20 Gennaio 2026 - 12.00

Venti secondi che spezzano la fiducia: la tragedia dell’alta velocità in Spagna

Umberto Baldo

Lo scontro fra due treni ad alta velocità ad oltre 200 chilometri orari, nella provincia di Córdoba, è una di quelle catastrofi che si fatica perfino a immaginare. 

E infatti la Spagna, dalla notte di domenica, è sotto shock. Quaranta morti accertati, più di 150 feriti, tredici dei quali in terapia intensiva. 

Un bilancio ancora provvisorio, ma che dice già tutto sulla portata della tragedia.

Per ore, tra i rottami accartocciati dei convogli, si è cercato di dare un nome alle vittime. 

Ancora una volta famiglie in attesa, telefoni che squillano a vuoto, racconti spezzati dei sopravvissuti nel tentativo di afferrare un dettaglio che renda comprensibile l’incomprensibile. 

Questo è il tempo del silenzio e della solidarietà, del rispetto per chi non tornerà a casa. 

Ma è anche, inevitabilmente, il tempo delle domande.

La sequenza dei fatti, per quanto ancora parziale, lascia inquieti. 

Un treno Iryo diretto a Madrid deraglia alle 19.45 nei pressi di Adamuz. 

Gli ultimi vagoni finiscono sul binario opposto. 

Venti secondi dopo — venti secondi, non minuti — arriva l’impatto con un Alvia di Renfe che viaggia in direzione contraria. 

Non c’è tempo per alcun miracolo: i primi vagoni vengono letteralmente sbalzati fuori dalla sede ferroviaria e precipitano da un terrapieno di quattro metri.

Venti secondi non sono nulla. Lo ha ammesso lo stesso presidente di Renfe: insufficienti per attivare un freno d’emergenza efficace. 

Eppure quei venti secondi diventano il simbolo di qualcosa che non torna.

I passeggeri sopravvissuti dell’Iryo parlano di una vibrazione anomala prima del deragliamento. 

Il treno era quasi nuovo, per di più revisionato pochi giorni fa. 

L’infrastruttura (i binari)  era stata rinnovata di recente spendendo ben 700 milioni di euro. 

Entrambi i convogli viaggiavano sotto i limiti di velocità. 

Il sabotaggio è escluso, l’errore umano ridotto al minimo. 

Restano i binari, gli scambi, la manutenzione. 

E una parola che nessuno ama pronunciare: fallimento sistemico.

C’è poi un elemento che riguarda anche noi. 

Perché quel treno Iryo è un Frecciarossa ETR 1000, orgoglio dell’industria ferroviaria italiana, e la società che lo gestisce e lo fa correre sulle rate iberica, è controllata al 51% dalle Ferrovie dello Stato italiane. 

Non per distribuire colpe a tavolino, ma per ricordare che l’alta velocità europea è ormai un sistema integrato: ciò che accade in Spagna non è “altro” da noi.

La scena successiva all’impatto mi ha ricordato più un disastro aereo che un incidente ferroviario. 

Ed è proprio questo il punto. 

In trent’anni l’alta velocità è diventata, per milioni di cittadini, il mezzo più sicuro, più affidabile, più razionale per spostarsi tra le grandi città. 

In Spagna, più che altrove, l’AV ha incarnato un’idea di modernità riuscita: dal 1992 a oggi una rete di quasi 4.000 chilometri, la seconda al mondo dopo la Cina, con costi contenuti e risultati eccellenti.

La liberalizzazione del 2021 ha aggiunto concorrenza, prezzi più bassi, più passeggeri. 

Nei primi undici mesi del 2025, quaranta milioni di viaggiatori hanno scelto l’alta velocità. 

Tutto funzionava. Tutto sembrava funzionare.

Ed è proprio quando “tutto funziona” che il rischio si annida nei dettagli. 

Magari in qualche segnalazioni sottovalutata, in un giunti saldato in fretta, negli scambi rinnovati sulla carta ma fragili nella realtà. 

Il tratto Adamuz–Villanueva de Córdoba, pur rinnovato con 700 milioni di euro, aveva già accumulato anomalie. 

Piccole, forse. 

Ignorate, probabilmente.

Il nome di Adamuz si aggiunge ora a quelli di Angrois, di Paiporta. 

Luoghi che diventano simboli di una ferita collettiva. 

Ma anche, va detto, di una risposta civile straordinaria: cittadini che soccorrono, organizzazione che funziona, autorità che collaborano senza isterismi. 

Un patrimonio da non disperdere.

Resta però una responsabilità politica chiara. Quando Pedro Sánchez dice che “tutti ci chiediamo che cosa sia successo”, interpreta un sentimento diffuso. 

Ma la risposta non può essere solo — o non può essere subito— il rapporto tecnico di una commissione che arriverà fra mesi o anni. 

Serve una spiegazione rapida, comprensibile, onesta. 

Non per trovare un capro espiatorio, ma per restituire fiducia.

Perché l’alta velocità non è solo acciaio e tecnologia. 

È un patto implicito tra cittadini e istituzioni: voi viaggiate tranquilli, noi vigiliamo senza abbassare mai la guardia. 

Quando quel patto si incrina, anche per venti secondi, il prezzo può essere insopportabile.

E questo vale per la Spagna. Ma vale anche, inevitabilmente,  anche per l’Italia.

Umberto Baldo

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