberazione”, l’annuncio della pausa ha provocato un rialzo del 9,5% dell’indice S&amp;P 500, con segnali di attività anomala nelle ore precedenti alla comunicazione ufficiale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Mercati predittivi e nuove piattaforme</h3>



<p>L’attenzione si è estesa anche ai mercati predittivi online basati su blockchain, come Polymarket e Kalshi, dove alcuni utenti avrebbero ottenuto profitti significativi scommettendo su eventi geopolitici e politici.</p>



<p>Tra gli esempi citati, un account avrebbe guadagnato oltre 400.000 dollari dopo aver puntato sulla caduta del governo venezuelano guidato da Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio 2026. Un altro gruppo di account avrebbe complessivamente realizzato guadagni superiori al milione di dollari dopo aver scommesso su attacchi statunitensi contro l’Iran.</p>



<p>Secondo le analisi riportate, in alcuni casi le operazioni sarebbero state effettuate poco prima di annunci ufficiali confermati successivamente dal presidente Trump.</p>



<p>Le piattaforme coinvolte hanno dichiarato di applicare standard elevati di integrità del mercato e di collaborare con le autorità di regolamentazione. Anche la Casa Bianca, in precedenza, ha invitato il personale a non utilizzare informazioni riservate per attività speculative sui mercati predittivi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Reazioni e quadro normativo</h3>



<p>Alcuni parlamentari democratici hanno chiesto indagini alla Securities and Exchange Commission (SEC), ipotizzando che determinati annunci possano aver avvantaggiato individui vicini all’amministrazione a scapito del pubblico.</p>



<p>La SEC, interpellata, non ha rilasciato commenti. La Casa Bianca ha respinto le accuse, definendole non supportate da prove.</p>



<p>Gli esperti legali sottolineano comunque la difficoltà di dimostrare casi di insider trading in contesti in cui la fonte delle informazioni non è identificabile con certezza. Secondo alcuni accademici, anche in presenza di movimenti di mercato anomali e redditizi, le possibilità di perseguimento penale restano limitate.</p>



<p>Le autorità finanziarie statunitensi non hanno confermato l’esistenza di indagini specifiche sui casi citati.</p>



<p></p>
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		<title>Export italiano in lieve ripresa ma ancora debole: cresce l’import e volano le auto dalla Cina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 08:35:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Segnali contrastanti per il commercio estero italiano: a febbraio 2026 l’export torna a crescere su base mensile, ma resta sostanzialmente fermo nel confronto con l’anno precedente, confermando una fase di debolezza complessiva. Secondo i dati dell’Istat, le esportazioni aumentano del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Segnali contrastanti per il commercio estero italiano: a febbraio 2026 l’export torna a crescere su base mensile, ma resta sostanzialmente fermo nel confronto con l’anno precedente, confermando una fase di debolezza complessiva.</p>



<p>Secondo i dati dell’Istat, le esportazioni aumentano del 2,6% rispetto a gennaio, trainate soprattutto dai mercati extra Ue (+5,3%), mentre risultano stagnanti verso l’Unione Europea. Tuttavia, su base annua il dato resta negativo (-0,2%), segnalando un rallentamento del “made in Italy”.</p>



<p>Ancora più evidente il quadro se si guarda ai primi due mesi del 2026, dove l’export registra una flessione complessiva del 2,2%.</p>



<p>A pesare sono soprattutto alcuni settori chiave: crollano i mezzi di trasporto (esclusi gli autoveicoli, -22,1%), i prodotti petroliferi raffinati (-18,2%) e diversi comparti manifatturieri. Tengono invece metalli e prodotti in metallo (+30,7%) e il farmaceutico (+3,0%).</p>



<p>Dal punto di vista geografico, calano le vendite verso Germania, Spagna, Turchia e Regno Unito, mentre crescono verso Stati Uniti, Svizzera e i Paesi OPEC.</p>



<p>Sul fronte opposto, le importazioni crescono più velocemente: +3,5% su base mensile. A trainarle è soprattutto il boom degli acquisti di auto dalla Cina, in aumento di circa il 50% rispetto all’anno precedente.</p>



<p>Il saldo commerciale resta comunque positivo e supera i 4,9 miliardi di euro, in miglioramento rispetto al 2025, anche grazie alla riduzione del deficit energetico.</p>



<p>Nel complesso, il quadro è chiaro: l’export mostra un recupero nel breve periodo, ma non basta ancora a invertire una tendenza di rallentamento che resta evidente su base annuale.</p>
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		<title>Mps: Lo Stato spettatore ed il viale del tramonto di Caltagirone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 07:47:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo In Italia, si sa, il disinteresse della politica è spesso la forma più sofisticata di intervento. I l silenzio del Ministero dell’Economia durante l’ultima, turbolenta, assemblea di Monte dei Paschi di Siena non è stata una distrazione, ma<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>In Italia, si sa, il disinteresse della politica è spesso la forma più sofisticata di intervento. I</p>



<p>l silenzio del Ministero dell’Economia durante l’ultima, turbolenta, assemblea di Monte dei Paschi di Siena non è stata una distrazione, ma un atto politico pesantissimo.&nbsp;</p>



<p>Mentre Francesco Gaetano Caltagirone tentava l’affondo finale per trasformare la Banca senese nel suo personale fortino finanziario, lo Stato ha scelto di guardare altrove, lasciando che fosse il “freddo mercato” a regolare i conti.</p>



<p>Per quanto mi riguarda, mi è difficile credere ad uno Stato realmente defilato quando in ballo c’è il futuro della Banca più antica del mondo, fresca di un risanamento faticosissimo, con grande dispendio di soldi dei cittadini.</p>



<p>Eppure, quel 4,86% rimasto nel cassetto del Tesoro, non votato, è il vero segnale della fine di un’epoca.&nbsp;</p>



<p>Il messaggio lanciato del Ministro dell’Economia Giorgetti&nbsp;&nbsp;mi sembra&nbsp;&nbsp;chiaro: la missione di salvataggio è finita, il matrimonio con Mediobanca è l’approdo sicuro, ed il Governo non ha alcuna intenzione di fare da scudo a manovre che sanno di &#8220;potere romano&#8221; d’altri tempi (non giurerei che Giorgia Meloni, romanocentrica, la pensasse nello stesso modo).</p>



<p>Rimanendo fuori dall&#8217;assemblea, lo Stato ha di fatto tolto l’ossigeno alla lista di Caltagirone, lasciando che il &#8220;Re del cemento&#8221; si scontrasse frontalmente con la realtà dei grandi Fondi internazionali e dei Proxy Advisor.&nbsp;</p>



<p>Un disimpegno calcolato che ha permesso a Luigi Lovaglio di riprendersi le chiavi di casa, ma che lascia anche un interrogativo: lo Stato si sta davvero ritirando, od ha semplicemente scelto di appaltare la stabilità del sistema a Mediobanca e Delfin?</p>



<p>Per Francesco Gaetano Caltagirone, Siena doveva essere la rivincita dopo le ferite ancora aperte di Trieste e Milano.&nbsp;</p>



<p>Dopo vari tentativi falliti di assalto alle Generali, e aver visto svanire il sogno di una Mediobanca a propria immagine e somiglianza, l’imprenditore romano sembrava aver&nbsp;&nbsp;puntato tutto su MPS, per riprendere la tela del suo disegno.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È salito nel capitale fino al 13%, ha spinto per la defenestrazione di Lovaglio ed ha cercato di imporre Fabrizio Palermo, un manager dai trascorsi eccellenti ma con un’etichetta politica (quella dei 5 Stelle in epoca CDP) difficile da digerire per Francoforte e per i grandi investitori come Blackrock</p>



<p>Il risultato è un isolamento che brucia.&nbsp;</p>



<p>Persino Delfin, la cassaforte dei Del Vecchio che per anni è stata il suo braccio armato nelle battaglie azionarie, lo ha abbandonato sull&#8217;altare di Siena.&nbsp;</p>



<p>La famiglia Del Vecchio ha preferito la concretezza dei numeri di Lovaglio — l’uomo che ha curato il malato MPS — ai disegni strategici di Caltagirone, e con questa scelta probabilmente spera di dimostrare alla Procura Milanese che il “ventilato” concerto non è mai esistito.</p>



<p>È la sconfitta di una visione &#8220;nazional-romana&#8221; della finanza, punita da un mercato che non accetta più di scommettere su figure non super partes o prive di un’expertise bancaria pura.</p>



<p>Detta in altre parole&nbsp;questa scelta di Giorgetti può essere letta anche come il segnale di una diversa distribuzione dei pesi dentro il centrodestra.&nbsp;</p>



<p>Meno Roma, più Milano, meno centralità di Fratelli d’Italia, un po’ più spazio alla sensibilità leghista incarnata dal Mef.&nbsp;</p>



<p>Non in forma plateale, non con una rottura, ma con la discrezione tipica delle partite vere.&nbsp;</p>



<p>La vittoria di Lovaglio è netta nei numeri (quasi il 50% dei voti), ma rischia di essere di Pirro nella gestione quotidiana.&nbsp;</p>



<p>Ci troviamo davanti ad un Consiglio di Amministrazione spaccato: 8 membri alla lista vincente, 6 a quella sconfitta guidata dall&#8217;ombra di Caltagirone.&nbsp;</p>



<p>Come potranno convivere Lovaglio e il presidente Maione dopo quanto accaduto?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rischio è che ogni Consiglio di Amministrazione si trasformi in una trincea.&nbsp;</p>



<p>Con l&#8217;integrazione con Mediobanca alle porte, MPS avrebbe bisogno di una guida coesa; si ritrova invece con un&#8217;opposizione interna agguerrita che rappresenta pur sempre un socio al 13%.&nbsp;</p>



<p>Il mercato ha vinto la battaglia, ma la guerra per la stabilità di Siena a mio avviso è tutt&#8217;altro che finita.&nbsp;</p>



<p>Concludendo, Delfin ha dimostrato di poter decidere le partite senza legarsi stabilmente a nessuno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Banco Bpm si conferma un attore per possibili futuri consolidamenti.&nbsp;</p>



<p>Caltagirone resta centrale, sia pur&nbsp;&nbsp;ridimensionato.&nbsp;</p>



<p>Ma soprattutto, il vero scontro si sposta altrove: su Mediobanca e Generali, dove gli equilibri sono tutt’altro che definiti.</p>



<p>La partita di Siena, insomma, probabilmente non è il punto di arrivo. E’ solo l’inizio del secondo tempo del risiko bancario italiano. &nbsp;In questo quadro lo Stato osserva dalla riva del fiume, convinto — forse troppo ottimisticamente — che la Banca possa ormai camminare da sola.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>MPS, Lovaglio ribalta tutto: quando i conti mettono fine al giocattolo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 07:36:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
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		<title>MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 20:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-lo-squillo-di-lovaglio-ovvero-quando-i-numeri-rompono-il-giocattolo/">MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Addio scontrini POS: ora basta l’estratto conto per dimostrare i pagamenti</title>
		<link>https://www.tviweb.it/addio-scontrini-pos-ora-basta-lestratto-conto-per-dimostrare-i-pagamenti/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 10:19:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La classica ricevuta del Pos potrebbe diventare presto un ricordo del passato. Con una novità inserita nel decreto Pnrr, cittadini e imprese potranno infatti dimostrare i pagamenti elettronici senza più conservare lo scontrino cartaceo emesso dal terminale, utilizzando al suo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La classica ricevuta del Pos potrebbe diventare presto un ricordo del passato. Con una novità inserita nel decreto Pnrr, cittadini e imprese potranno infatti dimostrare i pagamenti elettronici senza più conservare lo scontrino cartaceo emesso dal terminale, utilizzando al suo posto l’estratto conto bancario o la documentazione digitale fornita dagli istituti di credito.</p>



<p>La misura, prevista dall’articolo 8 del Dl 19/2026, interviene direttamente sulle modalità di prova delle transazioni effettuate con carta di credito, debito, prepagate o altri sistemi digitali. In pratica, sarà la banca a “certificare” il pagamento attraverso i propri rendiconti periodici, che avranno pieno valore anche ai fini fiscali.</p>



<p>Per essere validi, i documenti dovranno contenere tre elementi fondamentali: data dell’operazione, importo e beneficiario del pagamento. Senza queste informazioni, l’estratto conto non potrà sostituire la ricevuta Pos.</p>



<p>La semplificazione è pensata soprattutto per imprese e professionisti, spesso costretti a gestire grandi volumi di scontrini cartacei, con problemi di conservazione e leggibilità nel tempo. Ora, invece, sarà possibile archiviare tutto digitalmente, riducendo tempi e costi burocratici.</p>



<p>Resta però fermo un punto chiave: la conservazione dei documenti non sparisce. Estratti conto e ricevute digitali dovranno essere conservati per almeno dieci anni, come previsto dall’articolo 2220 del Codice civile. Nel caso dei file elettronici, sarà obbligatorio utilizzare sistemi di conservazione digitale a norma, che garantiscano integrità e autenticità dei dati.</p>



<p>La direzione è chiara: accelerare la digitalizzazione dei pagamenti e ridurre la dipendenza dalla carta. Anche perché, come sottolineato nella relazione tecnica al decreto, la tracciabilità bancaria garantisce già di per sé la verificabilità delle operazioni, senza necessità di ulteriori duplicazioni documentali.</p>



<p>Una piccola rivoluzione quotidiana che potrebbe liberare uffici e portafogli da migliaia di scontrini destinati, finalmente, a scomparire.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/addio-scontrini-pos-ora-basta-lestratto-conto-per-dimostrare-i-pagamenti/">Addio scontrini POS: ora basta l’estratto conto per dimostrare i pagamenti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Economia globale sul Titanic: guerra e petrolio rischiano di far affondare la crescita. L&#8217;avvertimento del FMI</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 14:03:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo quanto riportato dal britannico The Guardian, una possibile escalation della guerra con l’Iran potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’economia mondiale, fino a sfiorare una nuova recessione globale. A lanciare l’allarme è il Fondo Monetario Internazionale, che parla di inflazione in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Secondo quanto riportato dal britannico <em>The Guardian</em>, una possibile escalation della guerra con l’Iran potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’economia mondiale, fino a sfiorare una nuova recessione globale. A lanciare l’allarme è il Fondo Monetario Internazionale, che parla di inflazione in aumento, mercati finanziari instabili e crescita in rallentamento.</p>



<p>Nel suo aggiornamento semestrale, il FMI evidenzia come il conflitto in Medio Oriente stia già producendo effetti concreti, tanto da spingere a rivedere al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2026. Lo scenario internazionale, sempre più incerto, pesa soprattutto sui Paesi importatori di energia e sulle economie in via di sviluppo, ma coinvolge anche le principali potenze occidentali.</p>



<p>Tra i Paesi del G7, il Regno Unito è quello che rischia di subire il colpo più duro: crescita ridimensionata allo 0,8% e inflazione prevista vicino al 4%. Anche gli Stati Uniti registrano una lieve revisione al ribasso, con una crescita stimata al 2,3% nel 2026. In questo contesto, anche l’Italia non è immune: come economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, risente direttamente delle oscillazioni dei prezzi e dell’incertezza geopolitica, con possibili ripercussioni su famiglie e imprese.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="659" height="453" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/04/14042026_095934_Immagine1-5.jpg" alt="" class="wp-image-363563" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/04/14042026_095934_Immagine1-5.jpg 659w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/04/14042026_095934_Immagine1-5-607x417.jpg 607w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/04/14042026_095934_Immagine1-5-100x69.jpg 100w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /></figure>



<p>Il nodo centrale resta l’energia. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile in seguito allo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale. Anche se nelle ultime ore si è registrato un lieve calo, la volatilità resta elevata.</p>



<p>Il FMI ha delineato tre possibili scenari. Nel caso base, con un attenuarsi delle tensioni entro metà 2026, la crescita globale scenderebbe al 3,1% (dal 3,4% precedente), mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%. In uno scenario più negativo, con prezzi dell’energia elevati più a lungo, la crescita potrebbe fermarsi al 2,5% e l’inflazione arrivare al 5,4%.</p>



<p>Sopra: il grafico </p>



<p>Ma è nello scenario peggiore che emergono le maggiori preoccupazioni: con una guerra prolungata e petrolio sopra i 110 dollari fino al 2027, la crescita globale crollerebbe attorno al 2%, soglia considerata equivalente a una recessione mondiale. Un evento che, dal 1980, si è verificato solo quattro volte, tra cui durante la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020.</p>



<p>Secondo il capo economista del FMI, Pierre-Olivier Gourinchas, “anche se si intravedono segnali di tregua, i danni sono già in parte avvenuti e i rischi restano elevati”.</p>



<p>L’aumento dei prezzi energetici si traduce infatti in un peggioramento del costo della vita, spingendo le banche centrali verso politiche monetarie più restrittive, con tassi di interesse in crescita. Un mix che rischia di comprimere consumi e investimenti.</p>



<p>Per contenere l’impatto economico, il FMI invita i governi a evitare misure generalizzate come sussidi indiscriminati o tetti ai prezzi, preferendo interventi mirati e temporanei. Ma la soluzione principale, sottolinea il Fondo, resta una sola: fermare il conflitto.</p>



<p>In un mondo sempre più interconnesso, la guerra non resta confinata ai confini geografici, ma si riflette direttamente su economie, mercati e vita quotidiana, anche in Europa e in Italia.</p>
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		<title>Che cos&#8217;è un blocco navale e come funzionerebbe nello Stretto di Hormuz? Gli effetti concreti su di noi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 14:24:04 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/che-cose-un-blocco-navale-e-come-funzionerebbe-nello-stretto-di-hormuz-gli-effetti-concreti-su-di-noi/">Che cos&#8217;è un blocco navale e come funzionerebbe nello Stretto di Hormuz? Gli effetti concreti su di noi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Il possibile blocco navale annunciato dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz rappresenta uno degli sviluppi più delicati della crisi tra Washington e Teheran, con il presidente Donald Trump che ha dichiarato l’intenzione di fermare tutte le navi dirette ai porti iraniani dopo il fallimento dei negoziati, accusando l’Iran di non voler rinunciare alle proprie ambizioni nucleari e di aver di fatto limitato la libertà di navigazione in una delle rotte più strategiche al mondo; ma cosa significa davvero “blocco navale” e come funzionerebbe nella pratica? secondo la definizione della Marina statunitense, si tratta di un’operazione militare che impedisce a navi e aerei di qualsiasi Paese, non solo nemici ma anche neutrali, di entrare o uscire da porti e coste controllati dallo Stato bersaglio, nel caso specifico l’Iran, e nel piano annunciato il Comando Centrale USA prevede controlli e possibili intercettazioni per tutte le imbarcazioni dirette verso i porti iraniani nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman, senza però bloccare il traffico verso altri Paesi della regione, mentre resterebbe teoricamente garantito il passaggio attraverso lo stretto per le navi non coinvolte nei commerci con Teheran; Washington ha inoltre annunciato operazioni di sminamento per neutralizzare eventuali ordigni piazzati dall’Iran, un’operazione tecnicamente complessa e rischiosa che potrebbe coinvolgere anche alleati della NATO, anche se il governo britannico guidato da Keir Starmer ha già chiarito che Londra non parteciperà direttamente al blocco pur collaborando sulla sicurezza della navigazione; la misura nasce anche da una precisa strategia economica e politica, perché lo Stretto di Hormuz è un punto chiave per il traffico globale di petrolio e gas e negli ultimi mesi Teheran ha sfruttato la sua posizione per imporre restrizioni e pedaggi, facendo aumentare i prezzi dell’energia, e un blocco americano potrebbe colpire una fonte cruciale di entrate per l’Iran ma allo stesso tempo rischierebbe di destabilizzare ulteriormente i mercati energetici internazionali; gli esperti però restano scettici sull’efficacia reale dell’operazione, sottolineando che nel breve periodo l’impatto potrebbe essere limitato perché il traffico nello stretto è già drasticamente ridotto a causa della guerra iniziata il 28 febbraio e del fragile cessate il fuoco, con appena poche decine di navi in transito rispetto alle oltre cento al giorno registrate prima del conflitto, e molte compagnie di navigazione che preferiscono attendere sviluppi diplomatici prima di riprendere le rotte; restano inoltre forti dubbi sul piano legale, con diversi giuristi che ritengono un blocco navale potenzialmente in violazione del diritto internazionale e degli accordi di tregua, mentre sul piano politico l’iniziativa potrebbe servire più come leva negoziale che come vera misura militare, nel tentativo di costringere l’Iran a concessioni su nucleare e controllo dello stretto, anche se non è affatto certo che questa pressione produca l’effetto desiderato; in definitiva, il blocco dello Stretto di Hormuz si presenta come uno strumento ad alto rischio, capace di incidere sugli equilibri geopolitici ed economici globali ma anche di aumentare le tensioni in una regione già estremamente instabile.<br></p>



