Economia globale sul Titanic: guerra e petrolio rischiano di far affondare la crescita. L’avvertimento del FMI

Secondo quanto riportato dal britannico The Guardian, una possibile escalation della guerra con l’Iran potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’economia mondiale, fino a sfiorare una nuova recessione globale. A lanciare l’allarme è il Fondo Monetario Internazionale, che parla di inflazione in aumento, mercati finanziari instabili e crescita in rallentamento.
Nel suo aggiornamento semestrale, il FMI evidenzia come il conflitto in Medio Oriente stia già producendo effetti concreti, tanto da spingere a rivedere al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2026. Lo scenario internazionale, sempre più incerto, pesa soprattutto sui Paesi importatori di energia e sulle economie in via di sviluppo, ma coinvolge anche le principali potenze occidentali.
Tra i Paesi del G7, il Regno Unito è quello che rischia di subire il colpo più duro: crescita ridimensionata allo 0,8% e inflazione prevista vicino al 4%. Anche gli Stati Uniti registrano una lieve revisione al ribasso, con una crescita stimata al 2,3% nel 2026. In questo contesto, anche l’Italia non è immune: come economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, risente direttamente delle oscillazioni dei prezzi e dell’incertezza geopolitica, con possibili ripercussioni su famiglie e imprese.

Il nodo centrale resta l’energia. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile in seguito allo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale. Anche se nelle ultime ore si è registrato un lieve calo, la volatilità resta elevata.
Il FMI ha delineato tre possibili scenari. Nel caso base, con un attenuarsi delle tensioni entro metà 2026, la crescita globale scenderebbe al 3,1% (dal 3,4% precedente), mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%. In uno scenario più negativo, con prezzi dell’energia elevati più a lungo, la crescita potrebbe fermarsi al 2,5% e l’inflazione arrivare al 5,4%.
Sopra: il grafico
Ma è nello scenario peggiore che emergono le maggiori preoccupazioni: con una guerra prolungata e petrolio sopra i 110 dollari fino al 2027, la crescita globale crollerebbe attorno al 2%, soglia considerata equivalente a una recessione mondiale. Un evento che, dal 1980, si è verificato solo quattro volte, tra cui durante la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020.
Secondo il capo economista del FMI, Pierre-Olivier Gourinchas, “anche se si intravedono segnali di tregua, i danni sono già in parte avvenuti e i rischi restano elevati”.
L’aumento dei prezzi energetici si traduce infatti in un peggioramento del costo della vita, spingendo le banche centrali verso politiche monetarie più restrittive, con tassi di interesse in crescita. Un mix che rischia di comprimere consumi e investimenti.
Per contenere l’impatto economico, il FMI invita i governi a evitare misure generalizzate come sussidi indiscriminati o tetti ai prezzi, preferendo interventi mirati e temporanei. Ma la soluzione principale, sottolinea il Fondo, resta una sola: fermare il conflitto.
In un mondo sempre più interconnesso, la guerra non resta confinata ai confini geografici, ma si riflette direttamente su economie, mercati e vita quotidiana, anche in Europa e in Italia.










