Attacchi in Iran: dobbiamo temere un’impennata dei prezzi di benzina e gas?

I prezzi del petrolio tornano a correre e riaccendono i timori di una nuova fiammata sui mercati energetici. Lunedì 2 marzo, in mattinata, le quotazioni hanno brevemente superato gli 80 dollari al barile, spinte dalle tensioni legate al conflitto con l’Iran e dal rischio di interruzioni nell’approvvigionamento globale di greggio.
Intorno alle 7:30, il Brent del Mare del Nord è salito del 7,56% a 78,37 dollari al barile, dopo aver aperto sopra quota 82 dollari nel fine settimana. Il West Texas Intermediate (WTI) ha registrato un aumento del 7,21% a 71,82 dollari. Il Brent, riferimento internazionale per il greggio, aveva già incorporato un premio per il rischio geopolitico, attestandosi a 72 dollari venerdì, rispetto ai 61 dollari di inizio anno.
Il precedente del 2022 pesa ancora sui mercati: all’inizio della guerra in Ucraina le quotazioni avevano superato i 100 dollari al barile, contribuendo a una lunga spirale inflazionistica insieme all’aumento dei prezzi del gas. Anche oggi gli automobilisti guardano con preoccupazione ai possibili rincari alla pompa.
Nel tentativo di calmierare le tensioni, Arabia Saudita, Russia e altri sei membri dell’alleanza OPEC hanno annunciato domenica un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno per il mese di aprile.
Trasporti sospesi nello Stretto di Hormuz
La situazione si è aggravata dopo l’attacco a due navi al largo delle coste di Emirati Arabi Uniti e Oman. L’Organizzazione Marittima Internazionale ha invitato le compagnie di navigazione a evitare la regione. I costi assicurativi sono diventati proibitivi e diverse grandi compagnie hanno sospeso le attività. Di fatto, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz – passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio – risulta fortemente compromesso.
In teoria, i Paesi importatori dispongono di riserve: i membri dell’OCSE devono mantenere scorte sufficienti per almeno novanta giorni. Tuttavia, secondo Eurasia Group, in caso di interruzione prolungata attraverso Hormuz il prezzo del greggio potrebbe rapidamente salire fino a 100 dollari al barile, soprattutto se venissero colpite infrastrutture petrolifere nella regione.
Anche senza un blocco totale, l’aumento dei premi assicurativi, i cambi di rotta e i maggiori costi logistici potrebbero mantenere elevate le quotazioni, osserva Charu Chanana di Saxo Markets.
Gas sotto pressione
L’Iran è tra i primi dieci produttori mondiali di petrolio, con circa 3,1 milioni di barili al giorno. Eventuali attacchi alle sue infrastrutture avrebbero conseguenze durature. Particolarmente esposte sarebbero le raffinerie cinesi, che acquistano la maggior parte del greggio iraniano: Teheran rappresenta circa il 13% delle importazioni marittime di petrolio della Cina.
Anche il mercato del gas è sotto osservazione. Un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto transita dallo Stretto di Hormuz, in gran parte dal Qatar. Gli esperti di Oxford Economics ritengono però improbabile un’interruzione grave e duratura, che costringerebbe l’Iran a mantenere un blocco navale senza precedenti affrontando una risposta militare, economica e diplomatica immediata delle grandi potenze.
Nonostante ciò, lunedì mattina in Europa i prezzi del gas hanno registrato forti rialzi. Il future olandese TTF, benchmark europeo, è salito oltre il 20%, dopo un picco del 22%, attestandosi a 38,885 euro, comunque sotto i livelli toccati a gennaio durante l’ondata di freddo.
Il 28 febbraio 2026 attacchi aerei israeliani e statunitensi hanno colpito Teheran, alimentando ulteriormente l’instabilità regionale.
Le quotazioni potrebbero ridimensionarsi nelle prossime settimane se non si verificheranno interruzioni significative della produzione. Eurasia Group segnala che decine di petroliere cariche si trovano nei pressi dello Stretto di Hormuz, molte ormeggiate in aree protette da sistemi di difesa aerea: in caso di allentamento della crisi, potrebbero rapidamente tornare a rifornire il mercato globale.
Resta però alta l’incertezza: l’evoluzione del conflitto sarà determinante per capire se l’attuale impennata rappresenti solo un picco temporaneo o l’inizio di una nuova fase di tensione sui mercati energetici.
