<p><strong>Effetti su Europa e Italia (e cosa cambia davvero per i cittadini)</strong><br>La crisi nello Stretto di Hormuz, aggravata dal possibile blocco navale statunitense annunciato da Donald Trump, ha implicazioni molto concrete per l’Europa e per l’Italia, anche se non sempre immediate: il primo effetto riguarda l’energia, perché attraverso questo stretto passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto, e ogni interruzione genera uno shock globale che si traduce rapidamente in aumento dei prezzi ; già nelle prime settimane di crisi si è registrata una forte impennata dei costi, con rincari fino al 60% per il petrolio e al 70% per il gas, con un impatto diretto anche sui Paesi europei , e secondo gli analisti un eventuale blocco stabile potrebbe togliere milioni di barili al giorno dal mercato, causando ulteriori aumenti di carburanti e bollette ; per l’Europa il problema principale non è tanto la dipendenza diretta dal Golfo quanto la competizione globale per le risorse, perché meno petrolio e gas disponibili significano prezzi più alti per tutti, indipendentemente dalla provenienza delle forniture ; in Italia questo si traduce in effetti molto concreti: aumento del prezzo della benzina e del diesel, bollette più care e maggiore pressione su imprese energivore come industria, trasporti e agricoltura, con rincari che si propagano lungo tutta la filiera fino ai prezzi alimentari ; un altro impatto importante riguarda la logistica e i trasporti, perché il rischio militare nell’area fa aumentare i premi assicurativi marittimi e i costi di spedizione, con effetti inflattivi su merci e materie prime anche quando non transitano direttamente da Hormuz , mentre il settore aereo europeo potrebbe affrontare tensioni sulle forniture di carburante, con possibili aumenti dei biglietti e riduzione dell’offerta ; sul piano macroeconomico, le borse europee diventano più volatili e la crescita rischia di rallentare, con governi costretti a rivedere previsioni economiche e politiche energetiche ; in Italia il dibattito si è già acceso, con proposte come quella dell’AD di ENI Claudio Descalzi di riconsiderare le importazioni di gas russo per compensare la riduzione dell’offerta globale , segno di quanto la crisi possa ridisegnare le strategie energetiche europee; tuttavia, nel breve periodo non si prevede un’interruzione totale delle forniture per l’Italia, ma piuttosto un aumento dei costi e una maggiore instabilità dei mercati ; per i cittadini, questo scenario si traduce quindi in tre effetti pratici principali: carburanti più cari nel giro di giorni o settimane, bollette energetiche in aumento nei mesi successivi e rincari diffusi su beni e servizi, dai trasporti al cibo, mentre sul medio periodo potrebbe accelerare la transizione verso fonti alternative e una maggiore autonomia energetica europea, proprio per ridurre la vulnerabilità a crisi geopolitiche come quella dello Stretto di Hormuz.</p>
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		<title>Latteria Soligo approva il bilancio 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 09:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pagare il giusto prezzo agli allevatori e offrire al consumatore prodotti “perfetti”. Questi gli obiettivi che &#8211; messi nero su bianco nel 1883 nell’atto di fondazione della Società – identificano da oltre 140 anni il lavoro di Latteria Soligo e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Pagare il giusto prezzo agli allevatori e offrire al consumatore prodotti “<em>perfetti</em>”.</p>



<p>Questi gli obiettivi che &#8211; messi nero su bianco nel 1883 nell’atto di fondazione della Società – identificano da oltre 140 anni il lavoro di Latteria Soligo e dei suoi 130 soci sparsi tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.</p>



<p>Finalità ribadite anche oggi dall’<strong>Assemblea dei Soci di Latteria di Soligo</strong>, riunita a Farra di Soligo (TV) per l’<strong>approvazione del Bilancio d’esercizio</strong>&nbsp;<strong>chiuso al 31 dicembre 2025</strong>.</p>



<p>Oltre alla folta rappresentanza dei soci provenienti da Veneto e Friuli, presente all’Assemblea anche l’<strong>Assessore regionale all&#8217;Agricoltura</strong>,&nbsp;<strong>Dario Bond</strong>, che ha voluto rassicurare i produttori confermando l&#8217;impegno della Regione del Veneto al fianco di chi opera in un settore oggi attraversato da sfide complesse.</p>



<p>Nonostante le preoccupazioni causate dal contesto internazionale, il 2025 per la Latteria Sociale è stato caratterizzato da una crescita significativa dei volumi e del valore della produzione, a conferma della solidità della storica cooperativa trevigiana.</p>



<p><em>«</em><em>In un contesto economico globale segnato da forti incertezze e volatilità dei prezzi, chiudiamo un 2025 che ci rende orgogliosi, con un fatturato che supera i 110 milioni di euro e una crescita trasversale in tutte le nostre linee di prodotto.</em>&nbsp;&#8211; ha sottolineato in apertura d’assemblea il&nbsp;<strong>Presidente di Latteria Soligo</strong>,&nbsp;<strong>Lorenzo Brugnera&nbsp;</strong>&#8211;<em>&nbsp;La nostra natura di cooperativa a mutualità prevalente ci ha permesso di restare al fianco dei nostri soci, garantendo loro una remunerazione media di 0,6906 euro/litro</em>.&nbsp;<em>Il nostro impegno continua a focalizzarsi sulla qualità certificata, sul benessere animale e sulla valorizzazione del legame indissolubile con il territorio, elementi che i consumatori continuano a premiare, permettendoci di crescere anche dove il mercato generale segna il passo.</em><em>»</em></p>



<p>Un successo raggiunto nel rispetto di un legame con il territorio che fa della Latteria Sociale un modello di business a livello nazionale. In un’epoca di globalizzazione selvaggia, infatti, Latteria Soligo ha scelto di non delocalizzare, trasformando esclusivamente il latte conferito dai propri soci distribuiti tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.</p>



<p><em>«</em><em>Inutile nasconderci, anche il 2026 si presenta estremamente incerto, con tensioni geopolitiche, costi energetici al rialzo e un prezzo del latte che fatica a stabilizzarsi. –&nbsp;</em>ha proseguito il&nbsp;<strong>Presidente</strong>&nbsp;–<em>&nbsp;In questo scenario, però, emerge una verità fondamentale: un Paese, per essere davvero forte e autonomo, deve avere non solo l’energia, ma anche, e soprattutto, la forza alimentare. E, da oltre 140 anni, Latteria Soligo produce&nbsp;<strong>nel territorio</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>per il territorio</strong>, lavorando solo il latte dei propri soci: noi non delocalizziamo. È questo il nostro DNA: il saper produrre è una funzione sociale che deve andare a vantaggio di tutta la comunità. E difendere la nostra filiera significa garantire un asset, quello della produzione alimentare, che a breve potrebbe rivelarsi cruciale quanto l&#8217;indipendenza energetica.</em><em>»</em><em></em></p>



<p><strong>I numeri principali del 2025</strong></p>



<p>L’esercizio 2025 si è chiuso con un<strong>&nbsp;valore della produzione</strong>&nbsp;che ha raggiunto i<strong>&nbsp;112,4 milioni di euro</strong>, segnando un&nbsp;<strong>+12,14%&nbsp;</strong>rispetto all’anno precedente. L’<strong>utile d’esercizio</strong>&nbsp;è&nbsp;<strong>pari a 22.946 euro</strong>, in linea con il 2024 (23.156 euro). Particolarmente rilevante il Margine Operativo Lordo, salito a&nbsp;<strong>2.551.443 euro</strong>, più che raddoppiato rispetto al 2024.</p>



<p><strong>Sostegno ai soci e remunerazione del latte</strong></p>



<p>Nonostante uno scenario di mercato complesso, la cooperativa ha garantito ai propri soci un&nbsp;<strong>conguaglio complessivo di 4.213.088 euro</strong>. Aumentata del&nbsp;<strong>17,99%&nbsp;</strong>anche la quota di latte conferito, che,&nbsp;grazie anche all’ingresso di nuove realtà, ha superato nel 2025 gli<strong>877.000 ettolitri</strong>, con una&nbsp;<strong>remunerazione media&nbsp;</strong>di<strong>0,6906 euro/litro</strong>&nbsp;(IVA inclusa).</p>



<p><strong>L’andamento dei mercati</strong></p>



<p>&nbsp;Il trend positivo ha interessato tutte le linee di prodotto, con performance d’eccellenza per il&nbsp;<strong>latte UHT (+18,50%)</strong>, il&nbsp;<strong>burro (+17,55%)</strong>&nbsp;e la&nbsp;<strong>panna (+11,71%)</strong>. Anche il latte fresco pastorizzato ha segnato un +2,21%, dato particolarmente significativo in quanto in controtendenza rispetto a un mercato nazionale che ha registrato un calo del 7%.</p>



<p><strong>Prospettive future</strong></p>



<p><em>«</em><em>Latteria Soligo guarda al 2026 con grande attenzione&nbsp;</em>– ha proseguito il&nbsp;<strong>Presidente Brugner</strong>a &#8211;&nbsp;<em>Il 2026 si prospetta come un anno di profonda incertezza, stretto tra le tensioni dei conflitti internazionali. Le criticità geopolitiche stanno spingendo i costi energetici a livelli sensibilmente superiori rispetto al 2025, imponendoci una risposta basata su una rigorosa efficienza operativa che deve, però, procedere di pari passo con la sostenibilità. Per questo stiamo investendo con decisione nell&#8217;efficientamento energetico e nella digitalizzazione dei processi. In questo scenario, la logistica rimane un asset cruciale: garantire la massima freschezza e sicurezza alimentare richiede infrastrutture tecnologiche sempre più all&#8217;avanguardia.</em></p>



<p><em>Guardiamo al futuro anche attraverso la ricerca scientifica&nbsp;</em>– ha concluso&nbsp;<strong>Brugnera</strong>&nbsp;&#8211;&nbsp;<em>l&#8217;adesione al progetto&nbsp;<strong>Food4life</strong>, in sinergia con il network RIBES-Nest e le Università di Padova, Ca&#8217; Foscari e Verona, rappresenta il nostro impegno concreto per l&#8217;innovazione. L&#8217;obiettivo è duplice: da un lato, elevare il valore nutrizionale delle nostre materie prime nel pieno rispetto dell&#8217;ecosostenibilità per creare nuovi alimenti funzionali; dall&#8217;altro, studiare soluzioni di packaging capaci non solo di ridurre l&#8217;impatto ambientale, ma di migliorare sensibilmente la shelf-life dei nostri prodotti, portando sulla tavola dei consumatori tutta la qualità Soligo in modo sempre più consapevole.</em><em>»</em></p>



<p>La giornata si è conclusa con la votazione per l’elezione del&nbsp;<strong>nuovo Consiglio di Amministrazione</strong>, che sarà in carica fino al 2028.</p>



<p><strong><u>Questi i 13 Consiglieri eletti:</u></strong></p>



<p><strong>Brugnera Lorenzo</strong>&nbsp;(Fontanelle &#8211; TV);&nbsp;<strong>Ballan Alberto</strong>&nbsp;&#8211; S. Giustina in Colle (PD);&nbsp;<strong>Bernardi Alberto</strong>&nbsp;– Schiavon (VI);&nbsp;<strong>Berton Tommaso&nbsp;</strong>&#8211; Maserada sul Piave (TV);&nbsp;<strong>Caccin Francesca</strong>&nbsp;&#8211; Preganziol (TV);&nbsp;<strong>Carli Michele&nbsp;</strong>– Pozzoleone (VI);&nbsp;<strong>Crosato Raffaele&nbsp;</strong>&#8211; S. Donà di Piave (VE);&nbsp;<strong>Papa Luciano&nbsp;</strong>&#8211; S. Polo di Piave (TV);&nbsp;<strong>Pasin Omar&nbsp;</strong>– Fontanelle (TV);&nbsp;<strong>Varotto Roberto</strong>&nbsp;– Meolo (VE);&nbsp;<strong>Zanon Giancarlo&nbsp;</strong>– Cittadella (PD);&nbsp;<strong>Gellera Mario</strong>&nbsp;– Maniago (PN);&nbsp;<strong>Breda Mirko</strong>&nbsp;– Tambre (BL).</p>



<p>Nel primo incontro del CDA spetterà a loro scegliere chi sarà Presidente della Latteria Sociale del prossimo mandato.</p>



<p><strong><br></strong></p>
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		<title>Vinitaly: Coldiretti, un calice su cinque bevuto nel mondo è italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 08:27:00 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p> Nonostante le difficoltà l’Italia si conferma leader globale della produzione di vino con un calice su cinque bevuto nel mondo che viene dalle vigne del Belpaese, diventate emblema riconosciuto di qualità, biodiversità e legame col territorio. Nella media del periodo 2021-2025, l’Italia consolida il suo primato con una quota del 19% sul totale della produzione, davanti alla Francia (17%) e alla Spagna (13%). Ad affermarlo è un’analisi Coldiretti su dati del Centro Studi Divulga diffusa in occasione dell’inaugurazione del Vinitaly 2026, dove la principale organizzazione agricola d’Italia e d’Europa porta quest’anno un ricco programma, con quattro giorni di iniziative, incontri e degustazioni dedicati a uno dei pilastri dell’export Made in Italy, che sarà protagonista insieme al cibo, anche al ristorante d’autore firmato per la prima volta da Campagna Amica e Terranostra.</p>



<p>Una grande bottiglia di vino avvolta simbolicamente da catene che si spezzano campeggerà all’ingresso di Casa Coldiretti per mostrare la condizione del settore italiano che rischia sempre più di rimanere intrappolato tra ostacoli regolatori e barriere commerciali. Il simbolo delle sfide senza precedenti che il settore è oggi chiamato ad affrontare, dinanzi alle quali Coldiretti sta mettendo in campo una serie di iniziative per sostenere l’impegno delle aziende vinicole italiane per difendere un insostituibile patrimonio del Paese dal punto di vista economico, ambientale, sociale e paesaggistico: primo ambasciatore dell’Italia a tavola nel mondo.</p>



<p></p>



<p>Lunedì 13 alle 11.30 è in programma la visita a Casa Coldiretti del Commissario Europeo all’Agricoltura Christophe Hansen, insieme al segretario generale Gesmundo e al presidente Prandini. L’incontro sarà preceduto da un confronto organizzato da Coldiretti Giovani Impresa sul futuro del vino, con il delegato nazionale Enrico Parisi ed esperti del settore. Alle 12 il vino e la cucina incontreranno l&#8217;olio, per la presentazione della neonata Federazione Nazionale Consorzi IGP DOP Olio e Olive.&nbsp; Alle 15 si terrà l&#8217;importante Convegno “Sangiovese tra tradizione e futuro: il ruolo delle Tea per una viticoltura più sostenibile”, dove si vedrà la prima sperimentazione di pianta Sangiovese evoluta grazie al lavoro di Coldiretti Toscana e Vigneto Toscana con la collaborazione del CREA-VE e l&#8217;Università di Udine finalizzata a ottenere varietà di piante più resilienti e sostenibili.</p>



<p>Alle 16.30 convegno &#8220;Rame in viticoltura&#8221; con la presidente Coldiretti Bio, Maria Letizia Gardoni (Sala Puccini del Centro Congressi Arena, 1 piano galleria 6/7).</p>



<p>Martedì 14 aprile alle 10 il convegno Grapes of Change “Donne, dati e futuro del vino: costruire un Osservatorio sulla parità di genere” promosso da Donne Coldiretti. Alle 11.45 la presentazione della birra agricola da filiera Siciliana.</p>



<p>Fino a mercoledì 15 non mancheranno momenti di degustazione, altri approfondimenti e incontri coi buyers (programma completo consultabile su&nbsp;<a href="http://www.coldiretti.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.coldiretti.it</a>).&nbsp;Infine, da non perdere l&#8217;appuntamento enogastronomico al Ristorante d’Autore di Campagna Amica – “La Casa della Cucina Italiana”, il nuovo format con cui Coldiretti, Campagna Amica e Terranostra per i giorni della manifestazione firmano la gestione del ristorante ufficiale della manifestazione, trasformandolo in un luogo unico dove agricoltura, cucina e territorio si incontrano grazie all’estro di chef stellati e cuochi contadini. Non un semplice ristorante, ma una celebrazione della Cucina Italiana patrimonio Unesco, con i produttori agricoli al centro della scena.</p>



<p></p>
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		<title>Il “lockdown energetico” degli anni ’70: cause, svolgimento e&#8230; prepariamoci</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 14:21:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre si continua a discutere — anche in Italia — del rischio di un lockdown energetico a causa della guerra in Iran e degli effetti sui mercati del petrolio e del gas, vale la pena guardare a un precedente storico<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Mentre si continua a discutere — anche in Italia — del rischio di un <em>lockdown energetico</em> a causa della guerra in Iran e degli effetti sui mercati del petrolio e del gas, vale la pena guardare a un precedente storico che segnò profondamente l’Occidente: la crisi energetica degli anni ’70.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa scatenò la crisi energetica degli anni ’70</strong></h3>



<p>La prima grande crisi energetica iniziò nell’autunno del <strong>1973</strong>, quando la guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi portò a una reazione politica ed economica decisiva. I Paesi produttori di petrolio dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) decisero di imporre un <strong>embargo alle esportazioni di petrolio verso le nazioni occidentali considerate filoisraeliane</strong> e di ridurre le forniture globali.</p>



<p>L’effetto fu immediato: il prezzo del greggio quadruplicò in pochi mesi, mettendo in ginocchio le economie occidentali fortemente dipendenti dal petrolio. In molti Paesi europei e negli Stati Uniti si sperimentarono fenomeni mai visti prima:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>File alle pompe di benzina</strong>;</li>



<li><strong>Rincari vertiginosi del carburante e dell’energia in generale</strong>;</li>



<li><strong>Politiche di austerity energetica</strong> come le celebri “<em>domeniche senz’auto</em>” o limiti alla circolazione privata;</li>



<li><strong>Riduzione dell’illuminazione pubblica e chiusura anticipata di negozi e uffici</strong>.</li>
</ul>



<p>Questo periodo viene ricordato come un vero e proprio shock petrolifero che costrinse governi e consumatori a ripensare il loro rapporto con l’energia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"></h3>



<p>Il termine <em>lockdown energetico</em> non era usato all’epoca, ma molte delle misure adottate si avvicinavano a quello che oggi si potrebbe chiamare razionamento. In concreto, furono introdotte regole e limiti per ridurre il consumo:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Divieto di circolazione dei veicoli privati nei giorni festivi e nelle domeniche</strong>;</li>



<li><strong>Riduzione degli orari di apertura dei distributori di carburante</strong>, con chiusure nei fine settimana;</li>



<li><strong>Spegnimento delle luci non essenziali e razionamenti di elettricità</strong>;</li>



<li>Incentivi all’efficienza energetica e alla ricerca di fonti alternative.</li>
</ul>



<p>Queste misure furono una risposta necessaria a uno shock improvviso di offerta e costituiscono l’esempio storico più vicino a quello che oggi si definisce <em>lockdown energetico</em>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"></h3>



<p>Alcune immagini di quel periodo possono sembrare incredibili:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Parcheggi vuoti e strade silenziose in molte città europee nei weekend;</li>



<li>Famiglie che organizzavano la propria vita attorno alle fasce orarie in cui l’energia costava meno;</li>



<li>Dibattiti pubblici sull’idea che il petrolio potesse un giorno finire, spingendo persino scrittori e musicisti a riflettere sull’austerity nei loro lavori culturali.</li>
</ul>



<p>Negli anni successivi anche altri shock petroliferi — come quello del **1979, causato dalla Rivoluzione iraniana e dalla guerra Iran-Iraq — produssero effetti simili sul mercato energetico globale e sull’economia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Perché se ne parla oggi</strong></h3>



<p>Oggi l’idea di un <em>lockdown energetico</em> torna a circolare per via della guerra in Iran e delle tensioni nel Golfo, che continuano a minacciare le forniture di petrolio e gas e potrebbero portare a restrizioni o razionamenti per evitare il collasso del sistema energetico, secondo alcune analisi.</p>



<p>La dipendenza occidentale da forniture estere, già evidente negli anni ’70, è oggi mitigata da fonti energetiche più diversificate (come gas naturale, rinnovabili e nucleare), ma la paura di shock improvvisi rimane reale. Ecco perché guardare a quel periodo può aiutare a capire cosa potrebbe accadere se dovessero ripetersi scenari geopolitici simili.</p>



<p></p>
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		<title>Benzina in Europa, l’Italia è davvero tra le più care? Ecco chi paga di più (e chi meno)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 13:56:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto costa davvero fare il pieno in Europa? E soprattutto: l’Italia è tra i Paesi più cari oppure no? Guardando i dati aggiornati sui prezzi medi dei carburanti, la risposta è meno scontata di quanto si pensi. Nel nostro Paese<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Quanto costa davvero fare il pieno in Europa? E soprattutto: l’Italia è tra i Paesi più cari oppure no? Guardando i dati aggiornati sui prezzi medi dei carburanti, la risposta è meno scontata di quanto si pensi.</p>



<p>Nel nostro Paese la benzina (Euro 95) si attesta attorno a <strong>1,75 euro al litro</strong>, con il gasolio a <strong>2,067 euro</strong> e il GPL a <strong>0,683 euro</strong>. Prezzi certamente elevati, ma non i più alti del continente.</p>



<p>A guidare la classifica dei rincari sono infatti i <strong>Paesi Bassi</strong>, vera “maglia nera” d’Europa, dove la benzina raggiunge <strong>2,366 euro al litro</strong> e il diesel <strong>2,507 euro</strong>. Subito dietro troviamo <strong>Danimarca</strong> (2,303 euro) e <strong>Germania</strong> (2,094 euro), seguite da diversi Paesi del Nord e dell’Europa occidentale dove il costo supera stabilmente i 2 euro.</p>



<p>E l’Italia? Si colloca in una fascia intermedia-alta: più cara rispetto a molti Paesi dell’Est e del Sud Europa, ma comunque sotto i livelli di diverse economie più ricche.</p>



<p>Dall’altra parte della classifica, la “maglia rosa” (cioè i prezzi più bassi) spetta alla <strong>Russia</strong>, dove la benzina costa appena <strong>0,716 euro al litro</strong>, seguita dalla <strong>Bielorussia</strong> (0,768 euro). Tra i Paesi europei più vicini a noi, spiccano prezzi contenuti anche in <strong>Turchia</strong> (1,218 euro), <strong>Malta</strong> (1,339 euro) e <strong>Bulgaria</strong> (1,413 euro).</p>



<p>Interessante anche il confronto con i vicini:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Slovenia</strong>: 1,614 euro</li>



<li><strong>Austria</strong>: 1,877 euro</li>



<li><strong>Francia</strong>: 1,969 euro</li>



<li><strong>Croazia</strong>: 1,563 euro</li>
</ul>



<p>Sul fronte del diesel, invece, l’Italia (2,067 euro) si avvicina di più alla fascia alta, ma resta comunque sotto Paesi come Belgio, Germania e Olanda.</p>



<p>Per quanto riguarda il GPL, il nostro Paese si conferma competitivo (0,683 euro), con prezzi inferiori rispetto a molte nazioni europee, anche se non i più bassi in assoluto.</p>



<p><br>L’Italia non è il Paese con la benzina più cara d’Europa, ma resta comunque tra quelli dove fare il pieno pesa di più sul portafoglio, soprattutto se confrontata con l’Est europeo. A incidere, come sempre, sono tasse e accise, che mantengono i prezzi su livelli elevati rispetto alla media.</p>



<p>In sintesi: non siamo i peggiori, ma neppure tra i più fortunati. E mentre in alcune zone d’Europa fare il pieno è ancora relativamente economico, nel resto del continente – Italia compresa – il carburante resta una delle voci di spesa più pesanti per famiglie e imprese.</p>
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		<title>Trump: nuova pugnalata all’economia italiana (e soprattutto veneta). Dove sono quelli che in Italia lo sostenevano?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:22:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una nuova mossa dell’amministrazione Donald Trump rischia di colpire duramente anche l’Italia. La Casa Bianca ha annunciato dazi fino al 100% sui farmaci importati negli Stati Uniti, una decisione che potrebbe avere ripercussioni pesanti sull’export europeo e in particolare su<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Una nuova mossa dell’amministrazione Donald Trump rischia di colpire duramente anche l’Italia. La Casa Bianca ha annunciato dazi fino al 100% sui farmaci importati negli Stati Uniti, una decisione che potrebbe avere ripercussioni pesanti sull’export europeo e in particolare su quello italiano.</p>



<p>Il settore farmaceutico è infatti uno dei pilastri delle esportazioni italiane verso gli USA: secondo i dati più recenti, l’export di prodotti farmaceutici italiani verso gli Stati Uniti supera i 10 miliardi di euro annui, rappresentando una quota significativa dell’intero export nazionale verso quel mercato. Un eventuale aumento delle barriere commerciali potrebbe quindi incidere in modo diretto su aziende, occupazione e investimenti. In Veneto, la produzione farmaceutica rappresenta uno dei settori industriali più importanti e strategici dell’economia regionale. Secondo gli ultimi dati disponibili, la filiera farmaceutica contribuisce per circa il 5-6% al PIL regionale e occupa oltre 25.000 addetti, distribuiti tra grandi multinazionali e numerose medie e piccole imprese specializzate in produzione, ricerca e sviluppo. L’export del settore è particolarmente rilevante: oltre il 70% della produzione viene destinata ai mercati esteri, con una quota significativa verso Stati Uniti ed Europa, confermando il Veneto come una delle regioni italiane più competitive nel comparto farmaceutico.</p>



<p>Chi in Italia ha sostenuto o continua a sostenere Donald Trump dovrà assumersi le proprie responsabilità di fronte alle conseguenze economiche delle sue decisioni. Per un Paese come l’Italia, fortemente basato sull’export, le scelte unilaterali dell’amministrazione americana rappresentano un colpo durissimo: dai prodotti farmaceutici all’agroalimentare, dall’automotive ai macchinari industriali, numerosi settori strategici rischiano di subire danni enormi. Non si tratta di teorie astratte: anche un bambino potrebbe comprendere che imporre dazi pesanti significa colpire direttamente imprese, lavoratori e interi comparti produttivi. E lo si poteva intuire molto prima, ascoltando le premesse delle deliranti politiche commerciali di Trump già in campagna elettorale. Ora faranno finta di niente? Come se non fosse successo? Chi ha sostenuto queste scelte oggi non può sorprendersi delle ricadute: l’economia italiana ne pagherà il prezzo, e chi ha deciso di appoggiare queste scelte dovrà rendere conto al Paese delle conseguenze di una politica estera che colpisce duramente chi vive di export.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Dazi fino al 100%: la strategia della Casa Bianca</h3>



<p>La misura annunciata prevede l’applicazione di dazi fino al 100% sui farmaci brevettati in ingresso negli Stati Uniti. Tuttavia, le aziende potranno evitare queste tariffe stipulando accordi diretti con l’amministrazione americana.</p>



<p>Secondo la Casa Bianca, l’obiettivo è rafforzare la sicurezza nazionale incentivando la produzione interna di farmaci essenziali. In realtà, come sottolineano diversi analisti, si tratta anche di una leva negoziale per costringere le aziende a investire negli Stati Uniti.</p>



<p>Sean Sullivan, professore all’Università di Washington e alla London School of Economics, ha spiegato chiaramente la logica: si tratta di una questione di “potere contrattuale”, con Washington intenzionata a portare tutte le aziende al tavolo delle trattative.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Sconti e accordi: come evitare i dazi</h3>



<p>Il sistema previsto è articolato:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>le aziende che trasferiranno la produzione negli Stati Uniti entro la fine del mandato di Trump (gennaio 2029) affronteranno dazi ridotti al 20%;</li>



<li>le tariffe potranno scendere fino allo 0% in caso di accordi sui prezzi con il governo americano, ad esempio fornendo farmaci a costi ridotti per programmi pubblici come Medicaid.</li>
</ul>



<p>Molte grandi multinazionali hanno già siglato accordi per evitare le tariffe, e altre potrebbero seguirle nei prossimi mesi. Le aziende avranno 120 giorni per adeguarsi (180 giorni per le PMI).</p>



<p>Gli Stati Uniti continueranno inoltre a rispettare alcuni accordi già siglati con partner chiave, tra cui Europa, Svizzera, Regno Unito, Corea del Sud e Giappone. Inutile dire che questo si traduce in un danno enorme per le imprese e per i consumatori, anche europei.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Il caso del Regno Unito e gli effetti globali</h3>



<p>Un esempio concreto è l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Regno Unito: Londra manterrà dazi zero sulle esportazioni farmaceutiche verso gli USA per tre anni, in cambio di prezzi più alti pagati dal sistema sanitario britannico (NHS).</p>



<p>Secondo il governo britannico, l’intesa rappresenta una “vittoria” per pazienti e imprese, ma evidenzia anche il costo politico ed economico necessario per evitare le tariffe americane.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Impatto incerto ma rischi concreti</h3>



<p>Gli esperti invitano alla cautela. Richard Frank, della Brookings Institution, sottolinea che è difficile valutare l’impatto reale della misura, vista l’incertezza su quanti farmaci saranno esentati e quante aziende firmeranno accordi.</p>



<p>Le grandi aziende potrebbero adattarsi, ma le piccole e medie imprese rischiano di subire maggiormente l’impatto dei dazi, con un aumento dei costi e una perdita di competitività.</p>



<p>Inoltre, la produzione negli Stati Uniti comporta generalmente costi più elevati, che potrebbero riflettersi sui prezzi finali o sui margini delle aziende.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Investimenti e pressione politica</h3>



<p>La Casa Bianca sostiene che la sola minaccia dei dazi abbia già spinto il settore a promettere investimenti per circa 400 miliardi di dollari negli Stati Uniti.</p>



<p>Parallelamente, l’amministrazione sta rivedendo anche i dazi su acciaio, alluminio e rame, eliminando le tariffe per i prodotti che non contengono quantità significative di questi metalli.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Un colpo anche per l’Italia</h3>



<p>Per l’Italia, dove il settore farmaceutico è uno dei più dinamici e competitivi a livello internazionale, la decisione americana rappresenta un rischio concreto.</p>



<p>Le aziende italiane potrebbero essere costrette a scegliere tra:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>ridurre i margini per restare competitive;</li>



<li>investire negli Stati Uniti;</li>



<li>o perdere quote di mercato.</li>
</ul>



<p>In un contesto globale già instabile, la mossa di Washington rischia quindi di trasformarsi in una vera e propria pressione economica sull’Europa e sull’Italia, con conseguenze che potrebbero emergere nei prossimi mesi.</p>



<p></p>
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		<title>“Se Trump fosse rimasto sul campo da golf…”: un anno dopo i dazi, l’economia USA paga il conto (e gli esperti non fanno sconti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 13:55:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A un anno dal cosiddetto “giorno della liberazione”, quando Donald Trump annunciò una raffica di dazi contro quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, il bilancio è tutt’altro che positivo. Secondo un’analisi del The Guardian, le politiche tariffarie hanno<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>A un anno dal cosiddetto “giorno della liberazione”, quando Donald Trump annunciò una raffica di dazi contro quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, il bilancio è tutt’altro che positivo. Secondo un’analisi del The Guardian, le politiche tariffarie hanno prodotto effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati dalla Casa Bianca.</p>



<p>Il 2 aprile 2025 segnò l’inizio di una strategia aggressiva: dazi su larga scala, tagli al settore pubblico e una linea economica improntata al caos come leva politica. Gli investitori reagirono rapidamente, riducendo l’esposizione agli asset americani e spostando capitali verso Europa, Asia e Sud America. Il dollaro iniziò a indebolirsi quasi subito.</p>



<p>Il commento più tagliente arriva da Dario Perkins:<br>“Se Trump avesse passato gli ultimi 14 mesi sul campo da golf, oggi saremmo in una situazione migliore”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Economia ferma, fiducia in calo</h3>



<p>I dati mostrano un’economia stagnante, se non in leggero declino. Secondo il Bureau of Labor Statistics, le aziende statunitensi hanno rallentato drasticamente le assunzioni subito dopo l’introduzione dei dazi. Revisioni successive hanno ridotto di 403.000 unità le stime occupazionali del 2025, a fronte di una crescita minima rispetto ai 163 milioni di lavoratori complessivi.</p>



<p>Anche la fiducia dei consumatori ha subito un duro colpo. Il Conference Board e l’Università del Michigan segnalano livelli ai minimi storici alla fine del 2025, con un breve rimbalzo solo dopo l’allentamento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina nel maggio dello stesso anno.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il fallimento dei dazi (anche secondo i loro criteri)</h3>



<p>Uno degli obiettivi principali della politica di Trump era rilanciare il settore manifatturiero. Ma i numeri raccontano un’altra storia: tra gennaio 2025 e marzo 2026 sono andati persi circa 100.000 posti di lavoro nel comparto.</p>



<p>Il rapporto tra lavoratori manifatturieri e occupazione totale è sceso al livello più basso dal 1939. Nel frattempo, il deficit commerciale ha raggiunto un nuovo record nel 2025, segno che le importazioni non sono diminuite e le esportazioni non sono aumentate.</p>



<p>Per Bryan Riley, il verdetto è netto:<br>“I dazi hanno fallito, persino secondo i criteri della stessa amministrazione. Non hanno ridotto il deficit, né aiutato industria e agricoltura”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Investitori in fuga e nuova centralità della Cina</h3>



<p>Il clima di incertezza, unito alle tensioni politiche interne e internazionali, ha spinto molti investitori a riconsiderare il ruolo degli Stati Uniti come porto sicuro. Secondo Russ Mould, tra dazi, pressioni sulla Federal Reserve e operazioni militari all’estero, “la narrativa dell’eccezionalismo americano è sempre più fragile”.</p>



<p>Nel frattempo, la Cina ha beneficiato indirettamente della situazione: nell’anno concluso a febbraio 2026, i profitti industriali sono cresciuti del 15,2%, rafforzando ulteriormente la sua posizione globale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un futuro incerto</h3>



<p>L’analisi del The Guardian evidenzia come le politiche protezionistiche abbiano finito per indebolire proprio l’economia che avrebbero dovuto rafforzare.</p>



<p>E mentre la Casa Bianca continua a difendere la propria strategia, tra gli esperti cresce il consenso su un punto: il costo di questa “guerra commerciale” è stato molto più alto del previsto.</p>
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		<title>Cioccolato più caro nel 2026: i piccoli piaceri di aprile avranno un retrogusto amaro</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:46:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2026 porterà un aumento del prezzo del cioccolato del 4%, nonostante il cacao sia in calo da un anno. A pesare sulle tasche dei consumatori sono le conseguenze di raccolti insufficienti nei principali paesi produttori dell’Africa occidentale, in particolare<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Il 2026 porterà un aumento del prezzo del cioccolato del 4%, nonostante il cacao sia in calo da un anno. A pesare sulle tasche dei consumatori sono le conseguenze di raccolti insufficienti nei principali paesi produttori dell’Africa occidentale, in particolare Costa d’Avorio e Ghana, responsabili di oltre metà della produzione mondiale.</p>



<p>Le stagioni 2021-2022, 2022-2023 e 2023-2024 non hanno soddisfatto la domanda globale, provocando un’impennata dei prezzi. Secondo Oran Van Dort di Rabobank, a questo si aggiungono problemi sistemici nelle piantagioni, come l’invecchiamento degli alberi, la diffusione del virus dell’edema del germoglio del cacao e un uso ridotto di fertilizzanti e pesticidi a causa di entrate insufficienti.</p>



<p>Ole Hansen, analista di Saxo Bank, spiega che l’aumento record del costo delle materie prime ha costretto i produttori a scelte difficili: aumento dei prezzi, riduzione delle quantità e, in alcuni casi, una leggera diminuzione della concentrazione di cacao nei prodotti.</p>



<p>Negli ultimi mesi, il prezzo del cacao si è stabilizzato, con un calo di due terzi a livello globale. Tuttavia, l’effetto sui consumatori si farà sentire: il cacao destinato alla Pasqua 2026 era stato acquistato mesi fa, ai prezzi elevati dell’anno scorso.</p>



<p>Chi vuole attenuare l’impatto economico può puntare alle marche dei supermercati, che mantengono prezzi stabili. I grandi marchi come Milka, Lindt e Ferrero Rocher registrano aumenti medi del 5%, con Ferrero in crescita del 10%, Lindt del 7% e Milka dell’8%. Kinder, leader del settore, prevede un aumento del 7% entro il 2026. In pratica, le galline di cioccolato Kinder supereranno i 60 euro al chilo, mentre una barretta generica costerà circa sei volte meno.</p>



<p>L’incremento del prezzo del cioccolato negli ultimi quattro anni raggiunge il 36%, frutto di aumenti annuali significativi: 9% nel 2023, 5% nel 2024 e 14% nel 2025, l’anno dei cattivi raccolti in Africa occidentale.</p>



<p></p>
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		<title>Caro carburanti: verso un nuovo decreto?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 07:41:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Stamattina al Mimit il governo incontrerà le imprese per provare a tendere una mano al mondo produttivo sul Dl fiscale. Nel frattempo, l&#8217;esecutivo lavora anche ad un possibile nuovo decreto in materia di caro carburanti: potrebbe arrivare una proroga del taglio temporaneo di 25 centesimi delle accise, attualmente in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Stamattina al Mimit il governo incontrerà le imprese per provare a tendere una mano al mondo produttivo sul Dl fiscale. Nel frattempo, l&#8217;esecutivo lavora anche ad un possibile nuovo decreto in materia di caro carburanti: potrebbe arrivare una proroga del taglio temporaneo di 25 centesimi delle accise, attualmente in vigore fino al 7 aprile.</p>



<p>L&#8217;orientamento prevalente nel governo al momento, viene riferito da fonti qualificate e rilanciato da AgiCom, sarebbe quello di procedere a una proroga del decreto legge sul taglio delle accise sui carburanti varato dopo l&#8217;impennata del prezzo della benzina e del gasolio a seguito del conflitto in Medio Oriente. Il provvedimento potrebbe approdare in Cdm subito dopo Pasqua, martedì 7 aprile. </p>
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		<title>Dolci pasquali nel vicentino: nelle pasticcerie manca il personale specializzato</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 14:18:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Colombe, focacce, uova pasquali. I laboratori sono al lavoro già da qualche settimana per rispondere alle richieste della clientela e permettere a tutti di chiudere il pranzo di Pasqua, e festeggiare Pasquetta, con un dolce di qualità tanto nelle materie<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Colombe, focacce, uova pasquali. I laboratori sono al lavoro già da qualche settimana per rispondere alle richieste della clientela e permettere a tutti di chiudere il pranzo di Pasqua, e festeggiare Pasquetta, con un dolce di qualità tanto nelle materie prime che nei processi di produzione. Nel vicentino&nbsp;i consumi dei dolci pasquali intercettano l’offerta di 550 pasticcerie e imprese del&nbsp;settore dolciario, un perimetro settoriale che include pasticceria fresca, gelati, biscotti, cacao, cioccolato e confetteria, caratterizzato da una alta vocazione artigianale: sono infatti 435 le imprese artigiane, che rappresentano il 79,1% delle imprese totali del settore.&nbsp;I numeri arrivano dall’Ufficio Studi di Confartigianato Vicenza in vista della Pasqua che, con Natale, è un altro momento importante per il comparto. E anche il settore dolciario segue con l’andamento dei prezzi dell’energia con interesse per capirne eventuali ripercussioni sui costi aziendali, mentre restano alcune tensioni su alcune materie prime utilizzate e che a febbraio 2026 hanno registrato alcuni rincari. È il caso del cacao in polvere (+17,0% su base annua), del caffè (+12,9%) e del cioccolato (+6,8%).</p>



<p>Un altro tema che tocca da vicino il settore è la carenza di personale e in particolar modo di personale specializzato. In questo contesto il Veneto con il 65,8% delle domande di personale insoddisfatte, si colloca subito dietro a Emilia-Romagna (74,6%), e Lazio (68,9%) tra le maggiori <strong>regioni</strong> con almeno mille entrate previste.</p>



<p>Nello specifico, 2025 in Veneto si registrano entrate di pasticcieri, gelatai e conservieri artigianali e panettieri e pastai artigianali&nbsp;per 1.490 unità, di cui 990 panettieri e pastai artigianali e 500 pasticceri, gelatai e conservieri artigianali.&nbsp;Rimane tuttavia molto elevata la carenza di lavoratori specializzati: le entrate difficili da reperire sono 980, pari al 65,8%, una quota superiore di quasi 10 punti percentuali rispetto al 56% rilevato a livello nazionale.&nbsp;Per le figure di pasticceri, gelatai e conservieri artigiani poi la difficoltà di reperimento è ancora più accentuata: sono difficili da trovare oltre 3 addetti su 4 (76,0%).<br>“Notiamo una certa tendenza da parte dei consumatori, a Pasqua così come per Natale, a preferire pochi dolci ma di qualità. I consumatori nel tempo hanno compreso che un dolce realizzato con prodotti selezionati, magari a Km 0, è buono e salutare oltre a riproporre spesso formati e sapori della tradizione – commenta Oliviero Olivieri, presidente dei Pasticceri di Confartigianato Imprese Vicenza-. Non solo, dagli ultimi dati sull’export (2025) elaborati dal nostro Uffici Studi emerge che il settore dei prodotti alimentari, in un generale rallentamento rispetto al 2024, è uno dei comparti in crescita: (+4,9%, pari a +47 milioni). Resta però aperto il tema del personale. Credo che se i ragazzi provassero con mano quanta creatività, ma anche sapere tecnico è necessario, per esempio di dosare gli ingredienti nelle quantità e nei tempi giusti, serve per creare un dolce, forse qualcuno in più potrebbe intraprendere questa strada. Sta a noi continuare a ricordare l’importanza delle nostre imprese anche attraverso una buona fetta di dolce”.</p>
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		<title>Rincari folli per gasolio e fertilizzanti, nel Vicentino semine di mais a rischio</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 14:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’instabilità geopolitica internazionale, con l’escalation del conflitto in Medio Oriente, sta generando una situazione di grave incertezza per tutto il settore agricolo e, in particolare, nel comparto dei seminativi. L’impatto della guerra in Iran sta facendo impennare i costi di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>L’instabilità geopolitica internazionale, con l’escalation del conflitto in Medio Oriente, sta generando una situazione di grave incertezza per tutto il settore agricolo e, in particolare, nel comparto dei seminativi. L’impatto della guerra in Iran sta facendo impennare i costi di produzione, in primis gasolio agricolo e concimi, pesando come un macigno in questo momento cruciale per le aziende agricole vicentine, tra semine e lavorazione della terra. Il costo del gasolio agricolo è passato da 70 centesimi a 1,30 al litro, mentre quello dell’urea, fertilizzante fondamentale per i terreni, da 50 a 80 euro al quintale.</p>



<p>“Il rincaro dei costi di produzione ha azzerato i margini delle aziende agricole &#8211; sottolinea&nbsp;<strong>Anna Trettenero</strong>, presidente di&nbsp;<strong>Confagricoltura Vicenza &#8211;</strong>.&nbsp;Molte aziende agricole si stanno interrogando se procedere in questo momento con le semine del mais, o orientarsi verso altre colture, o addirittura lasciare i terreni incolti. Operiamo in un mercato globalizzato e stiamo combattendo a pari impari. Non possiamo difenderci più di tanto su economie di scala e possibilità di tecnologie di cui dispongono altri Paesi, a partire dalle sementi. Diverso sarebbe il discorso qualora le nostre produzioni destinate alla trasformazione delle eccellenze, cioè le nostre dop come formaggi e salumi, fossero sostenute a dovere, con una garanzia di ritorno economico adeguata. Se questo non avviene, verranno messe in crisi non solo le produzioni agricole, ma anche le stesse dop”.</p>



<p><strong>Non gioca a favore delle aziende agricole beriche</strong> l’andamento sempre più imprevedibile degli andamenti climatici. Si profila, infatti, una stagione sfavorevole per le colture seminate in autunno, cioè grano e orzo. L’inverno è stato molto piovoso e ha compattato il terreno, aiutando poco la crescita delle piantine. “Non abbiamo mezzi tecnici per contrastare fitopatie, infestanti e attacchi di insetti, oltre ai cambiamenti climatici, dato che l’Unione Europea riduce il numero di fitofarmaci e i principi attivi a disposizione”, continua Trettenero. “Siamo, insomma, nell’impossibilità di difendere e nutrire le nostre colture, con un mercato che non premia minimamente le produzioni e le filiere che non danno soddisfazione economica”. <strong>Gianni Biasiolo</strong>, componente della giunta di <strong>Confagricoltura Vicenza</strong> e presidente dell’essiccatoio di <strong>Barbarano Vicentino</strong>, conferma il momento di grande incertezza attraversato dalle aziende di seminativi. “Per le <em>commodities</em> la situazione è grave. C’è molta disponibilità di cereali a livello internazionale e perciò le quotazioni sono in caduta libera – spiega -. Per converso, i costi produttivi sono schizzati in alto e, di conseguenza, a livello nazionale è previsto il 20% in meno di mais, dato che è una coltura che ha bisogno di più irrigazioni, e quindi di gasolio, oltre che di fertilizzanti. Prevedibile che nel Vicentino verrà seminata più soia, che ha minore necessità di acqua e di nutrienti, ma anche girasole, che ha rese elevate e sta ottenendo un buon mercato anche grazie al calo delle superfici in Ucraina. Un’altra alternativa può essere la colza, che richiede poche spese, pur non avendo un valore elevato sul mercato”.</p>



<p></p>
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		<title>Crolla la fiducia dei consumatori britannici: metà delle famiglie fatica con i beni essenziali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra in Medio Oriente sta alimentando un’ondata di pessimismo nel Regno Unito, dove circa metà delle famiglie fatica già a sostenere le spese per i beni di prima necessità. A lanciare l’allarme è The Guardian, riportando i dati dell’ultima<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/crolla-la-fiducia-dei-consumatori-britannici-meta-delle-famiglie-fatica-con-i-beni-essenziali/">Crolla la fiducia dei consumatori britannici: metà delle famiglie fatica con i beni essenziali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>La guerra in Medio Oriente sta alimentando un’ondata di pessimismo nel Regno Unito, dove circa metà delle famiglie fatica già a sostenere le spese per i beni di prima necessità. A lanciare l’allarme è <em>The Guardian</em>, riportando i dati dell’ultima indagine di Which? sulle abitudini dei consumatori.</p>



<p>L’escalation del conflitto con l’Iran ha fatto salire i prezzi del petrolio, del gas, dei fertilizzanti e di altre materie prime, creando il rischio di un nuovo shock del costo della vita. Secondo l’indagine, la pressione sui prezzi spinge circa 14 milioni di famiglie a modificare le proprie abitudini finanziarie: attingere ai risparmi, vendere beni o chiedere prestiti per coprire le spese quotidiane.</p>



<p>La fiducia nel futuro dell’economia britannica è crollata di 13 punti, raggiungendo un punteggio di -56 nel mese terminato il 13 marzo, il livello più basso dalla fine del 2022. Due terzi degli adulti britannici (67%) prevedono un peggioramento dell’economia nei prossimi 12 mesi, mentre solo il 12% pensa a un miglioramento.</p>



<p>Sebbene il punteggio non abbia ancora raggiunto i minimi della pandemia (-78) o della crisi del costo della vita del 2022 (-70), la tendenza evidenzia una crescente pressione sulle famiglie. Il risparmio, tradizionalmente visto come rete di sicurezza, si sta trasformando in uno strumento di sopravvivenza: un quarto delle famiglie (26%) attinge regolarmente ai propri risparmi per colmare il divario tra reddito e spese.</p>



<p>La fiducia nelle finanze familiari ha toccato il livello più basso da aprile 2025, scendendo di cinque punti a -15. L’inflazione britannica, già alta, dovrebbe mantenersi elevata più a lungo del previsto: mentre prima del conflitto si stimava un ritorno al 2% nei prossimi mesi, la Banca d’Inghilterra ora prevede un tasso al 3,5% per tutto il 2026, esercitando ulteriore pressione sulle famiglie.</p>



<p>Sue Davies, responsabile delle politiche di tutela dei consumatori di Which?, ha sottolineato: «La nostra ricerca mostra un preoccupante cambiamento nel sentiment dei consumatori, con la fiducia nell’economia ai minimi degli ultimi anni. Le famiglie devono affrontare una combinazione scoraggiante di prezzi in aumento e instabilità globale».</p>



<p>«La pressione sui bilanci familiari sta diventando insostenibile per molti. Consigliamo a chi ha difficoltà di contattare fornitori e richiedere consulenza gratuita e indipendente sulla gestione dei debiti. Le aziende dovrebbero fare tutto il possibile per supportare i clienti», ha aggiunto Davies.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/crolla-la-fiducia-dei-consumatori-britannici-meta-delle-famiglie-fatica-con-i-beni-essenziali/">Crolla la fiducia dei consumatori britannici: metà delle famiglie fatica con i beni essenziali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Noventa &#8211; Inaugurata la &#8220;Scuola dei Mestieri&#8221; di OTB con il ministro Urso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 14:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stata inaugurata venerdì 27 marzo a Noventa Vicentina la quinta edizione della “Scuola dei Mestieri” del Gruppo OTB, l’academy interna dedicata alla formazione dei futuri talenti del Made in Italy. L’avvio del nuovo percorso formativo coincide con le celebrazioni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>È stata inaugurata venerdì 27 marzo a Noventa Vicentina la quinta edizione della “Scuola dei Mestieri” del Gruppo OTB, l’academy interna dedicata alla formazione dei futuri talenti del Made in Italy. L’avvio del nuovo percorso formativo coincide con le celebrazioni della Giornata Nazionale del Made in Italy e segna un ulteriore passo nell’impegno del gruppo nel trasmettere competenze artigianali e manifatturiere alle nuove generazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="681" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-1024x681.jpeg" alt="" class="wp-image-362160" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-1024x681.jpeg 1024w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-626x417.jpeg 626w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-1536x1022.jpeg 1536w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-100x67.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-846x563.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39-1184x787.jpeg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.22.39.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>All’evento hanno partecipato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, insieme a rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo e della stampa, accolti da Renzo Rosso, presidente e fondatore del Gruppo OTB, e da Ubaldo Minelli, amministratore delegato del gruppo e di Staff International.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un progetto per trasmettere il sapere artigianale</h3>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-1024x768.jpeg" alt="" class="wp-image-362161" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-1024x768.jpeg 1024w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-556x417.jpeg 556w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-100x75.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-846x635.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01-1184x888.jpeg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.01.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La Scuola dei Mestieri nasce con l’obiettivo di preservare e valorizzare il patrimonio di conoscenze che sta alla base della moda italiana di qualità. Il percorso si sviluppa all’interno di Staff International, cuore produttivo e logistico del gruppo, dove ogni giorno prendono forma capi e accessori destinati alle passerelle e alle boutique di tutto il mondo.</p>



<p>“Il Made in Italy è un patrimonio che nasce dall’incontro tra creatività e competenze”, ha dichiarato Renzo Rosso, sottolineando l’importanza di formare nuove professionalità capaci di garantire il futuro della filiera. Sulla stessa linea l’amministratore delegato Ubaldo Minelli: “Oltre l’85% degli allievi è stato inserito nelle aziende del Gruppo, a dimostrazione dell’efficacia del progetto”.</p>



<p>Anche il ministro Urso ha evidenziato il valore dell’iniziativa: “La Scuola dei Mestieri interpreta al meglio la tradizione manifatturiera italiana, dove il sapere si tramanda come nelle botteghe rinascimentali”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Due edizioni e nuovi percorsi nel 2026</h3>



<p>Per la prima volta, nel 2026 la Scuola si articolerà in due edizioni annuali, una a marzo e una a settembre, ampliando il numero dei partecipanti. Il percorso, della durata di sei mesi, combina formazione teorica e attività pratiche con tirocinio professionalizzante a stretto contatto con maestri artigiani e professionisti del settore.</p>



<p>Il programma prevede laboratori su materiali e tessuti, approfondimenti sullo sviluppo delle collezioni, innovazione e sostenibilità, oltre a sessioni di mentorship. Nei primi tre mesi gli allievi si concentrano su sartoria e confezione, per poi specializzarsi in sviluppo prodotto, modelleria e sartoria.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Oltre 50 talenti formati</h3>



<p>Dall’avvio del progetto sono stati formati oltre 50 giovani, con più dell’85% inserito nelle aziende del gruppo. Un risultato che conferma la crescente domanda di figure professionali qualificate nel settore moda e lusso.</p>



<p>Il percorso è rivolto a neodiplomati di scuole tecniche, ITS e laureati in ambito moda. Per l’edizione di settembre sarà possibile candidarsi inviando un video CV di 60 secondi all’indirizzo <a>academy@staffinternational.com</a>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il legame con il territorio</h3>



<p>L’inaugurazione è stata anche l’occasione per valorizzare la tradizione tessile del territorio vicentino, che affonda le radici negli anni ’50 con lo storico stabilimento Marzotto e si sviluppa nei decenni successivi grazie a laboratori artigianali e imprese del settore denim.</p>



<p>È proprio in questo contesto che nasce l’esperienza imprenditoriale di Renzo Rosso con Diesel e, successivamente, il rilancio di Staff International sotto il Gruppo OTB. Un percorso che ha riportato a Noventa Vicentina la produzione di importanti marchi del lusso, puntando sulle competenze delle maestranze locali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il commento del sindaco</h3>



<p>“Questa scuola rappresenta un’opportunità straordinaria per il nostro territorio e per i giovani – ha dichiarato il sindaco Mattia Veronese –. Qui si uniscono tradizione e innovazione, dando continuità a una storia produttiva che ha reso grande Noventa Vicentina. Investire nella formazione significa investire nel futuro della nostra comunità e del Made in Italy”.</p>



<p>La Scuola dei Mestieri si conferma così un progetto strategico non solo per il Gruppo OTB, ma per l’intero sistema moda italiano, con l’obiettivo di garantire continuità, qualità e innovazione a uno dei settori più rappresentativi del Paese.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-1024x682.jpeg" alt="" class="wp-image-362162" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-1024x682.jpeg 1024w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-626x417.jpeg 626w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-1536x1023.jpeg 1536w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-100x67.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-846x564.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04-1184x789.jpeg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-27-at-15.23.04.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Uilca Veneto: Vigolo eletto nuovo segretario generale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di Digitalizzazione all’Università La Sapienza di Roma, il prof. Gosetti docente di sociologia all’università di Verona, Fulvio Furlan Segretario Generale della UILCA e Roberto Toigo Segretario Generale della UIL Veneto.</p>



<p>La relazione introduttiva è stata fatta dalla Segretaria uscente Elisa Carletto, entrata recentemente in Segreteria Nazionale Uilca, che ha ripercorso tutto il lavoro svolto dalla Uilca del Veneto nel corso degli ultimi 4 anni.</p>



<p>Al termine sono stati eletti gli Organi Statutari che hanno eletto il vicentino MIRKO VIGOLO nuovo Segretario Generale della UILCA del Veneto.</p>



<p>“Il mio mandato sarà caratterizzato dalla regionalizzazione delle varie provincie che non farà cambiare la presenza della nostra Organizzazione a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori. Dovremo sempre più stare nelle piazze, nei bar, nelle scuole e far conoscere il sindacato anche oltre la tutela del posto di lavoro” ha dichiarato il neo eletto Segretario Generale nel suo discorso di insediamento. “Punteremo sulle Donne e sui Giovani per non disperdere il nostro patrimonio e per investire sul futuro della nostra Organizzazione, accogliendo tutti quanti vorranno avvicinarsi a noi e condividere il nostro progetto. La Uilca è un Sindacato veramente a fianco delle Lavoratrici e dei Lavoratori, con la persona che è al centro del nostro operato”.</p>
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		<title>Gas e petrolio nell’Artico: la &#8216;trivellatrice&#8217; Norvegia pronta a diventare il “salvatore energetico” dell’Europa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 09:33:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel pieno delle tensioni globali, tra la guerra in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz, la Norvegia si propone come possibile ancora di salvezza per l’Europa sul fronte energetico. Già diventata il principale fornitore di gas del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Nel pieno delle tensioni globali, tra la guerra in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz, la Norvegia si propone come possibile ancora di salvezza per l’Europa sul fronte energetico. Già diventata il principale fornitore di gas del continente dopo il conflitto in Ucraina, Oslo punta ora a espandere le trivellazioni nell’Artico per aumentare produzione ed export.</p>



<p>Una strategia ambiziosa che però incontra forti resistenze. L’Unione Europea, infatti, resta cauta sull’acquisto di idrocarburi provenienti da una regione fragile e strategica come l’Artico. Bruxelles sta inoltre rivedendo la propria politica, che dal 2021 sostiene una moratoria internazionale sulle nuove estrazioni.</p>



<p>Il nodo potrebbe sciogliersi entro settembre, quando è atteso il nuovo documento europeo. Secondo Florian Vidal, ricercatore dell’Università di Tromsø, una conferma della moratoria chiuderebbe di fatto il principale sbocco commerciale della Norvegia: proprio l’Europa. In alternativa, Oslo potrebbe esportare gas liquefatto verso altri mercati, ma perderebbe investimenti europei fondamentali.</p>



<p>Intanto il governo norvegese intensifica il pressing diplomatico. “La crisi gioca a favore della Norvegia, che si presenta come fornitore di ultima istanza”, spiega Patrice Geoffron, docente all’Università Paris-Dauphine-PSL. Una posizione che Oslo respinge ufficialmente: il segretario di Stato Snorre Skjevrak sostiene che la situazione in Medio Oriente non influenzi le scelte energetiche del Paese.</p>



<p>I numeri però sono chiari: la Norvegia copre circa il 30% del fabbisogno di gas e il 14% di quello petrolifero di Regno Unito e Unione Europea. E guarda al futuro con nuovi progetti: due giacimenti di gas (Snøhvit e Aasta Hansteen) e due petroliferi (Goliat e Johan Castberg) sono già attivi nell’Artico, mentre nel Mare di Barents si stima la presenza di miliardi di barili ancora da sfruttare. A gennaio, Oslo ha proposto l’apertura di 70 nuovi blocchi esplorativi, molti dei quali proprio in acque artiche.</p>



<p>La posta in gioco è alta anche sul piano interno: i giacimenti attuali stanno invecchiando e la produzione potrebbe calare dopo il 2030. Mantenere i livelli è cruciale per occupazione, entrate e sostenibilità del welfare.</p>



<p>Non mancano però gli ostacoli. Le trivellazioni nell’Artico sono costose e richiedono prezzi del petrolio sopra gli 80-90 dollari al barile per essere sostenibili. A questo si aggiungono i rischi geopolitici: il Mare di Barents è un’area sensibile, vicina alle infrastrutture militari russe, e nuove installazioni potrebbero aumentare l’esposizione a tensioni o sabotaggi.</p>



<p>Infine, il tema climatico. L’Europa punta alla neutralità carbonica entro il 2050, e nuove estrazioni appaiono in contrasto con questo obiettivo. Oslo difende la propria posizione sostenendo che il suo gas ha emissioni inferiori rispetto ad altre fonti e che resterà necessario nella transizione energetica. Ma per alcuni esperti, come Inès Bouacida dell’IDDRI, la vera soluzione resta ridurre la dipendenza dagli idrocarburi puntando su energie rinnovabili prodotte in Europa.</p>



<p>Per ora Bruxelles resta ferma: la posizione sulla moratoria non cambia. Ma tra crisi energetica e nuovi equilibri geopolitici, il ruolo della Norvegia potrebbe diventare sempre più centrale nei prossimi mesi.</p>



<p></p>
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		<title>Intelligenza artificiale: in Veneto solo il 14,9% delle imprese ha una strategia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 12:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[forema]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Intelligenza Artificiale è già una realtà operativa per molte imprese del Veneto. Non si tratta più di una prospettiva futura o di una tecnologia sperimentale: è entrata nei processi quotidiani, supporta attività amministrative, creative e decisionali e viene utilizzata in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p><br>L’Intelligenza Artificiale è già una realtà operativa per molte imprese del Veneto. Non si tratta più di una prospettiva futura o di una tecnologia sperimentale: è entrata nei processi quotidiani, supporta attività amministrative, creative e decisionali e viene utilizzata in modo crescente all’interno delle organizzazioni. Tuttavia, l’integrazione strutturata e strategica rimane ancora limitata. È quanto emerge dalla survey realizzata da Fòrema tra ottobre 2025 e febbraio 2026 su un campione di oltre 300 imprese del NordEst, metà delle quali padovane. I risultati delineano un rapporto con l’AI ancora in una fase di transizione: il suo utilizzo è prevalentemente individuale, manca una piena integrazione nei modelli organizzativi.</p>



<p>L’indagine di Fòrema è stata rivolta agli imprenditori del Nordest. Tra quelli che hanno risposto, Padova guida l’indagine con il 47,9% delle imprese partecipanti. Seguono Treviso (24,5%) e Vicenza (10,6%). Il campione è composto prevalentemente da piccole imprese (40,4%), segnale che l’AI sta penetrando nel tessuto delle PMI; le medie imprese rappresentano il 37,2%, le grandi il 22,3%. Forte la presenza del metalmeccanico (37,2%), seguito da chimico-farmaceutico e gomma-plastica (10,5%) e legno-arredo (8,5%). L’età media del personale si colloca tra i 40 e i 45 anni.</p>



<p>L’analisi evidenzia come il 64,9% delle aziende utilizzi già strumenti di Intelligenza Artificiale per attività creative, come la produzione di contenuti, testi e materiali di comunicazione, mentre il 62,8% li impiega per la scrittura di e-mail, documenti e presentazioni. Il 48,9% ricorre all’AI per analisi dati e supporto decisionale. Rimane invece più contenuto, al 18,1%, l’utilizzo per l’ottimizzazione di attività ripetitive, segnale che l’automazione strutturale dei processi core rappresenta ancora una frontiera da consolidare, una frontiera per ora analizzata da meno di un’azienda su cinque.</p>



<p>Il dato più significativo riguarda tuttavia la dimensione strategica. Solo il 14,9% delle imprese dichiara di aver definito una strategia aziendale per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale, mentre l’85,1% non dispone ancora di un piano formalizzato. Analogamente, l’86,2% non ha adottato una policy interna specifica sull’utilizzo dell’AI e il 60,6% non ha fornito indicazioni operative ai propri collaboratori. Soltanto il 17% delle aziende ha condiviso esempi pratici o linee guida concrete per orientare l’uso.</p>



<p>Sul piano delle competenze emerge un ulteriore elemento di attenzione. Oltre il 90% dei collaboratori presenta un livello di preparazione nullo o base in materia di Intelligenza Artificiale e solo circa la metà delle imprese dispone di un dipartimento ICT strutturato o di competenze interne in ambito data science. Inoltre, il 55,3% degli intervistati dichiara di non essere in grado di distinguere con certezza un contenuto generato da un sistema di AI rispetto a uno prodotto da una persona, evidenziando la necessità di rafforzare consapevolezza e cultura digitale.</p>



<p>Parallelamente, la survey segnala una chiara domanda di produttività e di efficienza. Il 71,3% delle imprese attribuisce il massimo livello di utilità a sistemi intelligenti in grado di delegare attività a basso valore aggiunto, con l’obiettivo di liberare tempo per decisioni strategiche e attività ad alto impatto. Tra gli ambiti in cui vengono individuate maggiori opportunità di miglioramento emergono produzione, manutenzione, logistica, gestione documentale, pianificazione operativa e supporto alle risorse umane.</p>



<p>“Per un territorio a forte vocazione manifatturiera e orientato all’export come il Veneto, questi dati assumono un valore strategico”, commenta Matteo Sinigaglia, direttore generale di Fòrema. “L’adozione dell’Intelligenza Artificiale è già avviata, ma il consolidamento di un vantaggio competitivo duraturo richiede un salto di qualità nella governance, nella formazione e nell’integrazione nei processi di filiera. La transizione digitale non può essere lasciata al caso o alla sola iniziativa individuale delle imprese. I dati mostrano che serve un’azione coordinata di sistema per fare in modo che anche le aziende meno strutturate possano beneficiare dell’AI. Altrimenti il rischio è una polarizzazione dell’innovazione, dove solo alcune aziende corrono, e altre restano indietro.”</p>



<p>“Nel Veneto l’AI non è più un tema da convegno: è già in azienda, spesso senza regole”, commenta Luigi Gorza, Presidente Gruppo Giovani Imprenditori Confindustria Veneto Est. “La survey rappresenta un contributo conoscitivo rilevante per orientare percorsi di accompagnamento all’innovazione e iniziative di sistema a sostegno delle imprese, in particolare delle PMI, affinché la transizione digitale possa tradursi in crescita strutturale, rafforzamento competitivo e sviluppo sostenibile del territorio. Se solo il 14,9% delle imprese ha una strategia formalizzata, il rischio è che l’innovazione resti un gesto individuale e non diventi competitività di filiera. Ora serve un salto di metodo: competenze, casi d’uso concreti e governance”.</p>



<p>“Questa indagine ci dice con chiarezza che la vera sfida non è più tecnologica, ma di visione, di governance e di maturità organizzativa”, commenta Giordano Riello, Delegato Innovazione, Ricerca e Sviluppo. “L’Intelligenza Artificiale è già entrata nelle imprese: ora dobbiamo guidarne l’evoluzione perché diventi un fattore strutturale di competitività. Servono regole condivise, competenze diffuse e una regia strategica capace di coinvolgere management, funzioni operative e filiere produttive. Le imprese hanno espresso una domanda molto netta: vogliono strumenti che aumentino la produttività e liberino tempo per le decisioni ad alto valore. Il nostro compito, come sistema, è trasformare questa domanda in progetti concreti, scalabili e coerenti con le vocazioni del territorio. L’AI deve diventare un’infrastruttura abilitante del manifatturiero veneto e una leva stabile di crescita e innovazione”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/intelligenza-artificiale-in-veneto-solo-il-149-delle-imprese-ha-una-strategia/">Intelligenza artificiale: in Veneto solo il 14,9% delle imprese ha una strategia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Al Teatro Comunale i Maestri Artigiani Veneti vicentini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 09:58:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EVENTI]]></category>
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<p>Anche quest’anno, Confartigianato Imprese Vicenza si è data appuntamento per celebrare la migliore espressione dell’intelligenza artigiana. Sono stati quindi conferiti dei riconoscimenti Associativi a quanti si sono distinti per il loro operato, maestria e impegno nella rappresentanza associativa e nella formazione dei futuri artigiani.<br>L’evento si è svolto al Teatro di Vicenza, ieri. A festeggiare i ‘premiati’ parenti, amici e collaboratori a testimonianza che l’artigianato è fatto di persone in cui ognuno contribuisce alla crescita con comune orgoglio. </p>



<p>Un plauso particolare è andato ai 12 <a href="https://www.confartigianatovicenza.it/maestro-artigiano/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Maestri Artigiani</a>&nbsp;della Regione Veneto vicentini del 2025. Un riconoscimento che ‘premia’ percorsi umani e professionali che contribuiscono, non solo alla crescita economica del territorio, ma anche alla salvaguardia di lavorazioni nel solco della tradizione o con una loro rilettura in chiave innovativa, e alla trasmissione del saper fare artigiano ai giovani. Per i 12 Soci di Confartigianato quindi il riconoscimento, espressione di un progetto in cui l’Associazione ha da sempre creduto in quanto fondato sull’esperienza vissuta, rappresenta una tappa che riconosce il valore del lavoro, della tenacia, del farsi esempio per le giovani generazioni.</p>



<p>Nel corso della cerimonia sono stati inoltre consegnati i riconoscimenti a tre Dirigenti Artigiani, a tre Pensionati Artigiani Benemeriti. Non è mancato il Premio Fedeltà dedicato a quei collaboratori che da più di 30 anni sono a fianco degli imprenditori.<br>A consegnare gli attestati, oltre ai vertici di Confartigianato Vicenza, anche le autorità del territorio a ribadire l’importanza del mondo artigiano nel tessuto economico e sociale comunitario. Sono quindi intervenuti Andrea Nardin, presidente della Provincia; Cristina Balbi, Assessore allo sviluppo economico del territorio del Comune di Vicenza; Giorgio Xoccato, presidente della CCIAA di Vicenza.</p>



<p>Assenti per concomitanti impegni istituzionali, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, e Luca Zaia, presidente del Consiglio della Regione Veneto, hanno mandato un messaggio di congratulazioni ai premiati e all’Associazione per l’impegno s supporto delle imprese del territorio che rappresentano un’eccellenza veneta.<br>Presente per la Regione, il vice presidente del Consiglio Regionale, Francesco Rucco che, assieme al presidente di Confartigianato Imprese Vicenza, Gianluca Cavion, ha consegnato gli attestati.</p>



<p>Nel suo intervento di apertura, il presidente Cavion ha ricordato che nel 1962 fu istituito un premio a riconoscimento del ruolo diffuso dell’artigianato anche nel traghettare la città verso il boom di quegli anni. Un premio che nel 2018 la Regione ha mutuato, con apposita legge e regolamento, dandole respiro appunto regionale.<br>Dalle risposte a una situazione geo politica in quotidiano divenire a quelle per contenere i costi dell’energia anche attraverso iniziative come A-Certa (la comunità energetica di Confartigianato); dal fondamentale apporto della componente femminile dell’artigianato alle iniziative dedicate ai più giovani per avvicinarli alle imprese del territorio con le proposte dell’Ufficio Scuola, sono stati questi poi alcuni dei temi toccati da Cavion nella sua relazione. Senza dimenticare l’importanza della formazione tanto di settore che di più ampio respiro fornita dal Cesar, dalla Scuola di Politica ed Economia, con una particolare attenzione alle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nelle PMI attraverso le competenze presenti nel Digital Innovation Hub.<br>Il presidente ha inoltre ricordato il ruolo dell’artigianato in occasione delle recenti Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali Milano Cortina che sono state una vetrina unica e irripetibile per l’artigianato veneto e vicentino.<br>Il tutto con un unico obiettivo: “Fornire ai nostri soci servizi e supporto nel loro quotidiano fare impresa – ha aggiunge Cavion- andando ad alimentare l’orgoglio e lo spirito artigiano, a supporto di una intelligenza artigiana fatta prima di tutto di persone”. “Perciò, ogni volta che parliamo di “valori”, intendiamo proprio tutto questo. Il valore della persona che diventa il valore dell’azienda, un mondo di piccole imprese dove il legittimo profitto non è disgiunto dalla coscienza di condividere il proprio destino tutti insieme, titolare e soci e collaboratori. Un mondo dove ci si guarda ancora negli occhi e si procede fianco a fianco”, ha ribadito il presidente.<br>Dopo i Maestri Artigiani del Veneto, sono stati premiati i Dirigenti Artigiani Benemeriti dai rispettivi presidenti di Raggruppamento, quindi è toccato ai Pensionati Artigiani Benemeriti i cui riconoscimenti sono stati consegnati da Severino Pellizzari e Guido Celaschi, rispettivamente presidente Anap (Associazione Pensionati Artigiani) di Vicenza e Vento, e Nazionale.</p>



<p>Durante la cerimonia, come detto, è stato anche premiato un Imprenditore d’Eccellenza, un riconoscimento giunto alla sua 13° edizione e che viene attribuito ad un imprenditorie che si sia distinto nell’esercizio di attività inerenti al tema che la Giunta Esecutiva indica annualmente quest’anno individuato in “Artigiani e giovani: un patto per il futuro”. Quello dei giovani da inserire in azienda resta un tema centrale per Confartigianato soprattutto in questa fase storica. Calo demografico, emigrazione verso altri Paesi, filiera formativa spesso lacunosa, si ripercuotono nella vita delle aziende dove mancano nuove leve e questo rischia di impoverire tutto il sistema produttivo vicentino e italiano. Serve una visione nuova sia a livello politico decisionale che in seno alle imprese. Da qui il premio per i giovani e nei giovani ha dimostrato impegno concreto nella formazione, nel coinvolgimento e nell’ispirazione delle nuove generazioni. Con il premio Confartigianato ha voluto valorizzare chi ha saputo rendere l’artigianato un percorso attrattivo, accessibile e innovativo per i giovani, favorendo il ricambio generazionale e la trasmissione viva del sapere. Elementi di valutazione quindi l’impegno per la formazione di giovani apprendisti, collaboratori o studenti, la promozione di iniziative di orientamento, di alternanza scuola lavoro o PCTO, di tirocini universitari o ITS, mentoring, laboratori didattici, visite aziendali o attività divulgative rivolte a un pubblico giovane, l’adozione di modelli d’impresa aperti all’innovazione e al ricambio generazionale, l’attivazione di politiche HR con particolare attenzione ai percorsi di inserimento e di sviluppo di carriera per candidati junior.</p>



<p>Il riconoscimento è andato a Giampietro Franco (della Nuova Franco di Trissino) che nella sua azienda, cui una parte è allestita a ‘laboratorio’, ha accolto negli anni tanti giovani studenti avvicinandoli al settore della meccanica attraverso i progetti dell’Ufficio Scuola. Già Maestro Artigiano, Giampietro ha anche realizzato il Mecc-Circle gioco di costruzioni meccaniche dedicato anche ai più piccoli per far loro capire e apprezzare la bellezza di costruire qualcosa con le proprie mani. Menzione speciale, da parte della commissione che ha scelto l’eccellenza, a Giuseppe Lando (Inel Elettronica srl di Mussolente), tra i candidati al titolo.</p>



<p><strong>Ecco chi sono i Maestri Artigiani Veneti di Vicenza</strong>:<br>Nicoletta Barbieri (Istituto di estetica Nicoletta, Vicenza), Gianfranco Fantin (Fantin Art srl, Montegalda), Daniele Franchetti (D.F. Gru srl, Sarego), Roberto Frigo (F.A.E. srl, Dueville), Barbara Ellen Stringfellow (La Calzolaia Innamorata, Vicenza), Vittorio Lagni (Impresa Lagni Vittorio Walter, Torri di Quartesolo), Mario Miazzon (Miazzon Moto srl, Marostica), Giorgio Muraro (Muraro Viaggi e Vacanze, Camisano Vicentino), Franco Pozza (Pozza 1865 srl, Valdagno), Massimo Sberze (Sberze Impianti, Valdastico), Tiziana Toffanin (Salone Tiziana, Breganze), Enrico Trincanato (T.F. Atelier Dentale, Bassano del Grappa)<em></em></p>



<p><strong>Dirigenti Artigiani Benemeriti<br></strong>Dario Ruaro (Ruaro Serramenti srl, Schio), Roberto Zanotto (Zanotto Elia di Zanotto Luigi e F.lli snc, Rosà), Roberto Sinico (Sinico Fratelli, Montecchio Maggiore)<br><br><strong></strong></p>



<p><strong>PAB – Pensionati Artigiani Benemeriti<br></strong>Mirella Andriolo (Noventa), Antonio Canale (Tonezza del Cimone), Elena Scolaro (Schio)</p>



<p><strong>Premio Fedeltà<br></strong>Massimiliano Milan (B.Z. srl, stampi per materie plastiche e gomma, Barbarano Mossano; 36 anni e 2 mesi), Ruggero Dal Maso (Di-Effe Impianti di Domenico Ferron e C. snc, installazione di impianti elettrici per edilizia, Pojana Maggiore; 34 anni e 7 mesi), Paolo Bastianello (MM Meggiolaro S&amp;G srl, costruzione macchine per l’industria della pelle, Montorso Vicentino; 42 anni e 8 mesi), Marco Antoniazzi (Lo.Gi.T. Termoidraulica snc di Antoniazzi Lorenzo e Simone, termoidraulica, Nogarole Vicentino; 31 anni e 1 mese)<strong></strong></p>



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		<title>L&#8217;allarme di Coldiretti: campi a rischio con +30% dei costi</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 10:14:58 +0000</pubDate>
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<p>“L’esplosione dei costi di produzione fino al 30% scatenata dalla guerra in Iran mette a rischio le produzioni agricole, con rincari a doppia cifra per fertilizzanti e listini delle materie plastiche, rendendo necessarie misure urgenti di sostegno Ue per tutelare le coltivazioni”. Con queste parole il presidente di Coldiretti Vicenza, Pietro Guderzo, interviene sulla situazione che sta drammaticamente coinvolgendo anche l’Italia, in concomitanza con la mobilitazione di tremila agricoltori e pescatori dell’Adriatico al Pala Dean Martin di Montesilvano, in Abruzzo.</p>



<p>Complessivamente, tra energetici, fertilizzanti e antiparassitari, i costi per un&#8217;azienda agricola salgono fino al 30%, colpendo soprattutto quelle più meccanizzate.&nbsp;In crescita sono soprattutto i fertilizzanti: l’urea ha registrato rincari di circa il 35% rispetto al periodo pre-conflitto in Iran, con maggiorazioni di oltre a 200 euro a tonnellata, secondo l&#8217;analisi Coldiretti sui dati delle Camere di Commercio. Tendenza al rialzo per tutti i prodotti, dal nitrato ammonico al solfato ammonico. “Uno scenario che, come già avvenuto con la guerra in Ucraina – prosegue il presidente Guderzo &#8211; evidenzia la vulnerabilità di un’Europa che ha scelto di delocalizzare la produzione di fertilizzanti per motivi puramente ideologici. Da qui la necessità di una svolta radicale, che punti sulla valorizzazione dei concimi naturali come il digestato, ma anche la cancellazione del Cbam, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), che tassa i fertilizzanti gravando pesantemente sui bilanci delle imprese agricole e, più in generale, mettendo a rischio la sovranità alimentare dell’Unione Europea”.</p>



<p>Agricoltori e cittadini i più penalizzati.&nbsp;I rincari riscontrati sui prodotti al consumo non si trasferiscono però sui prezzi pagati agli agricoltori, che restano la categoria più penalizzata della filiera insieme a cittadini consumatori che ora combattono con i rincari nel carrello. Analizzando i listini Ismea della seconda settimana di marzo di frutta e verdura, per fare alcuni esempi, si nota che le fragole calano del 18%, mele e pere rimangono stabili e i kiwi aumentano dell’1%, rispetto alla settimana precedente. Calano anche carciofi, bieta, finocchi, indivia e lattuga, mentre aumentano carote, cipolle, cavolfiori e cavoli broccolo.</p>



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		<title>Forniture energetiche in leggero rialzo. Cavion: “Le conseguenze del conflitto nel Golfo si potranno vedere sulle bollette di aprile&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 16:07:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[bollette]]></category>
		<category><![CDATA[cavion]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il protrarsi del conflitto nel Golfo potrebbe avere ripercussioni importanti sui costi delle forniture di energia elettrica e del gas. Una situazione che preoccupa le imprese chiamate ogni giorno ad adattarsi a cambiamenti improvvisi con conseguenze, appunto, sui costi da<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il protrarsi del conflitto nel Golfo potrebbe avere ripercussioni importanti sui costi delle forniture di energia elettrica e del gas. Una situazione che preoccupa le imprese chiamate ogni giorno ad adattarsi a cambiamenti improvvisi con conseguenze, appunto, sui costi da sostenere.<br>“Siamo molto preoccupati per la situazione venutasi a creare nel Golfo, come se non bastasse il conflitto in Ucraina &#8211; dice Gianluca Cavion presidente di Confartigianato Vicenza-. Premessa la vicinanza alle popolazioni coinvolte, va tenuto anche presente che in tali situazioni emergono sempre forme di speculazione con ripercussioni tanto per famiglie che per le imprese. In questi giorni molte aziende cercano di capire quanto aumenteranno i costi energetici, già molto alti, come più volte denunciato”.<br>“Evidentemente non possiamo limitarci a parlare di aumenti in generale, ma dare qualche indicazione di massima – aggiunge Cavion- affinché i nostri imprenditori abbiano elementi per capire l’impatto degli aumenti. È però particolarmente difficile definirne con certezza l’entità considerando che i primi riscontri saranno visibili solo nelle fatture di aprile riferite alle forniture di competenza del mese di marzo, che ancora non è terminato”.<br>Il CAEM, consorzio di Confartigianato Vicenza, che acquista energia elettrica e gas per le imprese, ha analizzato l’andamento del mercato elettrico per capire quale potrebbe essere lo scenario nel breve periodo. Le stime fatte in questo momento fanno ipotizzare per l’energia elettrica un aumento del costo della materia prima che varia, a seconda della tipologia delle aziende, dal 7% al 9% rispetto a gennaio, e del 21-24%&nbsp; rispetto a febbraio<br>Passando alle fatture, quindi tenendo conto di tutte le voci quali materia prima, ma anche trasporto, oneri di sistema, ecc., per effetto della particolare incidenza del capacity market (<em>meccanismo per effetto del quale per un numero importante di ore di gennaio e febbraio i costi sono particolarmente alti, mentre si riducono di molto nel mese di marzo</em>), si stima per le aziende più strutturate un aumento finale dal 2% al 3% di marzo su gennaio e dal 7% all’11% di marzo su di febbraio.<br>Per quanto riguarda invece il gas, CAEM stima un aumento del costo dell’intera fattura di marzo, al netto dell’iva, che potrebbe variare dal 12% al 16% in più rispetto a gennaio e dal 18% al 20% su febbraio.<br>“Sono previsioni che si basano su stime in relazione alle medie mensili dei prezzi della borsa elettrica e del gas e che potrebbero modificarsi anche di molto, visto che siamo solo a metà marzo – spiega Cavion-, questo dipende all’andamento e dalla durata del conflitto. È oggettivamente impossibile fare previsioni a medio termine, per cui l’invito è a non prendere decisioni impulsive e attendere con attenzione l’evolversi della situazione nelle prossime settimane. Ancora una volta le aziende ‘dipendono’ da eventi esterni: per questo diventa sempre più importante, soprattutto per il lungo periodo, puntare sull’autoproduzione e autoconsumo di energia con installazione di impianti fotovoltaici. Un percorso che Confartigianato Vicenza sta sostenendo con consulenze dedicate e che nell’ultimo anno ha già visto oltre 400 impianti fra installati o in fase di installazione, peraltro tutti facenti parte di A-CERTA, la comunità energetica rinnovabile promossa dalla nostra Associazione”.</p>



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		<title>Guerra in Iran: imprese vicentine e veronesi alle prese con i rincari</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 10:07:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p> È l’energia elettrica a guidare la classifica dei rincari a due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, seguita da rame, ferro, alluminio e carburanti, mentre si registrano rialzi più contenuti per l’acciaio e restano stabili i prezzi delle farine. Questo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><em> </em>È l’energia elettrica a guidare la classifica dei rincari a due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, seguita da rame, ferro, alluminio e carburanti, mentre si registrano rialzi più contenuti per l’acciaio e restano stabili i prezzi delle farine. Questo il quadro che emerge da un monitoraggio realizzato da CNA presso un campione di imprese, che rileva un aumento diffuso dei prezzi dei materiali, l’inizio di tensioni sull’approvvigionamento e un forte incremento dei costi di spedizione e delle coperture assicurative.</p>



<p>Il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica ha registrato un aumento del 60%, in linea con l’andamento del gas sulla piazza di Amsterdam. Il prezzo medio delle ultime due settimane si attesta a 143 euro/MWh, ben superiore ai valori registrati in altri Paesi europei.</p>



<p>Una dinamica che rischia di avere effetti significativi anche sul sistema produttivo di Vicenza e Verona, territori ad alta concentrazione manifatturiera e artigianale. Le due province sono tra quelle che già pagano il conto energetico più pesante: secondo stime recenti, il caro energia ha generato extra costi per circa 62 milioni di euro per le imprese vicentine e 46 milioni per quelle veronesi, collocandole tra le province più colpite a livello nazionale.</p>



<p>Dopo l’energia elettrica, i maggiori rialzi riguardano il rame con aumenti che sfiorano il 40%, consolidando un trend in atto da oltre un mese, sostenuto dalla forte domanda dei settori automotive e data center. A seguire ferro e profilati di alluminio, con aumenti intorno al 20%.</p>



<p>Per il territorio di Vicenza e Verona questo significa pressioni dirette su filiere industriali centrali: dalla meccanica e metalmeccanica del vicentino ai comparti della lavorazione dei metalli, fino al distretto del marmo e della pietra tra Verona e Vicenza, che conta centinaia di imprese e migliaia di addetti nella trasformazione dei materiali.</p>



<p>Il settore delle costruzioni segnala incrementi del 18% per il conglomerato bituminoso e del 10% per il calcestruzzo, mentre nel comparto della meccanica alcune plastiche registrano aumenti fino al 30%.</p>



<p>Va leggermente meglio per l’acciaio: i coils zincati segnano un aumento del 4%, i laminati a caldo del 3% e restano sostanzialmente stabili i laminati a freddo. Tuttavia da inizio anno tre semilavorati mostrano comunque incrementi intorno al 10%.</p>



<p>Anche il legno comincia a risentire delle tensioni sui mercati con rialzi tra il 10 e il 15%. Dopo la fiammata iniziale si è stabilizzato invece il prezzo dei carburanti: +15% per il gasolio e meno del 10% per la benzina.</p>



<p>Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’instabilità dei listini: in molti casi le quotazioni dei materiali sono valide solo per 24 ore e per alcuni prodotti, come tubazioni e raccordi in PVC, i fornitori accettano gli ordini con riserva di aggiornamento prezzi.</p>



<p>Prezzi stabili per le farine, ma il comparto dei prodotti da forno resta tra i più sensibili alle variazioni dell’energia: le bollette incidono per circa il 14% dei costi di produzione.</p>



<p>L’impatto maggiore riguarda le attività ad alta intensità energetica. Nel settore dei lapidei, molto diffuso tra Verona e Vicenza, il costo dell’energia può arrivare a rappresentare tra il 30 e il 35% dei costi totali di trasformazione, mentre per le tinto-lavanderie l’incidenza arriva fino al 40%.</p>



<p>«Non è solo il costo dell’energia a preoccupare le imprese. Ai rincari di elettricità e carburanti si stanno sommando aumenti diffusi sulle materie prime – dal rame all’alluminio, dal bitume alle plastiche – e in alcuni casi iniziano a emergere difficoltà di approvvigionamento. In un territorio manifatturiero come quello di Vicenza e Verona, dove la filiera delle piccole e medie imprese è molto interconnessa, questa combinazione di fattori rischia di comprimere i margini e rallentare la produzione. Per questo è necessario agire subito con misure che aiutino le imprese a reggere l’urto dei costi energetici e a garantire stabilità alle filiere produttive», sottolinea il presidente di CNA Veneto Ovest,&nbsp;<strong>Diego Stimoli</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/newuismart/cgi-bin/ajaxmail?Act_View=1&amp;_HID_=9FBEAD4F777EA92250C6AF7391DC67EC&amp;R_Folder=SU5CT1g=&amp;msgID=254313&amp;Body=1.2&amp;filename=BodyPart" alt=""/></figure>



<p><strong>Comunicazione e Pubbliche Relazioni</strong></p>



<p><strong>CNA Veneto Ovest</strong></p>



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		<title>Re Carlo III incontra il gruppo OTB: a Buckingham Palace presentati i progressi su sostenibilità e tecnologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:04:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il gruppo internazionale della moda OTB Group ha presentato a Carlo III i propri progressi nel campo della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica durante un incontro ufficiale a Buckingham Palace. L’appuntamento si è svolto il 12 marzo 2026 a Londra, nell’ambito<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il gruppo internazionale della moda OTB Group ha presentato a Carlo III i propri progressi nel campo della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica durante un incontro ufficiale a Buckingham Palace.</p>



<p>L’appuntamento si è svolto il <strong>12 marzo 2026 a Londra</strong>, nell’ambito di una sessione privata della <strong>Fashion Task Force</strong> della Sustainable Markets Initiative, presieduta da Federico Marchetti.</p>



<p>Il gruppo OTB – che controlla marchi come Diesel, Jil Sander, Maison Margiela, Marni e Viktor&amp;Rolf – era rappresentato dal fondatore e presidente Renzo Rosso insieme al Sustainability Ambassador Andrea Rosso. Durante l’incontro sono stati illustrati i risultati raggiunti dal gruppo nel campo della sostenibilità e della tecnologia, due pilastri centrali nella strategia di lungo periodo dell’azienda.</p>



<p>Tra i progetti presentati figura un <strong>Digital Product Passport</strong>, un’iniziativa pilota che anticipa la futura regolamentazione europea. Il sistema integra <strong>registrazione su blockchain e tecnologia NFC</strong>, con l’obiettivo di aumentare trasparenza, autenticità e tracciabilità dei prodotti. Il progetto sarà progressivamente esteso a tutti i marchi del gruppo.</p>



<p>Per lo sviluppo di queste soluzioni digitali OTB collabora con Aura Blockchain Consortium, di cui è Steering Member, con l’obiettivo di creare strumenti sicuri e scalabili per la tracciabilità nel settore del lusso.</p>



<p>«Il futuro della moda si costruisce su principi chiari e condivisi, con la creatività al centro, la sostenibilità a guidare le nostre scelte e la tecnologia come leva per lo sviluppo e l’innovazione del settore», ha dichiarato Renzo Rosso. «Risultati concreti possono essere raggiunti solo con la collaborazione di tutti i player dell’industria. Ho una grande ammirazione per l’attenzione che Sua Maestà Re Carlo III dedica da anni a questi temi ed è stato per noi un onore presentargli i progressi che stiamo portando avanti».</p>



<p>Il presidente del gruppo ha ricordato anche l’impegno sociale portato avanti dalla OTB Foundation e l’utilizzo sempre più ampio di materiali responsabili nei brand del gruppo.</p>



<p>All’interno della Sustainable Markets Initiative, OTB partecipa attivamente ai gruppi di lavoro della Fashion Task Force. In particolare il marchio Diesel contribuisce con le proprie competenze a un’iniziativa dedicata allo sviluppo di soluzioni innovative per l’<strong>interoperabilità dei Digital Product Passport nel settore tessile</strong>.</p>



<p>Il gruppo OTB – acronimo di “Only The Brave” – conta <strong>oltre 7.000 dipendenti nel mondo</strong> e basa la propria strategia su innovazione digitale, sostenibilità e sostegno alla creatività internazionale, elementi che rappresentano il cuore della visione imprenditoriale del suo fondatore Renzo Rosso.</p>
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		<title>Demografia d&#8217;impresa: a Vicenza il commercio soffre più nei quartiere che in centro storico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 11:30:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Confcommercio nazionale ha diffuso oggi l’analisi “Città e demografia d’impresa”, realizzata dall’Ufficio Studi, che prende a riferimento 122 comuni italiani, tra cui la città di Vicenza, per evidenziare come è cambiata negli anni (il riferimento è tra il 2025, il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Confcommercio nazionale ha diffuso oggi l’analisi “Città e demografia d’impresa”, realizzata dall’Ufficio Studi, che prende a riferimento 122 comuni italiani, tra cui la città di Vicenza, per evidenziare come è cambiata negli anni (il riferimento è tra il 2025, il 2019 e il 2012) la rete degli esercizi del commercio al dettaglio e del turismo-somministrazione.</p>



<p>“Appare evidente – è il commento di Nicola Piccolo, presidente di Confcommercio Vicenza &#8211; come in tutte le città italiane si sia verificata, negli anni, una perdita di attività del dettaglio, e Vicenza non è da meno. È il segnale chiaro e inconfutabile di un cambio epocale che abbiamo vissuto nei consumi e nelle abitudini di acquisto e credo che dobbiamo partire da qui per mettere in atto un mix di misure, sia a livello locale che nazionale, per dare una nuova spinta allo sviluppo della rete distributiva nei centri storici, così come nei quartieri”.</p>



<p>I dati rilevano come la città di Vicenza soffra meno nel centro storico e più nei quartieri: se nel cuore della città sono state perse, nel confronto tra il 2025 e il 2019, il 7% delle imprese di commercio al dettaglio (da 361 sono diventate 335), nei quartieri la perdita sale al 19% (da 629 a 512). Più omogenea la situazione per quanto riguarda le categorie degli alberghi, bar e ristoranti, dove la perdita è stata dell’11% in centro storico (da 255 del 2019 a 228 del 2025) e del 12% nei quartieri (da 382 a 335). Nel confronto 2025- 2012 la diminuzione dello stock di imprese del commercio è ovviamente &nbsp;più marcata: sono calate del 27% le attività di vendita al dettaglio, sia in centro storico (erano 462 nel 2012) che nei quartieri (dove erano 700), mentre quelle dell’ospitalità-ristorazione sono diminuite del 10% in centro storico (erano 253 nel 2012) e del 6% nei quartieri (erano 357). Tornando al 2019, a soffrire di più sono le categorie dei negozi al dettaglio di prodotti alimentari e bevande, il commercio ambulante, le tabaccherie, l’abbigliamento-calzature ma anche i bar. In controtendenza, vale a dire in crescita, gli esercizi non specializzati alimentari e non (supermercati, iper, discount, grandi magazzini) ma anche le attività di e-commerce. “Dobbiamo in ogni caso tenere presente un altro trend – sottolinea il presidente di Confcommercio Vicenza – ovvero che è in corso un processo di consolidamento delle nostre aziende: i punti vendita calano, ma quelli che rimangono si strutturano, aumentando il personale e rafforzando la struttura societaria”.</p>



<p>Alcune categorie, poi, hanno visto aumentare il numero di attività in città, ma solo in centro storico: secondo i dati diffusi da Confcommercio nazionale, rispetto al 2019, nel cuore di Vicenza abbiamo più ristoranti, più farmacie, più esercizi della macro-categoria “profumerie-fiorerie-gioiellerie”, più alberghi e b&amp;b, “Non siamo di fronte a crescite eclatanti – prosegue il presidente Piccolo –, ma è un segnale di tenuta che dà fiducia. Lo abbiamo visto anche in questi giorni: quando c’è l’annuncio di una chiusura si rincorre la voce che ci cono interessamenti per rilevare le attività e non spegnere quella vetrina. Nelle prossime settimane – continua il presidente di Confcommercio Vicenza &#8211; sappiamo ad esempio che ci saranno due aperture importanti in corso Palladio: una libreria che si trasferisce ingrandendosi e un negozio di abbigliamento. E altre sappiamo si stanno concretizzando. Si tratta di guardare alle dinamiche del settore con uno sguardo più ampio – sottolinea il presidente Piccolo –, riconoscendo che il commercio e il turismo sono fatti anche di un sostenuto turn-over di attività”.</p>



<p>Il rischio desertificazione commerciale però c’è e va scongiurato. Per il presidente Piccolo “c’è un problema di costi degli affitti, che in una situazione di consumi ridotti incide molto e qui non vedo altra soluzione che insistere, ancora una volta, sull’introduzione della cedolare secca sulle locazioni commerciali per quei proprietari che riducono i canoni. Serve poi un sostegno concreto a chi vuole investire sulla propria attività, rinnovandola, così come per i giovani che vogliono aprire negozi o pubblici esercizi – continua il presidente Piccolo – e mi auguro che la Regione metta in campo un’azione concreta in questo senso. Serve una pianificazione urbanistica che tenga conto dei cambiamenti anche demografici che stiamo vivendo e che valorizzi il ruolo di servizio che le nostre attività danno. E serve puntare su residenzialità e turismo, perché più abitanti e più visitatori significa più persone che entrano nei negozi e nei pubblici esercizi: bisogna insomma lavorare sull’attrattività della città e del centro storico”.</p>



<p>A questo proposito qualche buona notizia arriva dalla rilevazione dei dati di accesso alle Mura Duecentesche del centro storico, attivata da Confcommercio Vicenza attraverso un monitoraggio della telefonia mobile: nel confronto gennaio 2026-gennaio 2024 si sono registrati circa 14mila visitatori in più nell’area (esclusi residenti e pendolari), con un incremento del 7%; sulla stessa linea anche febbraio, con una crescita del 5,8% di visitatori (10.500 in più). “È un trend che dobbiamo consolidare e lo possiamo fare solo lavorando sugli eventi, sull’accessibilità, sulla sicurezza e sulla lotta al degrado per portare più persone a vivere il centro storico. Ma lo stesso dobbiamo fare anche nei quartieri, perché abbiamo visto che lì le chiusure sono più numerose e non possiamo permetterci di avere zone della città senza una efficiente rete commerciale, che va invece salvaguardata con ogni mezzo possibile”.</p>



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		<title>Effetto Trump sul Veneto: crolla export verso USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 13:59:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le esportazioni del Veneto rallentano nel 2025. Secondo un’analisi di Confartigianato, basata sui dati diffusi da Istat, l’export regionale ha registrato una flessione dello 0,9%, fermandosi a 77,3 miliardi di euro. Un calo più contenuto rispetto alla contrazione del 2024,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Le esportazioni del Veneto rallentano nel 2025. Secondo un’analisi di <strong>Confartigianato</strong>, basata sui dati diffusi da <strong>Istat</strong>, l’export regionale ha registrato una flessione dello <strong>0,9%</strong>, fermandosi a <strong>77,3 miliardi di euro</strong>. Un calo più contenuto rispetto alla contrazione del 2024, ma comunque in controtendenza rispetto al dato nazionale, dove le esportazioni italiane sono cresciute del <strong>3,3%</strong>.</p>



<p>Nonostante la frenata, il Veneto mantiene il <strong>terzo posto in Italia per valore delle esportazioni</strong>, con il <strong>12,6% del totale nazionale</strong>. Tuttavia la regione perde terreno rispetto ad altre aree del Paese: la <strong>Lombardia</strong> cresce dell’<strong>1,8%</strong>, l’<strong>Emilia-Romagna</strong> dello <strong>0,7%</strong>, mentre il <strong>Friuli Venezia Giulia</strong> registra un forte balzo del <strong>17,8%</strong>, trainato soprattutto dal settore della cantieristica navale.</p>



<p>La contrazione dell’export veneto riguarda principalmente i <strong>mercati extra Unione Europea</strong>, che segnano un calo del <strong>4%</strong>, mentre gli scambi con i Paesi europei restano positivi con un <strong>+1,4%</strong>. Tra i principali partner commerciali si registra una lieve crescita della <strong>Germania</strong> (<strong>+0,5%</strong>), che con <strong>10 miliardi di euro</strong> resta il primo mercato di sbocco, seguita dalla <strong>Francia</strong> (<strong>+1,4%</strong>) e dalla <strong>Spagna</strong>, che registra un aumento significativo del <strong>6%</strong>.</p>



<p>Situazione più difficile invece nei mercati internazionali: gli <strong>Stati Uniti</strong> segnano un calo del <strong>6,5%</strong>, il <strong>Regno Unito</strong> addirittura del <strong>15,9%</strong>, mentre la <strong>Cina</strong> registra una flessione dell’<strong>11,5%</strong>.</p>



<p>Sul fronte dei settori produttivi, pesano le difficoltà di alcune filiere tipiche del manifatturiero veneto. In particolare calano <strong>articoli in pelle, accessori e calzature</strong> (<strong>-6,9%</strong>), <strong>mobili e arredo</strong> (<strong>-4,5%</strong>) e <strong>metallurgia</strong> (<strong>-3,7%</strong>). Crescono invece i <strong>macchinari</strong> (<strong>+1,5%</strong>) e soprattutto il comparto <strong>alimentare</strong>, che registra un aumento del <strong>7,9%</strong>.</p>



<p>«Le imprese artigiane devono rafforzare sempre di più una vera cultura del mercato globale: nessun mercato è acquisito per sempre e ciò che oggi cresce domani può rallentare», sottolinea <strong>Roberto Boschetto</strong>, presidente di Confartigianato Imprese Veneto. Boschetto richiama inoltre l’attenzione sul tema dei costi energetici: «Per molte lavorazioni artigiane il gas non è solo un costo, ma un fattore strutturale del processo produttivo. Senza una strategia sul prezzo dell’energia il rischio è di indebolire intere filiere manifatturiere del Veneto».</p>
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		<title>Il Distretto Veneto della Pelle protagonista a Lineapelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 10:56:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arzignano – Il Distretto Veneto della Pelle ha chiuso con risultati positivi la partecipazione a Lineapelle 107, la principale fiera internazionale dedicata alla pelle e ai materiali per il fashion system, portando al centro della scena il format di interviste&#160;INSIDE,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Arzignano – Il Distretto Veneto della Pelle ha chiuso con risultati positivi la partecipazione a Lineapelle 107, la principale fiera internazionale dedicata alla pelle e ai materiali per il fashion system, portando al centro della scena il format di interviste&nbsp;INSIDE, giunto alla sua terza edizione.</p>



<p>Per tre giorni lo stand del Distretto si è trasformato in un luogo di dialogo e analisi sul futuro della filiera pelle-moda, ospitando imprenditori, manager, designer, rappresentanti istituzionali ed esperti del settore che hanno condiviso visioni, strategie e prospettive del mercato globale. L’iniziativa, realizzata in media partnership con MPAStyle e condotta dal giornalista Andrea Guolo, ha acceso il confronto su temi chiave come innovazione tecnologica, sostenibilità industriale e nuove dinamiche del leather fashion system.</p>



<p>Tra gli ospiti intervenuti nelle diverse giornate figurano rappresentanti di associazioni di categoria, aziende della filiera, centri di ricerca e realtà imprenditoriali di primo piano, a testimonianza della capacità del Distretto di aggregare competenze e promuovere una visione condivisa per uno dei comparti simbolo del Made in Italy.</p>



<p>L’edizione 2026 ha introdotto anche una novità significativa: nell’ultima giornata il format è diventato&nbsp;itinerante, con interviste realizzate direttamente negli stand delle aziende associate presenti in fiera. Una scelta che ha permesso di raccontare da vicino le realtà produttive del Distretto, valorizzando innovazione, prodotti e competenze nel contesto espositivo delle imprese.</p>



<p>Tutte le interviste realizzate durante INSIDE #Lineapelle107 saranno progressivamente pubblicate sul canale YouTube del Distretto Veneto della Pelle, rendendo disponibili contenuti di approfondimento utili per comprendere le evoluzioni della filiera e le prospettive del settore.</p>



<p>Con questa iniziativa il Distretto Veneto della Pelle conferma il proprio ruolo di piattaforma di connessione tra imprese, istituzioni e mondo della ricerca, rafforzando la capacità del territorio di raccontare e interpretare le trasformazioni dell’industria conciaria e della moda internazionale.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-distretto-veneto-della-pelle-protagonista-a-lineapelle/">Il Distretto Veneto della Pelle protagonista a Lineapelle</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Italia indietro sui pagamenti digitali: resta il regno del contante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 14:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[cashless society]]></category>
		<category><![CDATA[Cashless Society Index]]></category>
		<category><![CDATA[contante]]></category>
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		<category><![CDATA[pagamenti elettronici]]></category>
		<category><![CDATA[transazioni digitali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia continua a muoversi lentamente verso i pagamenti digitali e resta uno dei Paesi più legati al contante in Europa. Secondo il Cashless Society Index 2026, il Paese si colloca al 21° posto nell’Unione europea, con 181,4 transazioni digitali pro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’Italia continua a muoversi lentamente verso i pagamenti digitali e resta uno dei Paesi più legati al contante in Europa. Secondo il <strong>Cashless Society Index 2026</strong>, il Paese si colloca <strong>al 21° posto nell’Unione europea</strong>, con <strong>181,4 transazioni digitali pro capite</strong>, molto lontano dalla media Ue di <strong>246,8</strong>.</p>



<p>Eppure negli ultimi dieci anni i pagamenti cashless sono cresciuti molto: nel <strong>2025 il transato digitale ha triplicato il proprio valore rispetto al 2015</strong>, arrivando a rappresentare <strong>il 26,6% del Pil</strong>. La crescita è stata sostenuta anche negli ultimi tre anni, con un aumento medio annuo del <strong>+9,5%</strong>.</p>



<p>Nonostante questo progresso, il divario con gli altri Paesi europei resta evidente. Nel confronto continentale l’Italia si posiziona dietro a <strong>Germania (10ª), Spagna (12ª) e Francia (16ª)</strong>. Il ritardo è confermato anche dall’uso del contante: secondo il <strong>Cash Intensity Index</strong> l’Italia è <strong>31ª su 144 economie mondiali</strong>, con una quantità di cash pari all’<strong>11,5% del Pil</strong>, superiore alla media europea (<strong>9,8%</strong>).</p>



<p>Il settore dei pagamenti digitali resta comunque un comparto importante per l’economia: conta <strong>2.844 aziende</strong>, genera <strong>17,7 miliardi di euro di fatturato</strong> e <strong>9,4 miliardi di valore aggiunto</strong>, con <strong>34.600 occupati</strong>.</p>



<p>Secondo il rapporto della <strong>Community Cashless Society di Teha Group</strong>, se i ritmi di crescita attuali continueranno, entro il <strong>2030</strong> potrebbero attivarsi <strong>27,5 miliardi di euro aggiuntivi</strong>. Se invece l’Italia raggiungesse i livelli dei Paesi europei più avanzati, il potenziale arriverebbe fino a <strong>123 miliardi</strong>.</p>



<p>Nel frattempo, il peso del contante resta anche legato all’economia sommersa, stimata in <strong>circa 200 miliardi di euro</strong>, pari al <strong>10,2% del Pil</strong>, con un <strong>Vat gap di 25 miliardi</strong>.</p>
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		<title>Sorpresa! La “ricetta Trump” non funziona: negli Usa crollano i posti di lavoro e cresce la disoccupazione</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 15:16:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato del lavoro negli Stati Uniti mostra segnali di improvvisa debolezza e mette in discussione la tenuta della strategia economica della Casa Bianca. Gli ultimi dati ufficiali indicano infatti una contrazione inattesa dell’occupazione, riaccendendo i timori che la crescita<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il mercato del lavoro negli Stati Uniti mostra segnali di improvvisa debolezza e mette in discussione la tenuta della strategia economica della Casa Bianca. Gli ultimi dati ufficiali indicano infatti una contrazione inattesa dell’occupazione, riaccendendo i timori che la crescita americana possa rallentare più del previsto.</p>



<p>Secondo le statistiche diffuse dal Dipartimento del Lavoro, nel mese scorso il numero di posti di lavoro è diminuito di <strong>92.000 unità</strong>, mentre il <strong>tasso di disoccupazione è salito al 4,4%</strong>. Un risultato che ha sorpreso gli analisti, i quali si aspettavano invece una situazione stabile sul fronte delle assunzioni.</p>



<p>Si tratta della <strong>maggiore perdita mensile di occupazione da ottobre</strong>, quando il governo federale era stato costretto a chiudere temporaneamente. Il dato arriva inoltre in un momento delicato per l’economia statunitense, con il timore che l’<strong>impennata dei prezzi del petrolio</strong>, legata alla guerra tra <strong>Stati Uniti e Israele in Iran</strong>, possa mettere sotto pressione la crescita economica.</p>



<p>Il rallentamento ha coinvolto <strong>quasi tutti i settori dell’economia</strong>. Anche il comparto sanitario, solitamente tra i più solidi nella creazione di nuovi posti di lavoro, ha registrato un calo a causa degli <strong>scioperi che hanno interessato il settore nel mese scorso</strong>.</p>



<p>Prosegue inoltre la riduzione dell’occupazione nel settore pubblico. Nel solo ultimo mese <strong>l’occupazione nel governo federale è scesa di 10.000 unità</strong>. Dal picco registrato nell’<strong>ottobre 2024</strong>, il numero di dipendenti federali è diminuito complessivamente di <strong>330.000 unità</strong>, pari a circa <strong>l’11%</strong>, sempre secondo il Dipartimento del Lavoro.</p>



<p>Lo stesso rapporto ha inoltre rivisto al ribasso i dati dei mesi precedenti, indicando che <strong>la crescita dei posti di lavoro a dicembre e gennaio è stata inferiore alle stime iniziali</strong>.</p>



<p>Anche nel caso in cui il settore sanitario dovesse recuperare nei prossimi mesi, i numeri diffusi ora rischiano di indebolire ulteriormente le aspettative di una ripresa dell’occupazione dopo il rallentamento del <strong>2025</strong>, che è stato <strong>l’anno più debole per il mercato del lavoro statunitense dopo la pandemia</strong>.</p>



<p>Samuel Tombs, capo economista statunitense di Pantheon Macroeconomics, ha commentato con scetticismo il quadro emerso dai dati.</p>



<p>«Quale stabilizzazione?» ha scritto in una nota diffusa dopo la pubblicazione del rapporto. «L’idea che il mercato del lavoro abbia cambiato rotta implode con questo rapporto».</p>



<p>Le ripercussioni non si sono fatte attendere anche sui mercati finanziari: <strong>le borse di Wall Street hanno registrato un calo</strong>, mentre cresce la pressione politica sul presidente <strong>Donald Trump</strong>, che durante la sua campagna elettorale aveva fatto della promessa di rilanciare l’economia uno dei pilastri principali.</p>



<p>I democratici hanno subito attaccato l’amministrazione. La senatrice <strong>Elizabeth Warren</strong> ha dichiarato che i dati dimostrano come la Casa Bianca stia <strong>«affondando il mercato del lavoro»</strong>.</p>



<p>Di segno opposto la posizione dei vertici dell’amministrazione. In un’intervista alla CNBC, <strong>Kevin Hassett</strong>, direttore del <strong>National Economic Council</strong>, ha minimizzato la portata del rapporto e ha ribadito la fiducia in una ripresa della crescita.</p>



<p>«Ci sarà così tanta attività che tutti potranno trovare un lavoro che desiderano», ha affermato.</p>



<p>Il quadro complica però anche le scelte della <strong>Federal Reserve</strong>, la banca centrale statunitense. In presenza di un mercato del lavoro in indebolimento, la Fed normalmente interverrebbe <strong>tagliando i tassi di interesse</strong> per stimolare l’economia.</p>



<p>Tuttavia gli analisti sottolineano che <strong>l’aumento dei prezzi del petrolio</strong> potrebbe alimentare nuove pressioni inflazionistiche, rendendo più difficile una decisione di questo tipo.</p>



<p>«I numeri di oggi potrebbero aver messo la Fed tra l’incudine e il martello», ha commentato <strong>Ellen Zentner</strong>, capo stratega economica di Morgan Stanley Wealth Management.</p>



<p></p>
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		<title>Guerra in Iran, preoccupazione anche per le imprese artigiane vicentine</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 11:02:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli effetti su export e costi energetici Confartigianato Imprese Vicenza segue di ora in ora gli sviluppi della situazione in Medio Oriente. Accanto alla solidarietà per i cittadini dei Paesi coinvolti, e agli italiani che si trovano per lavoro nei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><strong>Gli effetti su export e costi energetici</strong></p>



<p>Confartigianato Imprese Vicenza segue di ora in ora gli sviluppi della situazione in Medio Oriente. Accanto alla solidarietà per i cittadini dei Paesi coinvolti, e agli italiani che si trovano per lavoro nei territori scenario del conflitto e sono in attesa di tornare a casa, c’è la preoccupazione delle ripercussioni sulle imprese e sulle famiglie vicentine.</p>



<p>“Le notizie che giungono a ritmo serrato dai territori coinvolti nel conflitto e la chiusura dello Stretto di Hormuz, aggiungono tensione a una situazione internazionale già complicata e tesa – commenta il presidente di Confartigianato Imprese Vicenza-. Non c’è dubbio, infatti, che questo nuovo focolare di guerra metta sotto pressione scambi, filiere e costi produttivi. Quel che sta accadendo non è solo una tragedia umana e sociale, ma un nuovo duro colpo per la stabilità economica che crea nuova incertezza in un contesto geopolitico già complesso”.<br>Anche il vicentino, infatti, rischia di subire contraccolpi sia sul fronte dell’export sia su quello dei costi energetici. Dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato Vicenza, negli ultimi 12 mesi (ottobre 2024 settembre 2025) le imprese vicentine esportano prodotti manifatturieri nell’area del Medio Oriente per 1.222 milioni di euro, pari al 5,5% dell’export manifatturiero totale.<br>Nei primi nove mesi del 2025 l&#8217;export verso il Medio Oriente è salito del 10,3%, facendo decisamente meglio del -0,4% della media del made in Vicenza.<br>Il primo mercato del Medio Oriente è quello degli Emirati Arabi Uniti, che vale 622 milioni di euro di esportazioni e nei primi nove mesi del 2025 è salito del 21,5%, seguito da Israele con 195 milioni di euro e un aumento dell’1,9%, e Arabia Saudita con 165 milioni di euro che segna però una flessione dello 0,6% nello stesso periodo.<br>Tra gli altri maggiori mercati del Medio Oriente in espansione si trova Azerbaigian con 25 milioni di euro di export, in crescita del 94,2% nei primi nove mesi del 2025 e il Libano con 41 milioni di euro, in crescita del 41,4%. Al contrario, segnano una diminuzione delle vendite del made in Vicenza: il Qatar con 35 milioni di euro di export negli ultimi 12 mesi, con un calo del 30,3%, il Kuwait con 22 milioni, in calo del 17,9% e la Giordania con 28 milioni, in calo del 16,8%.<br>Il vicentino esporta principalmente Prodotti orafi (474,8 milioni di euro negli ultimi 12 mesi, pari al 38,9% dell’export manifatturiero verso Medio Oriente), Macchinari e apparecchiature per 219,3 milioni di euro (18,0%), Apparecchiature elettriche e non per uso domestico per 189,9 milioni di euro (11,4%), Articoli in pelle per 67,9 milioni di euro (5,6%) e Metallurgia per 64,5 milioni di euro (5,3%). Questi 5 settori da soli rappresentano il 79,0% del Made in Vicenza verso il Medio Oriente.<br>Per quanto riguarda i settori con una maggiore presenza di micro e piccole imprese &#8211; alimentare, moda, legno e arredo, prodotti in metallo, gioielleria e occhialeria – cumulano 686 milioni di euro di esportazioni in Medio Oriente, pari al 56,1% dell’export manifatturiero, superiore di 12,1 punti percentuali all’incidenza osservata su totale mondo (44,0%).</p>



<p>“Alla luce dello scenario attuale, le criticità per Vicenza non sono tanto sui volumi quanto su alcuni fattori strutturali – prosegue Cavion- come la volatilità dell’oro, che può rallentare gli scambi pur in presenza di valori elevati, ele tensioni sui costi energetici, in particolare sul gas, con ripercussioni ad esempio sulle filiere manifatturiere energivore come ceramica, concia, plastica e non solo. In ogni caso la durata del conflitto determinerà inevitabilmente l’andamento dei costi energetici. I primi effetti si potranno riscontrare nelle fatture di aprile relative alle forniture energetiche del mese di marzo. Ricordo peraltro che si è in attesa di conoscere in questi giorni i primi effetti del DL Energia per famiglie e imprese, ma vista la situazione i benefici reali potrebbero essere ben pochi. Infine, ci sono le incertezze logistiche sugli approvvigionamenti di gas naturale liquefatto (GNL) dal Qatar, principale esportatore dell’area del Golfo”. </p>



<p></p>
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		<title>Produzione manifatturiera vicentina: mini-ripresa nel IV trimestre 2025, ma resta in negativo su base annua</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 10:50:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati dell’indagine congiunturale relativa al IV trimestre 2025 mostrano una leggera crescitadella produzione, che su base annua rimane però in negativo. Le imprese vicentine hanno coltouna mini-ripresa in alcuni mercati esteri, mentre gli ordini interni sono in diminuzione Il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><strong>I dati dell’indagine congiunturale relativa al IV trimestre 2025 mostrano una leggera crescita<br>della produzione, che su base annua rimane però in negativo. Le imprese vicentine hanno colto<br>una mini-ripresa in alcuni mercati esteri, mentre gli ordini interni sono in diminuzione</strong></p>



<p>Il 2025 si è chiuso con il segno “+” per quanto riguarda la produzione manifatturiera vicentina, ma il contesto rimane all’insegna dell’incertezza, e questo già prima dello scoppio del conflitto tra Israele e Stati Uniti con l’Iran, le cui conseguenze economiche potranno essere valutate solo tra qualche mese.</p>



<p>L’indagine congiunturale della Camera di Commercio relativa al IV trimestre del 2025 mostra infatti un ulteriore piccolo recupero della produzione, che conferma il discreto andamento dei mesi estivi accompagnato nell’ultimo trimestre da un incremento anche del fatturato; non si può tuttavia ancora parlare di un punto di svolta per la produzione, la cui serie dalla primavera del 2023 mostra variazioni negative o prossime allo “0”.</p>



<p>Più in dettaglio, sia la produzione che il fatturato rispetto al 3° trimestre mostrano un incremento pari a +0,6%, peraltro più contenuto rispetto alla media regionale (+1,2%), sebbene migliore rispetto al dato nazionale (-0,2%).</p>



<p>Il confronto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, invece, mostra sì una leggera crescita del fatturato (+0,5%), ma una situazione invariata per quanto riguarda la produzione. Tuttavia, analizzando la dinamica della produzione media annuale il confronto con il 2024 è ancora negativo (-0,8%) dopo la variazione negativa già registrata nel confronto tra 2024 e 2023: la contrazione è dovuta alla più marcata debolezza del primo semestre non controbilanciata dalla leggera ripresa del secondo.</p>



<p>Come spesso accade, comunque, il dato medio è il risultato di tendenze anche molto diverse tra i differenti settori: la produzione è infatti cresciuta in modo apprezzabile per alimentare, sistema moda e concia (anche se per quest’ultimi il confronto avviene con un periodo molto difficile), viceversa sono negativi i dati di orafo, legno-arredo e, in misura minore, della metalmeccanica.</p>



<p>Situazione ribaltata invece, rispetto al III trimestre, per quanto riguarda l’andamento degli ordini, dove contrariamente al periodo estivo nell’ultima parte dell’anno a sostenere questa mini-ripresa sono stati soprattutto i mercati esteri (+2,4%) a fronte di una flessione di quello interno (-1,9%).</p>



<p>Una tendenza confermata anche dal confronto rispetto al IV trimestre del 2024: anche in questo caso alla moderata debolezza sul mercato interno (-0,4%) si affianca un ritorno alla crescita per quelli provenienti dai mercati stranieri (+1,9%). Nonostante la fase di profonda incertezza le imprese vicentine hanno quindi saputo adattarsi e la leggera ripresa del Pil tedesco suggerisce un cauto ottimismo per questo mercato.</p>



<p>Anche l’analisi dei dati amministrativi evidenzia una situazione in evoluzione con alcune note positive: le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) sono state 3,7 milioni, -20,3% rispetto ai 4,7 milioni del III° trimestre e in riduzione anche rispetto al 4° trimestre 2024 (erano state 5,3 milioni). Prendendo in considerazione le ore complessive di CIG del 2025, la diminuzione rispetto al 2024 è significativa ma resta su livelli elevati (19 milioni contro 20,6 milioni, -8%; nel 2019 erano però meno di 4 milioni).</p>



<p>Per quanto riguarda invece le situazioni di vera e propria criticità nelle singole realtà aziendali, le aperture delle procedure concorsuali e di crisi nel 4° trimestre 2025 sono in diminuzione rispetto al 3° trimestre e ciò è molto rilevante se si tiene conto dell’usuale rallentamento dell’attività dei tribunali nei mesi estivi: 59 contro 113. Tuttavia rispetto al 2024 l’apertura di procedure concorsuali ha riguardato un numero più elevato di imprese (418 imprese rispetto a 280); tale numero è ancora influenzato dai cambiamenti normativi ma è un segnale di una situazione da monitorare con attenzione.</p>



<p>Situazione in chiaro-scuro anche per quanto riguarda il rapporto tra imprese e sistema bancario. L’ufficio studi della Banca d’Italia ha realizzato in coordinamento con Unioncamere Veneto una revisione della serie dei prestiti vivi alle imprese al fine di rendere più precisa l’analisi. L’ultimo dato disponibile è al 30 settembre 2025: il livello dei prestiti vivi alle imprese vicentine è pari a 12,1 miliardi in restrizione (erano 12,5 miliardi al 30 giugno 2025). Scende tuttavia il tasso di decadimento dei prestiti dopo il picco registrato al 31 marzo 2025: da 1,832 del primo trimestre 2025 a 1,772 del secondo e a 1,590 del terzo. Si tratta di un indicatore che misura l’entrata “in sofferenza” dei crediti: c’è quindi minore credito ma la qualità tende a crescere nel corso dell’anno.</p>



<p>La stabilità dei tassi, tornati ad un livello basso, e l’assorbimento dell’effetto dazi avevano fatto scendere la rischiosità del credito, ma le nuove tensioni geopolitiche potrebbero avere effetti ora difficilmente calcolabili.</p>



<p>In questo contesto, le previsioni per il futuro non possono che essere improntate all’incertezza. Infatti da una parte a fine dicembre i giorni di produzione assicurati dagli ordinativi già raccolti erano 58, un dato migliore sia di quello di fine 2024 (54) sia di quello del trimestre precedente (49). E migliora anche il grado di utilizzo degli impianti che, pur restando lontano dal livello teoricamente ideale dell’80% si attesta ad un valore leggermente superiore al 72% (era 70,7% nel terzo trimestre). Tuttavia, la quota di imprenditori che prefigura un incremento produttivo nel breve periodo è più bassa di quella del terzo trimestre ed è pari a circa il 37% (previsioni tra l’altro raccolte prima dello scoppio delle ultime tensioni geopolitiche).</p>



<p>Infine, un discorso a parte merita il saldo tra iscrizioni e cancellazioni al Registro Imprese: nell’ultimo trimestre del 2025 è stato negativo e pari a -211 (+179 nel 3° trimestre, +257 nel 2° trimestre e –279 nel 1° trimestre), ma vi è da registrare un effetto amministrativo di pulizia degli archivi. Conseguentemente nel 2025 si è registrata una contrazione del numero di imprese registrate (-54) ma in parte dovute alle cessazioni d’ufficio; infatti al netto di questo effetto il saldo sarebbe invece positivo e pari a +327.</p>



<p></p>
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		<title>Borsa: Europa giù, male anche gli asiatici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 14:24:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le Borse europee peggiorano ancora con l&#8217;indice stoxx 500 che cede il 3,1%, portandosi ai livelli di gennaio scorso. Sui mercati aumenta la paura per gli impatti della guerra in Medio Oriente e per la chiusura dello stretto di Hormuz,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/borsa-europa-giu-male-anche-gli-asiatici/">Borsa: Europa giù, male anche gli asiatici</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Le Borse europee peggiorano ancora con l&#8217;indice stoxx 500 che cede il 3,1%, portandosi ai livelli di gennaio scorso. Sui mercati aumenta la paura per gli impatti della guerra in Medio Oriente e per la chiusura dello stretto di Hormuz, lo snodo per il transito delle navi che trasportano petrolio e gas. Una quadro che alimenta il rally delle materie prime e crea tensione sui titoli di Stato. Sono in forte calo Madrid (-3,7%), Milano (-3,6%), Francoforte (-3,2%), Parigi (-2,6%), Londra (-2,5%). I principali listini del Vecchio continente sono appesantiti dalle banche e assicurazioni (-4%), le utility (-3,7%). Male anche il lusso (-2,9%) e le compagnie aeree (-4%). Contenuto il calo dell&#8217;energia (-0,4%). Sul fronte delle materie prime prosegue la corsa del petrolio. Il Wti guadagna il 5,7% a 75,35 dollari al barile. Il Brent sale del 5,7% a 82,18 dollari. Vola anche il gas che mette a segno un rialzo del 32,12% a 58,92 euro al megawattora. In calo il prezzo dell&#8217;oro che scende del 2% a 5.279 dollari l&#8217;oncia. Crolla l&#8217;argento che lascia sul terreno l&#8217;11% a 84,34 dollari l&#8217;oncia. In tensione i titoli di Stato. Lo spread tra Btp e Bund sale a 69 punti, con il rendimento del decennale italiano al 3,47% (+12 punti base) e quello tedesco al 2,79% (+9 punti base). Il titolo a dieci anni del Regno Unito aumenta di 13 punti al 4,50%.</p>



<p><strong>Euro in calo </strong>questa mattina sui mercati valutari: la moneta unica europea è scambiata a 1,1669 dollari con una flessione dello 0,16% e a 183,4700 yen con una riduzione dello 0,27%. </p>



<p><a href="https://www.mgid.com/services/privacy-policy" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a><a href="https://clck.mgid.com/ghits/23863438/i/61821935/0/pp/1/2?h=V1P-V8kXqTDnupcou5ktNaLieg8rgaxkT0NAwSdu_fZkGX4uExOMu5Yzy1QMjARHfhOvv-89S_XKeps2l7YEglc704jzyGXypFWQUgPq458zx1OoAUaHTTe4U9FIXMR6&amp;rid=1ea2e67c-170c-11f1-97ce-d404e677c390&amp;ts=google.com&amp;tt=OrganicSearch&amp;att=8&amp;afrd=8&amp;iv=17&amp;ct=1&amp;gdprApplies=1&amp;consentData=CQYgfgAQYgfgAB7FeBITB-FsAP_gAAAgAAAALotR_G__bXlr-b736ftkeYxf9_hr7sQxBgbJk24FzLvW_JwX32E7NAzatqYKmRIAu3TBIQNlHJDURVCgKIgVrzDMaEyUoTtKJ6BkiFMRY2NYCFxvm4pjeQCY5vr99ld9mR-N7dr82dzyy6hnv3a9_-S1WJCdIYetDfv8ZBKT-9IE9_x8v4v4_N7pE2-eS1n_tGvp6j9-Yvv_dBnx9_baffzPn__rl_e7X__f_n37v943X77_____f_-7__4LeQQgAagA4ACGAMAAZYAzQB3AEcAL0AZ8A-wCD4EeAR6AlUBMQCbQFDwKaApsBVgC4AF2AL9AZCAzOBooGjANTAboA5YB2wDxwHngQEAgoBD0CNIEiAJKASjAlaBMmCZgJmgTYgm4CboE5gJ3ATwAn6BRYCjIFHAKSAUuAqUBVICrIFYAK4AVzAr6BYUCxIFngLVgWtAtzBbsFvABQkHQABcAFAAVAAuABwADwAIAAXwAyADUAHgAQwAmABVADeAH4AQkAhgCJAEcAJoAVoAwABhwDKAMsAbIA54B3AHfAPYA-IB9gH6AQAAikBFwEYgI0AjkBIgEmgJ-AoMBUAFXALmAXoAxQBogDaAG4AOIAe0BDsCPQJFATSAnYBQ4CjwFIgKbAWwAuABcgC7AF3gLzAYbAyMDJAGTgMuAZmAzmBq4GsgNjAbQA28BuYDdQHJgOXAeOA-MB_wEBAIJgQYAhDBC0EL4Iegh-BH0CRUEmASZAlmBLcCXwEwIJlgmYBM4CaoE2AJuATmAnSBO4CeEFBwUIAoWBRUCkoFLgKZAU8gp-CoAFRgKlAVOAq6BWwCt4FfALCgWOAsrBawFrQLcgXFHQigAFwAUABUADgAIIAXABfADIANQAeABMACmAFWALgAugBiADeAH6AQwBEgCOAE0AJwAUYArQBgADDAGUANEAbIA54B3AHfAPYA-IB9gH7ARQBGICOAJNAT8BQYCogKuAWIAucBeQF6AMUAbQA3EBxAHGAPaAfYBCACHQETgIvgR6BIoCZAE0gJ2AUPAo8CkAFJgKbAVYAsUBbAC3QFwALkgXYBdoC7wF5gL6AYaAx6BkYGSAMnAZVAywDLgGZgM5AaaA1WBq4GsANoAbeA3UBxYDkwHLgPHAfGA-sB9wD-wH_AQBAgIBBgCFoEPQI7AR9AkIBIoCTIEq4JZgloBLoCXwEwIJlgmYBM4CaoE2AJuATeAnCBOYCdME7QTuAngBPMCgwFCAKFgUSAoqBSUClwFPAKfgVGAqUBU6CrgKugVsAreBYMCyYFlYLWAtaBbkC3YFxQLjgXLIQPwAFgAUABcADUAKoAXAAxABvAD8AMAAc8A7gDvAIoARwAlIBQYCogKuAXMAxQBtADjAIdAROAj0BNICkwFNgKsAWKAtEBcAC5AF2AMjAZOAzkBqoDxwHxgP7AgIBBgCFoEPQJCASKAl0BM4CbAE5gJ3ATwAnmBQYCioFJQKXAU_AqUBV8CwQFrQLckoKAACwAKAAcAB4AEMAJgAVQAuABigEMARIAjgBRgCtAGAANkAd4A_ACOQFRAVcAuYBigDiAIQAQ6Ai-BHoEigKPAUnApoCmwFigLYAXIAuwBecDIwMkAZOAywBnIDWAG3gPjAgCBAQCB4EGAIQgQ9Aj6BIoCSoEqwJWgS6Al8BMwCZwE1QJsATcAnCBOaCdoJ3ATwAnmBRUCkoFLgKjAVKAqcBWwCt8FggWDAsWBZUCz0FrAWtAtyBcgC5ZSDiAAuACgAKgAcABBADIANAAeABDACYAFUAMQAfoBDAESAI4AUYArQBgADKAGiANkAc4A74B9gH6ARYAjEBHAElAKDAVEBVwC5gF5AMUAbQA3EBxAHGAPaAfYBDoCJwEXwI9AkUBNICdgFDgKQAUnApoCmwFWALFAWwAuABckC7ALtAXmAvoBhsDIwMkAZPAywDLgGcwNYA1kBt4DdQHJgPFAeOA-MB_YD_gICAQTAgwBCECFoEMwIcgR2Aj6BIqCTAJMgSrAlmBLoCXwEwIJlgmYBM4CaoE2AJvATmgnaCdwE8AJ5gULAoqBSUClwFPAKfgVGAqUBU4CtgFbwLBAWFAsWBZMCyoFnoLWAtaBbkC4oFyA&amp;st=60&amp;mp4=1&amp;h2=jepLvWBw3yQcsjTMTvyPVnE85Pj_WqaAR1feI5WZkfVtEhzpKNeLnwKdk-CDr9W_yAc7g_5XZq0pV3e97J1P0w**&amp;k=1904664fc*f!fZ24Ek81fZ24FJqbfM2FlNGZiNGE5NDE4Njk5Nzg2OTAwNDE1ZTkxODhkMGY%3DfODEz*DU5f!ffQ*ff!ff%2C*f%2C*ffQf%3AfaHR0cHM6Ly93d3cuYW5zY%245pdC9zaXRvL25vdGl6aWUvZWNvbm9taWEvMjAyNi8wMy8wMy9ib3JzY%241sZXVyb3BhLWluLXBpY2NoaWF0Y%241jb24tbGEtZ3VlcnJhLWluLW1lZGlvLW9yaWVudGUuLW1hbGUta%241tZXJjYXRpLWFzaWF0aWNpXzM5MzdlYmI1LWY3MDUtNGNmYi04NzEzLTkzZGRjNmE0Nzg4Yi5odG1sfOzsvfaHR0cHM6Ly93d3cuZ29vZ2xlLmNvb%248%3DfnfODEz*DI3MDR8NTg4*DIzOTI%3DfNA%3D%3Df%3Bf!fcfMzIw*DQ4MHwzNDd8LTI1Mw%3D%3DfW-fOyff!fTW96aWxsY%2481LjAgKE1hY2ludG9zaDsg%24W50ZWwgTWFjIE9TIFggMTB*MTV*NykgQXBwbGVXZWJLaXQvNTM3LjM2IChL%24FRNTCwgbGlrZ%24BHZWNrbykgQ2hyb21lLzE0N%244wLjAuMCBTYWZhcmkvNTM3LjM2fUERGVmlld2Vy*ENocm9tZVBERlZpZXdlcnxDaHJvbWl1bVBERlZpZXdlcnxNaWNyb3NvZnRFZGdlUERGVmlld2Vy*FdlYktpdGJ1aWx0LWluUERGf!fTWFj%24W50ZWw%3DfNjA%3DfMHw2Mg%3D%3DfMTQ3MHw4NjM%3DfdW5rbm93bnw0Z3wwf9fmfQfzMSuhfCf*(cJYBx%3B&amp;crst=1772547770&amp;wrst=1772547775&amp;muid=n1n2qeNES3Q5" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p><a href="https://widgets.mgid.com/advertiser/info/?data=SIli4LN_E8QJLZsR1KymVw-hxNJzL3GlawEhDUVedkDOXm81Kq0WCk8QFRhPPIz5kNeiUBiDZk_69fIWFwwyjh2gqiaQ" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a>Le <strong>criptovalu</strong>te<strong> </strong>affondano con la guerra in Medio Oriente, dopo l&#8217;attacco all&#8217;Iran. Il Bitcoin è in calo del 3,5% a 67.000 dollari. Male anche Binance (-2%), Dogecoin e Cardano (-4%) e Solana (-3,6%).</p>



<h2 class="wp-block-heading"></h2>
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		<title>Come l&#8217;ennesima guerra sta già cambiando le nostre vite: boom dei prezzi dell&#8217;energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 10:59:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta producendo gravi ripercussioni sull’industria energetica globale. Teheran ha risposto agli attacchi colpendo impianti petroliferi nei Paesi vicini e minacciando il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta producendo gravi ripercussioni sull’industria energetica globale. Teheran ha risposto agli attacchi colpendo impianti petroliferi nei Paesi vicini e minacciando il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico tra Iran e Oman attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.</p>



<p>Pur non avendo formalmente chiuso lo stretto, le minacce iraniane hanno di fatto paralizzato il traffico: le compagnie di navigazione e gli assicuratori hanno bloccato le rotte e numerose petroliere sono rimaste ancorate in attesa di sviluppi. Secondo Lloyd’s List, il numero di navi cargo in transito è crollato da oltre 50 al giorno a sole sette nella giornata di domenica. Almeno tre petroliere sono state danneggiate e un marittimo ha perso la vita.</p>



<p>Lunedì le forze iraniane hanno dichiarato di aver colpito con due droni la petroliera battente bandiera honduregna <em>Athe Nova</em>, lasciandola in fiamme. Sono stati inoltre segnalati attacchi contro una struttura portuale in Oman e contro una nave a nord-ovest di Muscat. Nel frattempo il porto container di Jebel Ali, a Dubai, il più trafficato al mondo fuori dall’Asia, ha sospeso temporaneamente le operazioni dopo un incendio causato da detriti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Petrolio in rialzo, possibile quota 100 dollari</h3>



<p>Nel caos, il prezzo del petrolio è balzato di oltre il 10% superando gli 80 dollari al barile nel fine settimana, per poi stabilizzarsi leggermente. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di non aspettarsi un conflitto prolungato, ma diversi analisti ritengono che, se la crisi dovesse durare, il Brent potrebbe salire fino a 100 dollari al barile.</p>



<p>Fiona Cincotta di City Index ipotizza che il greggio statunitense possa raggiungere i 90 dollari se il traffico nello stretto non riprenderà. Jim Reid di Deutsche Bank sottolinea tuttavia che il picco giornaliero registrato lunedì rappresenta “solo” il 38° aumento più consistente dal 1990.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Raffinerie colpite e stop al gas liquefatto</h3>



<p>Gli attacchi hanno coinvolto anche infrastrutture strategiche. La compagnia saudita Saudi Aramco ha chiuso la raffineria di Ras Tanura, capace di processare circa 550.000 barili al giorno, dopo essere stata colpita da detriti di droni intercettati.</p>



<p>Sul fronte del gas, QatarEnergy – il maggiore fornitore mondiale di GNL – ha interrotto la produzione in seguito a un attacco con droni. Il Qatar copre circa il 20% del mercato globale del gas naturale liquefatto, diventato cruciale per l’Europa dopo il progressivo sganciamento dalle forniture russe successive all’invasione dell’Ucraina nel 2022.</p>



<p>I prezzi del gas in Europa sono schizzati ai livelli più alti da allora. Anche se restano inferiori al picco del 2022, ulteriori rincari potrebbero riaccendere le pressioni inflazionistiche proprio mentre le economie occidentali stavano iniziando a riprendersi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Rischio inflazione e impatto politico</h3>



<p>Un aumento duraturo del prezzo dell’energia avrebbe effetti a catena: carburanti più cari, aumento dei costi di trasporto e rincari su beni e servizi. Jess Ralston dell’Energy and Climate Intelligence Unit avverte che, con molte famiglie ancora indebitate per la precedente crisi energetica, un nuovo shock sarebbe particolarmente pesante.</p>



<p>Secondo le stime della società britannica Quilter, un aumento di 10 dollari al barile potrebbe far crescere l’inflazione fino a 0,4 punti percentuali e ridurre la crescita del PIL globale fino a 0,3 punti.</p>



<p>Il rischio inflazionistico pesa anche sugli equilibri politici: negli Stati Uniti eventuali rincari potrebbero influenzare le elezioni di medio termine, mentre nel Regno Unito la cancelliera Rachel Reeves si appresta a presentare la dichiarazione di primavera in un clima di forte incertezza.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Effetti su Italia: carburanti e bollette</h3>



<p>In Italia i primi effetti si vedono già alla pompa. Secondo Staffetta Quotidiana, la benzina self service è salita a 1,673 euro al litro, il diesel self a 1,728 euro e il diesel servito a 1,865 euro, con il gasolio ai livelli più alti da fine febbraio 2025.</p>



<p>Gianni Murano, presidente di Unem, rassicura sull’approvvigionamento: l’Italia importa petrolio da circa 40 Paesi e solo in minima parte attraverso Hormuz, risultando autosufficiente per benzina e gasolio. Tuttavia i prezzi alla pompa risentiranno inevitabilmente delle quotazioni internazionali.</p>



<p>Sul fronte gas, Federico Bevilacqua (Assium) spiega che circa il 25% dei contratti in Italia è a prezzo variabile e quindi direttamente esposto ai rincari. Anche chi ha contratti a prezzo fisso potrebbe subire modifiche unilaterali in caso di aumenti prolungati.</p>



<p>Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori ricorda che il gas è la principale fonte per la produzione elettrica italiana: l’aumento del prezzo del gas spinge in alto anche il Pun (Prezzo unico nazionale) dell’energia elettrica, salito da 107 a 125 euro al megawattora in pochi giorni.</p>



<p>Per una famiglia tipo di quattro persone (2.700 kWh di elettricità e 1.200 metri cubi di gas l’anno), Assium stima un aggravio annuo di:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>+207 euro con rincari del 10%;</li>



<li>+378 euro con gas +20% e luce +15%;</li>



<li>fino a +585 euro con gas +30% e luce +25%.</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Un vantaggio per Mosca</h3>



<p>Prezzi energetici elevati potrebbero inoltre favorire la Russia, le cui entrate da petrolio e gas alimentano lo sforzo bellico in Ucraina. La crisi mediorientale, dunque, non è solo militare ma anche economica: più che uno shock del petrolio, come osservano alcuni analisti, potrebbe profilarsi uno shock del gas, con effetti ancora più destabilizzanti per famiglie, imprese e governi.</p>



<p></p>
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		<title>Attacchi in Iran: dobbiamo temere un&#8217;impennata dei prezzi di benzina e gas?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 09:09:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[crisi energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi del petrolio tornano a correre e riaccendono i timori di una nuova fiammata sui mercati energetici. Lunedì 2 marzo, in mattinata, le quotazioni hanno brevemente superato gli 80 dollari al barile, spinte dalle tensioni legate al conflitto con<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I prezzi del petrolio tornano a correre e riaccendono i timori di una nuova fiammata sui mercati energetici. Lunedì 2 marzo, in mattinata, le quotazioni hanno brevemente superato gli 80 dollari al barile, spinte dalle tensioni legate al conflitto con l’Iran e dal rischio di interruzioni nell’approvvigionamento globale di greggio.</p>



<p>Intorno alle 7:30, il Brent del Mare del Nord è salito del 7,56% a 78,37 dollari al barile, dopo aver aperto sopra quota 82 dollari nel fine settimana. Il West Texas Intermediate (WTI) ha registrato un aumento del 7,21% a 71,82 dollari. Il Brent, riferimento internazionale per il greggio, aveva già incorporato un premio per il rischio geopolitico, attestandosi a 72 dollari venerdì, rispetto ai 61 dollari di inizio anno.</p>



<p>Il precedente del 2022 pesa ancora sui mercati: all’inizio della guerra in Ucraina le quotazioni avevano superato i 100 dollari al barile, contribuendo a una lunga spirale inflazionistica insieme all’aumento dei prezzi del gas. Anche oggi gli automobilisti guardano con preoccupazione ai possibili rincari alla pompa.</p>



<p>Nel tentativo di calmierare le tensioni, Arabia Saudita, Russia e altri sei membri dell’alleanza OPEC hanno annunciato domenica un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno per il mese di aprile.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Trasporti sospesi nello Stretto di Hormuz</h3>



<p>La situazione si è aggravata dopo l’attacco a due navi al largo delle coste di Emirati Arabi Uniti e Oman. L’Organizzazione Marittima Internazionale ha invitato le compagnie di navigazione a evitare la regione. I costi assicurativi sono diventati proibitivi e diverse grandi compagnie hanno sospeso le attività. Di fatto, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz – passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio – risulta fortemente compromesso.</p>



<p>In teoria, i Paesi importatori dispongono di riserve: i membri dell’OCSE devono mantenere scorte sufficienti per almeno novanta giorni. Tuttavia, secondo Eurasia Group, in caso di interruzione prolungata attraverso Hormuz il prezzo del greggio potrebbe rapidamente salire fino a 100 dollari al barile, soprattutto se venissero colpite infrastrutture petrolifere nella regione.</p>



<p>Anche senza un blocco totale, l’aumento dei premi assicurativi, i cambi di rotta e i maggiori costi logistici potrebbero mantenere elevate le quotazioni, osserva Charu Chanana di Saxo Markets.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gas sotto pressione</h3>



<p>L’Iran è tra i primi dieci produttori mondiali di petrolio, con circa 3,1 milioni di barili al giorno. Eventuali attacchi alle sue infrastrutture avrebbero conseguenze durature. Particolarmente esposte sarebbero le raffinerie cinesi, che acquistano la maggior parte del greggio iraniano: Teheran rappresenta circa il 13% delle importazioni marittime di petrolio della Cina.</p>



<p>Anche il mercato del gas è sotto osservazione. Un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto transita dallo Stretto di Hormuz, in gran parte dal Qatar. Gli esperti di Oxford Economics ritengono però improbabile un’interruzione grave e duratura, che costringerebbe l’Iran a mantenere un blocco navale senza precedenti affrontando una risposta militare, economica e diplomatica immediata delle grandi potenze.</p>



<p>Nonostante ciò, lunedì mattina in Europa i prezzi del gas hanno registrato forti rialzi. Il future olandese TTF, benchmark europeo, è salito oltre il 20%, dopo un picco del 22%, attestandosi a 38,885 euro, comunque sotto i livelli toccati a gennaio durante l’ondata di freddo.</p>



<p>Il 28 febbraio 2026 attacchi aerei israeliani e statunitensi hanno colpito Teheran, alimentando ulteriormente l’instabilità regionale.</p>



<p>Le quotazioni potrebbero ridimensionarsi nelle prossime settimane se non si verificheranno interruzioni significative della produzione. Eurasia Group segnala che decine di petroliere cariche si trovano nei pressi dello Stretto di Hormuz, molte ormeggiate in aree protette da sistemi di difesa aerea: in caso di allentamento della crisi, potrebbero rapidamente tornare a rifornire il mercato globale.</p>



<p>Resta però alta l’incertezza: l’evoluzione del conflitto sarà determinante per capire se l’attuale impennata rappresenti solo un picco temporaneo o l’inizio di una nuova fase di tensione sui mercati energetici.</p>



<p></p>
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		<title>Trump fa scattare i nuovi dazi al 10%: tensione con UE e Regno Unito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 11:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da oggi entrano ufficialmente in vigore i nuovi dazi del presidente Donald Trump, con un’aliquota del 10%, dopo che venerdì la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bloccato molte delle sue imposte sulle importazioni. Lo scorso venerdì, Trump aveva firmato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Da oggi entrano ufficialmente in vigore i nuovi dazi del presidente <strong>Donald Trump</strong>, con un’aliquota del <strong>10%</strong>, dopo che venerdì la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bloccato molte delle sue imposte sulle importazioni.</p>



<p>Lo scorso venerdì, Trump aveva firmato un ordine esecutivo autorizzando i dazi al 10%, poche ore dopo la sentenza della Corte. Pur avendo minacciato un aumento al 15%, l’aliquota maggiore non è stata ufficializzata entro martedì alle 00:01 ora di Washington, momento in cui il 10% è diventato operativo. Secondo Bloomberg, la Casa Bianca sta comunque lavorando a un ordine formale che potrebbe portare l’aliquota al 15%.</p>



<p>Questa mossa segue le dichiarazioni del presidente che aveva parlato di un uso dei dazi “molto più potente e odioso”. I nuovi dazi, applicati ai sensi della <strong>Sezione 122 del Trade Act del 1974</strong>, hanno generato incertezza tra vari partner commerciali, tra cui il <strong>Regno Unito</strong>, che lo scorso anno aveva negoziato un’aliquota del 10%, e l’<strong>Unione Europea</strong>.</p>



<p>Lunedì l’UE ha sospeso per la seconda volta in un mese il processo di ratifica dell’accordo raggiunto lo scorso luglio con gli Stati Uniti, dopo averlo congelato e poi sbloccato in seguito alle minacce di Trump sulla Groenlandia. L’accordo prevedeva dazi generali del 15% sulle importazioni dall’UE, comprensivi di tariffe preesistenti.</p>



<p>Nel Regno Unito, un portavoce di <strong>Keir Starmer</strong> ha commentato sulle possibili contromisure: “Nessuno vuole assistere a una guerra commerciale. Nessuno vuole un’escalation della situazione. Ma, come detto, nulla è escluso in questa fase”.</p>



<p>I mercati e le relazioni commerciali internazionali restano dunque in attesa di eventuali sviluppi, mentre l’aliquota del 10% è già attiva.</p>



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		<title>Le nuove tariffe di Trump creano caos infernale nel Regno Unito e UE</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 10:47:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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<p>Regna la confusione sul possibile aumento al 15% delle tariffe imposte dagli Stati Uniti, che potrebbero entrare in vigore già domani per il Regno Unito e l’Unione Europea, nonostante le rassicurazioni del rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer secondo cui gli accordi tariffari esistenti per circa 20 paesi rimarranno invariati.</p>



<p>Andy Haldane, neo-presidente della Camera di commercio britannica, ha dichiarato alla BBC che, salvo comunicazioni contrarie del governo, il Regno Unito vedrà applicata la tariffa del 15%. Haldane ha aggiunto:</p>



<p>&#8220;Siamo al 10% [tasso tariffario con gli Stati Uniti]. Se lui [Trump] manterrà la promessa domani, sarà al 15% e ciò significherà che il Regno Unito si troverà in fondo alla classifica per quanto riguarda chi è stato penalizzato dalle misure del fine settimana&#8221;.</p>



<p>Anche in Germania la confusione è forte. La confederazione tedesca delle imprese (BDI) ha chiesto all’UE di avviare rapidamente un dialogo con gli Stati Uniti per chiarire tariffe e regole commerciali. Peter Leibinger, presidente della BDI, ha sottolineato:</p>



<p>&#8220;Queste decisioni creano una nuova e significativa incertezza per il commercio transatlantico. Le aziende su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno urgente bisogno di certezza nella pianificazione e di condizioni commerciali affidabili. Solo attraverso il dialogo si può instaurare trasparenza e garantire la fiducia nelle relazioni economiche transatlantiche&#8221;.</p>



<p>I mercati azionari europei hanno reagito negativamente, riflettendo le preoccupazioni degli analisti per quello che è stato definito un “pasticcio infernale” di confusione tariffaria. Domenica, Greer ha ribadito alla CBS che gli Stati Uniti non modificheranno gli accordi già siglati con paesi come Regno Unito, UE, Giappone, Svizzera e altri.</p>
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		<title>Usa, schiaffo alla Casa Bianca: la Corte Suprema boccia i dazi di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 15:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato i massicci dazi imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che il provvedimento violava la legge federale. La sentenza, approvata con sei voti favorevoli e tre contrari, riguarda l’uso dei dazi come strumento<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato i massicci dazi imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che il provvedimento violava la legge federale. La sentenza, approvata con sei voti favorevoli e tre contrari, riguarda l’uso dei dazi come strumento di politica economica ed estera, basato sulla legge di emergenza International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). I giudici contrari sono Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh.</p>



<p>Secondo la Corte, l’autorità di emergenza su cui Trump aveva fatto affidamento &#8220;è carente&#8221; e non consente al presidente di imporre unilateralmente dazi di portata illimitata. Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha sottolineato che per legittimare misure simili sarebbe necessaria una chiara autorizzazione del Congresso. La maggioranza include i giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch, insieme ai tre giudici progressisti.</p>



<p>La decisione rappresenta una delle sconfitte più significative della seconda amministrazione Trump davanti a una Corte tradizionalmente conservatrice, dopo una serie di sentenze favorevoli al presidente su immigrazione, licenziamenti e tagli alla spesa. Tuttavia, la Corte non ha chiarito come gestire i circa 134 miliardi di dollari già riscossi tramite i dazi, raccolti da oltre 301.000 importatori, una questione che probabilmente sarà affrontata dai tribunali inferiori.</p>



<p>I dazi di Trump avevano aumentato le tariffe fino al 50% su partner come India e Brasile e fino al 145% sulla Cina nel 2025. L’amministrazione aveva definito i dazi essenziali per la ricchezza nazionale, mentre le imprese contestatrici li avevano definiti una “strabiliante affermazione di potere”.</p>



<p>Il caso ha sollevato dubbi costituzionali sull’uso di misure esecutive senza esplicita autorizzazione del Congresso, tema già affrontato dalla Corte in precedenti decisioni contro l’amministrazione Biden su prestiti studenteschi e obblighi di vaccinazione. Trump sosteneva che i dazi rientrassero nella sua autorità sugli affari esteri, ma la Corte ha ribadito che l’IEEPA non conferisce poteri tariffari illimitati.</p>



<p>Tribunali inferiori avevano già stabilito l’illegittimità dei dazi, con due casi principali: uno di importatori di vini di New York (VOS Selections) e uno di un’azienda di giocattoli educativa dell’Illinois (Learning Resources). Entrambe le cause hanno portato rapidamente la questione alla Corte Suprema, che ha confermato la sentenza, pur permettendo temporaneamente la riscossione delle tariffe.</p>



<p>L’amministrazione ha promesso possibili rimborsi agli importatori, ma i dettagli operativi restano complessi e richiederanno ulteriori procedimenti legali.</p>
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		<title>Dazi Usa, due terzi delle imprese venete non ne risentono: l’analisi di Unioncamere</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 11:10:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 66% delle aziende manifatturiere venete che esportano verso gli Stati Uniti non ha registrato effetti significativi dall’introduzione dei dazi, secondo un’indagine di Unioncamere Veneto. Lo studio ha coinvolto quasi 2.000 imprese con almeno 10 dipendenti, di cui il 51%<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il 66% delle aziende manifatturiere venete che esportano verso gli Stati Uniti non ha registrato effetti significativi dall’introduzione dei dazi, secondo un’indagine di Unioncamere Veneto. Lo studio ha coinvolto quasi 2.000 imprese con almeno 10 dipendenti, di cui il 51% con vocazione esportatrice. Solo il 39% del campione ha rapporti diretti con gli Stati Uniti, e tra queste il 30% ha notato una diminuzione degli ordini, mentre circa il 5% ha dovuto affrontare rinvii o cancellazioni di contratti.</p>



<p>Tra le aziende che non hanno subito ripercussioni negative, l’83% non intende modificare la propria strategia commerciale. Le imprese più colpite hanno reagito in maniera diversificata: il 18% ha scelto di comprimere i margini, mentre appena il 9% ha trasferito l’aumento dei costi sui prezzi di vendita. Anche chi non esporta direttamente verso gli Usa ha avvertito conseguenze indirette, con il 36% che segnala maggiore incertezza nelle decisioni commerciali o di investimento e il 17% che ha registrato una diminuzione della domanda da parte di clienti esposti al mercato statunitense.</p>



<p>L’analisi evidenzia come l’attuale politica dei dazi, imposta dal nuovo corso amministrativo statunitense, non abbia ridotto il deficit commerciale Usa, che nel 2025 ha raggiunto un nuovo record di 1.241 miliardi di dollari, con un incremento del 2,1% rispetto all’anno precedente. Gli esperti rilevano che l’impatto del protezionismo è limitato e che le aziende e le famiglie americane hanno sostenuto gran parte dei costi aggiuntivi. Questo contesto di tensioni commerciali ha spinto molte imprese a rivedere le proprie strategie, privilegiando mercati alternativi e misure di contenimento dei costi, senza però modificare drasticamente la loro operatività.</p>
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